Laser #19 | Luglio – agosto 2017

Laser è l’elenco delle recensioni che ho pubblicato durante il mese. Di solito sono molto poche perché sono pigro.

CRY ME A RIVER di Alice Socal (Coconino Press, 2017)
Cry me a river abbandona presto la sfera terrena e ne abbraccia una quasi totalmente spirituale, dove la realtà è marginale in quanto conseguenza di un percorso interiore, e dove non esiste alcuna terapia di coppia e nessun agente esterno ma solo un percorso parallelo dei due protagonisti fatto di rivelazioni mistiche, allucinazioni, visioni oniriche, animali guida che cominciano a popolare la loro vita quotidiana e piano piano li portano a prendere coscienza della loro situazione.
Leggi la recensione su Duluth Comics.

VIVONO IN ME di Jesse Jacobs – Traduzione di Valerio Stivè (Hollow Press, 2017)
Si potrebbe dire che nel lavoro di Jacobs è il contenitore a sviluppare e dare forma al contenuto, ponendo regole proprie nell’incedere della storia e nel dispiegamento delle tematiche. Non è un caso che, sovvertendo le regole del genere, la casa protagonista rivela sin dalla prima tavola la sua natura maligna: a Jacobs preme anzitutto definire ciò che è il suo contenitore, stabilirne i confini e le caratteristiche e difatti investe gran parte delle pagine a sua disposizione proprio a descriverci l’abitazione.
Leggi la recensione su Duluth Comics.

DIO DI ME STESSO di Alessandro Galatola (Just Indie Comics – Co.Co., 2017)
La stanza rappresenta l’elemento chiave della poetica dell’autore. I personaggi di Galatola sembrano definiti da ciò che li costringe, che sia per l’appunto una stanza o una gabbia: cominciano a vivere (e quindi a soffrire) solo dal momento in cui sono rinchiusi dentro qualcosa, prima non esistono. Solo in quel momento (che non a caso coincide con l’inserimento visivo della terza dimensione) i personaggi acquistano paure e speranze, incubi e sogni, diventano tridimensionali quando scoprono l’abisso della loro umanità.
Leggi la recensione su Fumettologica.

Annunci

Gigahorse #18 | Luglio 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo. Se non avete voglia di aspettare un mese per leggerle, fate un giro sul profilo Instagram. 

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN RINASCITA #2-3
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Il rebirth di Harley Quinn comincia con un attacco alieno che trasforma gli abitanti di Coney Island in morti viventi. Nelle mani di Palmiotti e della Conner questa invasione di zombie si trasforma in una commedia degli equivoci violenta e quasi romantica. A conti fatti la storia è un po’ quella che è, ma perlomeno dà la possibilità a Chad Hardin e John Timms di sfogarsi con tavole spettacolari e ricche di azione.
La Suicide Squad di Williams e Lee parte col piede giusto, anzitutto dal punto di vista grafico. Depurato dalla colorazione digitale degli inizi e della sovraesposizione (più del suo stile che della sua persona) di inizio duemila, Jim Lee dimostra di avere ancora qualcosa da dire e da insegnare, a partire da tavole realmente dinamiche e da una narrazione compatta capace di dare il giusto spazio a ogni membro del gruppo. La storia parte da premesse interessanti, vediamo un po’ dove andrà a finire, anche se il problema rimane Rob Williams che fatica ancora a far convivere le voci di tutti i personaggi e tirarne fuori un’unica anima.
Chiudono i due spillati un breve one shot dedicato a Captain Boomerang e uno a Katana. Tanto inutili quanto brevi: se mi devo sorbire in ogni spillato la storiella del passato di ogni membro della Suicide Squad per farmi capire che è un balordo ma ha anche un cuore grande così, ecco ne faccio volentieri a meno.

AMERICAN MONSTER Vol. 1 – Dolce casa
di Brian Azzarello e Juan Doe – Traduzione di Stefano Formiconi (Saldapress, 2017)
La mia ragazza si compra un sacco di albi originali che accumula e rimane indietro con le letture. Albi che io vorrei leggere ma siccome sono un uomo d’onore, non leggerei mai per primo un libro pagato da qualcun altro. E così un sacco di roba figa che potrei recensire per ricavarne milioni, giace sugli scaffali e nelle scatole. A luglio mi sono trasferito da lei per un paio di settimane e con la scusa del tetto in comune, quei fumetti sono diventati anche miei. Ho cominciato con i primi cinque numeri di American Monster, nuova serie di Azzarello edita da Aftershock. Nel frattempo è uscita anche in Italia, l’ho letto in italiano e il caso vuole che abbia pure scritto una recensione per Fumettologica. Eccola qui.

CRY ME A RIVER
di Alice Socal (Coconino Press, 2017)
Giunto alla terza rilettura, oramai Cry me a river di Alice Socal ha smesso di essere un fumetto ed è diventata un’infiltrazione. Farsi inzuppare dalle lacrime della protagonista e dalla narrazione liquida della Socal è d’altronde l’unica strada percorribile per apprezzare questo graphic novel all’apparenza smilzo e minimale ma che rivela grande profondità e ambizione negli intenti. Dopo Sandro, Alice Socal prende una situazione resa banale da anni di sfruttamento al cinema e in letteratura e cerca di darle nuova vita attraverso un approccio inconsueto e rischioso, fatto di simboli, suggestioni e allucinazioni, cercando nuovi sentieri. Leggete la recensione così capite pure quali sono.

BIRDS OF PREY Vol. 1
di aa.vv. (Dc Comics, 2016)
Il primo volume della riproposta in ordine cronologica del primo ciclo delle Birds of Prey, non è altro che una raccolta delle storie precedenti alla formazione del gruppo. Per ora a collaborare sono solo Black Canary e Oracle: la prima è un agente segreto, la seconda gestisce le sue missioni dopo aver dovuto appendere al chiodo il costume di Batgirl dopo quella sventura di cui tutti siete a conoscenza (e che popola ancora i suoi incubi). A patto di chiudere gli occhi davanti alla colorazione e alle volte anche ai disegni, queste storie pre-Birds of Prey sono piacevoli ben congegnate (basti vedere la scena di apertura del volume, a metà tra Refn e Bret Easton Ellis), e lasciano già intravvedere i rapporti e i legami che faranno da filo conduttore a tutta la lunga run gestita da Chuck Dixon. 

THE STEAM MAN #1-5
di Joe R. Lansdale, Mark Alan Miller e Piotr Kowalski  (Dark Horse Comics, 2016)
“Benvenuti nel West. Qua fuori è freddo come la tetta di una strega. Liberi di non crederci, ma è perfino gradevole”. C’è poco da fare: bastano due righe e Lansdale mi fotte sempre. Anche quando la qualità della sua scrittura non è sempre al massimo, anche quando scrive fumetti. The Steam Man (il soggetto è del Vecchio Joe, la sceneggiatura di Mark Alan Miller) è un weird western steampunk, con protagonista la ciurma che fa muovere e combattere Steam Man, un robottone di ferro e vapore costruito a fine ‘800 per arginare un’invasione aliena, e ora impiegato per scovare l’entità che pare aver dato il via a tutto.
Il primo numero mette tutte le carte in tavola ma convince soprattutto per le interazioni tra i membri dell’equipaggio e le colorite metafore partorite da Lansdale (che se avete letto qualcosa di suo, saprete sicuramente quanto aggiungono alla narrazione). Piotr Kowalski pare invece il disegnatore perfetto per la miniserie, capace di rendere l’imponenza e la legnosità dei movimenti del robot restituendoci comunque l’eroismo e l’epicità delle sue imprese. Si prosegue con un secondo numero decisamente sottotono, tutto dedicato al villain, il Dark Rider. All’inizio la cosa dei viaggi del tempo pareva interessante, poi però viene fatta sprofondare nella banalità della solita storia d’amore finita male male male che ha così dato origine alla malvagità del cattivone. Una digressione che forse arriva anche troppo presto sulla tabella di marcia, visto che abbiamo appena cominciato a conoscere i protagonisti e la loro missione. Il terzo e quarto numero confermano i toni lenti della miniserie: pensavo di lamentarmi della lentezza della narrazione e poi mi sono accorto che ad andare piano è sì la narrazione, ma soprattutto il robottone protagonista, che nel giro di tre numeri avrà percorso poche centinaia di chilometri nella foresta. La sceneggiatura di Mark Alan Miller segue la pesante camminata di un gigante di ferro alimentato da una caldaia a vapore e a ogni passo ce ne restituisce l’imponenza. Anche Kowalski tiene ben presente la cosa e infatti il combattimento che chiude il numero è ben coreografato in modo da evidenziare sì la forza e la stazza letale, ma anche la goffaggine e la lentezza del mostro meccanico. L’ultimo numero di The Steam Man si apre con una lunga scena di tortura, un uomo che cerca di liberarsi dopo essere stato crocifisso a testa in giù e un cattivo che dice cose cattive. Cosa volere di più? Forse un finale più soddisfacente sarebbe stato meglio. Mi spiego: il quinto numero è forse il migliore della miniserie, folle e cupo anche in un finale che fa di tutto per vestirsi da lieto fine. Il problema è tutto pare accelerato nelle ultime pagine, con un villain interessante liquidato con poche righe di dialogo che a volte suonano anche un poco ridicole nella loro funzione redentrice.
Insomma, The Steam Man è una discreta miniserie d’avventura che spesso va perde il focus di ciò che vuole raccontare. Peccato.

PROMETHEA Vol. 2
di Alan Moore e J.H. Williams III – Traduzione di Leonardo Rizzi (Rw Edizioni, 2017)
Il cammino verso Dio di Promethea è una Divina Commedia misterica e divulgativa, con Alan Moore che spiegandoci l’immateria ci racconta l’uomo e lo straordinario potere delle sue idee, delle sue parole e delle sue emozioni. È così che con la lettura di Promethea ci si sente pervasi da una naturale felicità, un ottimismo puro e assoluto nei confronti della vita che riesce a rimetterci nel posto giusto dell’Universo e della nostra mente (come se ci fosse una reale differenza) raccontandoci il percorso per raggiungerne i confini. Commuovente, anche solo per come riesce ad allargare i nostri piccoli orizzonti.

IS THIS TOMORROW
di aa.vv. (Canton Street Press, 2015)
Immaginate di essere americani negli anni Cinquanta. Orgogliosamente americani, come se fosse possibile non esserlo quando vivi nella migliore nazione del mondo. Quella con le auto più belle, le televisioni più belle, le dive più belle, le famiglie più belle, la bandiera più bella. Pensate alla cosa peggiore, quella che può togliervi di punto in bianco ogni tipo di felicità e di libertà. Pensate per esempio al comunismo.
Is this tomorrow è un fumetto di propaganda anti-sovietica del 1947, una di quelle cose che lette oggi fa un sacco ridere per i toni esagerati, gli allarmismi e tutto che va a rotoli a una velocità impressionante (dagli scioperi pilotati ai campi di concentramento in meno di un anno). Dietro l’iniziale ironia fa però capolino il terrore di pensare a una nazione che indica un nemico e mette in moto una macchina per farlo diventare lo spauracchio dei suoi abitanti, sino a estirparlo del tutto dal suo suolo. Prima divertente, poi terrificante.

TERMINARCH
di Jordan Hart e Terry Huddleston (OSSM Comics, 2016)
Terminarch
parte con un concept interessante: quando gli androidi si accorgono di essere bravi in tutto tranne nella creatività, decidono di prendere il comando e ammazzare il 95% degli esseri umani, ovvero la percentuale di umani non-artisti calcolata da un apposito logaritmo. Il restante 5% è invece confinato in un luogo protetto dove può creare con tutta la libertà e gli agi necessari. Martin Allerton è invece un’anomalia, l’ultimo uomo non-artista sulla faccia della Terra a causa di un obbligato isolamento che l’ha tenuto lontano dalla società per trent’anni.
Dicevo, il concept è interessante ma merita più di questa cinquantina di pagine per essere sviluppato. Il volume si regge bene sulle sue gambe ma resta comunque la voglia la voglia a fine lettura di leggere un finale più soddisfacente o vedere altre vicende legate a questo universo. Spero che Jordan Hart riesca a trovare le condizioni per sviluppare al meglio questa sua idea, magari con al fianco un narratore più esperto di Terry Huddleston che nelle sequenze di dialogo spesso mostra tutti i suoi limiti.

SPACE RIDERS – Volumen uno
di Alexis Zirrit e Fabian Rangel Jr (Black Mask, 2017)
La sensazione che si può avere dopo aver sfogliato per la prima volta Space riders, è quella di un fumetto volutamente trash e citazionista, forse persino hipster nel suo voler replicare ingialliture, macchie e piegatura della carta. A leggerlo invece si cambia idea quasi subito, merito inizialmente del lavoro di Zirrit ai disegni, capace di smarcarsi dai suoi modelli (il Kirby più psichedelico in primis) per proporci una narrazione folle fatta di colori accesi, volti deformati, simulazione di difetti tipografici e strane creature. Il tutto è retto bene dalla sceneggiatura di Fabian Rangel Jr., una storia di avventura classica con un protagonista spaccone che non si può non invidiare.

DEADPOOL #20-21
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
Miracolo: un numero di Deadpool che non mi porta al suicidio causa sconforto. Non che ci siano cose eccezionali, ma perlomeno c’è più impegno del solito, a partire dalla noiosissima Spider-Man/Deadpool, l’unico team-up che se ne frega del legame tra i due protagonisti e mette in scena esclusivamente il loro narcisismo. A questo giro Duggan si è inventato il ritrovamento di una storia del 1968, mai pubblicata a causa dei temi troppo caldi, e la trovata post-moderna funziona. La storia è divertente e Koblish con questo stile vintage fa rimpiangere i suoi disegni di sempre.
Ricominciano dal numero 1 anche i Mercenari per soldi scritti da Cullen Bunn, e a questo giro la storia pare perlomeno interessante. Sai mai che dopo un anno e passa riescono anche a capire come far funzionare questo team abbastanza insulso.
Questa settimana ho riletto le ultime cose che ho scritto su questa testata giusto per fare il punto della situazione. Ora io mi chiedo: quanto cazzo deve fare schifo Deadpool per farmi dire che una cosa come Gwenpool è carina? Ma io mi rincoglionisco e voi non dite niente? Ok, ok, i disegni sono sopra la media rispetto a quelli di Deadpool e anche la regia è più briosa, però i risultati sono davvero anonimi, anche in un episodio tutto azione come quello contenuto qui.

ALACK SINNER – L’età del disincanto #1
di Carlos Sampayo e José Munoz (Editoriale Cosmo, 2017)
Alack Sinner si fa meno noir e si mette a raccontare la vita e le botte del protagonista e di quel mondo che spesso lo mette in secondo piano. Anche il tratto di Munoz si adatta alle atmosfere e se rimane pressoché invariato rispetto al passato quando deve raccontare in Nicaragua il grottesco e doloroso teatrino politico del Sud America, si fa più vicino alla linea chiara quando si mette a seguire le storie personali di Sinner. Tra vita reale e momenti onirici, la sceneggiatura di Sampayo si muove sempre su un dolente intimismo che sfocia in una libertà selvatica e sofferta. Il giusto prezzo da pagare.

DIARIO DI UN FANTASMA
di Nicolas De Crécy – Traduzione di Fay R. Ledvinka (Eris Edizioni, 2017)
Attorno alla realizzazione di due carnet de voyage (uno ambientato in Giappone e l’altro in Brasile), Nicolas De Crécy costruisce due storie che sono il pretesto per riflettere sul suo lavoro e sul ruolo dell’artista. Diario di un fantasma è forse troppo verboso e risente troppo di uno squilibrio tra una prima parte affascinante e piena di idee originali e una seconda che invece si perde dietro i pensieri (non sempre interessanti) dell’autore pur mantenendo un livello grafico che riesce comunque a salvare la situazione. Il risultato è un fumetto poco convenzionale e volutamente fuori fuoco, in cui De Crécy riversa pensieri, impressioni e critiche verso sé stesso. Si merita più di una lettura, giusto per farsi scappare nulla ed entrare meglio nei pensieri dell’autore. Io sono ancora fermo alla prima, ci si risente più avanti con una recensione più approfondita.

NECRON #1
di Magnus e Ilaria Volpe (Editoriale Cosmo, 2017)
Non so cosa cazzo salti in testa alla gente. Sono settimane che leggo recensioni e commenti che dicono: “Bello Necron, Magnus va oltre lo splatter”. Oppure: “Necron mica è un fumetto erotico”. Io non vi capisco. Necron è un fumetto splatter, Necron è un fumetto erotico, ed è bello per questo motivo. Magnus non trascende né l’horror né tantomeno l’erotismo. Semmai ci sguazza in mezzo per creare una storia che è anch’essa un mostro di Frankenstein fatto cucendo assieme generi, influenze letterarie e suggestioni diversissime tra loro. Ci troviamo quindi davanti una storia che è al contempo una commedia, un porno e un horror e che riesce a farci inorridire, eccitare e sorridere facendoci sentire ridicoli dinnanzi a queste emozioni incongruenti. È questa sensazione di sentirsi coinvolti nella storia sempre per il motivo sbagliato che rende Necron davvero imprescindibile.

SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #3 – Fermate l’Uomo Sabbia
di aa.vv. – Traduzione di aa.vv. (RCS, 2009)
Volume antologico con il meglio delle storie dedicate all’Uomo Sabbia. Niente di davvero notevole in termini di scrittura (la metà Delle storie finiscono con l’Uomo Sabbia risucchiato da un qualche tipo di aspirapolvere) mentre l’unica cosa che mi ha davvero colpito nei disegni è il lavoro di Steve Ditko sul volto di Flint Marko, che il disegnatore caratterizza con un tratteggio fitto rendendone i lineamenti quasi provvisori, come se fossero soggetti a piccole frane o a uno sbriciolamento continuo. Rimane la curiosità di leggere la run in cui si trasforma nell’Uomo Fango a seguito dell’unione forzata con l’Uomo Acqua. Lo spunto iniziale va oltre la più normale stupidità, ma da quel che ho letto negli editoriali parrebbe avere qualche spunto interessante. C’è qualcuno di voi che l’ha letto per confermarmi o meno queste impressioni?

VIVONO IN ME
di Jesse Jacobs – Traduzione di Valerio Stivè (Hollow Press, 2017)
Il topos della casa stregata è per Jesse Jacobs un doppio binario su cui inscenare parallelamente il deteriorarsi della vita coniugale e la vendetta della natura nei confronti dell’uomo. Jacobs gioca ancora con lo spazio e con il tempo, deformandoli a proprio piacere sino a trasformarli entrambi in un trappola mortale. Vivono in me è un horror atipico ma puro, spesso inquietante in cui le consuete parentesi geometriche di Jacobs si fanno ancora più sintetiche del solito, sino a trasformarsi in terrificanti geroglifici che sembrano la scheda di programmazione Delle nostre vite. L’autore si trova a suo agio nel formato breve e riesce così a realizzare una storia fulminante e letale. Qui ve ne parlo meglio.

THEY’RE NOT LIKE US Vol. 2 – Noi contro voi
di Eric Stephenson e Simon Gane (saldaPress, 2017)
Qualche settimana fa Gnomo Speleologo ha scritto una recensione in due parole del primo volume di They’re not like us: “Brutto + Poser”. Non riesco a dargli torto, sebbene la serie di Stephenson mi stia persino piaciucchiando. Ammetto che l’unico punto di vero interesse del fumetto è capire come l’autore pensa di gestire la marea di personaggi stronzi e distanti che mette in campo senza provare a dar loro un po’ di carisma, come a voler sfidare la nostra pazienza. E infatti il problema è che raramente si viene ricompensati, soprattutto in questo secondo volume che si affolla di personaggi (stronzi) e gruppetti, ma sostanzialmente non porta avanti la storia di un millimetro. Non so dove Stephenson voglia andare a parare e tutto sommato la cosa mi incuriosisce. Porterò pazienza ancora per un poco.

Salva

Cry me a river | Aggiustare le tubature di un amore agli sgoccioli

La cosa più spaventosa che possa capitare a una coppia è accorgersi che il legame sentimentale si è rotto senza una reale motivazione. Nessun tradimento e nessuna colpa, solo un rapporto che si è ormai usurato ed è (forse) destinato a finire. Per uscire da questa impasse la soluzione più comoda è creare un problema che possa essere utilizzato come scusa, portare fino al punto di rottura e vedere cosa succede. È una soluzione immatura, persino crudele a volte, ma rende le cose molto più semplici per la gestione immediata, e molto meno cupe perché sembriamo suggerirci che un nuovo futuro è possibile in un momento in cui davvero no, al futuro nemmeno ci si crede.

Non è un caso che nel loro appartamento i due protagonisti di Cry me a river abbiano appeso un poster che recita la frase The future will be astounding, proprio in un momento in cui una crisi di coppia li ha impelagati in un presente molle, confortevole e soffocante come gelatina. Nelle prime pagine del suo nuovo fumetto, Alice Socal ci mostra il patetismo di quella scritta motivazionale, che fa da contrappunto (quasi) ironico all’amore in fase terminale che ha appena cominciato a raccontarci, come se la dichiarazione di intenti stampata su carta e appesa su una parete possa davvero portarci a immaginare un futuro sbalorditivo. Qualche pagina dopo la Socal rincara la dose facendo dire al suo protagonista parole altrettanto cariche di significato e così vuote negli intenti reali: Una svolta ci aiuterà a capire. Sì certo, come se una svolta non servisse – per l’appunto – semplicemente a cambiare strada ma a capire cosa non va.

Così come accadeva in Sandro, Alice Socal sfrutta inizialmente le banalità con cui anni di letteratura scarsa e di cinema dozzinale ci hanno abituato a trattare la fine di un rapporto, per poi intraprendere un percorso autonomo lontano dai consueti meccanismi narrativi. In Cry me a river la fine di un amore non è la scena di un delitto con gli investigatori alla ricerca di un movente, di prove e collegamenti, non diventa mai un gioco di logica alla ricerca di uno o più colpevoli. Per la Socal l’amore è immateriale e inspiegabile e sfugge quindi alle regole di causa-effetto che governano il mondo reale, svincolandosi così dalla ricerca di colpe, vendette e assoluzioni utilizzate per risolvere la crisi sentimentale. Cry me a river abbandona presto la sfera terrena e ne abbraccia una quasi totalmente spirituale, dove la realtà è marginale in quanto conseguenza di un percorso interiore, e dove non esiste alcuna terapia di coppia e nessun agente esterno ma solo un percorso parallelo dei due protagonisti fatto di rivelazioni mistiche, allucinazioni, visioni oniriche, animali guida che cominciano a popolare la loro vita quotidiana e piano piano li portano a prendere coscienza della loro situazione.

Mentre il resto del mondo rimane impermeabile ai sentimenti che animano i protagonisti, il tratto della Socal subisce forti infiltrazioni e si fa liquido prendendo in parola l’esortazione del titolo: piangi un fiume per me, e così accade. Per ogni lacrima versata dai protagonisti, il tratto della Socal toglie loro tridimensionalità, ne prosciuga le espressioni sino a sintetizzare al massimo i loro volti riducendoli a un minimo comune denominatore fatto di espressioni delineate con quattro righe e nessun reale segno distintivo sul volto (come hanno invece tutti gli altri personaggi). I due personaggi diventano quindi due ectoplasmi che abitano una casa di emozioni, rimorsi, futuri possibili, come se l’autrice volesse renderli forze invisbili ma palpabili all’interno del fumetto.

È quando ci accorgiamo della totale noncuranza che proviamo per i protagonisti che figuriamo per la prima volta lo sforzo che la Socal richiede a noi lettori: pensare a questa storia d’amore in dirittura d’arrivo come a un racconto che segue l’andamento delle emozioni e non quello di una trama. Lo scopriamo nel modo più drastico possibile, ovvero quando ci scopriamo privati dei personaggi, l’unico appiglio che credevamo possibile. Ci aggrappiamo così allo scheletro di quel che resta: i disegni, la composizione della tavola, l’interazione tra le varie sequenze. La nostra ancora di salvezza diventa il Fumetto stesso.

Man mano che la distanza tra reale e immaginario si assottiglia,  permane solamente l’emozione con tutta la sua mancanza di logica e di coerenza, una latitanza che la Socal utilizza come base per la struttura del suo fumetto che si fa via via sempre più immateriale con un movimento che non definirei dissolvenza quanto rarefazione. Non c’è infatti nella regia alcuna fluidità perché Cry me a river non è fatto della materia morbida e malleabile di cui sono fatti i sogni, ma della violenza e del lirismo di cui sono fatte le allucinazioni. Prendete la sequenza in cui Lei e L’Altro si rotolano nella neve e vengono inghiottiti. A questo punto dovremmo immaginarci una vignetta complementare (non so, i due sbucano da qualche altra parte) oppure una che ci dia l’idea di un cambio di scena netto. La Socal invece ci piazza una lunga sequenza in soggettiva con la protagonista sepolta nel letto che guarda il soffitto mentre Lui esce di casa. Mentre il suo sguardo si fissa su quell’angolo di appartamento, la percezione dell’ambiente che la ricorda si fa sempre meno acuta: si perdono particolari sino a conservare solo poche linee, tratti portanti di un’architettura che perde significato sino a trasformarsi nell’abbozzo di un cuore sciancato che si rivela poi essere nelle sequenze successiva il copricapo de L’Altro. In questa lunga scena non c’è grazia, non c’è fluidità, non c’è armonia. Come la protagonista, il tratto della Socal vorrebbe essere dolce e leggiadro ma rivela una gravità e una brutalità con cui siamo obbligati a fare i conti. L’atmosfera non è onirica ma febbrile, non è dolce ma angosciata, e così la narrazione ci mette davanti agli occhi l’emozione spogliata di qualsiasi positività, il cadavere martoriato e depredato di un amore finito.

Cry me a river è un racconto di emozioni non filtrate, che private di un background mostrano tutta la loro fragilità, l’incoerenza ma anche la forza con cui cercano di sopravvivere nonostante tutto. Una forza che Alice Socal fa manifestare attraverso le numerose creature che popolano il libro: il verme del caos, i due cani, il gamberone e l’uomo-cane. Se nel precedente fumetto Sandro era l’ingombrante spettro del passato, qui gli animali (reali o immaginari, poco conta) sono fantasmi del Natale presente che mostrano ai due protagonisti il sentimento che li lega oggi e ora, escludendo dall’orizzonte l’angoscia nei confronti di quel futuro che era diventato per loro il luogo dove confinare le paure e i timori in modo da non affrontarle nel presente.

Succede così che quando, con stupida semplicità, i due cascano nuovamente dentro il presente del loro rapporto, l’architettura terrificante di quel  futuro angoscioso crolla sotto il loro sguardo bonificato dalle lacrime e ora lucido al punto giusto per fissare l’orizzonte, scostare le macerie e pensare a domani.

Cry me a river
di Alice Socal
Coconino Press, 2017

Salva

Salva

Salva

Sandro | Alice Socal e il suo amico immaginario

Questa recensione è stata pubblicata su WildWood il 22 settembre 2015.


Ho letto da poco La Distanza, fumetto di Alessandro Baronciani e Colapesce edito da Bao Publishing, e mi sono sentito profondamente inadeguato nei suoi confronti. Il libro cerca di raccontare i neo-trentenni tramite un classico racconto on the road fatto di musica, spiagge e amori (che nascono e finiscono), ma durante la lettura continuavo a chiedermi se davvero questa storia riusciva a parlarmi. Non che debba sempre ritrovare me stesso in quello che leggo, ma date le questioni puramente anagrafiche, continuavo a chiedermi se le paure dei protagonisti del libro erano davvero le mie paure, se le scelte che prendevano erano le stesse che avrei preso io nella stessa situazione. Addirittura sono arrivato a chiedermi se quelle erano le parole che componevano i miei dialoghi e i miei pensieri.

La risposta è sempre stata no. Non sono quel tipo di trentenne che deve fare ancora i conti con la propria adolescenza o che non vuole chiudere quel capitolo della sua vita. Non sono uno di quelli che ha mai creduto nella potenza di un viaggio, d’altronde come fai a crederci dopo trentanni che Salvatores continua a fare i suoi filmetti pieni di trentenni, e poi quarantenni e poi cinquantenni che viaggiano e combinano sempre le solite cazzate da adolescenza in itinere?

Io non sono uno di quelli, sono anche peggio.

Sandro1

Ma su questo ci torneremo più avanti, perché adesso è venuto il momento di parlare di Sandro, opera seconda di Alice Socal pubblicata da Eris Edizioni. Il graphic novel racconta la storia di Pallas e del suo ventiseiesimo compleanno. Ventisei anni non proprio entusiasmanti, c’è da dire, e il futuro sembra non aprire grossi varchi nei banchi di nubi all’orizzonte, soprattutto perché Pallas non ha rapporti sociali. Niente amici, niente conoscenti, solo un’anziana vicina di casa con cui scambia qualche monosillabo di cortesia e una madre che sente solo per telefono. Almeno fino al giorno del suo ventiseiesimo compleanno, quando ricompare Sandro, l’amico della sua infanzia. Qui è d’obbligo una precisazione: l’amico immaginario della sua infanzia.

Sandro rientra prepotentemente nella vita di Pallas, dopo esserne uscito negli anni dell’adolescenza. Ci rientra e la fa sua, consolando il povero piccolo Pallas con un affetto totale e ottuso, quasi spaventoso.

Perché se c’è una cosa che scorre sotto l’atmosfera ovattata, intimista e plumbea di Sandro, quello è l’orrore. L’amico immaginario di Pallas (una specie di gigantesco Topolino) ricompare dopo dieci anni nascosto dietro un albero come farebbe un serial killer, è contraddistinto da una mutezza dolce e terrorizzante, ha lunghe braccia (non specifichiamo quante possono essere, a seconda del bisogno) e può cambiare forma e dimensione. E soprattutto è premuroso nei confronti del suo amico umano, gli vuole bene in una maniera pura e totalizzante che non sforna giudizi o rimproveri ma pensa solo ad abbracciare, consolare, far divertire. Ma la cosa ancora più spaventosa è che Pallas non solo sopporta tutto questo amore, ma si abbandona mollemente alle coccole di Sandro. E chi non lo farebbe.

Per Pallas, il suo amico immaginario è un rifugio dalla vita, dalle sue delusioni e dalla sua solitudine. Non solo. Sandro è un rifugio in cui Pallas si nasconde anche da sé stesso. È il luogo dove i suoi errori non possono entrare, dove lo spirito del fallimento che aleggia sopra il suo capo non può infliggergli quel senso di impotenza che governa la sua vita.

Sandro2

Scontrandosi con certa letteratura spesso piagnucolante che utilizza sempre il passaggio da infanzia e adolescenza come il più traumatico per un essere umano, Alice Socal sembra dirci che in fondo l’adolescenza non è altro che una forma matura dell’infanzia, e che i veri dolori cominciano con il passaggio nell’età adulta. È in questo momento che i ponti con il passato saltano e comincia davvero una nuova vita, è qui che bisogna dimostrare di essere cresciuti per davvero.

L’autrice non banalizza la questione tirando in ballo mutui, chili che si aggiungono, difficoltà economiche o una nuova famiglia in arrivo. Non fa in sostanza quello che negli ultimi trent’anni hanno fatto il cinema e la letteratura italiana. Il suo Pallas non può essere adulto in quanto – come un bambino – non è in grado di amministrare la propria vita sociale perché è vigliacco e pigro. Non affronta mai i suoi problemi per non creare attriti e questa mancanza non fa che portare tutte le sue relazioni su un binario morto destinato a svanire, proprio come la sua amicizia con Frank, finita da un giorno all’altro senza alcun valido motivo ma con colpe ben precise, e tutto imputabili a Pallas.

Nelle ultime pagine, il nostro protagonista riesce a essere sincero verso sé stesso, non nasconde più nulla, nemmeno i propri errori e i propri difetti. E tutto termina con una semplicità disarmante, che potrebbe apparire sottotono anche graficamente rispetto alle invenzioni nelle pagine precedenti, e invece nella breve descrizione di questo ritorno alla normalità c’è una poetica delicata e potente che fa tornare il mondo un posto meno spaventoso.

Sandro3-1024x693

Tutte le insicurezze e le difficoltà di Pallas, emergono dai disegni a matita di Alice Socal. I suoi tentativi di movimenti e sguardi vengono spesso impressi simultaneamente ed è quindi facile trovare il nostro protagonista dotato di più braccia, più occhi e più volti, come se Alice Socal volesse cristallizzare ogni indecisione nella carne del suo protagonista sino a darle il peso reale che le stesse titubanze hanno nelle nostre vite, in un gioco di livelli sovrapposti in cui lo sguardo del lettore si perde più di una volta ad analizzare le raffinatezze grafiche ed emotive.

C’è poi nelle tavole di Alice Socal tutto quel terrore sotterraneo evocato da Sandro, soprattutto nelle parti in cui la sua presenza modifica lo spazio con prospettive esasperate o strane costruzioni. Se già il luogo in cui vive Pallas sembra un incrocio tra una città mitteleuropea e una costruita con i Duplo, la presenza di Sandro amplifica questo straniamento modificandone l’aspetto ordinario e sottilmente spaventoso con un parco giochi di stramberie e architetture fatte a sua immagine e somiglianza.

Sandro è un graphic novel potente che parla alla mia generazione con una voce davvero diversa. Una voce sottile, inquieta, ma che in un certo qual modo sentiamo vicina. Come se volesse accompagnarci in questo difficile passaggio nell’età adulta, facendoci strada su un sentiero poco battuto, a tratti pericoloso e con molti e misteriosi tornanti. Ma è un percorso nuovo, che ci evita le strade facili e già battute della tradizione, per farci approdare (forse) a un nuovo traguardo.

Sandro
di Alice Socal
Eris Edizioni, 2015
116 pag.