Gigahorse #15 | Aprile 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo.


SANDMAN – Libro sesto
di Neil Gaiman e aa.vv. – Traduzione di Matteo Mezzanotte (Rw Edizioni, 2017)
Favole e riflessi non è uno dei miei cicli preferiti di Sandman: sento troppo la mancanza di una trama orizzontale e queste storie brevi mi hanno convinto meno rispetto ad altre della serie, risultando meno coinvolgenti ed emozionanti. Eppure Favole​ e riflessi è uno dei volumi più rappresentativi della serie e forse quello più adatto per spiegare il ruolo di Sandman all’interno della storia, così marginale eppure onnipresente

MEGAHEX
di Simon Hanselmann – Traduzione di Betta Bertozzi (Coconino Press, 2016)
Megahex
è un grande libro e non fa nulla per fartelo notare. Cazzeggia senza vergognarsene e al contempo descrive in maniera precisa la mia generazione di trentenni inconcludenti e l’atmosfera di eterna adolescenza che li circonda. Hanselmann lo fa con una comicità volutamente disinnescata e un ritmo da sit-com degli anni Novanta, incessante e monotono nel suo procedere verso il finale della storia. Il risultato è stupefacente, straniante e traccia un nuovo percorso per il racconto generazionale.
Unica nota dolente è la traduzione non all’altezza, che compie il passo falso di un approccio alla traduzione degli insulti e delle parolacce troppo meccanico per restituirci il colore dei dialoghi.

DEADPOOL #17-18
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
Dei collegamenti con Civil War II non ci ho capito molto visto che non leggo altre testate Marvel. Certo è che questa battaglia di quattro paginette goffa e senza una reale narrazione non mi ha convinto per niente. Pare invece che il rapporto con i Mercenari per Soldi andrà a farsi più interessante. Speriamo bene. Gwenpool continua a stupirmi in meglio. Nulla di che, ma il personaggio è scritto bene e risulta meno banale di quel che sembra dalla sinossi. I disegni superteen di Gurihiro non sono proprio cosa mia, ma sono praticamente perfetti per la serie. E poi il suo M.O.D.O.K. giocattoloso è davvero bello.
Sul numero 18 invece, Spider-Man e Deadpool volano a Hollywood sul set del film di Deadpool. A patto di sopportare battutine referenziali e sequenze d’azione incolori, l’albo riesce anche a non farti addormentare. 

R
di Atsushi Kaneko (d/books, 2009)
Che bello farsi friggere il cervello già di primo mattino da R, raccolta di fumetti supermatti scritti e disegnati da Atsushi Kaneko, nove racconti pulp (se vi piacciono le definizioni) pieni di intuizioni grafiche e narrative che un autore normale si sarebbe fatto bastare per tutta una carriera. E invece Atsushi Kaneko porta avanti le sue storie senza perdere mai nulla di vista: bei personaggi incastrati in trame ben architettate che sviluppano i temi con celata leggerezza, il tutto narrato con una regia folle e sincopata. Atsushi Kaneko è un Paul Pope che non si fa le seghe su quanto sia bravo a disegnare e poi perde di vista storia e narrazione, è un narratore preciso e pragmatico che però sembra divertirsi davvero un casino.

GROSSO GUAIO A CHINATOWN / FUGA DA NEW YORK – Jena vs Jack
di Greg Pak e Daniel Bayliss – Traduzione de I Cosmonauti (Editoriale Cosmo, 2017)
Aspettative zero e invece questo crossover tra i due personaggi di Carpenter mi ha divertito un sacco. Greg Pak prende Jack Burton e lo scaraventa negli Stati Uniti disastrati di Snake Plissken, con il risultato che i toni tamarri e sbruffoni del primo film vanno a innestarsi nello scenario cupo del secondo. La miscela è strana ma inaspettatamente funziona bene, grazie a una scrittura attenta ai personaggi e illuminata da qualche idea folle (tipo tutta la questione del Multiverso Plissken). I disegni di Bayliss sono in linea con il resto, molto cartooneschi ma con una recitazione precisa e un certo gusto per l’esagerazione. Una lettura davvero spassosa, con la sola pretesa di intrattenere (e lo fa più che bene).

BATMAN ANNO DUE
di Mike W. Barr, Alan Davis e Todd McFarlane – Traduzione di S. Formiconi (Rw Edizioni – Lion Comics, 2017)
Quando lessi Batman Anno due la prima volta avrò avuto una decina di anni e il fumetto di Barr mi fece abbastanza schifo tranne ovviamente per il Mietitore, villain sui generis abbastanza banale ma con un costume che colmava la mancanza di personalità. Riletto a distanza di una ventina di anni la mia opinione cambia pochissimo: alcuni errori mi risultano più evidenti (soprattutto alcune intuizioni un po’ sempliciotte che ha Batman), ci sono delle cose che ho trovato strane ma interessanti (il rapporto tra Batman e Chill) e altre che invece trovo ancora abbastanza ridicole. Per fortuna il Mietitore continua ad avere quel costume tamarro. (Se potete evitate l’edizione DC Deluxe della Lion che è stampata davvero di merda).

LE AVVENTURE DI TINTIN
Il segreto del Liocorno – Il tesoro di Rackham il Rosso
di Hergé – Traduzione di Giovanni Zucca (allegato RCS, 2017)
Sulle avventure di Tintin nessuna anticipazione perché sto realizzando un diario di lettura. Non sono recensioni ma solo pensieri sparsi, appunti, azzardi e arrampicate sugli specchi per cercare di tirare fuori qualcosa di nuovo e di diverso da un personaggio che ha prodotto più saggistica che merchandising. Trovate tutti i tentativi qui.

ALACK SINNER – L’eta dell’innocenza #2
di José Munoz e Carlos Sampayo – Traduzione di Fiorella di Carlantonio (Editoriale Cosmo, 2017)
Più che nel precedente albo, qui Munoz e Sampayo gettano Alack Sinner in una città caotica, brulicante e piena di voci. Il risultato è che spesso, pur mantenendo il focus sulla vicenda principale, i due autori portano in primo piano la vita che solitamente è relegata sullo sfondo. Ne escono fuori microstorie fulminanti, ritratti sfuggevoli e polaroid scattate all’improvviso, con il risultato che la città in cui Sinner vive e fatica pare effettivamente reale. In realtà questi fugaci cambi prospettici penso abbiano anche il compito di ridimensionare un personaggio carismatico, di fargli perdere la sicurezza di essere il protagonista e gettarlo al fondo della vignetta come se fosse una comparsa, uno dei tanti abitanti del mondo che, come tutti, si crede al centro dello stesso.

L’ESTATE SCORSA
di Paolo Cattaneo (Canicola, 2015)
In attesa di Manuelone (il nuovo libro di Paolo Cattaneo, sempre edito da Canicola edizioni) rileggo questa storia di adolescenza sudaticcia e brufolosa. L’estate scorsa è una specie di Goonies spogliato degli orpelli hollywoodiani e intessuto con il ritmo pigro e inquieto di quelle esplorazioni estive che dovrebbero svelare un mistero e invece niente. Invece sono solo passeggiate nei boschi dove si litiga, ci si innamora, si ride e si ha paura, e l’epica del racconto ce la si crea tutta dentro la nostra testa per fingere che l’avventura sia stata veramente tale e non una semplice perdita di tempo.

PRINCESSE SUPLEX
di Léonie Bischoff  – Traduzione di Silvia Uberti (MalEdizioni, 2016)
Tolte le etichette femministe di cui sinceramente non me ne frega nulla, Princesse Suplex si rivela essere una storia d’amicizia e botte tra due donne. La Bischoff gestisce molto bene l’alternarsi delle sequenze di combattimento con quelle più intime, riuscendo a raccontarci due personaggi alle prese con la parte ordinaria e straordinaria della propria vita. Peccato che la breve durata del fumetto non le consenta di sviluppare a dovere una narrazione più coinvolgente, rimanendo un fugace ritratto di lotta e amicizia che mette in mostra due caratteri interessanti ma non trova purtroppo lo spazio per approfondirli. Qui la mia recensione. 

BLOODSHOT REBORN #3 – L’uomo analogico
di Jeff Lemire e Lewis Larosa – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2017)

Inaspettata svolta post-apocalittica per Bloodshot Reborn: Jeff Lemire ci catapulta trent’anni nel futuro in una Los Angeles in stile Mad Max piena di sabbia, auto scassate, predoni e tutta la mitologia Valiant rivista in toni distopici. L’uomo analogico regala per più della metà un divertimento sano e caciarone, ben sorretto dai disegni di Lewis Larosa, così truculenti da dedicare una tavola intera alla testa di un cattivo sfracellata dallo scarpone di Bloodshot. E poi, quando meno te l’aspetti, ecco spuntare fuori un colpo di scena emotivamente fortissimo, una di quelle cose che riescono particolarmente bene a Lemire.

K.O. A TEL AVIV #3
di Asaf Hanuka – Traduzione di Michele Foschini (Bao Publishing, 2016)
In qualsiasi altra occasione la retorica e l’auto-compatimento che spesso fanno capolino nel diario a fumetti di Asaf Hanuka, mi avrebbero fatto terminare la lettura dopo poche pagine. Con Hanuka mi è impossibile farlo, prima di tutto perché è un narratore precisissimo (come spiegavo in questo pezzo pubblicato da Critica Letteraria), capace di calcolare i tempi di reazioni del lettore e portarlo sempre e comunque dalla sua parte. È infatti impossibile non empatizzare con il personaggio, persino con i suoi aspetti che meno ci accomunano (nel mio caso per esempio un approccio un po’ ruffiano nel criticare mode e modernità), anche merito della sincerità con cui l’autore racconta la sua vita e i suoi sentimenti. Quella di KO a Tel Aviv non è una lettura che cerco e attendo, eppure ogni volta Hanuka mi convince e riesce a coinvolgermi emotivamente nel racconto spezzettato della sua esistenza. 

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN #22
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (RW Edizioni, 2016)
Il trentesimo episodio di Harley Quinn vede il personaggio alle prese con un cattivo atipico: la gentrificazione. Numero con una bella regia (la tavola escheriana nel multisala è inaspettata e divertente) e una storia piccola piccola che però i due sceneggiatori sanno valorizzare grazie al buon utilizzo del cast. Bella scoperta la disegnatrice Elsa Charretier: la sua Poison Ivy sembra quasi disegnata da Miguel Angel Martin. Un bel numero di merda invece per la New Suicide Squad, con protagonista assoluta ancora Harley Quinn. Psicologia dozzinale, disegni inguardabili, storia inutile. Passiamo oltre che è meglio. Il meglio (se così possiamo definirlo) è il finale dei Segreti Sei. Per Gail Simone è ancora una volta un’occasione persa: dopo un inizio interessante la storia si è persa dietro a scelte poco felici (tutta la run lovecraftiana) e a una gestione del team attenta ma in fin dei conti inconcludente. La Simone ha la mano pesante della scrittura di fine ’90 e inizio Duemila, e la cosa non gioca quasi mai a suo favore.

L’ALTRO TOPO #1 – Topolino racconta l’arte
di Roberto Gagnor, Paolo De Lorenzi e Vitale Mangiatordi (Panini Comics, 2017)
Nemmeno da bambino sono mai stato un lettore abituale di Topolino Magazine, più per le contingenze che mi hanno portato a essere un lettore fedele de Il Giornalino che per una scelta vera e propria. E quindi che ci fa queste pagine il primo volume della serie antologica L’altro Topo, dedicata a questo giro al mondo dell’arte? Semplicemente perché Roberto Gagnor, l’autore di queste storie, è stato mio professore di sceneggiatura e gli devo quindi due anni di infinita pazienza nei miei confronti. Debiti a parte, la lettura si è rivelata piacevole e interessante. Anzitutto perché le storie sono meno superficiali, meno “per bambini” di quel che pensavo: la struttura del racconto ha sempre una sua originalità, ci sono più livelli di lettura e l’arte non è mai un pretesto ma il vero motore narrativo. Non tutte le storie sono allo stesso livello, ma è difficile superare i buoni risultati delle storie ambientate nell’Antico Egitto e nel Medioevo. La prima è una commedia degli equivoci atipica e romantica, mentre la seconda nasconde interessanti riflessioni e diverte per i suoi giochi linguistici. Insomma, superato il trauma dei dialoghi che finiscono tutti col punto esclamativo, L’altro Topo si è rivelato essere una lettura divertente e ricca di spunti di riflessione. E chi se l’aspettava.

L’UOMO DELLA LEGIONE
di Dino Battaglia (Edizioni NPE, 2016)
Nonostante un paio di riletture nel corso degli anni, l’ultima tavola de L’uomo della Legione mi mette ancora addosso un senso di profonda angoscia e infelicità. Nel posto in cui dovrebbe esserci il trionfo dell’eroe che ha compiuto la sua vendetta ristabilendo anche un ordine morale nel mondo, trova spazio una tavola desolante dove l’eroe torna a essere un uomo mettendo in discussione ciò in cui crede e ciò che ha fatto, delineando un orizzonte senza felicità alcuna, nemmeno quella della vendetta. Dal punto di vista grafico è invece un piacere vedere la gabbia bonelliana rinnovata, sfruttata e decostruita dalla regia di Battaglia, capace di soluzioni grafiche dal forte impatto narrativo.

BOOK OF DEATH – Il Libro della Morte
di Robert Venditti, Robert Gill e Dough Braithwaite – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2017)

Sarò stupido, ma una delle cose che apprezzo di più dell’Universo Valiant è che a un certo punto c’è quasi sempre una scena gore che Marvel e DC se la sognano. In questa miniserie-evento a un certo punto escono fuori degli animali (orso, cervo, cani) mezzi putrefatti che attaccano Gilad.
Messe da parte le stupidate, Book of Death è una storia solida e tradizionale che non regala grande sorprese ma fa il suo dovere. Venditti lavora bene sul rapporto tra Gilad e Tana, si diverte con i comprimari (divertenti le didascalie di presentazione) ma fa un mezzo passo falso con un cattivo un po’ sui generis e difatti il finale risulta smorzato rispetto alle aspettative create.

YRAGAEL – L’integrale
di Philippe Druillet e Michel Demuth- Traduzione di Sara Giovanna Gianoglio (Magic Press, 2016)
Quando Druillet prende tra le mani il fantasy, lo piega ai bisogni della sua arte. Di conseguenza questo integrale di Yragael (che contiene anche il “sequel” Urm il pazzo) è un fantasy che visivamente rinnega qualsiasi cosa fatta prima e va così avanti che quello venuto dopo non è riuscito ancora a raggiungere la complessità e la ricchezza visiva del lavoro di Druillet. Il lavoro più interessante però Druillet lo fa sui testi, innalzando a voce divina le didascalie narranti, e declassando i dialoghi a stupido e ambiguo accessorio. Qui ve lo spiego meglio.


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Laser #16 | Aprile 2017

Laser è l’elenco delle recensioni che ho pubblicato durante il mese. Di solito sono molto poche perché sono pigro.


E COSI’ CONOSCERAI L’UNIVERSO E GLI DEI di Jesse Jacobs – Traduzione di Valerio Stivé (Eris Edizioni, 2017)
L’universo per Jacobs parte dal cosmo e non-termina nell’atomo, perché il suo movimento da telescopico a microscopico (e viceversa) ci rivela un mondo fatto di cose che si aprono e ne escono fuori altre di più piccole, come recita la frase finale del libro, dove il punto più alto e vasto d’osservazione è quello divino mentre quello più basso e minuscolo è la chimica della natura. In mezzo ci stanno gli uomini, attratti e contesi dai due elementi, incapaci già allora di gestire carni e pensieri.
Clicca qui per leggere la recensione.

PRINCESSE SUPLEX di Léonie Bischoff – Traduzione di Silvia Uberti (MalEdizioni, 2016)
Perché frammentando l’incontro tra le due lottatrici e proponendoci gli estratti della vita quotidiana della protagonista, la Bischoff costruisce anche un’atipica storia di amicizia e dropkick, che prende forma sul ring tra due donne che vogliono solo divertirsi e prendono la cosa dannatamente sul serio. Proprio come Léonie Bischoff, capace di realizzare un fumetto breve e divertente, con qualcosa da dire e le idee ben chiare sul come dirle. Nessun proclama, nessun moralismo, nessuna spiegazione: è la struttura stessa del racconto che ci rivela il suo contenuto.
Clicca qui per leggere la recensione.

Infine continua la serie in quattro parti, Tintin a trent’anni, una sorta di diario di lettura della serie di Hergé scritto da uno che la legge per la prima volta a trent’anni suonati. Non è una recensione, sia ben chiaro, ma solo appunti sparsi, idee, punti di vista. Quindi materiale assai discutibile, ma corredato dalle bellissime illustrazioni di Pablo Dalas. Qui trovate il secondo episodio, mentre per il primo dovete cliccare qui.

Tintin a trent’anni #2 | Di mezzi di trasporto e sbronze epiche

Non penso che la mia mente di fanciullo sia mai riuscita a elaborare una teoria convincente riguardo alla reale motivazione per cui i bambini francesi preferissero i cartoni animati di Tintin alle Tartarughe Ninja. Che problemi avevano per poter provare una reale attrazione verso quel bambino precisino dalle guanciotte rosse e col ciuffo biondo costretto a vivere in un mondo che era quello che raccontavano i miei nonni la domenica a tavola rompendomi le palle? Nemmeno oggi so darmi una risposta.

C’è da dire però che non ho più nove anni, ora ne ho trenta. Non che ne abbia preso effettivamente coscienza, e difatti l’unica decisione importante che ho preso finora è quella di leggere per intero Tintin e riportare qui le mie impressioni. Nessuna recensione, nessuna ricostruzione storica: solo gli appunti sparsi di un lettore da: L’isola nera, Lo scettro di Ottokar, Il granchio d’oro, La stella misteriosa, Il segreto del Liocorno e Il tesoro di Rackham il rosso.

Le illustrazioni a corredo dell’articolo sono di PABLO DALAS. Qui trovate il suo sito, la sua pagina Facebook e il suo account instagram.


CONNETTERSI CON IL MONDO
Idrovolanti, treni, automobili, barche, motociclette, locomotive, aeroplani, camionette, biciclette, transatlantici. E i piedi, non dimentichiamoci dei piedi, che siano utilizzati per correre o per camminare pigramente in attesa che qualcosa accada. Fatto sta che Tintin nelle sue avventure utilizza ogni mezzo possibile per raggiungere un nuovo obiettivo geografico. I mezzi di trasporto per Tintin non sono solo lo strumento che utilizza per rimanere collegato al mondo, ma gli permettono di essere connesso a ciò che vi accade. Hergé sfrutta lo sviluppo dei trasporti degli inizi del Novecento per allargare l’orizzonte del suo personaggio che pur mantenendo una visione franco-centrica, espande il proprio punto di vista sul mondo intero. In questo senso Tintin è il primo eroe della globalizzazione, un proto-James Bond che insegue gli intrighi internazionali, un eroe moderno la cui epopea non è raccontata tramite un solo importante e lunghissimo viaggio (come accadeva nei racconti d’avventura ottocenteschi), ma attraverso la somma di tutti quegli spostamenti e di tutti quei chilometri.

I MOTORI DEL RACCONTO
Pare scontato far notare come i tempi della narrazione siano basati sulla velocità e le caratteristiche dei mezzi di trasporto. Quando Tintin è alla guida di un aeroplano, Hergé costruisce sequenze dinamiche e velocissime, piene di acrobazie in cui l’aereo  può muoversi nello spazio tridimensionale della vignetta. Spazio che diventa bidimensionale ogni qualvolta l’azione si svolge a bordo di un treno, seguendo così il movimento lineare del mezzo. Bidimensionalità che Hergé utilizza anche per dare dinamismo alle automobili, che riprese di lato, appiattite e allungate restituiscono un’idea di velocità folle ed elegante. Il mezzo di trasporto per Hergé non modifica solo la durata del viaggio, ma ne modella la nostra percezione, sino a plasmare il mondo a immagine e somiglianza del mezzo con cui lo si attraversa.

EPICHE BATTAGLIE ED EPICHE SBRONZE
Superata l’introduzione,  Il segreto del Liocorno spicca il volo con una sequenza in cui Hergé mette in mostra tutte le sue abilità registiche. L’occasione è data dalla necessità di rendere più dinamico il classico racconto nel racconto, in cui il Capitano Haddock deve raccontare a Tintin le gesta eroiche del suo antenato, il Cavaliere Francois de Hadoque. Hergé disponde tutti gli elementi nella prima tavola: Haddock che indossa il cappello e brandisce la spada dell’antenato, il whiskey a fare da carburante, il diario di bordo a fare da guida e Tintin ignaro spettatore di quel che accadrà. Subito dopo Hergé dà uno stacco come a prendere le distanze dalla pagina successiva e occupa lo spazio superiore della tavola con una grande vignetta con la nave di Hadoque. Sembra dirci che da qui in poi cambiano i ritmi del racconto, cambia la storia, che ci troviamo in un altro mondo. E così succede per un paio di pagine, almeno finché i continui cicchetti alcolici di Haddock non prendono il sopravvento sul tono del racconto. Haddock, quasi in preda alle allucinazioni, immagina di essere de Hadoque e replica le azioni dell’antenato nell’angusto stanzino in cui è rinchiuso con Tintin. Da qui in poi è un’escalation al contempo comica e drammatica, in cui i due piani di racconto (l’epica battaglia e l’epica sbronza) si uniscono sino a diventare quasi indistinguibili. Per esempio la somiglianza tra Haddock e de Hadoque è utilizzata da Hergé per creare una sorta di unica coreografia in cui i due personaggi si sostituiscono continuamente l’un l’altro senza però interrompere le dinamiche dei movimenti. La stanza in cui stazionano Haddock e Tintin e la stiva della barca sono poi dipinte con gli stessi toni, come a creare un unico spazio scenico teatro della battaglia. Il tutto si conclude con un’esplosione e il passato si dissolve in un presente pieno di misteri.

ALLUNGARE IL BRODO E SBROGLIARE LA MATASSA
Albi come Lo scettro di Ottokar o Il granchio d’oro soffrono di un’eccessiva compressione delle vicende. Hergé per stare dietro al ritmo vorticoso della trama, comincia a sacrificare il contorno: le sequenze slapstick si fanno più brevi, il ruolo di Milou è ridimensionato, la storia non prende mai un attimo di respiro e prosegue verso il finale senza badare troppo ai fronzoli. Il problema è che i fronzoli di Tintin sono parte fondamentale di quell’equilibrio narrativo che Hergé ricercava nei primi volumi della serie. L’unica soluzione è spezzare la storia in più episodi per dare così spazio a tutti quei momenti minori che però ispessivano la narrazione. Hergé comincia così a costruire storie che si sviluppano su più albi, dimostrandosi uno scrittore davvero attento nel riuscire a lasciare in sospeso il racconto senza per questo lasciare a bocca asciutta il lettore. Sbrogliata l’intricata matassa del racconto, a Hergé non resta che ricomporre ordinatamente il gomitolo.

Gigahorse #14 | Marzo 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo.


WYTCHES
di Zack Snyder e Jock – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Scott Snyder rilegge la stregoneria e tira fuori un horror ben riuscito sullo stile di Stephen King. C’è l’horror classico, quello dei mostri e degli spaventi, ma Snyder è bravissimo nel creare una paura tutta interiore che fa emergere attraverso un padre apprensivo, pieno di sensi di colpa e con una vita costellata di errori che cerca di espiare amando infinitamente la sua famiglia. L’orrore per Jock è invece la costruzione sempre misteriosa delle sue tavole, non solo imprevedibile ma anche costantemente ricolme di angoli bui, parti nascoste, momenti “illeggibili”, effetto che i colori affascinanti di Marc Hollingsworth amplificano. Ci sono solo due problemi: l’ultimo numero è sin troppo frettoloso e per chiudere la trama Snyder sacrifica la parte emotiva; e poi la serie è ferma dal 2015 e, sebbene il finale chiuda le vicende, rimangono tante cose in sospeso che meriterebbero una conclusione.

THE SPIRIT #2 – Il ritorno dello spirito
di Matt Wagner e Dan Schkade – Traduzione di Valeria Gobbato (Editoriale Cosmo, 2017)
Termina qui la miniserie sul ritorno di The Spirit: Matt Wagner tira le fila dell’intrigo che ha ordito ma si crea qualche nodo di troppo. Se il primo volume era divertente e intrigante (nonostante la scrittura non fosse sempre all’altezza dei bei disegni di Schkade), questo secondo volume risulta prevedibile e noioso. Una volta scoperta l’identità di Mikado Vass e rivelati i misteri della prigionia di The Spirit (peraltro facilmente intuibili), la storia si sgonfia sotto il suo stesso peso. Certo, i disegni dinamici di Schkade sono un piacere, ma non sempre salvano la situazione.

BENVENUTI A CERVELLOPOLI
di Matteo Farinella (Editoriale Scienza, 2017)
Benvenuti a Cervellopoli è il viaggio di un giovane neurone alla scoperta del cervello per capire quale compito andrà ad affrontare una volta cresciuto. Rispetto al precedente Neurocomic Farinella scrive un libro per un target più infantile e rinuncia così a un intreccio strutturato preferendogli una storia minimale capace di raccontarci in maniera semplice il funzionamento del cervello. L’autore però non rinuncia a una ricchezza grafica davvero sorprendente con grandi tavole colme di particolari e trovate grafiche che riescono al contempo a essere esplicative e divertenti. Questa è la grande capacità di Farinella, padroneggiare così tanto la narrazione scientifica che anche le sole immagini sono in grado di trasmettere le informazioni contenute nel testo. Un libro perfetto per i bambini, interessante per gli adulti. Qui trovate la mia recensione. 

BLOODSHOT REBORN #2 – La caccia
di Jeff Lemire e Butch Guice – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2017)
Dopo un primo volume interessante per come riusciva ad andare a fondo del personaggio con originalità e una inaspettata vis drammatica (senza dimenticarsi però delle botte), Bloodshot Reborn prosegue con La Caccia, miniserie in quattro numeri che si distingue per un racconto più tradizionale e meno stratificato rispetto al precedente volume. Non che La Caccia sia un brutto fumetto, semplicemente la scrittura di Lemire si fa meno raffinata per quanto riguarda la costruzione psicologica del personaggio concentrandosi perlopiù sull’intreccio, passaggio forse doveroso per arrivare a un volume finale capace di unire l’elemento action con quello introspettivo senza troppi problemi. Attendiamo con ansia. Ai disegni c’è il veterano Butch Guice, il cui lavoro si distingue per la recitazione davvero perfetta dei personaggi.

BATTAGLIA – Dentro Moana
di Roberto Recchioni, Mauro Uzzeo, Pierluigi Minotti, Marco Patrucco, Valerio Befani, Fernando Proietti ed Ettore Dicorato (Editoriale Cosmo, 2016)
Bella questa nuova avventura di Battaglia, molto diversa rispetto alle precedenti. Verrebbe quasi da definirla una storia intimistica se non fosse che il protagonista è pur sempre un vampiro, anche se nell’inedita veste di innamorato. Dentro Moana è una storia d’amore virile e struggente dove Battaglia recita nel doppio ruolo di buono e di cattivo, aspetto che i due sceneggiatori gestiscono bene pur utilizzando i consueti toni eccessivi. L’albo si fa notare soprattutto per una bella regia, capace di far convivere passato, presente e la vita sullo schermo di Moana. Peccato solo per dei disegni non sempre all’altezza. Menzione speciale alla diabolica Cicciolina.

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN #20 – 21
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (RW Edizioni, 2016)
Tenetemi lontano dai disegni di John Timms se no ammattisco. Non riesco proprio a resistere né alla sua Harley Quinn spigolosa e slanciata, né ai suoi detective con il volto simile a una roccia. Per il resto Palmiotti e la Conner celebrano il matrimonio tra HQ e Red Tool: numero divertente, forse due logorroici in una sola serie sono di troppo, ma per ora non mi hanno ancora stancato. Segue sul numero #20 un episodio delirante di Harley Quinn, con la nostra protagonista costretta a prendere il comando di un robottone fatto a sua immagine e somiglianza per sconfiggerà il nemico di turno. C’è di tutto, dalle battute a Michael Bay alle tette spara missili, e tutto funziona alla perfezione grazie anche a una dose di spettacolarità che raramente si è vista sulla testata.
La New Suicide Squad di Seeley è una buona serie di intrattenimento action, con quel minimo di caratterizzazione dei personaggi che le permette di distinguersi un poco. Finalmente Seeley è riuscito a darci una storia all’altezza del team, peccato però che si fatichi a percepire i personaggi. I disegni statici non hanno aiutato molto nelle sequenze d’azione, mentre si sono dimostrati più utili nel racconto dei legami tra i membri del gruppo.
Ultimo arco narrativo per i Segreti Sei della Simone, con una storia tutta incentrata su Stryx, l’unico personaggio decente uscito fuori dal New52 e giustamente malcagato e bloccato nella retroguardia di personaggi da tirare fuori all’evenienza. La Simone però vuole bene al personaggio quindi non è detto che, nonostante i suoi limiti, riesca a tirare fuori qualcosa di buono anche se la sensazione è che la Simone rimanga come al solito sulla superficie delle cose.

SALAMBÒ
di Philippe Druillet – Traduzione di Sara Giovanna Gianoglio (Magic Press, 2016)
Nonostante sia guidato dal romanzo di Flaubert, Druillet non perde l’occasione di far deragliare la storia facendola approdare in nuovi territori. Così il racconto diventa una space opera avventurosa e sentimentale che Druillet punteggia di melodramma e fa smarrire all’interno delle architetture mastodontiche che sovrastano ogni sequenza. Le due cose migliori del volume sono una strana storia d’amore e le impressionanti scene di battaglia.

ALACK SINNER – L’eta dell’innocenza #1
di José Munoz e Carlos Sampayo – Traduzione di Fiorella di Carlantonio (Editoriale Cosmo, 2017)
Ma si può essere così stronzi da scoprire Alack Sinner all’alba dei trent’anni? Mi sento uno scemo da ieri mattina e davvero non riesco a capire come io e il personaggio di Munoz e Sampayo non ci siamo incontrati prima. La botta è stata forte, anzitutto per i disegni di Munoz. Per me che sono un amante del segno di Bastien Vives, trovare un autore simile a lui ma più raffinato (soprattutto nella recitazione) e più attento agli ambienti e alle atmosfere, é stata una bella scoperta. Nel volto di ogni suo personaggio c’è sempre una linea, una sola, capace di rendere quella faccia davvero espressiva; nel suo tratto invece suggerisce la camminata del personaggio, le vibrazioni prodotte dai suoi movimenti. La scrittura di Sampayo è altrettanto raffinata, capace di rimanere in bilico tra le sbruffonate hard-boiled e alcune riflessioni intime e politiche che colpiscono senza mai apparire retoriche. Prima ancora del personaggio poi, è la struttura stessa delle storie a esplicitare la visione del mondo dei due autori, con quei finali disinnescati e la componente thrilling che si perde nel nulla della realtà. Cazzo che botta.

FUGA DA NEW YORK #2 – Ritorno a Manhattan
di Christopher Sebela e Maxim Simic – Traduzione de I Cosmonauti (Editoriale Cosmo, 2017)
Si poteva fare peggio del precedente volume? Impossibile a dirsi ma Sebela e Simic ci riescono. La storia affonda subito nella noia e nella prevedibilità, due difetti che i dialoghi verbosi non aiutano certo a dissipare. I disegni sono scarsi, tirati via, incapaci di restituirci atmosfere, una recitazione decente o sequenze d’azione spettacolari, tutti aspetti che tra l’altro la stampa in scala di grigio con cui la Cosmo ha portato il volume in Italia, aiuta a peggiorare.

LE AVVENTURE DI TINTIN
Lo scettro di Ottokar – Il granchio d’oro – La stella misteriosa
di Hergé – Traduzione di Giovanni Zucca (allegato RCS, 2017)
Sulle avventure di Tintin nessuna anticipazione perché sto realizzando un diario di lettura. Non sono recensioni ma solo pensieri sparsi, appunti, azzardi e arrampicate sugli specchi per cercare di tirare fuori qualcosa di nuovo e di diverso da un personaggio che ha prodotto più saggistica che merchandising. Trovate tutti i tentativi qui

E COSÌ CONOSCERAI L’UNIVERSO E GLI DEI
di Jesse Jacobs – Traduzione di Valerio Stivé (Eris Edizioni, 2017)
Questo strambo Libro della Genesi è un inno alla perpetua mutazione e agli equilibri che governano l’universo, che Jacobs ci racconta da una prospettiva divina ma umanizzata, dove le invidie, le ambizioni e le idee di due dèi in cerca di un’approvazione superiore, guidano una Creazione fatta di sbagli, mediazioni e convivenze forzate. Jacobs realizza un’opera densa ma leggera, in cui potersi esprimere con i suoi disegni mutanti e le sue geometrie organiche. Qui trovate la mia recensione. 

NOTTE OSCURA – Una storia vera di Batman
di Paul Dini e Eduardo Risso – Traduzione di Giuseppe Mainolfi (Rw Edizioni, 2017)
Non inizia nel migliore dei modi questo fumetto autobiografico, con una struttura un poco noiosetta e banale che vede Paul Dini affrontare i postumi dell’aggressione aiutato da Batman e messo in difficoltà dai classici villain del supereroe. Se nella prima parte l’interesse rimane a galla è merito soprattutto di Eduardo Risso, capace di movimentare con un tratto eclettico una storia più monolitica di quel che crede di essere. Non ci speravo quasi più, e invece ecco che la storia nel finale si riprende: complice anche il Joker che comincia a prenderlo per il culo, Dini dismette il tono un poco lagnoso e comincia a riflettere con il minimo sindacale di spietatezza sulla sua vita e sulle sue scelte, trasformando il fumetto in un interessante racconto di un eterno adolescente che si trova costretto a diventare uomo. Notte oscura è un esperimento interessante e imperfetto, con buoni momenti di scrittura alternati ad altri meno convincenti, e un Eduardo Risso che fa i salti mortali ma ogni tanto non riesce a nascondere un poco di affanno.

TERMITE BIANCA #2 – Metalupo
di Marco Bianchini, Marco Santucci e Patrizio Evangelisti (Editoriale Cosmo, 2017)
Si conclude qui Termite Bianca, o almeno la pubblicazione degli albi Cosmo visto che la storia si chiude con un potente cliffhanger che però non ha ancora trovato seguito (ma pare ci siano lavori in corso). La storia prosegue con qualche intoppo iniziale (nelle prime pagine il susseguirsi di troppi sbalzi temporali mi ha un poco confuso) ma poi si avvia verso il finale senza troppi problemi e con una buona dose di emotività. Certo è che se non ci fossero i disegni di Evangelisti, Termite Bianca non riuscirebbe a farsi notare più di tanto.

IN SILENZIO
di Audrey Spiry – Traduzione di Elisabetta Tramacere (Diabolo Edizioni, 2016)
Per raccontare un personaggio che si fonde con la natura, Audrey Spiry realizza un fumetto liquido, dove i segni scorrono e si miscelano tra loro sino a far perdere le tracce del paesaggio e dei personaggi per divenire puro astrattismo ed emozione. Lo scorrere sicuro e impetuoso dei disegni si scontra ogni tanto con gli scogli di una trama scontata e di personaggi non proprio memorabili, ma il senso del fumetto sta prima di tutto nei suoi disegni, quindi non è un male chiudere un occhio su alcuni mezzi passi falsi per concentrarsi su quello che davvero racconta una storia.


Gigahorse #13 | Febbraio 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo.


DEADPOOL #14-15-16
di Autori Vari – Traduzione di Luigi Mutti (Panini Comics, 2016)
Deadpool: un giorno di straordinaria follia
è una miniserie in quattro numeri fatta per far interagire tra loro Daredevil, Luke Cage, Iron Fist e il già citato Deadpool. Convince di più della serie regolare e di tanti dei suoi derivati grazie a una buona dose di azione e una trama raccontata nello spazio giusto. Poi ecco, rimane ben lungi dall’essere una cosa che rileggerei volentieri. Il sedicesimo numero dell’albo dedicato al deadpoolverse si apre invece con il crossover tra il mercenario incappucciato e Doctor Strange. Ci ho capito poco nulla ma è stata una lettura divertente, almeno fino a quanto Duggan ha piazzato dentro a caso una scena introspettiva per farci capire quanto è sensibbile Deadpool. Si prosegue con lo speciale di Natale in coppia con Hawkeye: è inutile come sembra. Idem anche l’holyday special con protagonista Gwenpool.

LA SOFFITTA
di AkaB e Squaz (Passenger Press, 2017)
Misterioso e inquietante questo nuovo fumetto di AkaB e Squaz, un horror allucinato che cerca spiegazioni ma trova solo domande e dubbi a cui trovare risposta. I disegni infernali di Squaz ci fanno piombare nella mente confusa di un uomo e traccia i contorni di ossessioni e paure con la sicurezza di chi è capace di evocarne i fantasmi che teniamo dentro. E le parole di AkaB non sono una mera appendice ai disegni ma li integrano con una prosa di pari forza, dolorante e intensa, capace di illuminare intensamente parti di assoluta oscurità. 

DOGMA – Il segno dei tempi
di Stephane Betbeder ed Elia Bonetti – Traduzione de I Cosmonauti (Editoriale Cosmo, 2015)
Thriller mistico di buon intrattenimento, che dispiega la sua storia in maniera chiara senza i soliti garbugli tipici dei fumetti francesi sui complotti. Un po’ troppo verboso per renderla davvero una lettura divertente, ma i disegni di Elia Bonetti alleggeriscono il ritmo con una regia ben controllata.

CROCEVIA
di Yoshihiro Tatsumi – Traduzione di Vincenzo Filosa (Coconino Press, 2016)
I personaggi di Yoshihiro Tatsumi si perdono per la città alla ricerca di un finale per le loro vite. Non un lieto fine, si accontentano di un evento che riesca a distruggere la loro vita sociale così da renderli finalmente liberi di dare sfogo alle proprie ossessioni. Quelli di Crocevia sono racconti disperati, di una follia urbana che ingabbia e stritola sogni e speranze. Tatsumi colpisce duro, ma lo fa stando sempre dalla parte dei suoi protagonisti e accompagnandoli passo dopo passo nelle notti elettriche e spaventose del Giappone degli anni Sessanta.

SOFT CITY
di Hariton Pushwagner (The New York Review of Books, 2016)
Raccontare la vita di una moderna metropoli con i suoi ritmi e i suoi schemi non è cosa nuova, Pushwagner lo fa però con una disciplina e abnegazione verso uno stile che gli permette di portare fino in fondo la sua idea di un mondo fatto di vite fotocopiate, coreografie militari e linee parallele. E questo Soft city (fumetto perduto e poi ritrovato per caso) riesce persino a essere uno dei lavori più intimamente sconvolgenti che ho letto quest’anno, vuoi per il formato immersivo del volume, vuoi per lo stile di Pushwagner che ingabbia lo sguardo nei tracciati prestabiliti dalla società. Uso raramente parole importanti, ma questa volta è il caso: imprescindibile.

LA VERA STORIA DI LARA CANEPA
di Giacomo Nanni (Coconino Press, 2010)
Questa storia di maternità immaginata ha un incedere onirico che pone però le sue basi in un realismo spiazzante fatto di reazioni lente e transizioni temporali dilatate. Con una recitazione e un ritmo così naturali, il tratto scarno e iper espressivo dei disegni di Nanni e l’uso dei retini e delle pattern (a volte psichedelico, altre portatore di una sana quotidianità), creano un contrasto affascinante e un ambiente di lettura adatto per entrare in sintonia con le emozioni dei personaggi. Emozioni strane, misteriose e quasi sempre inafferrabili.

GROSSO GUAIO A CHINATOWN #1 – Le nuove avventure
di Eric Powell e Brian Churilla – Traduzione di Giovanna Falletti (Editoriale Cosmo, 2017)
Questo sequel ufficiale a fumetti del film di Carpenter si innesta senza troppi problemi sia alla trama che al mood della storia. Powell scrive una sceneggiatura divertente, piena di umorismo becero, qualche bella idea (le scene con le ex mogli di Jack Burton) e sequenze di azione, il cui unico grande difetto è l’eccessiva decompressione. Lo stile cartoonesco di Churilla potrà all’inizio far storcere il naso, ma dimostra di essere una scelta interessante per mantenere i toni eccessivi del racconto. Peccato però che non stupiscano mai davvero, né durante i combattimenti né nelle sequenze slapstick.

LE AVVENTURE DI TINTIN
Il loto blu – L’orecchio spezzato – L’isola nera
di Hergé – Traduzione di Giovanni Zucca (allegato RCS, 2017)
Sulle avventure di Tintin nessuna anticipazione perché sto realizzando un diario di lettura. Non sono recensioni ma solo pensieri sparsi, appunti, azzardi e arrampicate sugli specchi per cercare di tirare fuori qualcosa di nuovo e di diverso da un personaggio che ha prodotto più saggistica che merchandising. Trovate tutti i tentativi qui

DELETE #1-4
di Jimmy Palmiotti, Justin Gray e John Timms (Devil’s due | 1first Comics, 2016)
Questo thriller fantascientifico in quattro numeri intrattiene ma purtroppo non ha abbastanza spazio per sviluppare i rapporti tra i personaggi. Se infatti la trama si dispiega senza troppi problemi tra misteri, colpi di scena e un finale inaspettato, Palmiotti e Gray non sfruttano appieno le potenzialità del legame tra i due protagonisti, legati da un filo di incomunicabilità (lui affetto da un ritardo mentale, lei sordomuta) che rendeva davvero originali le premesse della miniserie. John Timms è l’artista perfetto per la serie, con quel suo tratto pulp che non rinuncia però a una moderna patinatura.

ARMATA SPAGHETTO #2
di aa.vv. (Sciame, 2017)
Avvolto dalla copertina spaziale di Lorenzo Mo, il secondo numero di Armata Spaghetto si apre con Hangry di Kevin Scauri. Dopo i kaiju napoletani del numero precedente, Scauri declina il genere supereroistico in salsa partenopea e dimostra non solo di riuscire a costruire un’ottima storia umoristica, ma anche di costruire un universo originale e ricco. Simone Pace continua il suo lavoro sul fantasy regionale con una storia secca e cruda, e conferma la sua capacità di gestire i toni epici a cui però innesta una componente di spigolosa intimità. Raffaele Sorrentino esordisce invece con il primo episodio di Draconte, una storia di periferia dai toni quasi post-apocalittici. Le premesse sono interessanti, attendo sviluppi. Lacavalla e Bolzani continuano a plasmare il loro mondo meta-cinematografico con Il John Ford Point. Questo secondo capitolo conferma la natura evocativa e misteriosa della serie, grazie a una narrazione affascinante. Potrebbe rivelarsi il lavoro più interessante del lotto. Mecha Suit Laguna di Irene Coletto è invece un piccolo gioiello di umorismo, ma non voglio anticiparvi nulla oltre allo straordinario titolo per non togliervi la sorpresa. In definitiva un secondo numero migliore del primo. A questo punto non vedo l’ora del terzo.

BLOODSHOT REBORN #1 – Colorado
di Jeff Lemire e Mico Suayan – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2016)
L’universo Valiant mi affascina sempre di più. Questo primo volume di Bloodshot Reborn, perfetto starting point per chi come me non conosce il personaggio, è un fumetto vecchio stile, solidissimo e che va dritto al punto senza perdersi ai margini della trama. Jeff Lemire scrive un Bloodshot combattuto, incapace di essere umano ma altresì impaurito di ritornare schiavo dei naniti. La cosa stupefacente è che la scrittura di Lemire ci porta a empatizzare istantaneamente col personaggio, una cosa che non mi capitava da tempo durante la lettura dei fumetti supereroistici. Buoni i disegni di Suayan ben coadiuvati dai colori di Baron. Peccato solo per il character design di Bloodsquirt, un piccolo passo falso che però pare già essere stato corretto nel numero finale di questo volume (con i disegni superlativi di Raul Allen).

THE SPIRIT #1 – Chi ha ucciso The Spirit?
di Matt Wagner e Dan Schkade – Traduzione di Valeria Gobbato (Editoriale Cosmo, 2016)
Difficile mettersi al lavoro su un personaggio iconico come The Spirit e riuscire al contempo a rimanere fedele all’originale e raccontare qualcosa di nuovo. Matt Wagner riesce a scrivere una storia capace di azione, umorismo e romanticismo, con un mistero che si svela numero dopo numero, con un tono in piena continuità con l’opera di Will Eisner. La gestione dei flashback non convince molto e le visite ai nemici classici del personaggio sono un poco noiose (soprattutto perché sapendo già che Spirit è vivo risultano giusto un divertente fan service), ma la storia fila senza troppi problemi con alcuni buoni momenti (i confronti tra Dolan e la figlia su tutti). Schkade fa un ottimo lavoro ai disegni, riuscendo a replicare la ricercatezza visiva di Eisner ma anche il tono di recitazione dei personaggi.

HARLEY QUINN E LA GANG DELLE HARLEY
di Jimmy Palmiotti, Frank Tieri e Mauricet – Traduzione di MC Farinelli  (RW Edizioni, 2017)
Dimenticabile miniserie dedicata al gruppo di aiutanti di Harley Quinn. La storia va avanti senza troppi problemi ma un cattivo dimenticabile e un gruppo da cui faticano a emergere le singole individualità inceppano il meccanismo in più di un’occasione. Harley Quinn salva spesso la situazione ma poco può fare per contrastare una storia poco ispirata (anche graficamente).

TERMITE BIANCA #1 – Dagli abissi
di Marco Bianchini, Marco Santucci e Patrizio Evangelisti (Editoriale Cosmo, 2017)
Nel primo numero di Termite Bianca, Bianchini e Santucci dispongono sul tavolo tutti gli elementi della storia, pronti a farla detonare nel secondo volume che conclude la serie. Forse queste cento pagine iniziali possono lasciarvi insoddisfatti, ma il lavoro di world building fatto dai due autori è interessante, affascinante e soprattutto emerge dalla trama senza spiegoni, flashback o dialoghi chiarificatori. I disegni di Patrizio Evangelisti fanno il resto: con un’attenzione assurda per il dettaglio il disegnatore illustra un mondo alieno e allucinato con architetture mastodontiche, animali pericolosi e astronavi velocissime. Il meglio però lo dà col character design con un tratto iperrealista e caricaturale che stupisce.

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN #19
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (RW Edizioni, 2016)
Palmiotti e la Conner introducono il nuovo villain Red Tool, che è in pratica Deadpool ma scritto bene. Storia divertente ma è impossibile togliere gli occhi di dosso alla Harley Quinn di John Timms. In netta controtendenza alla Harley morbida e paffutella delineata dalla Conner, quella di John Timms è spigolosa dove serve (il naso, la bocca con pochissime labbra, le anche) e morbida nella parti giuste (ve le devo anche dire?). Non so, mi stordisce ogni volta. Il Road Trip Special di Harley Quinn, Catwoman e Poison Ivy è invece una parentesi divertente azzoppata purtroppo da disegni non sempre all’altezza. Si salvano giuste le quattro pagine di Qualano e Armentaro. Sui Segreti Sei rimane ancora qualcosa da dire? No. La conclusione di questa saga lovecraftiana è ridicola e inutile tanto quanto il resto. E ora sotto con gli ultimi numeri della serie e poi ce la siamo tolta definitivamente dalle scatole.

Laser #14 | Febbraio 2017

Laser è l’elenco delle recensioni che ho pubblicato durante il mese. Di solito sono molto poche perché sono pigro.


tinderdateLa cosa più bella che ho fatto a febbraio è stato intervistare Cristina Portolano sul suo nuovo progetto a fumetti che sta serializzano su Patreon: una storia su Tinder, sul sesso e sui sentimenti, tutta ambientata in Italia, che nel bene e nel male è la cosa che rende interessante il racconto. Ne sono uscite cose belle sul fumetto autobiografico, sul suo metodo di lavoro e sul perché raccontare questa storia. Qui potete leggere l’intervista e qui invece trovate il profilo Patreon di Cristina Portolano dove potete leggere la storia a un euro al mese (o più, vedete voi).

Poi ho scritto anche delle recensioni:

specialexitssmallSPECIAL EXITS di Joyce Farmer – Traduzione di Fay R. Ledvinka (Eris Edizioni, 2016)
La Farmer guarda alla morte come a un fatto naturale. La spoglia in questo modo di ogni significato religioso e persino spirituale, mostrandoci l’essenza di questo evento attraverso uno sguardo laico dove gli unici elementi che contano sono l’essere umano (con i suoi affetti) e il corpo. Non c’è anima nei protagonisti di Special exits, ma solo carne e pelle, e nel loro cammino verso la morte non c’è mai alcun afflato mistico, semmai solo il desiderio di confermare l’amore verso i propri cari.
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harrowcountysmallHARROW COUNTY #1-2 di Cullen Bunn e Tyler Crook – Traduzione di Valerio Stivé (ReNoir, 2016)
Il cammino che Emmy affronta per prendere coscienza del suo nuovo ruolo passa attraverso i classici passaggi del genere, dalla rivolta del paese alla scoperta di un aiutante, dal tradimento di una persona fidata al presunto nemico che si rivela essere dalla propria parte. Non c’è nulla di nuovo nella struttura del racconto, eppure con una protagonista così combattuta tra luce e oscurità, tutto si fa decisamente più interessante. Soprattutto perché Emmy è stata cresciuta come una brava ragazza, rispettosa dell’autorità paterna, dedita al lavoro dei campi e benvoluta dagli abitanti. Emmy sa di essere buona e non vuole che la scoperta di questi poteri oscuri cambi quella che è la sua vera natura.
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segniaddossoI SEGNI ADDOSSO – Storie di ordinaria tortura di Andrea Antonazzo ed Elena Guidolin (BeccoGiallo, 2016)
Un inizio teatrale e artefatto che gli autori usano per farci precipitare nella realtà della cronaca, ma anche strumento perfetto per introdurre la narrazione obliqua e per nulla cronachistica della Guidolin. Pur seguendo la sceneggiatura di Antonazzo, il suo sguardo si fissa sempre dove non ti aspetti, è perennemente altrove ma mai estraneo ai fatti: si concentra sui particolari, vaga sui paesaggi, dimentica alcuni elementi e si focalizza con eccesso su altri, come se cercasse sempre una spiegazione nei luoghi, nei movimenti, nelle persone.
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pigssmallP.I.G.S. di Cecilia Valagussa (VOStripgilde Uitgeverij, 2016)
P.I.G.S. si presenta con un atipico formato orizzontale, in cui la tavola si sviluppa nella sua interezza su entrambe le pagine, senza però ricercare quell’effetto panoramico che ci si aspetta solitamente da un design del genere. Anzi, la Valagussa sembra disattendere volutamente questa aspettativa del lettore presentando spesso un ambiente o un paesaggio unico, ma frammentandolo continuamente basandosi sui movimenti della protagonista. È come se la Valagussa, rimodellando ripetutamente il suo sguardo intorno al personaggio, cristallizzasse ogni inquadratura in uno spazio scenico cubista che contempla non solo la dimensione spaziale ma anche quella temporale.
Clicca qui per leggere la recensione su Fumettologica.

tintidalasInfine ho inaugurato una nuova serie in quattro parti, Tintin a trent’anni, una sorta di diario di lettura della serie di Hergé scritto da uno che la legge per la prima volta a trent’anni suonati. Non è una recensione, sia ben chiaro, ma solo appunti sparsi, idee, punti di vista. Quindi materiale assai discutibile, ma corredato dalle bellissime illustrazioni di Pablo Dalas. Trovate il primo episodio qui.

Tintin a trent’anni #1 | Di rinoceronti esplosi e senso dell’avventura

Non penso che la mia mente di fanciullo sia mai riuscita a elaborare una teoria convincente riguardo alla reale motivazione per cui i bambini francesi preferissero i cartoni animati di Tintin alle Tartarughe Ninja. Che problemi avevano per poter provare una reale attrazione verso quel bambino precisino dalle guanciotte rosse e col ciuffo biondo costretto a vivere in un mondo che era quello che raccontavano i miei nonni la domenica a tavola rompendomi le palle? Nemmeno oggi so darmi una risposta.

C’è da dire però che non ho più nove anni, ora ne ho trenta. Non che ne abbia preso effettivamente coscienza, e difatti l’unica decisione importante che ho preso finora è quella di leggere per intero Tintin e riportare qui le mie impressioni. Nessuna recensione, nessuna ricostruzione storica: solo gli appunti sparsi di un lettore da: Tintin nel paese dei Soviet, Tintin in Congo, Tintin in America, I sigari del Faraone, Il loto blu, L’orecchio spezzato.

Le illustrazioni a corredo dell’articolo sono di PABLO DALAS. Qui trovate il suo sito, la sua pagina Facebook e il suo account instagram.


SLAPSTICK, CRUDELTA’ E VIDEOTAPE
Mi sono sempre piaciute le sequenze slapstick anche se per me, più che al cinema, è nel fumetto che raggiungono il loro apice. La sequenza di una caduta scomposta in tre vignette è più divertente rispetto a una sua possibile controparte animata perché sintetizza la portata comica del movimento riducendola a tre momenti (camminata, inciampo/volo e infine atterraggio), cristallizzandoli nel tempo del racconto. Così una sequenza di slapstick in Tintin non è mai alla sua velocità naturale oppure velocizzata come quelle del cinema muto, ma è al contrario rallentata ed espansa (e il cambio di ritmo lo si nota di molto soprattutto quando lo slapstick è posto a conclusione di un inseguimento). Hergé usa il fumetto come un videoregistratore ante-litteram, con cui fermare l’azione in corrispondenza nel frame più divertente (quello dove gli arti sono più scomposti e dove l’espressione del volto è più ridicola) e riavvolgerla a nostro piacimento in un crudele e spassoso rewind. Una divertente crudeltà che Hergé innesta per esempio anche nei Dupondt: il lettore attende la sistematica e inevitabile caduta di coppia a ogni loro apparizione, rimane col fiato sospeso finché i loro nasi non si scontrano col pavimento.

© Pablo Dalas
© Pablo Dalas

IL SENSO DELL’AVVENTURA
L’avventura per Tintin è rimanere al centro della vignetta, combattendo contro una regia e un mondo con cui vuole rimanere al passo ma che viaggiano più velocemente di lui. E così ecco le biciclette, i risciò, le automobili, i treni e gli aeroplani, qualsiasi mezzo è utile per evitare di essere tagliato fuori dall’inquadratura e finire nello spazio bianco che tutto cancella e dimentica. È l’iniziale struttura episodica dei volumi a forgiare il ritmo indiavolato in cui Hergé immerge il giovane reporter, una struttura che vede i pericoli avvicendarsi e sommarsi mentre Tintin cerca una via di fuga o una soluzione. Un mondo che Tintin non ha il tempo di capire, di conoscere e di esplorare, può solo attraversarlo in velocità senza farsi troppe domande.

LA FORZA DELLO STEREOTIPO
E forse è proprio per colpa di questa velocità che Tintin e il suo autore sintetizzano e semplificano il mondo, ragionano per stereotipi come si direbbe oggi. Eliminato il pericolo che la polizia del politically correct possa intervenire in questa sede, ammetto di aver trovato gli stereotipi di Hergé divertentissimi e mai utilizzati esclusivamente nei confronti degli indigeni (che siano sovietici, americani, indiani o cinesi), ma anche rivolti a inglesi, italiani e francesi. Certo, al lavoro di sintesi occorre un livello di semplificazione che può far storcere il naso a molti, ma è impossibile non riconoscere a Hergé una capacità fuori dal comune di utilizzare gli stereotipi in maniera così divertente e rispettosa, capace di far nascere alcune tra le gag migliori di questi primi sei volumi. Prendete la bellissima tavola de L’orecchio spezzato in cui si racconta con ironia il veloce avvicendarsi delle dittature sudamericane, oppure la sequenza di Tintin in America in cui viene raccontato con un umorismo feroce la cacciata degli indiani d’America dai loro territori e la velocità con cui al loro posto vengono costruite intere città. Quello di Tintin è forse uno sguardo fugace, ma quello di Hergé è sicuramente più attento nello sfruttare gli stereotipi per fare del semplice umorismo, ma anche di ampliarne la portata per ragionare sul mondo e il suoi meccanismi, come a ricercare l’identità di una nazione in un solo comportamento ed estrarne il carattere essenziale.

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© Pablo Dalas

RINOCERONTI ESPLOSI
L’albo più sorprendente di questi primi sei è sicuramente Tintin in Congo. È ancora un libro immaturo, con problemi di ritmo e una trama sin troppo esile, però è pieno di cose matte che mai potremmo vedere oggi in un fumetto per bambini. Per esempio in una scena Milou è rapito da uno scimpanzé. Tintin decide così di uccidere uno scimpanzé, scuoiarlo, vestirsi delle sue pelli, salire sull’albero su cui la scimmia si è rifugiata con Milou e attuare uno scambio per ottenere indietro il cagnolino. Scambio che va a buon fine, almeno finché la scimmia non si accorge che l’altro scimpanzé non era altri che il reporter travestito, così si avvicina minacciosa a Tintin che giustamente le risponde con un calcio in faccia. Che bullo!
La sequenza capolavoro però è un’altra: Tintin vede un rinoceronte e vuole ammazzarlo per farne un trofeo di caccia. Il problema è che la pelle dell’animale è così coriacea che le pallottole riescono solo a scalfirla. Tintin decide così di infilare tra le pieghe della pelle un candelotto di dinamite che fa esplodere il rinoceronte, con tanto di brandelli sparsi in giro e l’eroico corno intatto, unico superstite della follia di Tintin.