The Rust Kingdom | Una recensione che non parla di spadate

Mi smentisco subito: questa recensione parlerà anche delle spadate. All’inizio non volevo farlo perché quasi tutte le recensioni che ho letto di The Rust Kingdom parlavano giustamente di fendenti, affondi, lame e tagli e come mio solito volevo prendere il fumetto di Spugna da un’altra angolazione. Il problema è che con The Rust Kingdom non si può proprio prescindere dalle spadate. Replicando la formula alla base di Una brutta storia in cui i pugni (e di come si ricevono) diventavano il perno attorno a cui ruotavano l’universo visivo e il ritmo narrativo, Spugna aggiunge complessità cercando per questo The Rust Kingdom di connettere alle spadate anche il nucleo tematico del suo fumetto. E quindi i colpi, i fendenti e le spade sguainate non possono essere isolate e messe in un angolo.

Questo dice molto su Spugna, uno che con quei disegni potrebbe sfruttare l’ondata di banalità citazioniste e nostalgiche, e invece sceglie di prendere una strada più complessa, che non rinnega mai le proprie fonti di ispirazione e non sfrutta il genere come semplice costume di scena o macchinario per far avanzare la propria storiella. Lo Sword and Sorcery per Spugna non è un fondale su cui ambientare la sua storia, ma la pozzanghera in cui ribolle il brodo primordiale del genere, con le sue regole, i suoi personaggi, i suoi temi e i suoi modi narrativi. Prende quella materia e ne estrae gli elementi che gli interessano, li affina in base al proprio gusto e alle proprie necessità, rimettendola poi a ribollire nel calderone che sta rimestando. È un processo questo a cui Spugna ha evidentemente dedicato molto tempo e molta cura: il risultato infatti è, prima di ogni altra cosa, l’imporsi di una narrazione che non si accontenta esclusivamente della solidità, del tenere tutto in piedi fino all’ultima pagina minimizzando i traballamenti, ma che mira a una perfezione monolitica.

La partenza è un modulo da tre vignette orizzontali che Spugna utilizza come base, già suggerendoci uno sviluppo latitudinale dei movimenti. È un’inquadratura che ci introduce lentamente, con un’attesa da cinema western: una landa desolata, un’esplosione controllata nel terreno ed ecco il nostro protagonista sbucare dal nulla per vagare nel nulla. Controcampo sull’orda di nemici e poi si va sul primo piano del nostro eroe, ignaro che alle sue spalle un esercito di mostri affamati lo sta per raggiungere. Fate attenzione al mostro con la scure, a come Spugna lo rende improvvisamente il vero punto focale di questa scena: sin dalla prima inquadratura quando il suo corpo è poco più che una silhouette, l’autore comincia a disegnare la traiettoria della rotazione dell’ascia finché – arrivata nei pressi della testa del protagonista – Spugna blocca quel movimento armonico prima dell’impatto, zooma improvvisamente sull’occhio del protagonista e poi si scatena. Dalla tavola successiva in poi, difficilmente troverete in The Rust Kingdom due moduli di tavola del tutto simili (a esclusione della struttura di partenza) perché Spugna àncora la sua regia ai movimenti e cerca di spremerne fuori ogni goccia di potenza espressiva. Più che le inquadrature vere e proprie (che sono in fondo solo il risultato di una riflessione), è interessante notare la scelta dei movimenti che le influenzano, perché Spugna evita di essere banalmente spettacolare evitando di fare affidamento solo sui movimenti del personaggio principale e delle sue armi, ma li alterna ai colpi mancati dei nemici, ai fiotti di sangue, ai balzelli e alle cadute, agli atterraggi gradassi e alle spade conficcate. L’occhio di Spugna seleziona i movimenti migliori per creare una perfetta sinfonia tamarra fatta di improvvise frenesie create con tavole che cambiano continuamente struttura, e spaventosi vuoti d’aria non appena la linea dell’orizzonte viene quasi del tutto annullata dalle terrificanti splash page verticali che, modificando temporaneamente l’orientamento latitudinale delle vignette, irrompono nella narrazione con maestosità e imponenza.

La storia avanza con una fluidità sbalorditiva proprio perché emerge dai movimenti e dalle azioni, non dai dialoghi (rarefatti, essenziali) o da un setup del contesto che, come spesso accade altrove, in un paio di capitoli ci spiega tutto quanto e poi pretende pure di essere credibile. L’autore ci consegna le coordinate della sua storia tavola dopo tavola, svelandoci poco per volta gli intenti e la missione del protagonista, preservando dallo sguardo del lettore le parti migliori della sua storia. Senza mai rendere subito chiaro del tutto il percorso tracciato per The Rust Kingdom, Spugna riesce a preservarne un senso di meraviglia capace di stupirci e coglierci di sorpresa continuamente.

In The Rust Kingdom la quest arriva prima della storia, ma quando (praticamente sul finale) la storia irrompe finalmente nella narrazione, non ce n’è più per nessuno: all’improvviso questo fumetto gradasso e tecnicamente perfetto si trasforma in un dramma prepotente e disperato. La rivelazione finale è deflagrante non tanto per la svolta della trama in sé, quanto per il peso che riesce ad avere su tutto quello che abbiamo visto finora. Lo si nota soprattutto dal cambio di prospettiva che subiscono quei dialoghi spezzettati del protagonista, quelle parole dure ed essenziali che sembrano messe lì per accentuare il suo distacco eroico, ma che alla fine assumono una tragicità devastante per come riescono a raccontarci follia e fragilità.

C’è questo senso di tragedia ineluttabile che aleggia per tutto il libro e che non ci si sa spiegare. Quando emergono i motivi (anche questa volta Spugna fa la scelta raffinata di non spiattellarci tutto sul foglio ma accenna solo alle cose che ci servono, lasciando il grosso della storia a scalpitare nell’ombra) si arriva alla consapevolezza che The Rust Kingdom è nel suo nucleo un dramma shakespeariano cupissimo sul potere nefasto della famiglia. Quelle emozioni nette che Spugna ha raccontato con precisione, cominciano così ad assumere contorni più sfumati e con loro i personaggi assumono una tridimensionalità tale da renderli misteriosamente complessi. Così l’eroismo è obbligato a contaminarsi con il fallimento più duro e cupo, la spavalderia con la cieca disperazione, e la forza fisica con il disfacimento del corpo.

E tutto questo senza mai rinnegare nemmeno un fendente, un sorrise ebete di un mostro o qualsiasi altra smargiassata.

The Rust Kingdom
di Spugna
Hollow Press, 2017

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Gigahorse #22 | Novembre 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo. Se non avete voglia di aspettare un mese per leggerle, fate un giro sul profilo Instagram. 

DEADPOOL #29-30-31
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)

Sul numero #29 Deadpool per il sociale: il mercenario chiacchierone aiuta una ragazza depressa a evitare il suicidio. Peccato Duggan non riesca a evitare quello dei suoi lettori, che non solo devono sopportare la solita azione di basso livello e l’umorismo di bassa lega, ma ora devono pure sobbarcarsi il tema importante. Ma anche no. Comincia la nuova run, che porta avanti lo scontro tra Deadpool e Madcap. Duggan fa il riassuntone di quello successo finora, vedremo dove andrà a parare. Per fortuna ai disegni di entrambe le storie c’è Matteo Lolli, che è un bel passo avanti rispetto al solito.
Sul #30 Spider-Man e Deadpool per sfuggire all’attacco di Itsy Bitsy si teletrasportano a Weirdworld, un luogo che voi lettori Marvel conoscete bene e invece io non ho mai sentito nominare, infatti almeno un paio di cose divertenti ci sono anche ma non le ho capite fino in fondo causa citazioni a me incomprensibili. Il resto è la solita verbosa caciara. Su L’inverosimile Gwenpool che succede invece? Flashback sul cattivone che farà felici i fan di Spider-Man, pem-pem-pim-pum, battutine, tenerezze, cliffhanger, sbadigli.
Si finisce col numero #31: Duggan costruisce la sua storia di Deadpool come un mosaico. Ogni episodio è una piccola tessera che andrà poi a comporre un’immagine più grande è complessa. Il problema è che i mosaici sono molto belli visti nell’insieme, ma a fissare una tessera alla volta ci si rompe veramente troppo i coglioni. Ai nuovi Mercenari per soldi toccano invece i consueti intrighi e la consueta retorica del gruppo scalcagnato ma con un cuore grande così. Davvero difficile sopportare uno schema che si ripete sulla testata da così tanto tempo e con così poche varianti.

DYLAN DOG SPECIALE #31 – Il pianeta dei morti: nemico pubblico n.1
di Alessandro Bilotta e Sergio Gerasi (Sergio Bonelli Editore, 2017)

Che bello dimenticarsi di Dylan Dog, tagliarlo fuori quasi del tutto dalle 160 pagine dell’albo e lasciare spazio alla follia e al dramma di Xabaras. Bilotta fa entrare in scena Dylan solo quando è indispensabile e infatti il cuore del racconto appartiene tutto a Xabaras tant’è che anche durante l’intenso finale stiamo dalla sua parte, condividendo con lui la disperazione, il fallimento, l’amarezza di una vita gettata al vento. Sergio Gerasi sfodera un tratto secco e tagliente, perfetto per raccontare un’umanità al capolinea, i corpi rinsecchiti, la pelle aderente alle ossa.

SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #8 – Notti di paura
SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #9 – Tornando a casa
di aa.vv. – Traduzione di aa.vv. (RCS Quotidiani, 2009)
Non si può dire che questo Notti di paura sia una raccolta di storie horror con protagonista il nostro Uomo Ragno di quartiere. È davvero difficile trovare qualcosa di puramente horror, tutto è declinato in salsa Spider-Man non tanto per il supereroismo (che ha comunque il suo bel peso nelle storie) quanto per la prospettiva umana con cui gli autori raccontano questi mostri. Davvero toccante la storia di origini di Morbius (il cui volto è forse la cosa più da horror classico qui presente), ma si viene coinvolti maggiormente dal dramma umano di JJJ che non vi svelo per evitare spoiler. Chiudono il volume due storie più recenti visivamente molto cronenberghiane ma troppo melodrammatiche per i miei gusti.
Capisco che la rilettura in chiave esoterica delle origini di Spider-Man in Tornando a casa possa aver fatto arricciare il naso a molti fan del Ragno, però ho la fortuna di non essere un fan e di aver letto talmente poco del personaggio da riuscirmi a godere questa storia discreta. Straczynski fa su un mischione ma non perde mai di vista il personaggio, la cui ricostruzione avviene tramite una crisi causata da un nemico troppo forte da sconfiggere. Romita Jr. di conseguenza tira fuori un Uomo Ragno il cui corpo è costantemente martoriato e innervato dal dolore. Sebbene la consueta mancanza di voglia nel disegnare le sequenze di dialogo, Romita Jr. descrive con grande partecipazione il dolore del personaggio, e infonde energia alle sequenze d’azione.

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN RINASCITA #14
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Come sospettavo alla fine questa run che doveva tirare le somme del rapporto tra il Joker e Harley Quinn si è rivelata una burletta deludente. Certo, ci si diverte sempre a leggerla e quando ci sono Timms e Hardin ai disegni ci vengono tolte varie soddisfazioni, il problema però è che la testata naviga da un po’ di tempo senza una vera direzione. Questa era l’occasione giusta per tracciare un nuovo percorso e invece il cazzo.
Inaspettatamente la cosa migliore di Suicide Squad è il lavoro di un Romita Jr che pare stia poco a poco rinascendo. La regia delle tavole mi pare ancora un poco pigra, ma quando si mette d’impegno tira fuori vignette davvero suggestive che, guarda caso, riguardano tutte Deadshot, protagonista dei momenti visivamente più interessanti della testata. Date a Romita Jr. una bella miniserie sul personaggio e lasciatelo sfogare un poco. (C’è anche la solita coda sensibile di sette pagine, a questo giro particolarmente disegnata di merda). Deathstroke sta diventando la mia soap-opera preferita, e non è un insulto. Mi piace la narrazione frammentata di Priest, il modo con cui gestisce un personaggio stronzo facendogli distruggere ogni particella della sua famiglia che, nel frattempo, cerca di resistere ai suoi attacchi. E poi ci sono i combattimenti, quindi stiamo a posto.

PARKER #3 – Il colpo
di Darwyn Cooke – Traduzione di Valeria Gobbato (Editoriale Cosmo, 2017)
C’è sempre qualcosa che fa andare storto un colpo. Parker lo sa bene, lui che pianifica e lubrifica gli ingranaggi delle malefatte, complessi meccanismi di personalità e capacità che Darwyn Cooke si diverte a scomporre e a rimettere insieme sfruttando il fumetto. Il suo lavoro su Parker sembra quasi quello di un fumetto didattico, dove il medium viene utilizzato per schematizzare eventi e legami, metterli su una griglia e tracciarne i collegamenti. Più che narrazione, quella di Cooke sembra una ricostruzione di fatti e moventi su cui si muove il suo protagonista, a volte pedina a volte burattinaio, ma sempre pronto a uscirne se non sano, perlomeno salvo.
PARKER #4 – Luna Parker
Ogni piano per il Parker di Cooke è una strategia di contenimento del caos. Ridurre gli imprevisti, prevedere i tradimenti, le controffensive, mettere in conto di dover prendere decisioni difficili affinché tutto fili liscio. Alle volte funziona e alle volte no, ma è per quello che esistono i piani B. Questa volta è andato tutto storto così Parker è costretto a rifugiarsi in un Luna Park abbandonato. Cooke mette in scena un assedio del forte in cui i toni western sono sostituiti da frivole atmosfere Tiki, e in cui come sempre la preparazione delle trappole non è meno interessante rispetto a quando le trappole entrano in funzione. Regia come sempre perfetta al millimetro, soprattutto nella prima parte che ho trovato davvero affascinante.

NECRON #3 – Nobiltà depravata / Strage in vagone letto
di Magnus e Ilaria Volpe (Editoriale Cosmo, 2017)
Trovo davvero difficile spiegarvi come mai Necron mi piace davvero tanto, probabilmente perché anche io non l’ho ancora capito bene. Una delle ragioni è sicuramente la serietà con cui Magnus confezione un prodotto che parrebbe essere becero e volgare. Una serietà che emerge dai costumi (quelli delle nobili della prima storia sono spettacolari), dalla caratterizzazione mai scontata dei personaggi, dalle strutture narrative che usa per incastrarci dentro due o tre scopate (la seconda storia tutta ambientata sul treno è esemplare in questo senso). Una serietà che investe per forza di cose anche un erotismo meno grossolano di quel che sembra, che sfocia spesso in una pornografia gaudente e divertita, a metà tra la goliardia e l’eccitazione (un discorso che peraltro può essere esteso anche alla componente horror). 

MEGG & MOOG IN AMSTERDAM AND OTHER STORIES
di Simon Hanselmann (Fantagraphics, 2016)
Quell’aspetto da sit-com anni ’90 che hanno le avventure di Megg e Moog, sta facendo emergere qualcosa di interessante che avevo inizialmente ignorato. Hanselmann intrappola i suoi personaggi in quegli stilemi fatti di stereotipi, personaggi ricorrenti, trame già viste, scenografie che si ripetono, li rinchiude e ci butta dentro il dramma che è quasi inevitabilmente nascosto sotto le stronzate e le risate registrate. I personaggi vengono lasciati a combattere contro questo dramma che non possono affrontare perché il mondo che gli sta attorno (e che sì, lo ha fatto Hanselmann ma in fondo se lo sono costruiti loro) non può e non deve cambiare, così come loro non possono crescere e maturare perché devono rimanere nel personaggio. È inquietante, fa paura, mette addosso una tristezza a cui riusciamo fin troppo facilmente a dare un nome.

BRITANNIA VOL. 1
di Peter Milligan e José Juan Ryp – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2017)
Quello di Britannia è un Milligan meno complesso e profondo del solito, che si mette al servizio di una storia semplice e lineare a cui riesce però a donare piccole sfumature che la rendono meno banale del previsto. C’è il tormento misterioso che affligge il protagonista, un mostro lovecraftiano che sembra funestare l’Impero, e un’ambientazione molto suggestiva. Milligan porta avanti il tutto col pilota automatico ma mai in maniera svogliata: il suo racconto è prevedibile ma coinvolgente sia nella componente umana che in quella orrorifica. Davvero buono il lavoro di Ryp ai disegni, grazie soprattutto a una regia efficace nonostante l’uso frequente di tagli arditi. Infine i colori di Jordie Bellaire aggiungono la giusta atmosfera malsana al racconto, con quella perenne foschia pestilenziale che ammanta l’accampamento e rafforza la parte fantastica del racconto. Vediamo se col secondo volume Milligan riuscirà a dare più profondità alla storia, in caso contrario ci ritroveremo tra le mani “solo” una lettura davvero piacevole.

ALIENS #7
di aa.vv. – Traduzione di Andrea Toscani  (SaldaPress, 2017)
Numero di transizione tra la nuova miniserie che comincerà nel prossimo albo e la precedente Aliens: defiance, di cui ci tocca un rimasuglio insipido e facilmente dimenticabile. Le cose migliorano con Aliens: Fast track to Heaven, storia autoconclusiva scritta e disegnata da Liam Sharp. Pur con un accumulo ingiustificato di personaggi stereotipati e una trama i cui snodi sono facilmente prevedibili, la storia di Sharp si dimostra essere interessante grazie all’inedita ambientazione dell’ascensore che collega la base spaziale alla nave che contiene lo xenomorfo. Con una narrazione quasi esclusivamente sviluppata verticalmente, Sharp mette la sua attenzione nella carne deteriorabile degli esseri umani, la illumina con monocromie claustrofobiche al neon e rifiuta di costruire gli spazi scenografici gettando noi e i personaggi nella confusione più assoluta.

LA SAGGEZZA DELLE PIETRE
di Thomas Gilbert – Traduzione di Elisabetta Tramacere (Diabolo Edizioni, 2017)
Abito in mezzo a un bosco, in quella che fino alla mia adolescenza era la fattoria di famiglia. Avendo vissuto quotidianamente a contatto con il buon odore del fieno e il buon odore della merda di vacca, ho con la natura un rapporto di cordiale diffidenza, tipico dei legami da cui si sono ricevute molte soddisfazioni e molte fregature. Di conseguenza mi fanno solitamente schifo tutte quelle stronzate sulla natura che risveglia i sensi, sull’infante selvaggio, sulla natura madre benevola e generosa. Per fortuna non ci crede nemmeno Thomas Gilbert che con La saggezza delle pietre ci racconta il risveglio di un corpo con brutalità, calore materno e spigolosa sensualità. Non c’è nulla di banale nel suo racconto, nessuna concessione alla facile poesia sulla natura: ci sono le cose belle e le cose brutte, quelle che ti accarezzano e quelle che ti mordono. Ve le spiego bene in questa recensione per Fumettologica.

BATTAGLIA – Ragazzi di morte
di Luca Vanzella, Valerio Befani e Pierluigi Minotti (Editoriale Cosmo, 2017)
Se lo scopo di questo Battaglia – Ragazzi di morte era quello di eliminare l’aura di santo martire con cui l’Italia ha illuminato Pier Paolo Pasolini per lavarsi la propria coscienza, l’esperimento si può dire pienamente riuscito. Vanzella restituisce a Pasolini l’umanità perduta rivestendolo di torpilocquio e dolcezza, violenza e parole, dubbi e certezze che contribuiscono a creare un personaggio più interessante rispetto all’icona a cui siamo abituati. Certo, non aspettatevi una scrittura che sappia scavare a fondo nel personaggio, d’altronde questo è Battaglia e tutto sommato una scrittura del personaggio fatta per estremi è la strada giusta per restituire a PPP carne e carnalità. Dopo una prima parte con Pasolini assoluto protagonista, Pietro Battaglia si prende i suoi spazi regalando la vendetta al protagonista è rivelando gli intrighi (ma non i nomi) nascosti dietro la sua morte.

STORIE BREVI E SENZA PIETA’ – L’integrale
di Marco Taddei e Simone Angelini (Panini 9L, 2017)
Tornano in versione rimasterizzata (e definitiva) le Storie brevi e senza pietà di Taddei e Angelini. Riletti a distanza di qualche anno, i racconti non hanno perso la lucidità e la spietatezza con cui raccontano un’umanità sbandata che cerca maldestramente di tornare nei ranghi di una normalità ormai perduta. Taddei concede il minimo sindacale di pietà solo ai matti, custodi di una follia pura, mentre Angelini traccia i contorni dei personaggi rinsecchendo loro i connotati, riducendoli all’osso per trasformarli poi in fossili da esporre nel museo dell’umanità derelitta. All’epoca dell’uscita del secondo volume avevo scritto una recensione per Critica Letteraria: la trovate qui come se fosse un reperto archeologico.

BLOODSHOT REBORN VOL.4 – Bloodshoot island
di Jeff Lemire e Mico Suayan – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2017)
Arrivati al quarto capitolo della lunga saga che Jeff Lemire sta dedicando alla ricostruzione di Bloodshot, abbiamo ormai ben chiara la direzione intrapresa dallo scrittore canadese. La sua idea è quella di restituire l’umanità al personaggio e per farlo costruisce una storia articolata che intreccia il passato, il presente e il futuro di Bloodshot, portando avanti su un doppio binario sia i segreti relativi alla sua creazione, sia i legami sentimentali che lo hanno portato dov’è ora. In questo terzo volume però i due elementi vengono portati su un unico piano, così botte e lacrime, sentimenti e sparatorie, sono finalmente uniti in un’unica soluzione drammaturgica che convince fino in fondo. Sempre all’altezza i disegni di Mico Suayan, capaci di cogliere le sfumature drammatiche del racconto e con una narrazione più solida rispetto alla prima run che aveva disegnato su per la serie. In più di un’occasione si ha la sensazione di trovarsi davanti a un war comic per come Suayan riesce a bilanciare il racconto spettacolare degli scontri e le intime tragedie di questi super soldati.

THE RUST KINGDOM
di Spugna (Hollow Press, 2017)
Se Una brutta storia traeva la sua immediatezza dai pugni monolitici dalle ossa frantumate, The Rust Kingdom è un racconto sostenuto dalla brezza mortale di cui le spade si fanno portatrici. E il nuovo fumetto di Spugna inizia così, con un lieve refolo di vento che smuove la nebbia misteriosa sopra una pianura di nulla. Invisibile, letale, silenziosa: Spugna racconta questa storia così come il suo protagonista muove la spada. Entrambi procedono disperati, determinati e folli verso il loro scopo, che ci rimane oscuro fino alla fine. Se quello del protagonista non ve lo svelo, lo scopo di Spugna è quello di innestare in questa storia di lame e mostroni, un dramma puro e cieco che, una volta svelato, è capace di dare un inaspettato spessore emotivo alla storia.

MANIFEST DESTINY VOL.5 – Mnemophobia e Chronophobia
di Chris Dingess e Matthew Roberts – Traduzione di Stefano Menchetti (Saldappres, 2017)
Dopo aver fatto affrontare ai nostri esploratori un numero infinito di creature mostruose, Chris Dingess comincia a tirare le fila di Manifest Destiny con un quinto volume che ha il chiaro scopo di far venire tutti i nodi al pettine. Lo fa mettendo i protagonisti di fronte a una minaccia invisibile (una fitta nebbia la cui origine ci è chiaramente sconosciuta) che fa materializzare davanti agli occhi le loro paure più profonde. Così Mnemophobia e chronophobia diventa quasi una lunga galleria in cui non solo rivediamo tutti i mostri che hanno funestato la missione di Lewis e Clark, ma vengono riassunti tutti i legami creatisi finora per portare a galla i misteri e i tradimenti che si celano dietro alleanze, amicizie e storie d’amore. Dingess fa il punto della situazione nel migliore dei modi, con una storia capace di riassumere storyline e tematiche senza per questo dimenticare il coinvolgimento emotivo. Questo quinto volume fa il punto della situazione per introdurre il primo grosso punto di svolta dall’inizio della serie. Siamo solo a metà del cammino però, e di terre da esplorare e mostri da scoprire ne avremo ancora un bel po’.

SKIM
di Mariko Tamaki e Jillian Tamaki (Groundwood Books – House of Anansi Press, 2008)
Difficile trovare qualcuno che sappia raccontare l’adolescenza meglio delle cugine Tamaki. Lo fanno senza idealizzare quell’età, evitando così di banalizzarla o semplificarla magari a favore di una storia di genere che sappia renderla più accessibile. E infatti anche questo Skim si rivela essere una storia profonda che racconta l’adolescenza in tutta la sua naturale complessità e seria stupidità, senza mai tralasciare le infinite contraddizioni, i problemi apparentemente insormontabili e la loro naturale risoluzione. Lo fanno attraverso una protagonista silenziosa e svogliata il cui volto assorto è la maschera perfetta per raccontare un’adolescenza segretamente inquieta e turbolenta. Alla loro prima.prova di coppia, Mariko offre una buona sceneggiatura, mentre le tavole di Jillian dimostrano ancora qualche incertezza compositiva. 

KILL THEM ALL
di Kyle Starks (Oni Press, 2017)
Cartoon network + Shane Black + Quentin Tarantino. Questa simpatica addizione dovrebbe darvi la giusta idea di quello che è Kill them all, graphic novel action e tutto matto di Kyle Starks. Insomma, avete capito che dentro di troverete le battutacce e i dialoghi da badass, sequenze action ben dirette e tempi comici perfetti, botte da orbi e smargiassate di vario genere. Starks scrive e disegna un fumetto dal ritmo perfetto, che avanza inarrestabile seguendo l’avanzare (verticale) dei due protagonisti verso il boss finale. Non ci vengono risparmiati un paio di colpi di scena discretamente assestati e anche una buona dose di emozioni (mascherate alla maniera del cinema action anni ’90, quindi cazzo bellissime). Kill them all è un fumetto orgogliosamente superficiale e per questo gli si vuole immensamente bene.


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Laser #19 | Luglio – agosto 2017

Laser è l’elenco delle recensioni che ho pubblicato durante il mese. Di solito sono molto poche perché sono pigro.

CRY ME A RIVER di Alice Socal (Coconino Press, 2017)
Cry me a river abbandona presto la sfera terrena e ne abbraccia una quasi totalmente spirituale, dove la realtà è marginale in quanto conseguenza di un percorso interiore, e dove non esiste alcuna terapia di coppia e nessun agente esterno ma solo un percorso parallelo dei due protagonisti fatto di rivelazioni mistiche, allucinazioni, visioni oniriche, animali guida che cominciano a popolare la loro vita quotidiana e piano piano li portano a prendere coscienza della loro situazione.
Leggi la recensione su Duluth Comics.

VIVONO IN ME di Jesse Jacobs – Traduzione di Valerio Stivè (Hollow Press, 2017)
Si potrebbe dire che nel lavoro di Jacobs è il contenitore a sviluppare e dare forma al contenuto, ponendo regole proprie nell’incedere della storia e nel dispiegamento delle tematiche. Non è un caso che, sovvertendo le regole del genere, la casa protagonista rivela sin dalla prima tavola la sua natura maligna: a Jacobs preme anzitutto definire ciò che è il suo contenitore, stabilirne i confini e le caratteristiche e difatti investe gran parte delle pagine a sua disposizione proprio a descriverci l’abitazione.
Leggi la recensione su Duluth Comics.

DIO DI ME STESSO di Alessandro Galatola (Just Indie Comics – Co.Co., 2017)
La stanza rappresenta l’elemento chiave della poetica dell’autore. I personaggi di Galatola sembrano definiti da ciò che li costringe, che sia per l’appunto una stanza o una gabbia: cominciano a vivere (e quindi a soffrire) solo dal momento in cui sono rinchiusi dentro qualcosa, prima non esistono. Solo in quel momento (che non a caso coincide con l’inserimento visivo della terza dimensione) i personaggi acquistano paure e speranze, incubi e sogni, diventano tridimensionali quando scoprono l’abisso della loro umanità.
Leggi la recensione su Fumettologica.

Gigahorse #18 | Luglio 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo. Se non avete voglia di aspettare un mese per leggerle, fate un giro sul profilo Instagram. 

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN RINASCITA #2-3
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Il rebirth di Harley Quinn comincia con un attacco alieno che trasforma gli abitanti di Coney Island in morti viventi. Nelle mani di Palmiotti e della Conner questa invasione di zombie si trasforma in una commedia degli equivoci violenta e quasi romantica. A conti fatti la storia è un po’ quella che è, ma perlomeno dà la possibilità a Chad Hardin e John Timms di sfogarsi con tavole spettacolari e ricche di azione.
La Suicide Squad di Williams e Lee parte col piede giusto, anzitutto dal punto di vista grafico. Depurato dalla colorazione digitale degli inizi e della sovraesposizione (più del suo stile che della sua persona) di inizio duemila, Jim Lee dimostra di avere ancora qualcosa da dire e da insegnare, a partire da tavole realmente dinamiche e da una narrazione compatta capace di dare il giusto spazio a ogni membro del gruppo. La storia parte da premesse interessanti, vediamo un po’ dove andrà a finire, anche se il problema rimane Rob Williams che fatica ancora a far convivere le voci di tutti i personaggi e tirarne fuori un’unica anima.
Chiudono i due spillati un breve one shot dedicato a Captain Boomerang e uno a Katana. Tanto inutili quanto brevi: se mi devo sorbire in ogni spillato la storiella del passato di ogni membro della Suicide Squad per farmi capire che è un balordo ma ha anche un cuore grande così, ecco ne faccio volentieri a meno.

AMERICAN MONSTER Vol. 1 – Dolce casa
di Brian Azzarello e Juan Doe – Traduzione di Stefano Formiconi (Saldapress, 2017)
La mia ragazza si compra un sacco di albi originali che accumula e rimane indietro con le letture. Albi che io vorrei leggere ma siccome sono un uomo d’onore, non leggerei mai per primo un libro pagato da qualcun altro. E così un sacco di roba figa che potrei recensire per ricavarne milioni, giace sugli scaffali e nelle scatole. A luglio mi sono trasferito da lei per un paio di settimane e con la scusa del tetto in comune, quei fumetti sono diventati anche miei. Ho cominciato con i primi cinque numeri di American Monster, nuova serie di Azzarello edita da Aftershock. Nel frattempo è uscita anche in Italia, l’ho letto in italiano e il caso vuole che abbia pure scritto una recensione per Fumettologica. Eccola qui.

CRY ME A RIVER
di Alice Socal (Coconino Press, 2017)
Giunto alla terza rilettura, oramai Cry me a river di Alice Socal ha smesso di essere un fumetto ed è diventata un’infiltrazione. Farsi inzuppare dalle lacrime della protagonista e dalla narrazione liquida della Socal è d’altronde l’unica strada percorribile per apprezzare questo graphic novel all’apparenza smilzo e minimale ma che rivela grande profondità e ambizione negli intenti. Dopo Sandro, Alice Socal prende una situazione resa banale da anni di sfruttamento al cinema e in letteratura e cerca di darle nuova vita attraverso un approccio inconsueto e rischioso, fatto di simboli, suggestioni e allucinazioni, cercando nuovi sentieri. Leggete la recensione così capite pure quali sono.

BIRDS OF PREY Vol. 1
di aa.vv. (Dc Comics, 2016)
Il primo volume della riproposta in ordine cronologica del primo ciclo delle Birds of Prey, non è altro che una raccolta delle storie precedenti alla formazione del gruppo. Per ora a collaborare sono solo Black Canary e Oracle: la prima è un agente segreto, la seconda gestisce le sue missioni dopo aver dovuto appendere al chiodo il costume di Batgirl dopo quella sventura di cui tutti siete a conoscenza (e che popola ancora i suoi incubi). A patto di chiudere gli occhi davanti alla colorazione e alle volte anche ai disegni, queste storie pre-Birds of Prey sono piacevoli ben congegnate (basti vedere la scena di apertura del volume, a metà tra Refn e Bret Easton Ellis), e lasciano già intravvedere i rapporti e i legami che faranno da filo conduttore a tutta la lunga run gestita da Chuck Dixon. 

THE STEAM MAN #1-5
di Joe R. Lansdale, Mark Alan Miller e Piotr Kowalski  (Dark Horse Comics, 2016)
“Benvenuti nel West. Qua fuori è freddo come la tetta di una strega. Liberi di non crederci, ma è perfino gradevole”. C’è poco da fare: bastano due righe e Lansdale mi fotte sempre. Anche quando la qualità della sua scrittura non è sempre al massimo, anche quando scrive fumetti. The Steam Man (il soggetto è del Vecchio Joe, la sceneggiatura di Mark Alan Miller) è un weird western steampunk, con protagonista la ciurma che fa muovere e combattere Steam Man, un robottone di ferro e vapore costruito a fine ‘800 per arginare un’invasione aliena, e ora impiegato per scovare l’entità che pare aver dato il via a tutto.
Il primo numero mette tutte le carte in tavola ma convince soprattutto per le interazioni tra i membri dell’equipaggio e le colorite metafore partorite da Lansdale (che se avete letto qualcosa di suo, saprete sicuramente quanto aggiungono alla narrazione). Piotr Kowalski pare invece il disegnatore perfetto per la miniserie, capace di rendere l’imponenza e la legnosità dei movimenti del robot restituendoci comunque l’eroismo e l’epicità delle sue imprese. Si prosegue con un secondo numero decisamente sottotono, tutto dedicato al villain, il Dark Rider. All’inizio la cosa dei viaggi del tempo pareva interessante, poi però viene fatta sprofondare nella banalità della solita storia d’amore finita male male male che ha così dato origine alla malvagità del cattivone. Una digressione che forse arriva anche troppo presto sulla tabella di marcia, visto che abbiamo appena cominciato a conoscere i protagonisti e la loro missione. Il terzo e quarto numero confermano i toni lenti della miniserie: pensavo di lamentarmi della lentezza della narrazione e poi mi sono accorto che ad andare piano è sì la narrazione, ma soprattutto il robottone protagonista, che nel giro di tre numeri avrà percorso poche centinaia di chilometri nella foresta. La sceneggiatura di Mark Alan Miller segue la pesante camminata di un gigante di ferro alimentato da una caldaia a vapore e a ogni passo ce ne restituisce l’imponenza. Anche Kowalski tiene ben presente la cosa e infatti il combattimento che chiude il numero è ben coreografato in modo da evidenziare sì la forza e la stazza letale, ma anche la goffaggine e la lentezza del mostro meccanico. L’ultimo numero di The Steam Man si apre con una lunga scena di tortura, un uomo che cerca di liberarsi dopo essere stato crocifisso a testa in giù e un cattivo che dice cose cattive. Cosa volere di più? Forse un finale più soddisfacente sarebbe stato meglio. Mi spiego: il quinto numero è forse il migliore della miniserie, folle e cupo anche in un finale che fa di tutto per vestirsi da lieto fine. Il problema è tutto pare accelerato nelle ultime pagine, con un villain interessante liquidato con poche righe di dialogo che a volte suonano anche un poco ridicole nella loro funzione redentrice.
Insomma, The Steam Man è una discreta miniserie d’avventura che spesso va perde il focus di ciò che vuole raccontare. Peccato.

PROMETHEA Vol. 2
di Alan Moore e J.H. Williams III – Traduzione di Leonardo Rizzi (Rw Edizioni, 2017)
Il cammino verso Dio di Promethea è una Divina Commedia misterica e divulgativa, con Alan Moore che spiegandoci l’immateria ci racconta l’uomo e lo straordinario potere delle sue idee, delle sue parole e delle sue emozioni. È così che con la lettura di Promethea ci si sente pervasi da una naturale felicità, un ottimismo puro e assoluto nei confronti della vita che riesce a rimetterci nel posto giusto dell’Universo e della nostra mente (come se ci fosse una reale differenza) raccontandoci il percorso per raggiungerne i confini. Commuovente, anche solo per come riesce ad allargare i nostri piccoli orizzonti.

IS THIS TOMORROW
di aa.vv. (Canton Street Press, 2015)
Immaginate di essere americani negli anni Cinquanta. Orgogliosamente americani, come se fosse possibile non esserlo quando vivi nella migliore nazione del mondo. Quella con le auto più belle, le televisioni più belle, le dive più belle, le famiglie più belle, la bandiera più bella. Pensate alla cosa peggiore, quella che può togliervi di punto in bianco ogni tipo di felicità e di libertà. Pensate per esempio al comunismo.
Is this tomorrow è un fumetto di propaganda anti-sovietica del 1947, una di quelle cose che lette oggi fa un sacco ridere per i toni esagerati, gli allarmismi e tutto che va a rotoli a una velocità impressionante (dagli scioperi pilotati ai campi di concentramento in meno di un anno). Dietro l’iniziale ironia fa però capolino il terrore di pensare a una nazione che indica un nemico e mette in moto una macchina per farlo diventare lo spauracchio dei suoi abitanti, sino a estirparlo del tutto dal suo suolo. Prima divertente, poi terrificante.

TERMINARCH
di Jordan Hart e Terry Huddleston (OSSM Comics, 2016)
Terminarch
parte con un concept interessante: quando gli androidi si accorgono di essere bravi in tutto tranne nella creatività, decidono di prendere il comando e ammazzare il 95% degli esseri umani, ovvero la percentuale di umani non-artisti calcolata da un apposito logaritmo. Il restante 5% è invece confinato in un luogo protetto dove può creare con tutta la libertà e gli agi necessari. Martin Allerton è invece un’anomalia, l’ultimo uomo non-artista sulla faccia della Terra a causa di un obbligato isolamento che l’ha tenuto lontano dalla società per trent’anni.
Dicevo, il concept è interessante ma merita più di questa cinquantina di pagine per essere sviluppato. Il volume si regge bene sulle sue gambe ma resta comunque la voglia la voglia a fine lettura di leggere un finale più soddisfacente o vedere altre vicende legate a questo universo. Spero che Jordan Hart riesca a trovare le condizioni per sviluppare al meglio questa sua idea, magari con al fianco un narratore più esperto di Terry Huddleston che nelle sequenze di dialogo spesso mostra tutti i suoi limiti.

SPACE RIDERS – Volumen uno
di Alexis Zirrit e Fabian Rangel Jr (Black Mask, 2017)
La sensazione che si può avere dopo aver sfogliato per la prima volta Space riders, è quella di un fumetto volutamente trash e citazionista, forse persino hipster nel suo voler replicare ingialliture, macchie e piegatura della carta. A leggerlo invece si cambia idea quasi subito, merito inizialmente del lavoro di Zirrit ai disegni, capace di smarcarsi dai suoi modelli (il Kirby più psichedelico in primis) per proporci una narrazione folle fatta di colori accesi, volti deformati, simulazione di difetti tipografici e strane creature. Il tutto è retto bene dalla sceneggiatura di Fabian Rangel Jr., una storia di avventura classica con un protagonista spaccone che non si può non invidiare.

DEADPOOL #20-21
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
Miracolo: un numero di Deadpool che non mi porta al suicidio causa sconforto. Non che ci siano cose eccezionali, ma perlomeno c’è più impegno del solito, a partire dalla noiosissima Spider-Man/Deadpool, l’unico team-up che se ne frega del legame tra i due protagonisti e mette in scena esclusivamente il loro narcisismo. A questo giro Duggan si è inventato il ritrovamento di una storia del 1968, mai pubblicata a causa dei temi troppo caldi, e la trovata post-moderna funziona. La storia è divertente e Koblish con questo stile vintage fa rimpiangere i suoi disegni di sempre.
Ricominciano dal numero 1 anche i Mercenari per soldi scritti da Cullen Bunn, e a questo giro la storia pare perlomeno interessante. Sai mai che dopo un anno e passa riescono anche a capire come far funzionare questo team abbastanza insulso.
Questa settimana ho riletto le ultime cose che ho scritto su questa testata giusto per fare il punto della situazione. Ora io mi chiedo: quanto cazzo deve fare schifo Deadpool per farmi dire che una cosa come Gwenpool è carina? Ma io mi rincoglionisco e voi non dite niente? Ok, ok, i disegni sono sopra la media rispetto a quelli di Deadpool e anche la regia è più briosa, però i risultati sono davvero anonimi, anche in un episodio tutto azione come quello contenuto qui.

ALACK SINNER – L’età del disincanto #1
di Carlos Sampayo e José Munoz (Editoriale Cosmo, 2017)
Alack Sinner si fa meno noir e si mette a raccontare la vita e le botte del protagonista e di quel mondo che spesso lo mette in secondo piano. Anche il tratto di Munoz si adatta alle atmosfere e se rimane pressoché invariato rispetto al passato quando deve raccontare in Nicaragua il grottesco e doloroso teatrino politico del Sud America, si fa più vicino alla linea chiara quando si mette a seguire le storie personali di Sinner. Tra vita reale e momenti onirici, la sceneggiatura di Sampayo si muove sempre su un dolente intimismo che sfocia in una libertà selvatica e sofferta. Il giusto prezzo da pagare.

DIARIO DI UN FANTASMA
di Nicolas De Crécy – Traduzione di Fay R. Ledvinka (Eris Edizioni, 2017)
Attorno alla realizzazione di due carnet de voyage (uno ambientato in Giappone e l’altro in Brasile), Nicolas De Crécy costruisce due storie che sono il pretesto per riflettere sul suo lavoro e sul ruolo dell’artista. Diario di un fantasma è forse troppo verboso e risente troppo di uno squilibrio tra una prima parte affascinante e piena di idee originali e una seconda che invece si perde dietro i pensieri (non sempre interessanti) dell’autore pur mantenendo un livello grafico che riesce comunque a salvare la situazione. Il risultato è un fumetto poco convenzionale e volutamente fuori fuoco, in cui De Crécy riversa pensieri, impressioni e critiche verso sé stesso. Si merita più di una lettura, giusto per farsi scappare nulla ed entrare meglio nei pensieri dell’autore. Io sono ancora fermo alla prima, ci si risente più avanti con una recensione più approfondita.

NECRON #1
di Magnus e Ilaria Volpe (Editoriale Cosmo, 2017)
Non so cosa cazzo salti in testa alla gente. Sono settimane che leggo recensioni e commenti che dicono: “Bello Necron, Magnus va oltre lo splatter”. Oppure: “Necron mica è un fumetto erotico”. Io non vi capisco. Necron è un fumetto splatter, Necron è un fumetto erotico, ed è bello per questo motivo. Magnus non trascende né l’horror né tantomeno l’erotismo. Semmai ci sguazza in mezzo per creare una storia che è anch’essa un mostro di Frankenstein fatto cucendo assieme generi, influenze letterarie e suggestioni diversissime tra loro. Ci troviamo quindi davanti una storia che è al contempo una commedia, un porno e un horror e che riesce a farci inorridire, eccitare e sorridere facendoci sentire ridicoli dinnanzi a queste emozioni incongruenti. È questa sensazione di sentirsi coinvolti nella storia sempre per il motivo sbagliato che rende Necron davvero imprescindibile.

SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #3 – Fermate l’Uomo Sabbia
di aa.vv. – Traduzione di aa.vv. (RCS, 2009)
Volume antologico con il meglio delle storie dedicate all’Uomo Sabbia. Niente di davvero notevole in termini di scrittura (la metà Delle storie finiscono con l’Uomo Sabbia risucchiato da un qualche tipo di aspirapolvere) mentre l’unica cosa che mi ha davvero colpito nei disegni è il lavoro di Steve Ditko sul volto di Flint Marko, che il disegnatore caratterizza con un tratteggio fitto rendendone i lineamenti quasi provvisori, come se fossero soggetti a piccole frane o a uno sbriciolamento continuo. Rimane la curiosità di leggere la run in cui si trasforma nell’Uomo Fango a seguito dell’unione forzata con l’Uomo Acqua. Lo spunto iniziale va oltre la più normale stupidità, ma da quel che ho letto negli editoriali parrebbe avere qualche spunto interessante. C’è qualcuno di voi che l’ha letto per confermarmi o meno queste impressioni?

VIVONO IN ME
di Jesse Jacobs – Traduzione di Valerio Stivè (Hollow Press, 2017)
Il topos della casa stregata è per Jesse Jacobs un doppio binario su cui inscenare parallelamente il deteriorarsi della vita coniugale e la vendetta della natura nei confronti dell’uomo. Jacobs gioca ancora con lo spazio e con il tempo, deformandoli a proprio piacere sino a trasformarli entrambi in un trappola mortale. Vivono in me è un horror atipico ma puro, spesso inquietante in cui le consuete parentesi geometriche di Jacobs si fanno ancora più sintetiche del solito, sino a trasformarsi in terrificanti geroglifici che sembrano la scheda di programmazione Delle nostre vite. L’autore si trova a suo agio nel formato breve e riesce così a realizzare una storia fulminante e letale. Qui ve ne parlo meglio.

THEY’RE NOT LIKE US Vol. 2 – Noi contro voi
di Eric Stephenson e Simon Gane (saldaPress, 2017)
Qualche settimana fa Gnomo Speleologo ha scritto una recensione in due parole del primo volume di They’re not like us: “Brutto + Poser”. Non riesco a dargli torto, sebbene la serie di Stephenson mi stia persino piaciucchiando. Ammetto che l’unico punto di vero interesse del fumetto è capire come l’autore pensa di gestire la marea di personaggi stronzi e distanti che mette in campo senza provare a dar loro un po’ di carisma, come a voler sfidare la nostra pazienza. E infatti il problema è che raramente si viene ricompensati, soprattutto in questo secondo volume che si affolla di personaggi (stronzi) e gruppetti, ma sostanzialmente non porta avanti la storia di un millimetro. Non so dove Stephenson voglia andare a parare e tutto sommato la cosa mi incuriosisce. Porterò pazienza ancora per un poco.

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Gigahorse #17 | Giugno 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo.

MERCURIO LOI #1 – Roma dei pazzi
di Alessandro Bilotta e Matteo Mosca (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Non mi capita molto spesso di essere entusiasta per un albo Bonelli quindi per me questo primo numero della serie di Mercurio Loi è un piccolo evento. Cominciamo col dire che la sceneggiatura di Bilotta tratta sempre il suo lettore con intelligenza, evitando tutti quegli accorgimenti e facilitazioni per andare incontro al lettore che col tempo hanno logorato parte della produzione bonelliana. Mercurio Loi comincia invece nel bel mezzo dell’azione, non presenta i suoi personaggi in maniera classica ma lo fa attraverso azioni e dialoghi, costruisce dinamiche interessanti tra di loro, l’ambientazione è perfetta e soprattutto non ti dà mai la sensazione che la storia sia partita dal numero uno: un sacco di cose sono già successe, la nemesi di Mercurio Loi ne ha già combinate a bizzeffe e i rapporti tra i personaggi sono tutti pre-esistenti al numero 1. La sensazione che ho avuto è quella di quando ho cominciato a leggere Batman (ma potrebbe essere qualsiasi comics): buttarmi in mezzo a un oceano infinito di storie, varianti e personaggi che esistevano precedentemente al mio ingresso in quel mondo e che gli autori davano per scontato conoscessi (anche solo per sentito dire). L’unica differenza è che queste storie in Mercurio Loi non sono state ancora raccontate. E quando vengono elencate le malefatte del villain, vi giuro che mi sono gasato al solo pensiero di così tanto passato esplorabile. Oppure no. Sarei contento lo stesso.

DYLAN DOG #369 – Graphic horror novel
di Ratigher, Paolo Bacilieri, Giuseppe Montanari ed Ernesto Grassani (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Ratigher porta su Dylan Dog la sua classica frammentazione del racconto, da una parte rendendola meno drastica rispetto ai suoi fumetti, dall’altra donandole un aspetto meta-narrativo potente e non scontato (regala anche qualche piacevole sorpresa) che riporta alla mente il lavoro di Sclavi.
La sceneggiatura di Ratigher vive soprattutto della felice intuizione che il passato del protagonista sia il fumetto da lui appena concluso e che, riflettendo la perdita del potere che gli donava il talento, quel fumetto sia mediocre e impreciso. E le cose vanno proprio così: la parte disegnata da Montanari e Grassani è una storiella di felice e ricercata mediocrità, che specchiandosi però nella parte disegnata da un Bacilieri in grandissima forma, trova un senso è un compimento che vanno oltre il valore effettivo di racconto a sé stante. Ratigher dà il massimo per costruire una storia banale, la cura nei minimi dettagli e si diverte come un matto a detonare ogni battuta di Groucho, mettendo addirittura in scena una gag patetica e tanto lunga da risultare deliziosamente fastidiosa.
L’albo regala poi momenti visivi di assoluto valore (le piastrelle del cesso che diventano la gabbia bonelliana è forse l’immagine più potente letta quest’anno in un fumetto italiano) e un finale metafisico da groppo in gola. Forse avrei preferito una maggiore alternanza tra le due linee narrative, ma sono minuzie. Graphic Horror Novel non è solo un bell’albo di Dylan Dog, è un bel fumetto. 

CINEMA PURGATORIO #1
di aa.vv. – Traduzione di Leonardo Rizzi (Panini Comics, 2017)
CINEMA PURGATORIO di Alan Moore e Kevin O’Neill

Godo quando si vede che Alan Moore si diverte a scrivere una cosa, e in questo caso sembra essersi divertito un botto. Ironia a mille, angoscia a mille: pare un episodio di Ai confini della realtà scritto da Moore (il mio preferito: quello dei due romani).
CODICE PRU di Garth Ennis e Raúlo Cáceres
L’idea non mi fa impazzire ma mi piace questa atmosfera da sit-com splatter. Non ho idea di come possa evolversi quindi sono molto curioso. Caceres fa una roba super anni ’70 e la fa bene.
MOD di Kieron Gillen e Ignacio Calero Carina questa versione iperreale dei Pokemon, però l’ambientazione post-apocalittica mi annoia. Nonostante tutto la storia potrebbe avere interessanti sviluppi.
UNA PIÙ PERFETTA UNIONE di Max Brooks e Michael DiPascale
Noiosissima. Pare una versione meno affascinante di Manifest Destiny. Poco affascinanti i disegni di DiPascale, ulteriormente peggiorati dalla stampa in scala di grigi.
L’IMMENSO di Christos Gage e Gabriel Andrade
Anche qui ambientazioni e idee per me un po’ noiosette. I disegni salvano ogni tanto la situazione ma non bastano.

MANIFEST DESTINY #4 – Sasquatch
di Chris Dingess e Matthew Roberts – Traduzione di Stefano Manchetti (saldaPress, 2017)
Cosa bisogna fare per convincervi a leggere Manifest Destiny? Attualmente è forse la migliore serie d’avventura a fumetti, e gran parte del merito va a Chris Dingess e alla sua scrittura. Dingess allarga i misteri della parte fantastorica (ma lentamente si avvicina alla loro soluzione) e nel frattempo sfrutta la presenza dei mostri per raccontare la vita del gruppo. In questo quarto TP poi porta avanti una narrazione su due linee temporali diverse, raccontandoci la storia della spedizione precedente a quella di Lewis e Clark. Matthew Roberts perfetto come sempre nel descrivere le emozioni amplificate dei membri della spedizione, e truculento quando deve disegnare i mostri, trova qui la possibilità di unire le due anime del suo disegno.

INQUIETUDINE
di Noah Van Sciver – Traduzione di Stefano Sacchitella (Coconino Press, 2017)
Se volete cominciare a leggere qualcosa di Noah Van Scrivere, Inquietudine è il volume che fa per voi. Saint Cole e Fante Bukowski (entrambi editi da Coconino) erano forse troppo diversi e ognuno strano a modo suo per poter dare l’idea delle capacità e dell’eclettismo di Van Sciver. Inquietudine ci riesce benissimo, fosse anche solo il materiale variegato che raccoglie: biografie di patrioti, momento di vita minimalisti, punk contro lucertole, favole rivisitate, giustizieri della notte e storie semplici semplici che sarebbero potute accadere anche a noi. La cosa strana però è che tutto sembra fare parte dello stesso discorso. Ma per sapere di cosa sto parlando vi tocca leggere la mia recensione per Fumettologica.

MARCH – Libro primo
di John Lewis, Andrew Aydin e Nate Powell – Traduzione di G. Zucca (Mondadori Oscar Ink, 2017)
March
è ben documentato, preciso e ricco di dettagli come una voce di Wikipedia scritta dal diretto interessato. Se non bastasse offre più o meno la medesima capacità di coinvolgimento per colpa di una narrazione fiacca e senza un vero punto di vista sulla storia, aggravata ulteriormente da un patetismo d’accatto. Dopo tutte le recensioni entusiaste lette in giro pensavo a qualcosa di meglio, ma è chiaro che si sia valutata la storia personale di Lewis e non come questa storia ci viene raccontata. Un premio però se lo merita: miglior agiografia dell’anno. 

ALIENS – 30° anniversario
di Mark Verheiden e Mark A. Nelson – Traduzione di Giorgio Saccani (saldaPress, 2017)
Sulla scia dell’Aliens di Cameron (di cui è un sequel diretto) il fumetto di Verheiden e Nelson è più una storia d’azione che un film horror. Poco male: la cosa funziona anche grazie ad ambientazioni suggestive (tutte le claustrofobiche sequenze ospedaliere) e agli ottimi disegni di Nelson, che danno il loro meglio nelle parentesi puramente horror. Purtroppo la storia soffre degli stessi problemi della recente trilogia prequel guidata da Ridley Scott: nel momento in cui deve cercare una spiegazione sull’origine degli alieni ci si ritrova con situazioni poco convincenti, qui aggravate ulteriormente dal character design delle creature che non vi dico niente se spoiler, che non ha retto il tempo che passa e rende il tutto involontariamente ridicolo.

MALLOY: GABELLIERE SPAZIALE
di Marco Taddei e Simone Angelini (Panini Comics – 9L, 2017)
Comincio subito col togliervi il dubbio: Malloy è meno preciso di Anubi ma ha il triplo delle ambizioni (e molte vanno a segno). A partire da una struttura azzardata con una prima parte da infarto per come inanella fatti, personaggi e viaggi uno dietro l’altro, senza possibilità di riprendere mai il fiato, e una seconda parte che è un lunghissimo e potente dialogo sull’umanità. Se nella prima parte avventurosa e spericolata i due autori dimostrano di saperci fare con il genere (a cui aggiungono la consueta vena nichilista e ironica), è nella seconda parte che dimostrano in realtà di aver raggiunto una maturità lontana da strade già tracciate. La scrittura di Taddei si fa qui profonda, spaventosa e vibrante, mentre la regia di Angelini regge il tutto con un ritmo perfetto e calibratissimo. Lo so, ci sono altre mille cose da dire su Malloy, ma per quelle dovrete aspettare la recensione.

FUNGHI DI YUGGOTH E ALTRE COLTURE
di Alan Moore e aa.vv. – Traduzione di Elena Cecchini (Panini Comics, 2017)
Volume per super-completisti dell’opera di Moore, visto che la maggior parte dei fumetti qui raccolti sono tratti da suoi soggetti mentre lascia firmare le sceneggiature da Antony Johnston. Il volume rimane comunque un’interessante ricostruzione del legame tra Moore e Lovecraft e del tentativo del bardo di Northampton di raccontare l’orrore cosmico (e in questo senso Funghi di Yuggoth è un’appendice perfetta a Providence perché traccia le tappe di una ricerca continua e approfondita da parte di Moore). Ottime anche le interviste e i saggi. Tolto l’interesse storico però, i fumetti contenuti in Funghi di Yuggoth non sono poi granché: se nella prima parte del volume salta fuori qualcosa di interessante, Le creature di Yuggoth e relativi sequel si rivelano essere deludenti sotto ogni punto di vista.

MISDIRECTION
di Lucia Biagi (Eris Edizioni, 2017)
Il secondo graphic novel di Lucia Biagi ci indica continuamente di guardare da un’altra parte, come se la verità non possa mai essere quella cruda semplice che abbiamo sotto al naso. Succede così che quando i personaggi la scoprono (insieme a noi) si ritrovino spiazzati da essa e cercano quasi di modificarla forzatamente per giustificare le proprie reazioni ed evidenziare il loro “eroismo”. E non essendo un racconto di genere, Misdirection ridimensiona l’intenzione salvifica della protagonista colpendola nella sua visione morale della vita, in un finale spiazzante per come aggiusta con consapevolezza tutte le esagerazioni della vicenda raccontata, facendola diventare un racconto sulla scoperta della libertà come forma individuale di scelta, svincolata dalle logiche sociali, amicali e sentimentali. Qui potete leggere la mia recensione.

DEADPOOL #19
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
Di Deadpool mi stupisce sempre il fatto che è quasi sempre molto deludente dal punto di vista dell’azione. In questo numero per esempio c’è uno scontro tra lui e Pantera Nera gestito in maniera così goffa da essere noioso e imbarazzante, otto tavole di coreografie banali peggiorate ulteriormente da una regia stanca che pensava forse che le quattro battute del cazzo dette da Deadpool potessero salvare la sequenza. Di tutt’altra pasta è fatto invece Gwenpool, di cui nutrivo zero aspettative e invece si sta rivelando essere un personaggio interessante con una storia che comincia finalmente a entrare nel vivo. In questo numero però non tutto fila liscio, come per esempio l’incontro con Doctor Strange.

DAY OF THE FLYING HEAD #1
di Shintaro Kago (Hollow Press, 2017)
Difficile giudicare da questo primo numero la direzione che potrebbe prendere la nuova serie di Shintaro Kago. Per ora sembra che a fianco delle consuete viscere (che questa volta abbandonano volontariamente i corpi) ci siano tematiche ambientaliste nuove per l’autore giapponese. Kago si conferma nuovamente a suo agio con un fumetto completamente muto e non si risparmia come narratore con un susseguirsi di eventi che rendono sorprendentemente ricche di eventi queste poche pagine. Attendo con curiosità i futuri sviluppi della storia.

LOVECRAFT E ALTRE STORIE
di Dino Battaglia (Nicola Pesce Editore, 2017)
Meno completa e quadrata della raccolta dedicata a Poe, questo Lovecraft e altre storie soffre purtroppo della sua natura di libro assemblato per tematica e non per un reale filo conduttore. Il risultato è altalenante nei toni del racconto, ma la qualità delle storie singole rimane indiscutibile. Sebbene gli adattamenti de Il Golem e del racconto di Stevenson siano davvero suggestivi, la perla della raccolta è rappresentata dall’omaggio a Lovecraft: la storia è semplice e prevedibile, ma la visione degli uomini pesce è intimamente perturbante e riesce a sconvolgerci. Un piccolo appunto all’introduzione di Angelo Nencetti: è inutile giustificare un titolo stupido e inutilmente catchy definendo 50 sfumature di grigio un “acclamato film noir odierno, ritenuto originale per la sua trama e per le sue inquadrature”. Mi piacerebbe proprio sapere chi ne ha parlato in questi termini. Detto questo, la prefazione pur partendo da idee interessanti si rivela inconsistente (e l’iconografia minuscola non aiuta alla comprensione).

RITORNO ALLA TERRA
di Manu Larcenet e Jean-Yves Ferri – Traduzione di Francesca Sala (Coconino Press, 2017)
Si sa, quando i francesi si danno all’autofiction non ce n’è per nessuno, persino nel momento in cui decidono anche di farci sopra dell’ironia. Non è da meno Manu Larcenet che con Ritorno alla terra firma (in coppia con lo sceneggiatore Jean-Yves Ferrì) una divertente striscia umoristica del passaggio da animale metropolitano ad abitante di un paesino di campagna. Il libro è divertente e si partecipa volentieri alle disavventure e paranoie del personaggio. Il problema in questo caso non è del libro ma tutto mio: queste sketch comedy non sono proprio il mio genere e non riesco a trovare molti punti di interesse né e ad appassionarmici fino in fondo. Quindi se siete amanti del genere leggete Ritorno alla terra senza paura perché avrete modo di ridere, commuovervi e ridere ancora. Se siete come me, saltatelo senza farvi troppi problemi.

HARLEY QUINN: AMORE FOLLE
di aa.vv. – Traduzione di Stefano Mozzi (Rw Edizioni – Lion Comics, 2017)
Invecchiando mi diverto molto a mettere insieme i pezzi che hanno composto il mio immaginario erotico. Immagino non sia una cosa che vi interessi molto, ma mi serve giusto per farvi capire che qui quando si tratta di donne disegnate da Bruce Timm non si capisce più niente. E rileggere Amore folle me l’ha riconfermato per l’ennesima volta. Colpa probabilmente delle ginocchia puntute che bilanciano i poderosi polpacci, delle tettine all’insù, di quegli sguardi di sbieco e quelle palpebre a metà. Conta sicuramente anche il fatto che siano donne dal carattere forte, molto più intelligenti, spiritose e furbe degli uomini che le circondano. Venendo alle storie vere e proprie, Amore folle non ha perso nemmeno un poco di smalto: è una storia di origini matta e coinvolgente, capace di passare da una sequenza slapstick a una melodrammatica con una naturalezza invidiabile. I fumetti brevi che chiudono il volume sono invece spesso vittime di disegni non all’altezza di quelli di Timm (nonostante i nomi coinvolti), ma le storie risultano sempre ben scritte e attente al divertimento così come all’introspezione dei personaggi.

LA BALLATA DI HALO JONES
di Alan Moore e Ian Gibson – Traduzione di Leonardo Rizzi (Editoriale Cosmo, 2017)
È complicato entrare in contatto con La ballata di Halo Jones in tempi brevi. Anzitutto perché Alan Moore non contestualizza il futuro distopico in cui è ambientato il fumetto, ma ce lo mostra come un dato di fatto, dando per scontati millenni di storia del Pianeta Terra. In realtà la scelta è affascinante e, passato lo shock iniziale, ci porta a dare per scontate molte cose e a trovare naturale il sistema sociale e il linguaggio figli di millenni di evoluzione. Con il racconto delle tre fughe di Halo Jones dall’ambiente che l’ha accolta a uno nuovo e inizialmente ostile, bisogna avere un poco di pazienza perché le cose iniziano a farsi interessanti solo col terzo capitolo, quando la protagonista diventa un soldato. Se nei primi due capitoli Moore ci aveva raccontato un mondo folle che ancora serbava qualche umana frivolezza, con il capitolo finale mette in piedi un folle teatro bellico, che si divide tra buone trovate narrative (i combattimenti con il tempo rallentato dalla gravità) e una critica ferocia alla guerra. Bene Gibson, che affina la precisione del suo tratto con l’avanzare del racconto e propone una regia controllata ma capace di dinamismo. Peccato solo per il formato ridotto che non rende giustizia al suo lavoro. A proposito, l’edizione Cosmo non mi ha convinto. Qua non ci si lamenta mai dei prezzi perché le cose fatte bene si pagano sempre volentieri, ma € 19.90 per duecento pagine in bianco e nero, con una brossura leggera, dei neri non sempre pieni e una carta che risulta ondulata (non si sa se per la legatura o per la straordinaria capacità della carta di assorbire tutta l’umidità del mondo) non mi sembrano soldi ben spesi.

TEX SPECIALE #32 – Il magnifico fuorilegge
di Mauro Boselli e Stefano Andreucci (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Il Texone è un appuntamento imprescindibile della mia estate, e quest’anno va di gran lusso con una sceneggiatura di Boselli che racchiude quasi tutti gli elementi narrativi del western. Il risultato è una storia ricchissima di eventi e personaggi che spezzettata sarebbe potuta diventare una miniserie annuale e nessuno se ne sarebbe lamentato, ma che in questo caso diventa un racconto quasi frenetico di un giovane Tex sprovveduto e braccato. A discapito di una copertina un poco moscia, Andreucci fa un ottimo lavoro sulla recitazione dei personaggi e convince soprattutto nelle sequenze d’azione che ha la capacità di rendere chiare senza rinunciare mai a una originale spettacolarità.

I BRIGANTI #2
di Magnus (Editoriale Cosmo, 2017)
Avete presente il suono che fanno gli occhi di un lettore di fumetti che esplodono nel momento in cui ci si accorge che l’edizione in lettura non rende onore al lavoro del disegnatore? Se non lo sapete, avreste dovuto essermi vicino quando, leggendo il secondo volume dell’edizione Cosmo de I briganti di Magnus, questa sensazione cresceva dentro me sino alla certezza che porta all’esplosione oculare. Guardare le bellissime tavole delle battaglie ridotte in formato bonellide mi ha fatto male: avrei voluto buttarmici dentro, guardare ogni dettaglio e invece mi sono dovuto accontentare di una visione d’insieme che non mi ha permesso di apprezzare pienamente il lavoro di Magnus. Del suo modo di sceneggiare invece mi ha affascinato la capacità di utilizzare con una semplicità fuori dal comune le ellissi narrative, tecnica che proprio nelle scene di battaglia trova il suo compimento, con il risultato di un montaggio molto cinematografico attento sia ai personaggi (di entrambe le fazioni) sia a ciò che accade sul campo di battaglia. Peccato anche per i due editoriali presenti nel volume, davvero poco interessanti e ripetitivi. Facciamo così, appena riesco mi recupero l’edizione Rizzoli Lizard e mi metto l’anima in pace.

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Vivono in me | Case stregate e vite programmate

Ho sempre trovato che l’inserimento nei fumetti di Jesse Jacobs di temi relativi all’ambiente, al vegetarianesimo e più in generale al rapporto etico e mistico tra uomo e natura, fossero inevitabili. Non li ho mai percepiti come temi realmente sentiti dall’autore, quanto più come frutti dello sviluppo organico del racconto. È una cosa che Jacobs non può evitare, le sue storie lo portano lì e lui non può farci niente. Anzi, non le sue storie, ma i luoghi in cui le ambienta. È da lì che nasce tutto.

Ogni libro di Jacobs è un microcosmo che risponde a regole proprie, che sia un’aliena meta turistica, un Eden capriccioso o la casa stregata protagonista di Vivono in me, il suo ultimo fumetto edito da Hollow Press. Sono habitat che, come nella realtà, sviluppano forme di vita, reazioni sociali, tracciano le coordinare spazio-temporali di un mondo che non ha nulla a che fare con nessun altro già esistente. Si potrebbe dire che nel lavoro di Jacobs è il contenitore a sviluppare e dare forma al contenuto, ponendo regole proprie nell’incedere della storia e nel dispiegamento delle tematiche. Non è un caso che, sovvertendo le regole del genere, la casa protagonista rivela sin dalla prima tavola la sua natura maligna: a Jacobs preme anzitutto definire ciò che è il suo contenitore, stabilirne i confini e le caratteristiche e difatti investe gran parte delle pagine a sua disposizione proprio a descriverci l’abitazione.

Lo fa con intelligenza, obbligandoci a seguire la visita della casa che un agente immobiliare sta presentando a una giovane coppia, ancora ignara di ciò che le spetta. Qui comincia il vero divertimento di Jacobs che tra architettura escheriana, cucine pieghevoli, mobili che prendono vita e stanze immateriali, catapulta marito e moglie in un incubo al flash forward in cui consumano la loro intera esistenza da coniugi all’interno di quelle quattro mura e della finestra temporale in cui avviene la visita. Più che una riflessione sulla vita di coppia, questo terrificante flash forward è la piastra di Petri in cui Jacobs osserva il naturale svolgimento della vita con uno sguardo all’apparenza leggero ma che risulta quasi immediatamente inquietante.

E’ un tipo di orrore quello trasmesso da Vivono in me, che nasce dal dubbio dell’esistenza di uno schema prestabilito nelle nostre vite, di una forza superiore che ci ha messo su binari da cui ci è impossibile deragliare. E se Jacobs usa all’inizio lo schema rigido della visita e l’accelerazione temporale, la sensazione di essere realmente oppressi da un’entità misteriosa arriva quando compaiono le digressioni geometriche che sono ormai diventate il marchio di fabbrica della narrazione dell’autore canadese. In Vivono in me la geometria si fa più sintetica ed essenziale trasformandosi in una sorta di geroglifico, una scrittura astratta e abietta che sembra regolare le nostre vite, una sorta di scheda di programmazione del destino personale di ogni uomo.

Vivono in me è un racconto nero che nasconde sotto un’apparente leggerezza un’idea cupa della vita umana, ma al contempo ci affascina e ci meraviglia mostrandoci lo spettacolo di una natura continuamente rigenerata da una forza mistica e organica che l’uomo sembra ormai avere perduto.

Vivono in me
di Jesse Jacobs
Traduzione di Valerio Stivè
Hollow Press, 2017

Gigahorse #12 | Gennaio 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo.


segniaddossoI SEGNI ADDOSSO – Storie di ordinaria tortura
di Andrea Antonazzo, Elena Guidolin e Renato Sasdelli (Edizioni BeccoGiallo, 2016)
I segni addosso vive di due estremi che cercano di sorreggersi a vicenda. Da un lato c’è una sceneggiatura tradizionale e didascalica (che in questo caso non sempre appare come un demerito) mentre dall’altro ci sono delle tavole che puntano tutto sull’emozione più che sulla ricostruzione lineare dei fatti. Il risultato sarebbe e potuto essere più felice: le illustrazioni di Elena Guidolin rubano la scena a una scrittura che fa il suo dovere ma risulta troppo debole, tant’è che anche la struttura del libro non riesce a trovare un compimento e una chiusura tale da rendere incisiva la narrazione. A tirare colpi in faccia ci pensa la Guidolin, capace di una narrazione laterale alle vicende narrate (si concentra sempre su particolari apparentemente secondari) per dare così corpo e anima ai dolori, alle umiliazioni e alle torture subite.

xuwwuuXUWWUU – A furvert fairytale
di Gabriel Delmas (Hollow Press, 2016)
Gabriel Delmas ci accompagna nuovamente nelle terre che popolano i suoi incubi. Xuwwuu è un lavoro affascinante e lirico, da esplorare e percepire senza cercare di comprenderlo o decifrarlo. Per i lettori più coraggiosi e quelli che non si spaventano a leggere e rileggere qualcosa per scorgere particolari e connessioni che raccontino qualcosa di sé. Chiude il volume una bellissima intervista di Michele Nitri all’autore, ottima sia come introduzione per i nuovi lettori, che come utile appendice per i suoi lettori più affezionati. Qui trovate anche la mia recensione.

tintinLE AVVENTURE DI TINTIN
Nel paese dei Soviet – Tintin in Congo – Tintin in America – I sigari del Faraone
di Hergé – Traduzione di Giovanni Zucca (allegato RCS, 2017)
Parte la collana da edicola dedicata a Tintin, una raccolta cronologica in volume singolo con copertina cartonata fatta di quel materiale che ti fa venire voglia di appoggiarci la faccia sopra. Le tavole sono della stessa dimensione della raccolta che Rizzoli Lizard fece uscire qualche anno fa e che risulta ancora la versione più economica in commercio. Sto preparando un diario di lettura della serie, lo vedrete presto qui. 

thinTHIN #1-3
di Jon Clark (American Gothic Press, 2016)
Interessante miniserie in tre numeri che racconta la storia di una donna obesa convintasi di dimagrire dopo il tradimento del marito. Si rivolge a uno specialista particolare che la fa finire in una situazione poco piacevole. Il fumetto è a metà tra un film di Cronenberg (ma senza morbosità e amore per il gore) e uno di quei film indipendenti con un solo protagonista intrappolato in una situazione di merda (Mine, Buried e simili). E in effetti Thin potrebbe essere un buon film, perché darebbe la possibilità di approfondire alcuni aspetti e momenti che il fumetto gestisce troppo velocemente (su tutti il buon finale rovinato da una scrittura psicologica un poco grossolana). Funzionali i disegni, poggiati letteralmente sul corpo gigantesco della protagonista.

plutonium1PLUTONIUM
di Gabriel Delmas (Hollow Press, 2016)
Espressione atterrita, sguardo e bocca spalancati, due gambe secche che percorrono enormi distanze. Questi i tratti distintivi del protagonista di Plutonium, un mostriciattolo che esplora un mondo mutante, sorprendente e spaventoso. Quasi un libro di esplorazione per l’attenzione che Delmas ripone nella descrizione di flora e fauna, con un approccio naturalista e quasi enciclopedico accentuato dal tratto a matita. Qui trovate anche la mia recensione.

fashionbeastFASHION BEAST
di Alan Moore, Malcolm McLaren, Anthony Johnston e Facundo Percio – Traduzione di Leonardo Rizzi (Panini Comics, 2016)
Tratto da un soggetto di Alan Moore (a sua volta sviluppato da un’idea dell’eclettico Malcolm McLaren), Fashion Beast è un lavoro dai contenuti interessanti ma non sostenuto a dovere dalla sceneggiatura. La scrittura di Antony Johnston è altalenante: ci sono buoni momenti (gli scambi tra Celestine e Doll sono sempre all’altezza delle aspettative create) e sequenze ben gestite (come l’incipit), ma la scrittura dei personaggi non è sempre convincente e la loro ambiguità è spesso sotto-utilizzata. In più la storia (soprattutto nella parte iniziale) è eccessivamente allungata, cosa che le fa perdere il grip sulla tensione creata attorno al primo colpo di scena. Facundo Percio fa il suo dovere. Insomma, fa la solita cosa nello stile Avatar Press.

howtosurviveinthenorthHOW TO SURVIVE IN THE NORTH
di Luke Healy (Nobrow, 2016)
Cosa c’entrano tra loro una eschimese abbandonata tra i ghiacci da due scienziati nell’anno 1922, un professore costretto dopo uno scandalo a vivere il 2013 come il suo anno sabbatico, e il capitano di una nave incastrata nel ghiaccio dell’Artico nel 1913? Per una ragione e per l’altra tutti e tre sono perduti in un ambiente ostile e in una situazione difficile da superare. La forza del racconto di Luke Healy è quella di non intrecciare mai le storie (al massimo si sfiorano), ma di farle avanzare contemporaneamente. Sarà compito del lettore notare le analogie e le differenze di quella che comunque appare come un’unica storia sulla tenacia, sul coraggio e sulla speranza. Lo stile di disegno di Healy è reso originale da un uso del colore capace di dare un nuovo volto ai luoghi delle vicende. How to survive in the North è una storia d’avventura intima, classica e al contempo pop. Un ibrido interessante e riuscito

latteradeifigliLA TERRA DEI FIGLI
di Gipi (Coconino Press, 2016)
La terra dei figli
è la storia dell’ultimo libro dell’umanità. Una storia per forza di cose primitiva, dove la scrittura pare aver perso qualsiasi valore comunicativo nella vita reale per riacquistarne uno più primordiale e istintivo. Gipi conferma le sue già note qualità di narratore, ma spogliatosi della voce narrante e dell’autobiografismo e approdato nei territori della pura fiction, si riscopre essere un autore mille volte migliore di quello che è stato. Non solo più sincero (e questo è un paradosso visto che il cambiamento coincide con il suo primo lavoro di finzione) e meno propenso all’uso di trucchetti e sotterfugi (in primis proprio la sua ruffiana e perfetta voce narrante), ma perfino più incisivo, basti pensare a come un tema a lui caro come la paternità e il ruolo dei figli, venga sviluppato in maniera più profonda e forte rispetto al passato. Gipi dimostra la sua grandezza anche nel delineare un mondo futuro senza spiegazioni ma solo attraverso le suggestioni, evitando così toni paternalistici o apocalittici, soprattutto nei momenti in cui emergono echi riguardante internet e i social network. Un lavoro praticamente perfetto, puro e finto e proprio per questo ancora più reale rispetto ai suoi predecessori. Da leggere in coppia con La peste scarlatta di Jack London, con cui condivide più di una suggestione.

harrowcounty2HARROW COUNTY #2 – Come allo specchio
di Cullen Bunn e Tyler Crook – Traduzione di Valerio Stivé (ReNoir, 2016)
Harrow County si fa sempre più interessante nel modo in cui decide di trattare la stregoneria. Sembra una specie di Harry Potter in cui la protagonista invece di essere un eroe che deve compiere il suo destino, è una normale ragazzina che scopre il suo potere e deve combattere proprio contro quella sua predestinazione. Sempre molto convincente il lavoro di Tyler Crook. A occhio bisognerà attendere il prossimo volume per cominciare a intravvedere quello che sarà il vero nucleo della storia. Ve ne parlo in maniera più approfondita su Fumettologica.

nevefondazioneNEVE: FONDAZIONE – Il sangue degli innocenti
di Didier Convard, Eric Adam, Didier Poli e Jean-Baptiste Hostache – Traduzione de I Cosmonauti (Editoriale Cosmo, 2016)
Il prequel di Neve trasforma la saga da teso thriller politico e complottaro in un survival post-apocalittico dove muoiono più o meno tutti. E questa è la cosa che mi ha divertito di più del fumetto: non c’è un protagonista fisso così la narrazione prende ritmi sempre diversi che riescono a tenere in piedi una storia che non regala grandi sorprese. Disegni un poco monotoni, soprattutto nelle sequenze d’azione cui manca spesso una dinamica chiara.

deadpool2099DEADPOOL 13
di Autori Vari – Traduzione di Luigi Mutti (Panini Comics, 2016)
Secondo numero per Deadpool 2099 (che ricordo essere un appuntamento semestrale all’interno della testata principale). È l’unica serie di Deadpool che davvero mi interessa, sia per una storia ben raccontata e che cambia un poco le dinamiche del personaggio, sia per le illustrazioni di Scott Koblish. Se c’è un fumetto di Deadpool che va letto è sicuramente questo. Per il resto terminano la loro corsa i Mercenari per soldi. E menomale. Solite idee noiose e umorismo squallido dilatate fino allo sfinimento.

artopsART OPS #1 – Come iniziare una rivolta
di Shaun Simon, Mike Allred e Matt Brundage (RW Edizioni, 2016)
Il problema di Art Ops non è la scrittura prevedibile dei personaggi e della trama, ma un high concept pieno di buchi e incongruenze. L’Art Ops ha la missione di salvare le opere d’arte da un misterioso nemico. Lo fa estraendo letteralmente dai quadri i soggetti ritratti sostituendolo poi con dei sosia. E qui arriva il primo inciampo: e i quadri astratti? Quelli di solo paesaggio? E le nature morte? Quella non è vera arte degna di essere salvata? Il misterioso nemico si rivela essere il soggetto di un brutto quadro, dove per brutto quadro si intende un personaggio i cui tratti sono ripresi da cubismo ed espressionismo. Mi state dicendo che la Monna Lisa è brava perché classica e il cattivo è crudele perché è cubista? La cosa che più mi intrigava dell’idea iniziale era vedere la Gioconda catapultata nel 2017 e vedere un poco l’effetto che faceva. Niente, si abitua in un secondo come se nulla fosse. Per fortuna ci sono i disegni di Mike Allred e Matt Brundage, capaci di creare un’atmosfera in cui far convivere una Monna Lisa punk e un David – Elephant Man. Vediamo se col secondo e ultimo volume qualcosa si sistemerà, ma visto che i problemi stanno nelle fondamenta non ho molte speranze in merito.

bcomicsshhhB COMICS – FUCILATE A STRISCE: SHHH!
a cura di Maurizio Ceccato (Ifix, 2016)
Silenzio in sala, è arrivato il nuovo B comics ed è tutto muto. Non che gli manchino cose da dire, anzi. Il silenzio è stata l’imposizione e la sfida che Maurizio Ceccato (curatore, allenatore, silenziatore) ha imposto agli autori coinvolti nel progetto. E come sempre la selezione di Ceccato non si limita solamente a una batteria di illustratori di razza, ma è anche un laboratorio di narrazioni che cerca di allargare orizzonti e ambizioni del fumetto. Qualche racconto è più riuscito degli altri, tutti sono lontani dalla banalità (formale e di contenuti, se la differenza tra i due elementi esiste). Su Critica Letteraria vi avevo dei due volumi precedenti di B comics, CRACK! e GNAM!. Aspettate ancora un poco e arriva la recensione anche di questo.

suicidesquadharleyquinn18SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN #18
di Autori Vari – Traduzione di MC Farinelli (RW Edizioni, 2016)
Numero di passaggio per Harley Quinn, fondamentalmente una storia scritta solo per introdurre il nuovo costume del personaggio (uguale a quello del film Suicide Squad) e il nuovo cattivo che ci ritroveremo nei prossimi numeri. Comunque un numero divertente e di intrattenimento. Comincio a prenderci gusto nel seguire invece questa nuova gestione della Suicide Squad. Tim Seeley scrive un fumetto d’azione senza alcuna pretesa se non quella di regalarci uccisioni spettacolari e un’interazione tra i personaggi meglio gestita che in precedenza. E per ora ce la sta facendo. Ferreyra non mi convince del tutto perché sembra stia nascondendo alcuni suoi limiti (soprattutto nella recitazione dei personaggi) dietro una regia inutilmente complessa e barocca. Sui Segreti Sei continua ‘sta cosa assurda delle colonne, che il gruppo di “eroi” vuole distruggere per salvare Black Alice anche se ciò comporta la venuta di mostri spaziali sulla Terra. Non fa per me.

mezolith1MEZOLITH #1
di Ben Haggarty e Adam Brockbank – Traduzione di Francesca Martucci ed Elisabetta Sedda (Diabolo Edizioni, 2016)
Mezolith ha la pretesa di raccontare da dove vengono le prime storie del mondo e inaspettatamente riesce nell’impresa grazie a un mix di precisa ricostruzione storica e invenzione letteraria. La magia convive così con il reale, la fedeltà storica con la ricostruzione fantasiosa, e insieme compongono l’intricato mosaico delle vite dei nostri antenati. La struttura episodica del libro forse smorza la portata emotiva del racconto, ma dà la possibilità agli autori di descriverci un mondo variegato fatto di favole, battaglie, spiritualità e battute di caccia. Sospesi tra realismo e magia sono i disegni di Brockbank, molto suggestivi e sostenuti da una regia tradizionale ma attenta e meno banale di quel che può sembrare.

playboyIL PLAYBOY
di Chester Brown – Traduzione di Stefano Sacchitella (Coconino Press, 2016)
Questo è un fumetto per chi ci mette più tempo a scegliere un porno che a guardarlo, per chi è abbastanza vecchio da aver passato più tempo a nascondere materiale pornografico che a utilizzarlo. Un fumetto per chi ha questo tipo di ossessione (o passione?) e trova in Chester Brown non un amico ma più un interlocutore, qualcuno con cui condividere i propri pensieri più imbarazzanti. È stato liberatorio leggere della reazione di Brown alla playmate di colore (perché guardo solo porno con attrici bianche? Sarò intimamente razzista?), del suo concentrarsi su un particolare dei loro corpi per poi innamorarsene (oppure gettare via la pagina), della sua presa di coscienza di come la pornografia sia parte essenziale della sua vita e l’erotismo un luogo in cui si ha l’occasione di capire un po’ più sé stessi.