The Rust Kingdom | Una recensione che non parla di spadate

Mi smentisco subito: questa recensione parlerà anche delle spadate. All’inizio non volevo farlo perché quasi tutte le recensioni che ho letto di The Rust Kingdom parlavano giustamente di fendenti, affondi, lame e tagli e come mio solito volevo prendere il fumetto di Spugna da un’altra angolazione. Il problema è che con The Rust Kingdom non si può proprio prescindere dalle spadate. Replicando la formula alla base di Una brutta storia in cui i pugni (e di come si ricevono) diventavano il perno attorno a cui ruotavano l’universo visivo e il ritmo narrativo, Spugna aggiunge complessità cercando per questo The Rust Kingdom di connettere alle spadate anche il nucleo tematico del suo fumetto. E quindi i colpi, i fendenti e le spade sguainate non possono essere isolate e messe in un angolo.

Questo dice molto su Spugna, uno che con quei disegni potrebbe sfruttare l’ondata di banalità citazioniste e nostalgiche, e invece sceglie di prendere una strada più complessa, che non rinnega mai le proprie fonti di ispirazione e non sfrutta il genere come semplice costume di scena o macchinario per far avanzare la propria storiella. Lo Sword and Sorcery per Spugna non è un fondale su cui ambientare la sua storia, ma la pozzanghera in cui ribolle il brodo primordiale del genere, con le sue regole, i suoi personaggi, i suoi temi e i suoi modi narrativi. Prende quella materia e ne estrae gli elementi che gli interessano, li affina in base al proprio gusto e alle proprie necessità, rimettendola poi a ribollire nel calderone che sta rimestando. È un processo questo a cui Spugna ha evidentemente dedicato molto tempo e molta cura: il risultato infatti è, prima di ogni altra cosa, l’imporsi di una narrazione che non si accontenta esclusivamente della solidità, del tenere tutto in piedi fino all’ultima pagina minimizzando i traballamenti, ma che mira a una perfezione monolitica.

La partenza è un modulo da tre vignette orizzontali che Spugna utilizza come base, già suggerendoci uno sviluppo latitudinale dei movimenti. È un’inquadratura che ci introduce lentamente, con un’attesa da cinema western: una landa desolata, un’esplosione controllata nel terreno ed ecco il nostro protagonista sbucare dal nulla per vagare nel nulla. Controcampo sull’orda di nemici e poi si va sul primo piano del nostro eroe, ignaro che alle sue spalle un esercito di mostri affamati lo sta per raggiungere. Fate attenzione al mostro con la scure, a come Spugna lo rende improvvisamente il vero punto focale di questa scena: sin dalla prima inquadratura quando il suo corpo è poco più che una silhouette, l’autore comincia a disegnare la traiettoria della rotazione dell’ascia finché – arrivata nei pressi della testa del protagonista – Spugna blocca quel movimento armonico prima dell’impatto, zooma improvvisamente sull’occhio del protagonista e poi si scatena. Dalla tavola successiva in poi, difficilmente troverete in The Rust Kingdom due moduli di tavola del tutto simili (a esclusione della struttura di partenza) perché Spugna àncora la sua regia ai movimenti e cerca di spremerne fuori ogni goccia di potenza espressiva. Più che le inquadrature vere e proprie (che sono in fondo solo il risultato di una riflessione), è interessante notare la scelta dei movimenti che le influenzano, perché Spugna evita di essere banalmente spettacolare evitando di fare affidamento solo sui movimenti del personaggio principale e delle sue armi, ma li alterna ai colpi mancati dei nemici, ai fiotti di sangue, ai balzelli e alle cadute, agli atterraggi gradassi e alle spade conficcate. L’occhio di Spugna seleziona i movimenti migliori per creare una perfetta sinfonia tamarra fatta di improvvise frenesie create con tavole che cambiano continuamente struttura, e spaventosi vuoti d’aria non appena la linea dell’orizzonte viene quasi del tutto annullata dalle terrificanti splash page verticali che, modificando temporaneamente l’orientamento latitudinale delle vignette, irrompono nella narrazione con maestosità e imponenza.

La storia avanza con una fluidità sbalorditiva proprio perché emerge dai movimenti e dalle azioni, non dai dialoghi (rarefatti, essenziali) o da un setup del contesto che, come spesso accade altrove, in un paio di capitoli ci spiega tutto quanto e poi pretende pure di essere credibile. L’autore ci consegna le coordinate della sua storia tavola dopo tavola, svelandoci poco per volta gli intenti e la missione del protagonista, preservando dallo sguardo del lettore le parti migliori della sua storia. Senza mai rendere subito chiaro del tutto il percorso tracciato per The Rust Kingdom, Spugna riesce a preservarne un senso di meraviglia capace di stupirci e coglierci di sorpresa continuamente.

In The Rust Kingdom la quest arriva prima della storia, ma quando (praticamente sul finale) la storia irrompe finalmente nella narrazione, non ce n’è più per nessuno: all’improvviso questo fumetto gradasso e tecnicamente perfetto si trasforma in un dramma prepotente e disperato. La rivelazione finale è deflagrante non tanto per la svolta della trama in sé, quanto per il peso che riesce ad avere su tutto quello che abbiamo visto finora. Lo si nota soprattutto dal cambio di prospettiva che subiscono quei dialoghi spezzettati del protagonista, quelle parole dure ed essenziali che sembrano messe lì per accentuare il suo distacco eroico, ma che alla fine assumono una tragicità devastante per come riescono a raccontarci follia e fragilità.

C’è questo senso di tragedia ineluttabile che aleggia per tutto il libro e che non ci si sa spiegare. Quando emergono i motivi (anche questa volta Spugna fa la scelta raffinata di non spiattellarci tutto sul foglio ma accenna solo alle cose che ci servono, lasciando il grosso della storia a scalpitare nell’ombra) si arriva alla consapevolezza che The Rust Kingdom è nel suo nucleo un dramma shakespeariano cupissimo sul potere nefasto della famiglia. Quelle emozioni nette che Spugna ha raccontato con precisione, cominciano così ad assumere contorni più sfumati e con loro i personaggi assumono una tridimensionalità tale da renderli misteriosamente complessi. Così l’eroismo è obbligato a contaminarsi con il fallimento più duro e cupo, la spavalderia con la cieca disperazione, e la forza fisica con il disfacimento del corpo.

E tutto questo senza mai rinnegare nemmeno un fendente, un sorrise ebete di un mostro o qualsiasi altra smargiassata.

The Rust Kingdom
di Spugna
Hollow Press, 2017

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