Gigahorse #20 | Settembre 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo. Se non avete voglia di aspettare un mese per leggerle, fate un giro sul profilo Instagram. 

ICE HAVEN
di Daniel Clowes – Traduzione di Isabella Zani (Coconino Press, 2007)

Era da un po’ che non rileggevo Ice Haven. Nel frattempo però la cittadina immaginaria di Daniel Clowes non è cambiata di una virgola: eccoli lì tutti gli abitanti così concentrati su loro stessi da considerarsi ognuno protagonista di questa storia. Ice Haven è d’altronde una Twin Peaks senza cose pazzerelle e senza alcun interesse per l’omicidio di Laura Palmer. D’altronde il vero protagonista del libro, David Goldbergs, è anche il personaggio più marginale e misterioso e di conseguenza anche quello più emarginato dai personaggi e dalla narrazione. A nessuno frega qualcosa del suo rapimento, di quello che faceva prima o quello che farà dopo, tutti sono focalizzati su loro stessi e su un dolore a cui non riescono a dare forma e che cercano di sopire con piccole manie, con l’amore, con il lavoro.

MENZ INSANA
di Christopher Fowler e John Bolton (Magic Press, 2001)
Nel mondo reale ci sono un uomo e una donna matti da legare e chiusi in un manicomio. Nel piano mentale le loro due coscienze prendono forma in Menz (un mad doctor che pare uscito da un cartoon) e Jaz, una bella ragazza che pare disegnata da Milo Manara. I due vorrebbero scoprire il motivo della loro degenza, ma le cose non sono così semplici, tra portali interdimensionali e strambi personaggi che mettono loro i bastoni tra le ruote.
Peccato che questo fumetto strambo sia affossato da una narrazione poco attenta che, soprattutto nei primi capitoli fatica a concentrarsi sulla missione dei personaggi, focalizzando l’attenzione su microstorie anche divertenti ma poco utili alla storia. E infatti il colpo di scena finale risulta un poco smorzato e troppo frettoloso, sebbene mantenga comunque le aspettative. Meglio forse dedicare la propria attenzione al buon lavoro di John Bolton, capace di dare forma a una narrazione schizofrenica con uno stile cartoonesco ma fastidioso, dove le esagerazioni dinamiche e caricaturali non risultano mai simpatiche e divertenti ma dissimulano angoscia e crudeltà. Il loro alternarsi poi nell’ultimo capitolo con un fotorealismo spinto, le rende ancora più tragiche e sofferenti.

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN RINASCITA #7-8
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Sul numero sette, albo di passaggio per l’avventura punk di Harley Quinn. Palmiotti e la Conner si preoccupano di mettere tutti gli agenti in gioco, con un’attenzione a preparare la strada (con un flashback ben disegnato da Jill Thompson) per l’ormai imminente ritorno del Joker. Chi ne esce veramente vincitore è ancora una volta John Timms: la sua Harley Quinn spigolosa, slanciata e con una espressione da cacciatrice tiene ancora una volta banco nonostante la storia sia un poco moscia. Invece sul numero 8 Harley Quinn salva il Natale facendosi rimpicciolire per essere mandata dritta nel cervello di Santa Claus in modo da uccidere i demoni che assillano il ciccione rosso e, già che c’è, anche i propri. Numero noiosetto e poco divertente, con un nutrito gruppo di disegnatori che proprio non convince quando è alle prese col personaggio. La sceneggiatura tralascia completamente la cosa più interessante della premessa (i medici la possono rimpicciolire ma non sanno come farla tornare a grandezza naturale) e quindi sono rimasto come uno scemo quando la fine è arrivata come nulla fosse.
Deathstroke è invece una gran bella sorpresa. Non avrei dato una lira alla serie (colpa anche di disegni non proprio di mio gradimento) eppure la serie di Christopher Priest si sta rivelando un solidissimo thriller familiare in cui le bugie, i misteri e gli imbrogli legano un padre è una figlia più di qualsiasi legame di sangue. La componente thriller e quella drammatica sono così ben intrecciate da essere quasi indistinguibili, un mix drammaturgico in cui una scena di combattimento vale tanto quanto un dialogo nel tinello.
La cosa migliore di un crossover è leggere solo l’epilogo e sentire sul tuo corpo la felicità nell’aver risparmiato i soldi per il solito evento inutile. Questo non ricordo nemmeno più come si chiama, ma nell’epilogo introduce i figli della Waller e la cosa pare una svolta abbastanza interessante.

TIM GINGER
di Julian Hanshaw (Top Shelf Productions, 2015)
L’esordio americano dell’inglese Julian Hanshaw è un graphic novel che miscela insieme la vita tranquilla dell’anziano Tim Ginger (vedovo, scrittore, ex pilota che testava aerei per il Governo, giocatore di cricket), il mondo delle teorie complottistiche e un paio di temi complessi che Hanshaw ha il coraggio di affrontare, primo tra tutti la scelta legittima di non avere figli. Hanshaw mette tutto in una trama che sta attaccata al suo protagonista (e spesso addirittura all’interno), raccontandoci un personaggio dalla psicologia complessa con cui arriviamo a condividere ogni dubbio e ogni incertezza. A tratti l’impianto generale scricchiola un poco, soprattutto a causa di un paio di scelte non molto centrate (la parentesi “fantastica” troppo poco sviluppata per rendere davvero emozionante una delle sequenze più importanti, il fumetto di Anna disegnato come il fumetto che stiamo leggendo) ma Hanshaw tiene così tanto al suo protagonista che si fa perdonare questi piccoli sbandamenti e alcune lungaggini nei dialoghi. Più in generale il vero problema del fumetto è una regia che troppo spesso sottolinea concetti e situazioni già chiari, come la lunga sequenza in cui Tim Ginger blasta un cospirazionista, in cui una chiusura scolastica e poco necessaria toglie forza drammatica a una delle scene migliori del fumetto.

DEADPOOL #25-26-27
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
A chi legge o ha letto tanti fumetti di supereroi capita prima o poi di avere la sensazione con qualche testata di trovare giusto un paio di numeri passabili in un’intera annata. La Marvel con Deadpool 2099 ha aggirato il problema e ha isolato quei due numeri passabili in una sotto-testata a cadenza semestrale così il lettore non fa fatica a individuarli. Peccato si sia già arrivati al penultimo numero perché è davvero l’unica cosa che su questa testata riesco a leggere con un minimo di piacere, merito soprattutto dei disegni di Koblish (anche se qui risulta confusionario nella regia). Alla fine il problema di Deadpool è che mette in scena conflitti ma non gli interessa minimamente, non dico approfondirli, ma almeno raccontarli decentemente. Prendete la prima storia del n.25, un lungo combattimento tra Deadpool e sua moglie in cui i due affrontano la loro crisi coniugale. Dovrebbe essere una cosa divertente il giusto per tenere in piedi le venti pagine dell’albo eppure ci si stufa dopo appena due tavole per colpa di combattimenti senza fantasia, le solite battutine di merda e due personaggi che discutono sul nulla. Poi così, di punto in bianco, tutto termina perché bisogna introdurre il nuovo story-arc e quindi si passa oltre senza farsi troppi problemi.
Fatico ancora a comprendere il senso di questo team-up tra l’Arrampicamuri e il Mercenario Chiacchierone, visto che Joe Kelly fatica ancora a creare dinamiche interessanti nella coppia. Per ora si è limitato a far dire brutte battute a Spider-Man per farlo prendere in giro da Deadpool, le cui battute sono invece…beh, sono brutte pure quelle. Se non altro almeno qui l’ombra di una storia la si scorge, nella speranza che sia almeno leggibile. Il numero dei Mercenari per Soldi si apre con una sequenza di tre tavole mute che su Deadpool sono tipo la pace dei sensi. Peccato che poi comincino le chiacchiere e le solite botte banali con due buffi avversari. L’albo si conclude con l’ingresso della nuova squadra dei Mercenari per Soldi, l’ennesimo reset nell’arco di questi ultimi due anni. Sai mai che tutte queste sostituzioni, illudano i lettori nel credere che succeda veramente qualcosa nella storia.
Passato l’ingenuo divertimento iniziale, Gwenpool si è rivelata con un nulla di rosa vestito. La trama avanza lentamente e si perde dietro ai vaneggiamenti della protagonista, cosa che non diverte ormai più nessuno. Gwenpool è sempre un poco più sopportabile, facile quando non si pretende da un personaggio di dover fare una battuta ogni due vignette.

TEX #683
di Mauro Boselli e Alessandro Piccinelli (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Davvero deludente la parte finale di questa storia estiva in due numeri firmata da Boselli e Piccinelli. La sceneggiatura di Boselli pare inutilmente intricata a fronte di uno sviluppo tutto sommato lineare (strano a dirsi visto che invece il numero precedente convinceva proprio per la gestione dell’intreccio e dei flashback) ma delude soprattutto per la sua incapacità di dare il giusto pathos a quei tre momenti centrali dell’albo. Non aiutano nemmeno i tanti momenti interlocutori usati da Boselli per risolvere i conflitti. I disegni di Piccinelli sono spesso sommersi dalle parole, e quando se ne libera ci consegna tavole che godono finalmente di un respiro narrativo più potente (basti vedere pagina 52 e 53). A quando in Bonelli si metteranno da parte questi inutili dialoghi telefonati e si consegneranno le redini della narrazione ai disegni?

IL CONGRESSO DEGLI ANIMALI
di Jim Woodring (Coconino Press, 2017)
È impossibile non rimanere stupefatti davanti a qualsiasi lavoro di Jim Woodring, colpa probabilmente della naturale semplicità con cui racconta le sue storie senza utilizzare nemmeno una parola. Ma finire nel mondo di Frank e compagnia, non è una semplice gita fuori porta in una terra con regole proprie, e infatti Woodring non tratta mai il lettore come un turista. Gli interessa semmai immergerlo in quel mondo, farlo diventare parte di esso per cambiare la sua prospettiva sulle cose, strabiliare i suoi sensi e riordinare il suo pensiero, insomma, una sorta di riallineamento spirituale volto a portare il lettore a guardare il suo mondo da un differente punto di vista. E qui ritorna quella naturale semplicità di Woodring, che gli permette di fare tutto ciò attraverso personaggi che sembrano usciti da cartoni animati degli anni Trenta e da quadri di Bosch, e un meccanismo narrativo che è il vero protagonista (anche filosofico) del fumetto.

THE SQUIRREL MACHINE
di Hans Rickheit – Traduzione di Valerio Stivè (Eris Edizioni, 2017)
Leggere The Squirrel Machine non è un’esperienza molto diversa dall’esplorazione che i due fratelli protagonisti del fumetto compiono dell’immensa casa vittoriana in cui abitano. Un edificio di cui è impossibile ricostruire una planimetria, quasi che i numerosi passaggi segreti, le infinite stanze e gli angoli misteriosi che continuamente si moltiplicano durante la lettura, appartenessero a un’altra dimensione. Forse è proprio così o forse no, ma di questo ci importa fino a un certo punto. Se lasciamo da parte per un attimo il nostro bisogno di una logica e ci abbandoniamo alla narrazione di Rickheit, ci si para davanti uno strambo dramma familiare e un’interessante riflessione sulla creatività. Trovate la mia recensione qui

TEX – IL VENDICATORE
di Mauro Boselli e Stefano Andreucci (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Il vendicatore si apre con una bellissima quasi del tutto muta. Basterebbero anche solo queste quindici pagine per convincervi a leggere questa nuova avventura di Tex, eppure vale la pena continuare grazie a uno Stefano Andreucci particolarmente ispirato che inanella nel corso della storia almeno altre due sequenze davvero riuscite. La foliazione della collana Tex Stella d’oro (50 pagine in meno rispetto alla collana da edicola) giova sia al disegnatore che a Mauro Boselli, alle prese con una storia non molto interessante ma cui riesce a conferire una tensione continua e a far emergere la grande personalità del giovane Tex (cui spero vivamente venga dedicata una collana a parte). Mi piacerebbe leggere più spesso avventure di Tex più brevi, silenziose e ricche di tensioni, dove la moralità del personaggio emerge esclusivamente dalle sue azioni senza inutili sottolineature di verboso dialoghi. Belli i colori di Matteo Vattani, anche se ho avuto la sensazione che nelle ultime tavole si sia fatto un lavoro più sommario rispetto alle prime pagine.

ALIENS #5
di aa.vv. – Traduzione di Andrea Toscani  (SaldaPress, 2017)
Non pensavo che Aliens: defiance avesse ancora delle frecce nel suo arco, e invece questo penultimo albo riesce a sorprendere. Bella l’idea dei pirati spaziali (peccato solo per il design un poco poverello) e divertente il contrattacco dell’equipaggio dell’Europa, anche se forse troppo frettoloso. Più interessante il numero successivo in cui Brian Wood trova il giusto equilibrio tra introspezione e azione che ricercava sin dal primo capitolo. Il voice over di Zula non risulta ridondante e le sue riflessioni (che tirano già le fila del discorso) ben si integrano con le azioni di Davis 1 e le scelte prese dall’equipaggio. Mancano ancora due numeri e il cliffhanger di questo albo ci fa presumere che ci saranno altre sorprese, ma spero più che altro in un finale soddisfacente a livello “umano”.

MERCURIO LOI #5
di Alessandro Bilotta e Sergio Gerasi (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Ogni volta che finisco di leggere Mercurio Loi mi sento pervaso da un senso di soddisfazione: è una cosa che mi capita raramente e quasi mai quando si tratta del numero singolo di un fumetto seriale. Permane in me una sensazione di completezza la cui origine penso vada ricercata oltre la perfezione di una trama ben congegnata e di una regia vivace che usa un linguaggio fumettistico “colto” (mi si passi la semplificazione) pur rimanendo nel solco della tradizione bonelliana. Forse parte del merito va al rapporto che Bilotta ha instaurato con i suoi lettori, che lo sceneggiatore romano tratta da esseri senzienti. Ciò gli permette di non dare spiegazioni, di non essere mai esaustivo ma sempre elusivo. La storia si dispiega davanti al lettore senza alcuna premessa, ed è un piacere scoprirla pagina dopo pagina, vederla emergere dalla moltitudine di elementi che Bilotta affastella nel corso della narrazione. Molto spesso poi ciò che normalmente nel fumetto seriale italiano viene relegato sullo sfondo (i ricordi, le emozioni) viene qui elevato a elemento primario del racconto, cosa che Bilotta si diverte a evidenziare in questo numero con una sequenza dall’umorismo surreale in cui i nostri eroi fanno a cazzotti con i membri di una setta senza che ci siano dati elementi per contestualizzare la scena. Insomma, la “vera” avventura viene messa in un angolo per cercarne di nuovi tipi. Non necessariamente migliori, semplicemente diversi, e la cosa non può che farci bene. 

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Gigahorse #19 | Agosto 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo. Se non avete voglia di aspettare un mese per leggerle, fate un giro sul profilo Instagram. 

THE COMPLETE D.R. & QUINCH
di Alan Moore e Alan Davis – Traduzione di Leonardo Rizzi (Editoriale Cosmo, 2017)
D.R. e Quinch sono due adolescenti folli e senza freni che hanno solo in mente di combinare casini. Ah, e sono anche due alieni con la passione per le armi da fuoco. Alan Moore usa questi due balordi per mettere in scena una fantascienza punk dove nulla funziona come dovrebbe e tutto viene distrutto e maciullato senza troppe implicazioni. È chiaramente l’ennesima occasione per Moore di distruggere gli Stati Uniti e la loro morale: le due storie più belle del volume attaccano in maniera caustica la retorica della guerra e lo sbriluccicante mondo di Hollywood. Alan Davis si diverte un mondo a creare personaggi strampalati, eccidi di massa è un design degli oggetti di scena che rimanda sottilmente al nazismo.

BIG BABY di Charles Burns – Traduzione di Irene Bozzeda/Comma22 (Coconino Press, 2009)
In un mondo che cerca di preservare l’innocenza infantile con la menzogna, Charles Burns ci ricorda sempre che l’unico modo per rimanere puri è aprire sempre gli occhi davanti alla realtà, anche quando questa si fa mostruosa e inconcepibile. Proprio come accade a Big Baby che reagisce con improbabile tranquillità ai mostri, agli alieni e agli assassini chiamati in rassegna da Burns per minare le fragili fondamenta di una società che crede alle bugie ma non ai mostri che gli vivono in giardino.

DEADPOOL #22-23-24
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
Deadpool e i mercenari per soldi sono ancora in giro a recuperare dei tizi per la Umbral Dynamics. Solito numero: blablabla Deadpool ci tratta male andiamocene / oh no abbiamo la missione / entrata carismatica del cattivo / battutine e scena d’azione basic / blabla Deadpool cattivo imprenditore / combatti combatti / l’unione fa la forza ma ci sono diversità insuperabili / che cosa losca la Umbral Dynamics / finale pensieroso. BASTA.
Gwenpool fa il suo ingresso in Civil War II con questo primo episodio che sembra la versione pezzotta di un numero delle W.I.T.C.H. con Miles Morales. Disegni da fumetto per ragazzine, sceneggiatura stanca e rapporto tra i due personaggi che regge il tutto nonostante sia tutto molto prevedibile. Insopportabile, a partire da quei disegni che certo, sono perfetti per una tredicenne, ma io purtroppo tengo trent’anni, perdo capelli e mi godo un principio di obesità.
Il numero #23 della testata è invece tutto dedicato al crossover Civil War 2 di cui non so nulla. Poco male, visto che grosse differenze non si vedono: Deadpool è sempre in rotta di collisione con i suoi mercenari, si menano, dicono battutine è morta lì.
Si conclude sul numero #24 la prima misera saga della testata Spider-Man/Deadpool, conclusione che in realtà dà il via a una nuova avventura. Solita scrittura dozzinale ma perlomeno ci stanno un paio di mostri mutanti. Speriamo che ci siano anche nei prossimi numeri.

CINEMA PURGATORIO – Volume 2
di aa.vv. – Traduzione di Leonardo Rizzi (Panini Comics, 2017)
Si torna al Cinema Purgatorio e a questo giro la sala gestita da Moore e O’Neill ci propone il famoso fumetto in cui i fratelli Warner prendono il posto dei fratelli Marx. Se dei secondi conosco bene film e storia, dei primi non so praticamente nulla, cosa che probabilmente mi ha tolto tre quarti di piacere della lettura. Da rileggere dopo essersi documentati per bene. Per fortuna Moore non ci lascia a bocca asciutta e ci regala un emozionante biopic di Willis O’Brien (pioniere dell’animazione in stop-motion) recitato dalla sua creatura più famosa: King Kong.
Codice Pru di Garth Ennis invece convince sempre di più. Con tutta probabilità si entrerà nel vivo della vicenda col prossimo volume, ma per ora quello che sembrava un procedurale, sta sviluppando una trama orizzontale che pare interessante. Rimaniamo in attesa.
Al Pokémon post-apocalittico di Kieron Gillen manca invece ancora qualcosa di originale, speriamo che lo trovi nei personaggi visto che lo scenario è abbastanza banale.
Una più perfetta unione è per me indigeribile. Sulla carta era forse l’idea più intrigante ma tra disegni orrendi è una sceneggiatura senza un vero focus, l’ho odiato sin dalla prima pagina. E mi sa che continuerò a farlo.
Il volume si chiude con L’immenso di Christos Gage e stai a vedere che magari viene fuori qualcosa di interessante da questa idea dei kaiju addomesticati.

MERCURIO LOI #2-3
di Alessandro Bilotta, Giampiero Casertano e Onofrio Catacchio (Sergio Bonelli Editore, 2017)
La Bonelli ha subito trovato un modo per farmi calare l’iniziale e meritato entusiasmo nei confronti del primo numero di Mercurio Loi: i disegni di Giampiero Casertano. Tralascio ormai le scontate lamentele riguardo le fisionomie sommarie e una recitazione davvero grossolana, e concentro le mie lamentele su una regia incapace di gestire i giochi di specchi (e quando ci prova i risultati sono imbarazzanti) e rendere vive le suggestioni visive e intellettuali dei riflessi che Bilotta semina in tutto il numero, in primis quelli relativi al villain di turno. Ne esce un numero notevolmente depotenziato che si regge solo grazie a una scrittura solida e inclusiva, di cui sottolineo nuovamente il grande merito di dare per scontati legami e fatti del passato creandoci attorno mitologia e mistero e non insoddisfazione. Per ora l’unica nota dolente della scrittura è la scelta poco coraggiosa di mostrarci i pensieri del Capitano Farnese, un personaggio che sarebbe risultato più interessante se fosse costretto (così come nella vita) a comunicare solamente tramite una lavagnetta.
Con Il piccolo palcoscenico Bilotta ci ricorda che gli piace prendersi dei rischi, e così dopo soli tre numeri inscena la prima crisi del suo protagonista, facendo affidamento sul bagaglio di esperienza passate mai mostrate ma di cui ci ha fatto sentire la presenza sin dal primo numero. È una crisi più filosofica che esistenziale, quasi un vezzo che il protagonista si concede ponendo sé stesso al centro della vicenda principale, con un egocentrismo che fa passare tutto in secondo piano. Non c’è quindi una vera partecipazione emotiva del lettore nei confronti della crisi di Mercurio Loi, semmai il consolidamento di quell’affascinante antipatia che Bilotta usa per caratterizzare il personaggio.
Il tasto dolente sono ancora una volta i disegni (in questo numero realizzati da Onofrio Catacchio) che sembrano non riuscire a cogliere tutte le sfumature della scrittura di Bilotta. Catacchio si dimostra molto ricettivo nel cogliere l’umorismo dello sceneggiatore (la scena di Ottone che entra nella casa colma di maggiordomi mi ha strappato più di una risata) ma fatica a rendersi interessante nelle parti più drammatiche e riflessive.

SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #4-5-6
di aa.vv. (RCS Quotidiani, 2009)
Il bacio del Ragno
è una raccolta antologica che raccoglie alcune storie a tema romantico e patemi d’amore comparse negli anni sulle testate dedicate a Spider-Man. Ho sempre del pregiudizio su queste cose perché tanti anni di DC mi hanno insegnato che quando nelle storie c’è di mezzo l’amore spesso è noia e ancora più spesso è filler. E invece in Spider-Man no, perché questi sentimenti vengono raccontati in maniera molto naturale, senza una costruzione soap-operistica ma evidenziando invece i dubbi, gli slanci e i fremiti dei due innamorati. Si finisce così a essere quasi infastiditi dai combattimenti che inframezzano i problemi di cuore, tant’è che in un paio di occasioni nemmeno ce ne sono e tutto funziona in maniera così perfetta da far arrossire dall’invidia storie che se la sentono un po’ troppo (tipo Blankets). Chiude il volume una storia divertentissima di Darwyn Cooke (l’uomo che ha il potere di farvi innamorare di ogni donna che disegna) tratta dalla serie antologica Spider-Man’s tangled web: a proposito, non sarebbe ora di riproporla integralmente?
L’ultima caccia di Kraven è inevece una seduta psicologica mascherata da comic book. Kraven uccide, sostituisce e poi restituisce il suo ruolo a un Uomo Ragno spaesato, indebolito, incapace di comprendere il piano folle e la richiesta di aiuto del suo nemico. È forse uno dei fumetti più disperati e cupi che abbia letto, che non si preoccupa di mascherare la sua vera natura dietro mossette e tutine, ma anzi ce la spiattella davanti agli occhi in tutta la sua tragica ed elaborata pianificazione.
Dopo cinque numeri che mi hanno stupito come mai avrei immaginato, ci volevo quello che mi smorzava un po’ l’entusiasmo. Divertenti ma con poca ciccia attaccata le prime storie con il team-up tra l’Uomo Ragno e gli X-Men, con un episodio ambientato tutto in un aereo che svetta sugli altri grazie a una bella regia. Dalla fine degli anni Sessanta facciamo un salto temporale nel 2003 con la miniserie Duri a morire, con protagonisti Spider-Man e Wolverine. Storia noiosa, dialoghi fastidiosi pieni di battutine e soprattutto dei disegni pessimi ulteriormente rovinati da una colorazione digitale ancora molto immatura. In realtà Mavlian indovina anche un paio di belle vignette con un Wolverine animalesco, ma tra volti deformati e anatomie incerte è davvero difficile arrivare alla fine della storia. Passo al prossimo volume che è meglio.

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN RINASCITA #4-5-6
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Termina su quarto numero l’incursione aliena a Coney Island, forse una delle parentesi più deboli della lunga gestione Palmiotti-Conner di Harley Quinn. Non che i classici elementi della serie (violenza esagerata, sotto testi sessuali, soluzioni bislacche a problemi assurdi) siano mancati, ma a questo giro il meccanismo sembrava meno oliato del solito. Lo scontro tra la Suicide Squad e Zod si sta rivelando più interessante del previsto grazie soprattutto agli effetti che la presenza del kryptoniano sta avendo sui membri del gruppo (che ricordiamo finalmente affidato a uno scrittore capace di gestire le singole unità così come l’intera squadra). Seguono a ruota le solite due storielle piangine con i momenti del passato di due membri della Suicide Squad. A ‘sto giro tocca ad Harley Quinn e ad Hack. Speriamo che questa tortura finisca presto.
Quinto numero sottotono per Harley Quinn, sia dal punto di vista della scrittura (la storia è davvero bruttina) sia da quello dei disegni, troppo rigidi e per nulla dinamici. Passiamo oltre e vediamo cosa succede su Suicide Squad. La gestione Williams-Lee si sta rivelando interessante soprattutto per come riesce a far convivere le esplosioni e i combattimenti con quel minimo di approfondimento psicologico che ci si aspetta dalle tutine. La testata si mantiene sempre su un livello di divertimento alto, offrendo anche qualche punto di vista diverso sui personaggi: nei prossimi numeri leggeremo una Harley Quinn rinsavita. Che effetto farà? Deathstroke convince invece sempre di più, soprattutto ora che la trama si sta avvicinando al suo nucleo. Nei prossimi numeri probabilmente ci sarà il salto di qualità. Speriamo.
Sul numero sei ad Harley Quinn tocca una missione da infiltrata, ma tutta a modo suo. E infatti la ragazza deve infiltrarsi in una band punk responsabile di furti, razzie e soprattutto della morte del suo postino. Numero divertente dopo la precedente run un poco noiosetta. A questo giro sembra che la storia porti anche da qualche parte, tra legami col Joker e il rapporto con Harry Spoonsdale che potrebbe dare il via a qualcosa di interessante. E niente, questa prima run della Suicide Squad di Williams e Lee si è rivelata essere una lettura piacevole e per fortuna, visto che la testata navigava da anni in acque non troppo buone. Certo, ci sono un paio di cose un po’ forzate (il ritorno di Boomerang, la love Story tra due dei membri) ma la storia convince. Convince anche il lavoro di Lee sulla testata: avevo paura che l’indigestione fatta una quindicina di anni fa del suo stile mi avrebbe portato alla nausea e invece funziona tutto, grazie anche alla colorazione. Chiude l’albo la solita storia strappalacrime sul cattivo di turno (Incantatrice), e il preludio alla miniserie JL vs. Suicide Squad, che non leggerò e quindi stiamo a posto così.

NECRON #2
di Magnus e Ilaria Volpe (Editoriale Cosmo, 2017)
L’horror erotico (e comico) di Magnus prosegue con due nuovi episodi che affinano ulteriormente l’interazione tra i tre generi. Tra robot infoiati e lesbo-aracnidi siamo nei territori del b-movie più puro, che Magnus arricchisce con la cattiveria sopra le righe di Frieda Boher, crudelissima e perversa nelle sue macchinazioni. La regia di Magnus è praticamente perfetta, con la sua griglia a due vignette che insieme al tratto spesso e a scenografie con pochi particolari, restituisce un senso di perfetta essenzialità. 

PARKER #1 – Il cacciatore
di Darwyn Cooke (Editoriale Cosmo, 2017)
Se c’è una lezione che Darwyn Cooke ha imparato da Will Eisner (maestro che non ha mai smesso di omaggiare e studiare) è la capacità di far ricadere le ombre su volti e corpi, con quel doppio intento che è in primis drammaturgico ma anche e soprattutto psicologico. In questo primo episodio di Parker, che trasuda The Spirit da tutti i pori, Cooke costruisce un noir atipico fatto contemporaneamente di lunghe sequenze mute (o quasi) e lunghe sequenze narrate dalla voce fuori campo, creando una strana architettura il cui unico punto di appoggio è il carisma del personaggio (nemmeno la missione che deve compiere). 

ALIENS #1-4
di aa.vv. – Traduzione di Andrea Toscani  (SaldaPress, 2017)
Alien
era un b-movie così asciutto e preciso da essere riconosciuto quasi istantaneamente come il grande film che è. Prometheus e Alien: covenant partono invece col voler essere grandi film sul senso della vita, ma la loro ambizione si infrange contro una scrittura così cattiva da renderli quel tipo di b-movie che si sentono in colpa per il loro essere film di genere e cercano di nobilitarsi con due o tre pipponi filosofici che servono a poco o nulla. Aliens: defiance, miniserie di Brian Wood, sta a metà tra i due opposti, dando grande attenzione alla parte horror e action, che condisce con quel tanto di speculazione filosofica che le serve per tenere in piedi il rapporto tra i due protagonisti, una marines con problemi di salute e un sintetico che vorrebbe diventare uomo. Anche se non originalissimo (soprattutto il finale del terzo albo), l’intreccio per ora regge bene proprio grazie al rapporto tra i due, stiamo a vedere come Wood intenderà giocare le proprie carte. Fortunatamente Brian Wood non perde troppo tempo dietro al falso mistero che chiude il terzo albo e nel quarto ci piazza subito un bel parto cesareo (che ricorda quello di Prometheus) che si trasforma in una lunga sequenza muta davvero buona. Si sta molto in silenzio anche nel numero successivo grazie a un bell’agguato spaziale, peccato per i flashback di Zula Hendricks che trovo sempre abbastanza scontati e noiosi.

ALACK SINNER – L’età del disincanto #2
di Carlos Sampayo e José Munoz (Editoriale Cosmo, 2017)
Il finale di Alack Sinner scava sotto ai piedi del personaggio, toglie terra da sotto quel macigno di ideali manifesti e sentimenti nascosti creato da Munoz e Sampayo. È un finale tremendo, orrorifico, in cui Sinner viene del tutto privato della parola e della possibilità di dare una morale alla propria storia, semplicemente perché da essere umano non può farlo. A farlo sono due burocrati che decidono le sorti del mondo, che sbeffeggiano un Alack Sinner pacificato intento a giocare con il nipotino. Se le parole mettono paura, è il disegno a ridare la libertà al personaggio, con una vignetta finale commuovente in cui le rughe ispessite e profonde di Alack Sinner sembrano cullare come onde del mare il volto del bambino che il detective stringe a sé con inedita e innocente dolcezza. 

COCCOBILL E IL MEGLIO DI JACOVITTI #1
di Benito Jacovitti (Hachette, 2017)
Come per molti, con Jacovitti è stato amore a prima vista sin da quando cominciai a leggerlo sulle pagine de Il Giornalino per poi recuperarlo qua e là tra i vecchi numeri del Corriere dei Piccoli e del Diario Vitt dei miei genitori, fortunatamente conservati dai nonni disposofobici. Questa nuova raccolta di Hachette è l’occasione giusta per rinfrescare i ricordi di un innamoramento di cui conservo molte sensazioni e poche memorie. I colpi al cuore li sento ancora tutti, a partire da quei dialoghi ricchissimi di parole strane e quindi divertenti, un lessico evocativo che da bambino mi pareva l’incrocio tra i film di John Wayne e il giocatori di briscola al circolo del paese. Ci sono poi le migliori onomatopee che il fumetto abbia mai visto, gli SVOOONZ, gli SFLOMPT, gli SDÀK, suoni non omologati che stanno proprio alla base di quella ricercatezza lessicale (e musicale) che contraddistingue il lavoro di Jacovitti. 

FRANK
di Jim Woodring (Freeboks, 2005)
Jim Woodring racconta il senso delle cose senza senso, costruisce una narrazione surreale governata da oggetti alchemici, varchi dimensionali e finali che ci riportano allo status quo, e la fa attraversare da personaggi percorsi dagli umani sentimenti e dalle umane tentazioni. Semplice dire che sono avventure senza significato, divagazioni grafiche di un Topolino sotto acidi: il Frank di Woodring è una raccolta di fiabe cupe e stravaganti sul desiderio, l’ambizione, la curiosità. Basta seguire il flusso delle immagini che l’autore gestisce con una regia che predilige i personaggi a figura intera e le ampie panoramiche, per scoprire quale strambo insegnamento abbiamo appreso da quell’essere antropomorfo generico che è Frank.

TEX #682
di Mauro Boselli e Alessandro Piccinelli (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Per Tex Willer questa è una stagione di ricordi. Dopo il Texone, Boselli fa sedere nuovamente attorno al fuoco il nostro eroe e i suoi pard per un lungo flashback che ci porterà nuovamente negli anni della sua giovinezza. Rispetto a Il magnifico fuorilegge qui Tex non è uno scavezzacollo sprovveduto, quanto un uomo distrutto dalla recente perdita di Lylith e un padre insicuro che medita la fuga. Boselli approfondisce la psicologia del personaggio con delle veloci pennellate che nasconde abilmente in una storia di assedio e vendetta che stranamente mette in risalto le gesta dell’intrepida Lupe invece che quelle di Tex. Ai disegni Piccinelli fa un lavoro classico e solido, dando il suo meglio nell’intensa sequenza finale, la cui portata emotiva viene però smorzata da un brusco ritorno al presente.

REVIVAL Vol. 5 – In acque oscure
di Tim Seeley e Mike Norton – Traduzione di Marilisa Pollastro (SaldaPress, 2017)
Ho un problema con le serie a fumetti (e non): non mi piacciono quando perdono tempo, quando allungando il brodo, quando aggiungono personaggi e sotto trame da soap, procrastinando l’arrivo del finale e perdendo di vista tema e storia. Revival è però una felice eccezione e Tim Seeley è uno scrittore attento, capace di dosare col contagocce gli elementi e i misteri della storia principale (in questo numero però cominceremo a scoprire qualcosa di importante) senza però mai darci l’impressione di farlo per nascondere la mancanza di idee. Certo, Seeley usa tutti i trucchetti che poco sopporto (in primis gli elementi da soap), ma lo fa sempre rimanendo attaccato alle tematiche del suo fumetto e allargandone spesso l’orizzonte. Anche gli aspetti più umoristici non vengono mai banalizzati, basta prendere a esempio il gruppo di risorti cristiani che fino a questo numero hanno rappresentato una parentesi a volte divertente e a volte folle nella storia, e invece assumono qui un improvviso spessore drammatico che ci mette ancora una volta davanti a importanti questioni morali. In quello stesso capitolo Mike Norton abbandona il suo tratto patinato per uno stile più ruvido ed espressivo ai limiti del cartoonesco, con risultati molto più interessanti rispetto a quelli visti finora. Speriamo che la svolta grafica venga sviluppata anche nei prossimi numeri. 

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Gigahorse #18 | Luglio 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo. Se non avete voglia di aspettare un mese per leggerle, fate un giro sul profilo Instagram. 

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN RINASCITA #2-3
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Il rebirth di Harley Quinn comincia con un attacco alieno che trasforma gli abitanti di Coney Island in morti viventi. Nelle mani di Palmiotti e della Conner questa invasione di zombie si trasforma in una commedia degli equivoci violenta e quasi romantica. A conti fatti la storia è un po’ quella che è, ma perlomeno dà la possibilità a Chad Hardin e John Timms di sfogarsi con tavole spettacolari e ricche di azione.
La Suicide Squad di Williams e Lee parte col piede giusto, anzitutto dal punto di vista grafico. Depurato dalla colorazione digitale degli inizi e della sovraesposizione (più del suo stile che della sua persona) di inizio duemila, Jim Lee dimostra di avere ancora qualcosa da dire e da insegnare, a partire da tavole realmente dinamiche e da una narrazione compatta capace di dare il giusto spazio a ogni membro del gruppo. La storia parte da premesse interessanti, vediamo un po’ dove andrà a finire, anche se il problema rimane Rob Williams che fatica ancora a far convivere le voci di tutti i personaggi e tirarne fuori un’unica anima.
Chiudono i due spillati un breve one shot dedicato a Captain Boomerang e uno a Katana. Tanto inutili quanto brevi: se mi devo sorbire in ogni spillato la storiella del passato di ogni membro della Suicide Squad per farmi capire che è un balordo ma ha anche un cuore grande così, ecco ne faccio volentieri a meno.

AMERICAN MONSTER Vol. 1 – Dolce casa
di Brian Azzarello e Juan Doe – Traduzione di Stefano Formiconi (Saldapress, 2017)
La mia ragazza si compra un sacco di albi originali che accumula e rimane indietro con le letture. Albi che io vorrei leggere ma siccome sono un uomo d’onore, non leggerei mai per primo un libro pagato da qualcun altro. E così un sacco di roba figa che potrei recensire per ricavarne milioni, giace sugli scaffali e nelle scatole. A luglio mi sono trasferito da lei per un paio di settimane e con la scusa del tetto in comune, quei fumetti sono diventati anche miei. Ho cominciato con i primi cinque numeri di American Monster, nuova serie di Azzarello edita da Aftershock. Nel frattempo è uscita anche in Italia, l’ho letto in italiano e il caso vuole che abbia pure scritto una recensione per Fumettologica. Eccola qui.

CRY ME A RIVER
di Alice Socal (Coconino Press, 2017)
Giunto alla terza rilettura, oramai Cry me a river di Alice Socal ha smesso di essere un fumetto ed è diventata un’infiltrazione. Farsi inzuppare dalle lacrime della protagonista e dalla narrazione liquida della Socal è d’altronde l’unica strada percorribile per apprezzare questo graphic novel all’apparenza smilzo e minimale ma che rivela grande profondità e ambizione negli intenti. Dopo Sandro, Alice Socal prende una situazione resa banale da anni di sfruttamento al cinema e in letteratura e cerca di darle nuova vita attraverso un approccio inconsueto e rischioso, fatto di simboli, suggestioni e allucinazioni, cercando nuovi sentieri. Leggete la recensione così capite pure quali sono.

BIRDS OF PREY Vol. 1
di aa.vv. (Dc Comics, 2016)
Il primo volume della riproposta in ordine cronologica del primo ciclo delle Birds of Prey, non è altro che una raccolta delle storie precedenti alla formazione del gruppo. Per ora a collaborare sono solo Black Canary e Oracle: la prima è un agente segreto, la seconda gestisce le sue missioni dopo aver dovuto appendere al chiodo il costume di Batgirl dopo quella sventura di cui tutti siete a conoscenza (e che popola ancora i suoi incubi). A patto di chiudere gli occhi davanti alla colorazione e alle volte anche ai disegni, queste storie pre-Birds of Prey sono piacevoli ben congegnate (basti vedere la scena di apertura del volume, a metà tra Refn e Bret Easton Ellis), e lasciano già intravvedere i rapporti e i legami che faranno da filo conduttore a tutta la lunga run gestita da Chuck Dixon. 

THE STEAM MAN #1-5
di Joe R. Lansdale, Mark Alan Miller e Piotr Kowalski  (Dark Horse Comics, 2016)
“Benvenuti nel West. Qua fuori è freddo come la tetta di una strega. Liberi di non crederci, ma è perfino gradevole”. C’è poco da fare: bastano due righe e Lansdale mi fotte sempre. Anche quando la qualità della sua scrittura non è sempre al massimo, anche quando scrive fumetti. The Steam Man (il soggetto è del Vecchio Joe, la sceneggiatura di Mark Alan Miller) è un weird western steampunk, con protagonista la ciurma che fa muovere e combattere Steam Man, un robottone di ferro e vapore costruito a fine ‘800 per arginare un’invasione aliena, e ora impiegato per scovare l’entità che pare aver dato il via a tutto.
Il primo numero mette tutte le carte in tavola ma convince soprattutto per le interazioni tra i membri dell’equipaggio e le colorite metafore partorite da Lansdale (che se avete letto qualcosa di suo, saprete sicuramente quanto aggiungono alla narrazione). Piotr Kowalski pare invece il disegnatore perfetto per la miniserie, capace di rendere l’imponenza e la legnosità dei movimenti del robot restituendoci comunque l’eroismo e l’epicità delle sue imprese. Si prosegue con un secondo numero decisamente sottotono, tutto dedicato al villain, il Dark Rider. All’inizio la cosa dei viaggi del tempo pareva interessante, poi però viene fatta sprofondare nella banalità della solita storia d’amore finita male male male che ha così dato origine alla malvagità del cattivone. Una digressione che forse arriva anche troppo presto sulla tabella di marcia, visto che abbiamo appena cominciato a conoscere i protagonisti e la loro missione. Il terzo e quarto numero confermano i toni lenti della miniserie: pensavo di lamentarmi della lentezza della narrazione e poi mi sono accorto che ad andare piano è sì la narrazione, ma soprattutto il robottone protagonista, che nel giro di tre numeri avrà percorso poche centinaia di chilometri nella foresta. La sceneggiatura di Mark Alan Miller segue la pesante camminata di un gigante di ferro alimentato da una caldaia a vapore e a ogni passo ce ne restituisce l’imponenza. Anche Kowalski tiene ben presente la cosa e infatti il combattimento che chiude il numero è ben coreografato in modo da evidenziare sì la forza e la stazza letale, ma anche la goffaggine e la lentezza del mostro meccanico. L’ultimo numero di The Steam Man si apre con una lunga scena di tortura, un uomo che cerca di liberarsi dopo essere stato crocifisso a testa in giù e un cattivo che dice cose cattive. Cosa volere di più? Forse un finale più soddisfacente sarebbe stato meglio. Mi spiego: il quinto numero è forse il migliore della miniserie, folle e cupo anche in un finale che fa di tutto per vestirsi da lieto fine. Il problema è tutto pare accelerato nelle ultime pagine, con un villain interessante liquidato con poche righe di dialogo che a volte suonano anche un poco ridicole nella loro funzione redentrice.
Insomma, The Steam Man è una discreta miniserie d’avventura che spesso va perde il focus di ciò che vuole raccontare. Peccato.

PROMETHEA Vol. 2
di Alan Moore e J.H. Williams III – Traduzione di Leonardo Rizzi (Rw Edizioni, 2017)
Il cammino verso Dio di Promethea è una Divina Commedia misterica e divulgativa, con Alan Moore che spiegandoci l’immateria ci racconta l’uomo e lo straordinario potere delle sue idee, delle sue parole e delle sue emozioni. È così che con la lettura di Promethea ci si sente pervasi da una naturale felicità, un ottimismo puro e assoluto nei confronti della vita che riesce a rimetterci nel posto giusto dell’Universo e della nostra mente (come se ci fosse una reale differenza) raccontandoci il percorso per raggiungerne i confini. Commuovente, anche solo per come riesce ad allargare i nostri piccoli orizzonti.

IS THIS TOMORROW
di aa.vv. (Canton Street Press, 2015)
Immaginate di essere americani negli anni Cinquanta. Orgogliosamente americani, come se fosse possibile non esserlo quando vivi nella migliore nazione del mondo. Quella con le auto più belle, le televisioni più belle, le dive più belle, le famiglie più belle, la bandiera più bella. Pensate alla cosa peggiore, quella che può togliervi di punto in bianco ogni tipo di felicità e di libertà. Pensate per esempio al comunismo.
Is this tomorrow è un fumetto di propaganda anti-sovietica del 1947, una di quelle cose che lette oggi fa un sacco ridere per i toni esagerati, gli allarmismi e tutto che va a rotoli a una velocità impressionante (dagli scioperi pilotati ai campi di concentramento in meno di un anno). Dietro l’iniziale ironia fa però capolino il terrore di pensare a una nazione che indica un nemico e mette in moto una macchina per farlo diventare lo spauracchio dei suoi abitanti, sino a estirparlo del tutto dal suo suolo. Prima divertente, poi terrificante.

TERMINARCH
di Jordan Hart e Terry Huddleston (OSSM Comics, 2016)
Terminarch
parte con un concept interessante: quando gli androidi si accorgono di essere bravi in tutto tranne nella creatività, decidono di prendere il comando e ammazzare il 95% degli esseri umani, ovvero la percentuale di umani non-artisti calcolata da un apposito logaritmo. Il restante 5% è invece confinato in un luogo protetto dove può creare con tutta la libertà e gli agi necessari. Martin Allerton è invece un’anomalia, l’ultimo uomo non-artista sulla faccia della Terra a causa di un obbligato isolamento che l’ha tenuto lontano dalla società per trent’anni.
Dicevo, il concept è interessante ma merita più di questa cinquantina di pagine per essere sviluppato. Il volume si regge bene sulle sue gambe ma resta comunque la voglia la voglia a fine lettura di leggere un finale più soddisfacente o vedere altre vicende legate a questo universo. Spero che Jordan Hart riesca a trovare le condizioni per sviluppare al meglio questa sua idea, magari con al fianco un narratore più esperto di Terry Huddleston che nelle sequenze di dialogo spesso mostra tutti i suoi limiti.

SPACE RIDERS – Volumen uno
di Alexis Zirrit e Fabian Rangel Jr (Black Mask, 2017)
La sensazione che si può avere dopo aver sfogliato per la prima volta Space riders, è quella di un fumetto volutamente trash e citazionista, forse persino hipster nel suo voler replicare ingialliture, macchie e piegatura della carta. A leggerlo invece si cambia idea quasi subito, merito inizialmente del lavoro di Zirrit ai disegni, capace di smarcarsi dai suoi modelli (il Kirby più psichedelico in primis) per proporci una narrazione folle fatta di colori accesi, volti deformati, simulazione di difetti tipografici e strane creature. Il tutto è retto bene dalla sceneggiatura di Fabian Rangel Jr., una storia di avventura classica con un protagonista spaccone che non si può non invidiare.

DEADPOOL #20-21
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
Miracolo: un numero di Deadpool che non mi porta al suicidio causa sconforto. Non che ci siano cose eccezionali, ma perlomeno c’è più impegno del solito, a partire dalla noiosissima Spider-Man/Deadpool, l’unico team-up che se ne frega del legame tra i due protagonisti e mette in scena esclusivamente il loro narcisismo. A questo giro Duggan si è inventato il ritrovamento di una storia del 1968, mai pubblicata a causa dei temi troppo caldi, e la trovata post-moderna funziona. La storia è divertente e Koblish con questo stile vintage fa rimpiangere i suoi disegni di sempre.
Ricominciano dal numero 1 anche i Mercenari per soldi scritti da Cullen Bunn, e a questo giro la storia pare perlomeno interessante. Sai mai che dopo un anno e passa riescono anche a capire come far funzionare questo team abbastanza insulso.
Questa settimana ho riletto le ultime cose che ho scritto su questa testata giusto per fare il punto della situazione. Ora io mi chiedo: quanto cazzo deve fare schifo Deadpool per farmi dire che una cosa come Gwenpool è carina? Ma io mi rincoglionisco e voi non dite niente? Ok, ok, i disegni sono sopra la media rispetto a quelli di Deadpool e anche la regia è più briosa, però i risultati sono davvero anonimi, anche in un episodio tutto azione come quello contenuto qui.

ALACK SINNER – L’età del disincanto #1
di Carlos Sampayo e José Munoz (Editoriale Cosmo, 2017)
Alack Sinner si fa meno noir e si mette a raccontare la vita e le botte del protagonista e di quel mondo che spesso lo mette in secondo piano. Anche il tratto di Munoz si adatta alle atmosfere e se rimane pressoché invariato rispetto al passato quando deve raccontare in Nicaragua il grottesco e doloroso teatrino politico del Sud America, si fa più vicino alla linea chiara quando si mette a seguire le storie personali di Sinner. Tra vita reale e momenti onirici, la sceneggiatura di Sampayo si muove sempre su un dolente intimismo che sfocia in una libertà selvatica e sofferta. Il giusto prezzo da pagare.

DIARIO DI UN FANTASMA
di Nicolas De Crécy – Traduzione di Fay R. Ledvinka (Eris Edizioni, 2017)
Attorno alla realizzazione di due carnet de voyage (uno ambientato in Giappone e l’altro in Brasile), Nicolas De Crécy costruisce due storie che sono il pretesto per riflettere sul suo lavoro e sul ruolo dell’artista. Diario di un fantasma è forse troppo verboso e risente troppo di uno squilibrio tra una prima parte affascinante e piena di idee originali e una seconda che invece si perde dietro i pensieri (non sempre interessanti) dell’autore pur mantenendo un livello grafico che riesce comunque a salvare la situazione. Il risultato è un fumetto poco convenzionale e volutamente fuori fuoco, in cui De Crécy riversa pensieri, impressioni e critiche verso sé stesso. Si merita più di una lettura, giusto per farsi scappare nulla ed entrare meglio nei pensieri dell’autore. Io sono ancora fermo alla prima, ci si risente più avanti con una recensione più approfondita.

NECRON #1
di Magnus e Ilaria Volpe (Editoriale Cosmo, 2017)
Non so cosa cazzo salti in testa alla gente. Sono settimane che leggo recensioni e commenti che dicono: “Bello Necron, Magnus va oltre lo splatter”. Oppure: “Necron mica è un fumetto erotico”. Io non vi capisco. Necron è un fumetto splatter, Necron è un fumetto erotico, ed è bello per questo motivo. Magnus non trascende né l’horror né tantomeno l’erotismo. Semmai ci sguazza in mezzo per creare una storia che è anch’essa un mostro di Frankenstein fatto cucendo assieme generi, influenze letterarie e suggestioni diversissime tra loro. Ci troviamo quindi davanti una storia che è al contempo una commedia, un porno e un horror e che riesce a farci inorridire, eccitare e sorridere facendoci sentire ridicoli dinnanzi a queste emozioni incongruenti. È questa sensazione di sentirsi coinvolti nella storia sempre per il motivo sbagliato che rende Necron davvero imprescindibile.

SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #3 – Fermate l’Uomo Sabbia
di aa.vv. – Traduzione di aa.vv. (RCS, 2009)
Volume antologico con il meglio delle storie dedicate all’Uomo Sabbia. Niente di davvero notevole in termini di scrittura (la metà Delle storie finiscono con l’Uomo Sabbia risucchiato da un qualche tipo di aspirapolvere) mentre l’unica cosa che mi ha davvero colpito nei disegni è il lavoro di Steve Ditko sul volto di Flint Marko, che il disegnatore caratterizza con un tratteggio fitto rendendone i lineamenti quasi provvisori, come se fossero soggetti a piccole frane o a uno sbriciolamento continuo. Rimane la curiosità di leggere la run in cui si trasforma nell’Uomo Fango a seguito dell’unione forzata con l’Uomo Acqua. Lo spunto iniziale va oltre la più normale stupidità, ma da quel che ho letto negli editoriali parrebbe avere qualche spunto interessante. C’è qualcuno di voi che l’ha letto per confermarmi o meno queste impressioni?

VIVONO IN ME
di Jesse Jacobs – Traduzione di Valerio Stivè (Hollow Press, 2017)
Il topos della casa stregata è per Jesse Jacobs un doppio binario su cui inscenare parallelamente il deteriorarsi della vita coniugale e la vendetta della natura nei confronti dell’uomo. Jacobs gioca ancora con lo spazio e con il tempo, deformandoli a proprio piacere sino a trasformarli entrambi in un trappola mortale. Vivono in me è un horror atipico ma puro, spesso inquietante in cui le consuete parentesi geometriche di Jacobs si fanno ancora più sintetiche del solito, sino a trasformarsi in terrificanti geroglifici che sembrano la scheda di programmazione Delle nostre vite. L’autore si trova a suo agio nel formato breve e riesce così a realizzare una storia fulminante e letale. Qui ve ne parlo meglio.

THEY’RE NOT LIKE US Vol. 2 – Noi contro voi
di Eric Stephenson e Simon Gane (saldaPress, 2017)
Qualche settimana fa Gnomo Speleologo ha scritto una recensione in due parole del primo volume di They’re not like us: “Brutto + Poser”. Non riesco a dargli torto, sebbene la serie di Stephenson mi stia persino piaciucchiando. Ammetto che l’unico punto di vero interesse del fumetto è capire come l’autore pensa di gestire la marea di personaggi stronzi e distanti che mette in campo senza provare a dar loro un po’ di carisma, come a voler sfidare la nostra pazienza. E infatti il problema è che raramente si viene ricompensati, soprattutto in questo secondo volume che si affolla di personaggi (stronzi) e gruppetti, ma sostanzialmente non porta avanti la storia di un millimetro. Non so dove Stephenson voglia andare a parare e tutto sommato la cosa mi incuriosisce. Porterò pazienza ancora per un poco.

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Gigahorse #17 | Giugno 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo.

MERCURIO LOI #1 – Roma dei pazzi
di Alessandro Bilotta e Matteo Mosca (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Non mi capita molto spesso di essere entusiasta per un albo Bonelli quindi per me questo primo numero della serie di Mercurio Loi è un piccolo evento. Cominciamo col dire che la sceneggiatura di Bilotta tratta sempre il suo lettore con intelligenza, evitando tutti quegli accorgimenti e facilitazioni per andare incontro al lettore che col tempo hanno logorato parte della produzione bonelliana. Mercurio Loi comincia invece nel bel mezzo dell’azione, non presenta i suoi personaggi in maniera classica ma lo fa attraverso azioni e dialoghi, costruisce dinamiche interessanti tra di loro, l’ambientazione è perfetta e soprattutto non ti dà mai la sensazione che la storia sia partita dal numero uno: un sacco di cose sono già successe, la nemesi di Mercurio Loi ne ha già combinate a bizzeffe e i rapporti tra i personaggi sono tutti pre-esistenti al numero 1. La sensazione che ho avuto è quella di quando ho cominciato a leggere Batman (ma potrebbe essere qualsiasi comics): buttarmi in mezzo a un oceano infinito di storie, varianti e personaggi che esistevano precedentemente al mio ingresso in quel mondo e che gli autori davano per scontato conoscessi (anche solo per sentito dire). L’unica differenza è che queste storie in Mercurio Loi non sono state ancora raccontate. E quando vengono elencate le malefatte del villain, vi giuro che mi sono gasato al solo pensiero di così tanto passato esplorabile. Oppure no. Sarei contento lo stesso.

DYLAN DOG #369 – Graphic horror novel
di Ratigher, Paolo Bacilieri, Giuseppe Montanari ed Ernesto Grassani (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Ratigher porta su Dylan Dog la sua classica frammentazione del racconto, da una parte rendendola meno drastica rispetto ai suoi fumetti, dall’altra donandole un aspetto meta-narrativo potente e non scontato (regala anche qualche piacevole sorpresa) che riporta alla mente il lavoro di Sclavi.
La sceneggiatura di Ratigher vive soprattutto della felice intuizione che il passato del protagonista sia il fumetto da lui appena concluso e che, riflettendo la perdita del potere che gli donava il talento, quel fumetto sia mediocre e impreciso. E le cose vanno proprio così: la parte disegnata da Montanari e Grassani è una storiella di felice e ricercata mediocrità, che specchiandosi però nella parte disegnata da un Bacilieri in grandissima forma, trova un senso è un compimento che vanno oltre il valore effettivo di racconto a sé stante. Ratigher dà il massimo per costruire una storia banale, la cura nei minimi dettagli e si diverte come un matto a detonare ogni battuta di Groucho, mettendo addirittura in scena una gag patetica e tanto lunga da risultare deliziosamente fastidiosa.
L’albo regala poi momenti visivi di assoluto valore (le piastrelle del cesso che diventano la gabbia bonelliana è forse l’immagine più potente letta quest’anno in un fumetto italiano) e un finale metafisico da groppo in gola. Forse avrei preferito una maggiore alternanza tra le due linee narrative, ma sono minuzie. Graphic Horror Novel non è solo un bell’albo di Dylan Dog, è un bel fumetto. 

CINEMA PURGATORIO #1
di aa.vv. – Traduzione di Leonardo Rizzi (Panini Comics, 2017)
CINEMA PURGATORIO di Alan Moore e Kevin O’Neill

Godo quando si vede che Alan Moore si diverte a scrivere una cosa, e in questo caso sembra essersi divertito un botto. Ironia a mille, angoscia a mille: pare un episodio di Ai confini della realtà scritto da Moore (il mio preferito: quello dei due romani).
CODICE PRU di Garth Ennis e Raúlo Cáceres
L’idea non mi fa impazzire ma mi piace questa atmosfera da sit-com splatter. Non ho idea di come possa evolversi quindi sono molto curioso. Caceres fa una roba super anni ’70 e la fa bene.
MOD di Kieron Gillen e Ignacio Calero Carina questa versione iperreale dei Pokemon, però l’ambientazione post-apocalittica mi annoia. Nonostante tutto la storia potrebbe avere interessanti sviluppi.
UNA PIÙ PERFETTA UNIONE di Max Brooks e Michael DiPascale
Noiosissima. Pare una versione meno affascinante di Manifest Destiny. Poco affascinanti i disegni di DiPascale, ulteriormente peggiorati dalla stampa in scala di grigi.
L’IMMENSO di Christos Gage e Gabriel Andrade
Anche qui ambientazioni e idee per me un po’ noiosette. I disegni salvano ogni tanto la situazione ma non bastano.

MANIFEST DESTINY #4 – Sasquatch
di Chris Dingess e Matthew Roberts – Traduzione di Stefano Manchetti (saldaPress, 2017)
Cosa bisogna fare per convincervi a leggere Manifest Destiny? Attualmente è forse la migliore serie d’avventura a fumetti, e gran parte del merito va a Chris Dingess e alla sua scrittura. Dingess allarga i misteri della parte fantastorica (ma lentamente si avvicina alla loro soluzione) e nel frattempo sfrutta la presenza dei mostri per raccontare la vita del gruppo. In questo quarto TP poi porta avanti una narrazione su due linee temporali diverse, raccontandoci la storia della spedizione precedente a quella di Lewis e Clark. Matthew Roberts perfetto come sempre nel descrivere le emozioni amplificate dei membri della spedizione, e truculento quando deve disegnare i mostri, trova qui la possibilità di unire le due anime del suo disegno.

INQUIETUDINE
di Noah Van Sciver – Traduzione di Stefano Sacchitella (Coconino Press, 2017)
Se volete cominciare a leggere qualcosa di Noah Van Scrivere, Inquietudine è il volume che fa per voi. Saint Cole e Fante Bukowski (entrambi editi da Coconino) erano forse troppo diversi e ognuno strano a modo suo per poter dare l’idea delle capacità e dell’eclettismo di Van Sciver. Inquietudine ci riesce benissimo, fosse anche solo il materiale variegato che raccoglie: biografie di patrioti, momento di vita minimalisti, punk contro lucertole, favole rivisitate, giustizieri della notte e storie semplici semplici che sarebbero potute accadere anche a noi. La cosa strana però è che tutto sembra fare parte dello stesso discorso. Ma per sapere di cosa sto parlando vi tocca leggere la mia recensione per Fumettologica.

MARCH – Libro primo
di John Lewis, Andrew Aydin e Nate Powell – Traduzione di G. Zucca (Mondadori Oscar Ink, 2017)
March
è ben documentato, preciso e ricco di dettagli come una voce di Wikipedia scritta dal diretto interessato. Se non bastasse offre più o meno la medesima capacità di coinvolgimento per colpa di una narrazione fiacca e senza un vero punto di vista sulla storia, aggravata ulteriormente da un patetismo d’accatto. Dopo tutte le recensioni entusiaste lette in giro pensavo a qualcosa di meglio, ma è chiaro che si sia valutata la storia personale di Lewis e non come questa storia ci viene raccontata. Un premio però se lo merita: miglior agiografia dell’anno. 

ALIENS – 30° anniversario
di Mark Verheiden e Mark A. Nelson – Traduzione di Giorgio Saccani (saldaPress, 2017)
Sulla scia dell’Aliens di Cameron (di cui è un sequel diretto) il fumetto di Verheiden e Nelson è più una storia d’azione che un film horror. Poco male: la cosa funziona anche grazie ad ambientazioni suggestive (tutte le claustrofobiche sequenze ospedaliere) e agli ottimi disegni di Nelson, che danno il loro meglio nelle parentesi puramente horror. Purtroppo la storia soffre degli stessi problemi della recente trilogia prequel guidata da Ridley Scott: nel momento in cui deve cercare una spiegazione sull’origine degli alieni ci si ritrova con situazioni poco convincenti, qui aggravate ulteriormente dal character design delle creature che non vi dico niente se spoiler, che non ha retto il tempo che passa e rende il tutto involontariamente ridicolo.

MALLOY: GABELLIERE SPAZIALE
di Marco Taddei e Simone Angelini (Panini Comics – 9L, 2017)
Comincio subito col togliervi il dubbio: Malloy è meno preciso di Anubi ma ha il triplo delle ambizioni (e molte vanno a segno). A partire da una struttura azzardata con una prima parte da infarto per come inanella fatti, personaggi e viaggi uno dietro l’altro, senza possibilità di riprendere mai il fiato, e una seconda parte che è un lunghissimo e potente dialogo sull’umanità. Se nella prima parte avventurosa e spericolata i due autori dimostrano di saperci fare con il genere (a cui aggiungono la consueta vena nichilista e ironica), è nella seconda parte che dimostrano in realtà di aver raggiunto una maturità lontana da strade già tracciate. La scrittura di Taddei si fa qui profonda, spaventosa e vibrante, mentre la regia di Angelini regge il tutto con un ritmo perfetto e calibratissimo. Lo so, ci sono altre mille cose da dire su Malloy, ma per quelle dovrete aspettare la recensione.

FUNGHI DI YUGGOTH E ALTRE COLTURE
di Alan Moore e aa.vv. – Traduzione di Elena Cecchini (Panini Comics, 2017)
Volume per super-completisti dell’opera di Moore, visto che la maggior parte dei fumetti qui raccolti sono tratti da suoi soggetti mentre lascia firmare le sceneggiature da Antony Johnston. Il volume rimane comunque un’interessante ricostruzione del legame tra Moore e Lovecraft e del tentativo del bardo di Northampton di raccontare l’orrore cosmico (e in questo senso Funghi di Yuggoth è un’appendice perfetta a Providence perché traccia le tappe di una ricerca continua e approfondita da parte di Moore). Ottime anche le interviste e i saggi. Tolto l’interesse storico però, i fumetti contenuti in Funghi di Yuggoth non sono poi granché: se nella prima parte del volume salta fuori qualcosa di interessante, Le creature di Yuggoth e relativi sequel si rivelano essere deludenti sotto ogni punto di vista.

MISDIRECTION
di Lucia Biagi (Eris Edizioni, 2017)
Il secondo graphic novel di Lucia Biagi ci indica continuamente di guardare da un’altra parte, come se la verità non possa mai essere quella cruda semplice che abbiamo sotto al naso. Succede così che quando i personaggi la scoprono (insieme a noi) si ritrovino spiazzati da essa e cercano quasi di modificarla forzatamente per giustificare le proprie reazioni ed evidenziare il loro “eroismo”. E non essendo un racconto di genere, Misdirection ridimensiona l’intenzione salvifica della protagonista colpendola nella sua visione morale della vita, in un finale spiazzante per come aggiusta con consapevolezza tutte le esagerazioni della vicenda raccontata, facendola diventare un racconto sulla scoperta della libertà come forma individuale di scelta, svincolata dalle logiche sociali, amicali e sentimentali. Qui potete leggere la mia recensione.

DEADPOOL #19
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
Di Deadpool mi stupisce sempre il fatto che è quasi sempre molto deludente dal punto di vista dell’azione. In questo numero per esempio c’è uno scontro tra lui e Pantera Nera gestito in maniera così goffa da essere noioso e imbarazzante, otto tavole di coreografie banali peggiorate ulteriormente da una regia stanca che pensava forse che le quattro battute del cazzo dette da Deadpool potessero salvare la sequenza. Di tutt’altra pasta è fatto invece Gwenpool, di cui nutrivo zero aspettative e invece si sta rivelando essere un personaggio interessante con una storia che comincia finalmente a entrare nel vivo. In questo numero però non tutto fila liscio, come per esempio l’incontro con Doctor Strange.

DAY OF THE FLYING HEAD #1
di Shintaro Kago (Hollow Press, 2017)
Difficile giudicare da questo primo numero la direzione che potrebbe prendere la nuova serie di Shintaro Kago. Per ora sembra che a fianco delle consuete viscere (che questa volta abbandonano volontariamente i corpi) ci siano tematiche ambientaliste nuove per l’autore giapponese. Kago si conferma nuovamente a suo agio con un fumetto completamente muto e non si risparmia come narratore con un susseguirsi di eventi che rendono sorprendentemente ricche di eventi queste poche pagine. Attendo con curiosità i futuri sviluppi della storia.

LOVECRAFT E ALTRE STORIE
di Dino Battaglia (Nicola Pesce Editore, 2017)
Meno completa e quadrata della raccolta dedicata a Poe, questo Lovecraft e altre storie soffre purtroppo della sua natura di libro assemblato per tematica e non per un reale filo conduttore. Il risultato è altalenante nei toni del racconto, ma la qualità delle storie singole rimane indiscutibile. Sebbene gli adattamenti de Il Golem e del racconto di Stevenson siano davvero suggestivi, la perla della raccolta è rappresentata dall’omaggio a Lovecraft: la storia è semplice e prevedibile, ma la visione degli uomini pesce è intimamente perturbante e riesce a sconvolgerci. Un piccolo appunto all’introduzione di Angelo Nencetti: è inutile giustificare un titolo stupido e inutilmente catchy definendo 50 sfumature di grigio un “acclamato film noir odierno, ritenuto originale per la sua trama e per le sue inquadrature”. Mi piacerebbe proprio sapere chi ne ha parlato in questi termini. Detto questo, la prefazione pur partendo da idee interessanti si rivela inconsistente (e l’iconografia minuscola non aiuta alla comprensione).

RITORNO ALLA TERRA
di Manu Larcenet e Jean-Yves Ferri – Traduzione di Francesca Sala (Coconino Press, 2017)
Si sa, quando i francesi si danno all’autofiction non ce n’è per nessuno, persino nel momento in cui decidono anche di farci sopra dell’ironia. Non è da meno Manu Larcenet che con Ritorno alla terra firma (in coppia con lo sceneggiatore Jean-Yves Ferrì) una divertente striscia umoristica del passaggio da animale metropolitano ad abitante di un paesino di campagna. Il libro è divertente e si partecipa volentieri alle disavventure e paranoie del personaggio. Il problema in questo caso non è del libro ma tutto mio: queste sketch comedy non sono proprio il mio genere e non riesco a trovare molti punti di interesse né e ad appassionarmici fino in fondo. Quindi se siete amanti del genere leggete Ritorno alla terra senza paura perché avrete modo di ridere, commuovervi e ridere ancora. Se siete come me, saltatelo senza farvi troppi problemi.

HARLEY QUINN: AMORE FOLLE
di aa.vv. – Traduzione di Stefano Mozzi (Rw Edizioni – Lion Comics, 2017)
Invecchiando mi diverto molto a mettere insieme i pezzi che hanno composto il mio immaginario erotico. Immagino non sia una cosa che vi interessi molto, ma mi serve giusto per farvi capire che qui quando si tratta di donne disegnate da Bruce Timm non si capisce più niente. E rileggere Amore folle me l’ha riconfermato per l’ennesima volta. Colpa probabilmente delle ginocchia puntute che bilanciano i poderosi polpacci, delle tettine all’insù, di quegli sguardi di sbieco e quelle palpebre a metà. Conta sicuramente anche il fatto che siano donne dal carattere forte, molto più intelligenti, spiritose e furbe degli uomini che le circondano. Venendo alle storie vere e proprie, Amore folle non ha perso nemmeno un poco di smalto: è una storia di origini matta e coinvolgente, capace di passare da una sequenza slapstick a una melodrammatica con una naturalezza invidiabile. I fumetti brevi che chiudono il volume sono invece spesso vittime di disegni non all’altezza di quelli di Timm (nonostante i nomi coinvolti), ma le storie risultano sempre ben scritte e attente al divertimento così come all’introspezione dei personaggi.

LA BALLATA DI HALO JONES
di Alan Moore e Ian Gibson – Traduzione di Leonardo Rizzi (Editoriale Cosmo, 2017)
È complicato entrare in contatto con La ballata di Halo Jones in tempi brevi. Anzitutto perché Alan Moore non contestualizza il futuro distopico in cui è ambientato il fumetto, ma ce lo mostra come un dato di fatto, dando per scontati millenni di storia del Pianeta Terra. In realtà la scelta è affascinante e, passato lo shock iniziale, ci porta a dare per scontate molte cose e a trovare naturale il sistema sociale e il linguaggio figli di millenni di evoluzione. Con il racconto delle tre fughe di Halo Jones dall’ambiente che l’ha accolta a uno nuovo e inizialmente ostile, bisogna avere un poco di pazienza perché le cose iniziano a farsi interessanti solo col terzo capitolo, quando la protagonista diventa un soldato. Se nei primi due capitoli Moore ci aveva raccontato un mondo folle che ancora serbava qualche umana frivolezza, con il capitolo finale mette in piedi un folle teatro bellico, che si divide tra buone trovate narrative (i combattimenti con il tempo rallentato dalla gravità) e una critica ferocia alla guerra. Bene Gibson, che affina la precisione del suo tratto con l’avanzare del racconto e propone una regia controllata ma capace di dinamismo. Peccato solo per il formato ridotto che non rende giustizia al suo lavoro. A proposito, l’edizione Cosmo non mi ha convinto. Qua non ci si lamenta mai dei prezzi perché le cose fatte bene si pagano sempre volentieri, ma € 19.90 per duecento pagine in bianco e nero, con una brossura leggera, dei neri non sempre pieni e una carta che risulta ondulata (non si sa se per la legatura o per la straordinaria capacità della carta di assorbire tutta l’umidità del mondo) non mi sembrano soldi ben spesi.

TEX SPECIALE #32 – Il magnifico fuorilegge
di Mauro Boselli e Stefano Andreucci (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Il Texone è un appuntamento imprescindibile della mia estate, e quest’anno va di gran lusso con una sceneggiatura di Boselli che racchiude quasi tutti gli elementi narrativi del western. Il risultato è una storia ricchissima di eventi e personaggi che spezzettata sarebbe potuta diventare una miniserie annuale e nessuno se ne sarebbe lamentato, ma che in questo caso diventa un racconto quasi frenetico di un giovane Tex sprovveduto e braccato. A discapito di una copertina un poco moscia, Andreucci fa un ottimo lavoro sulla recitazione dei personaggi e convince soprattutto nelle sequenze d’azione che ha la capacità di rendere chiare senza rinunciare mai a una originale spettacolarità.

I BRIGANTI #2
di Magnus (Editoriale Cosmo, 2017)
Avete presente il suono che fanno gli occhi di un lettore di fumetti che esplodono nel momento in cui ci si accorge che l’edizione in lettura non rende onore al lavoro del disegnatore? Se non lo sapete, avreste dovuto essermi vicino quando, leggendo il secondo volume dell’edizione Cosmo de I briganti di Magnus, questa sensazione cresceva dentro me sino alla certezza che porta all’esplosione oculare. Guardare le bellissime tavole delle battaglie ridotte in formato bonellide mi ha fatto male: avrei voluto buttarmici dentro, guardare ogni dettaglio e invece mi sono dovuto accontentare di una visione d’insieme che non mi ha permesso di apprezzare pienamente il lavoro di Magnus. Del suo modo di sceneggiare invece mi ha affascinato la capacità di utilizzare con una semplicità fuori dal comune le ellissi narrative, tecnica che proprio nelle scene di battaglia trova il suo compimento, con il risultato di un montaggio molto cinematografico attento sia ai personaggi (di entrambe le fazioni) sia a ciò che accade sul campo di battaglia. Peccato anche per i due editoriali presenti nel volume, davvero poco interessanti e ripetitivi. Facciamo così, appena riesco mi recupero l’edizione Rizzoli Lizard e mi metto l’anima in pace.

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Gigahorse #15 | Aprile 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo.


SANDMAN – Libro sesto
di Neil Gaiman e aa.vv. – Traduzione di Matteo Mezzanotte (Rw Edizioni, 2017)
Favole e riflessi non è uno dei miei cicli preferiti di Sandman: sento troppo la mancanza di una trama orizzontale e queste storie brevi mi hanno convinto meno rispetto ad altre della serie, risultando meno coinvolgenti ed emozionanti. Eppure Favole​ e riflessi è uno dei volumi più rappresentativi della serie e forse quello più adatto per spiegare il ruolo di Sandman all’interno della storia, così marginale eppure onnipresente

MEGAHEX
di Simon Hanselmann – Traduzione di Betta Bertozzi (Coconino Press, 2016)
Megahex
è un grande libro e non fa nulla per fartelo notare. Cazzeggia senza vergognarsene e al contempo descrive in maniera precisa la mia generazione di trentenni inconcludenti e l’atmosfera di eterna adolescenza che li circonda. Hanselmann lo fa con una comicità volutamente disinnescata e un ritmo da sit-com degli anni Novanta, incessante e monotono nel suo procedere verso il finale della storia. Il risultato è stupefacente, straniante e traccia un nuovo percorso per il racconto generazionale.
Unica nota dolente è la traduzione non all’altezza, che compie il passo falso di un approccio alla traduzione degli insulti e delle parolacce troppo meccanico per restituirci il colore dei dialoghi.

DEADPOOL #17-18
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
Dei collegamenti con Civil War II non ci ho capito molto visto che non leggo altre testate Marvel. Certo è che questa battaglia di quattro paginette goffa e senza una reale narrazione non mi ha convinto per niente. Pare invece che il rapporto con i Mercenari per Soldi andrà a farsi più interessante. Speriamo bene. Gwenpool continua a stupirmi in meglio. Nulla di che, ma il personaggio è scritto bene e risulta meno banale di quel che sembra dalla sinossi. I disegni superteen di Gurihiro non sono proprio cosa mia, ma sono praticamente perfetti per la serie. E poi il suo M.O.D.O.K. giocattoloso è davvero bello.
Sul numero 18 invece, Spider-Man e Deadpool volano a Hollywood sul set del film di Deadpool. A patto di sopportare battutine referenziali e sequenze d’azione incolori, l’albo riesce anche a non farti addormentare. 

R
di Atsushi Kaneko (d/books, 2009)
Che bello farsi friggere il cervello già di primo mattino da R, raccolta di fumetti supermatti scritti e disegnati da Atsushi Kaneko, nove racconti pulp (se vi piacciono le definizioni) pieni di intuizioni grafiche e narrative che un autore normale si sarebbe fatto bastare per tutta una carriera. E invece Atsushi Kaneko porta avanti le sue storie senza perdere mai nulla di vista: bei personaggi incastrati in trame ben architettate che sviluppano i temi con celata leggerezza, il tutto narrato con una regia folle e sincopata. Atsushi Kaneko è un Paul Pope che non si fa le seghe su quanto sia bravo a disegnare e poi perde di vista storia e narrazione, è un narratore preciso e pragmatico che però sembra divertirsi davvero un casino.

GROSSO GUAIO A CHINATOWN / FUGA DA NEW YORK – Jena vs Jack
di Greg Pak e Daniel Bayliss – Traduzione de I Cosmonauti (Editoriale Cosmo, 2017)
Aspettative zero e invece questo crossover tra i due personaggi di Carpenter mi ha divertito un sacco. Greg Pak prende Jack Burton e lo scaraventa negli Stati Uniti disastrati di Snake Plissken, con il risultato che i toni tamarri e sbruffoni del primo film vanno a innestarsi nello scenario cupo del secondo. La miscela è strana ma inaspettatamente funziona bene, grazie a una scrittura attenta ai personaggi e illuminata da qualche idea folle (tipo tutta la questione del Multiverso Plissken). I disegni di Bayliss sono in linea con il resto, molto cartooneschi ma con una recitazione precisa e un certo gusto per l’esagerazione. Una lettura davvero spassosa, con la sola pretesa di intrattenere (e lo fa più che bene).

BATMAN ANNO DUE
di Mike W. Barr, Alan Davis e Todd McFarlane – Traduzione di S. Formiconi (Rw Edizioni – Lion Comics, 2017)
Quando lessi Batman Anno due la prima volta avrò avuto una decina di anni e il fumetto di Barr mi fece abbastanza schifo tranne ovviamente per il Mietitore, villain sui generis abbastanza banale ma con un costume che colmava la mancanza di personalità. Riletto a distanza di una ventina di anni la mia opinione cambia pochissimo: alcuni errori mi risultano più evidenti (soprattutto alcune intuizioni un po’ sempliciotte che ha Batman), ci sono delle cose che ho trovato strane ma interessanti (il rapporto tra Batman e Chill) e altre che invece trovo ancora abbastanza ridicole. Per fortuna il Mietitore continua ad avere quel costume tamarro. (Se potete evitate l’edizione DC Deluxe della Lion che è stampata davvero di merda).

LE AVVENTURE DI TINTIN
Il segreto del Liocorno – Il tesoro di Rackham il Rosso
di Hergé – Traduzione di Giovanni Zucca (allegato RCS, 2017)
Sulle avventure di Tintin nessuna anticipazione perché sto realizzando un diario di lettura. Non sono recensioni ma solo pensieri sparsi, appunti, azzardi e arrampicate sugli specchi per cercare di tirare fuori qualcosa di nuovo e di diverso da un personaggio che ha prodotto più saggistica che merchandising. Trovate tutti i tentativi qui.

ALACK SINNER – L’eta dell’innocenza #2
di José Munoz e Carlos Sampayo – Traduzione di Fiorella di Carlantonio (Editoriale Cosmo, 2017)
Più che nel precedente albo, qui Munoz e Sampayo gettano Alack Sinner in una città caotica, brulicante e piena di voci. Il risultato è che spesso, pur mantenendo il focus sulla vicenda principale, i due autori portano in primo piano la vita che solitamente è relegata sullo sfondo. Ne escono fuori microstorie fulminanti, ritratti sfuggevoli e polaroid scattate all’improvviso, con il risultato che la città in cui Sinner vive e fatica pare effettivamente reale. In realtà questi fugaci cambi prospettici penso abbiano anche il compito di ridimensionare un personaggio carismatico, di fargli perdere la sicurezza di essere il protagonista e gettarlo al fondo della vignetta come se fosse una comparsa, uno dei tanti abitanti del mondo che, come tutti, si crede al centro dello stesso.

L’ESTATE SCORSA
di Paolo Cattaneo (Canicola, 2015)
In attesa di Manuelone (il nuovo libro di Paolo Cattaneo, sempre edito da Canicola edizioni) rileggo questa storia di adolescenza sudaticcia e brufolosa. L’estate scorsa è una specie di Goonies spogliato degli orpelli hollywoodiani e intessuto con il ritmo pigro e inquieto di quelle esplorazioni estive che dovrebbero svelare un mistero e invece niente. Invece sono solo passeggiate nei boschi dove si litiga, ci si innamora, si ride e si ha paura, e l’epica del racconto ce la si crea tutta dentro la nostra testa per fingere che l’avventura sia stata veramente tale e non una semplice perdita di tempo.

PRINCESSE SUPLEX
di Léonie Bischoff  – Traduzione di Silvia Uberti (MalEdizioni, 2016)
Tolte le etichette femministe di cui sinceramente non me ne frega nulla, Princesse Suplex si rivela essere una storia d’amicizia e botte tra due donne. La Bischoff gestisce molto bene l’alternarsi delle sequenze di combattimento con quelle più intime, riuscendo a raccontarci due personaggi alle prese con la parte ordinaria e straordinaria della propria vita. Peccato che la breve durata del fumetto non le consenta di sviluppare a dovere una narrazione più coinvolgente, rimanendo un fugace ritratto di lotta e amicizia che mette in mostra due caratteri interessanti ma non trova purtroppo lo spazio per approfondirli. Qui la mia recensione. 

BLOODSHOT REBORN #3 – L’uomo analogico
di Jeff Lemire e Lewis Larosa – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2017)

Inaspettata svolta post-apocalittica per Bloodshot Reborn: Jeff Lemire ci catapulta trent’anni nel futuro in una Los Angeles in stile Mad Max piena di sabbia, auto scassate, predoni e tutta la mitologia Valiant rivista in toni distopici. L’uomo analogico regala per più della metà un divertimento sano e caciarone, ben sorretto dai disegni di Lewis Larosa, così truculenti da dedicare una tavola intera alla testa di un cattivo sfracellata dallo scarpone di Bloodshot. E poi, quando meno te l’aspetti, ecco spuntare fuori un colpo di scena emotivamente fortissimo, una di quelle cose che riescono particolarmente bene a Lemire.

K.O. A TEL AVIV #3
di Asaf Hanuka – Traduzione di Michele Foschini (Bao Publishing, 2016)
In qualsiasi altra occasione la retorica e l’auto-compatimento che spesso fanno capolino nel diario a fumetti di Asaf Hanuka, mi avrebbero fatto terminare la lettura dopo poche pagine. Con Hanuka mi è impossibile farlo, prima di tutto perché è un narratore precisissimo (come spiegavo in questo pezzo pubblicato da Critica Letteraria), capace di calcolare i tempi di reazioni del lettore e portarlo sempre e comunque dalla sua parte. È infatti impossibile non empatizzare con il personaggio, persino con i suoi aspetti che meno ci accomunano (nel mio caso per esempio un approccio un po’ ruffiano nel criticare mode e modernità), anche merito della sincerità con cui l’autore racconta la sua vita e i suoi sentimenti. Quella di KO a Tel Aviv non è una lettura che cerco e attendo, eppure ogni volta Hanuka mi convince e riesce a coinvolgermi emotivamente nel racconto spezzettato della sua esistenza. 

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN #22
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (RW Edizioni, 2016)
Il trentesimo episodio di Harley Quinn vede il personaggio alle prese con un cattivo atipico: la gentrificazione. Numero con una bella regia (la tavola escheriana nel multisala è inaspettata e divertente) e una storia piccola piccola che però i due sceneggiatori sanno valorizzare grazie al buon utilizzo del cast. Bella scoperta la disegnatrice Elsa Charretier: la sua Poison Ivy sembra quasi disegnata da Miguel Angel Martin. Un bel numero di merda invece per la New Suicide Squad, con protagonista assoluta ancora Harley Quinn. Psicologia dozzinale, disegni inguardabili, storia inutile. Passiamo oltre che è meglio. Il meglio (se così possiamo definirlo) è il finale dei Segreti Sei. Per Gail Simone è ancora una volta un’occasione persa: dopo un inizio interessante la storia si è persa dietro a scelte poco felici (tutta la run lovecraftiana) e a una gestione del team attenta ma in fin dei conti inconcludente. La Simone ha la mano pesante della scrittura di fine ’90 e inizio Duemila, e la cosa non gioca quasi mai a suo favore.

L’ALTRO TOPO #1 – Topolino racconta l’arte
di Roberto Gagnor, Paolo De Lorenzi e Vitale Mangiatordi (Panini Comics, 2017)
Nemmeno da bambino sono mai stato un lettore abituale di Topolino Magazine, più per le contingenze che mi hanno portato a essere un lettore fedele de Il Giornalino che per una scelta vera e propria. E quindi che ci fa queste pagine il primo volume della serie antologica L’altro Topo, dedicata a questo giro al mondo dell’arte? Semplicemente perché Roberto Gagnor, l’autore di queste storie, è stato mio professore di sceneggiatura e gli devo quindi due anni di infinita pazienza nei miei confronti. Debiti a parte, la lettura si è rivelata piacevole e interessante. Anzitutto perché le storie sono meno superficiali, meno “per bambini” di quel che pensavo: la struttura del racconto ha sempre una sua originalità, ci sono più livelli di lettura e l’arte non è mai un pretesto ma il vero motore narrativo. Non tutte le storie sono allo stesso livello, ma è difficile superare i buoni risultati delle storie ambientate nell’Antico Egitto e nel Medioevo. La prima è una commedia degli equivoci atipica e romantica, mentre la seconda nasconde interessanti riflessioni e diverte per i suoi giochi linguistici. Insomma, superato il trauma dei dialoghi che finiscono tutti col punto esclamativo, L’altro Topo si è rivelato essere una lettura divertente e ricca di spunti di riflessione. E chi se l’aspettava.

L’UOMO DELLA LEGIONE
di Dino Battaglia (Edizioni NPE, 2016)
Nonostante un paio di riletture nel corso degli anni, l’ultima tavola de L’uomo della Legione mi mette ancora addosso un senso di profonda angoscia e infelicità. Nel posto in cui dovrebbe esserci il trionfo dell’eroe che ha compiuto la sua vendetta ristabilendo anche un ordine morale nel mondo, trova spazio una tavola desolante dove l’eroe torna a essere un uomo mettendo in discussione ciò in cui crede e ciò che ha fatto, delineando un orizzonte senza felicità alcuna, nemmeno quella della vendetta. Dal punto di vista grafico è invece un piacere vedere la gabbia bonelliana rinnovata, sfruttata e decostruita dalla regia di Battaglia, capace di soluzioni grafiche dal forte impatto narrativo.

BOOK OF DEATH – Il Libro della Morte
di Robert Venditti, Robert Gill e Dough Braithwaite – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2017)

Sarò stupido, ma una delle cose che apprezzo di più dell’Universo Valiant è che a un certo punto c’è quasi sempre una scena gore che Marvel e DC se la sognano. In questa miniserie-evento a un certo punto escono fuori degli animali (orso, cervo, cani) mezzi putrefatti che attaccano Gilad.
Messe da parte le stupidate, Book of Death è una storia solida e tradizionale che non regala grande sorprese ma fa il suo dovere. Venditti lavora bene sul rapporto tra Gilad e Tana, si diverte con i comprimari (divertenti le didascalie di presentazione) ma fa un mezzo passo falso con un cattivo un po’ sui generis e difatti il finale risulta smorzato rispetto alle aspettative create.

YRAGAEL – L’integrale
di Philippe Druillet e Michel Demuth- Traduzione di Sara Giovanna Gianoglio (Magic Press, 2016)
Quando Druillet prende tra le mani il fantasy, lo piega ai bisogni della sua arte. Di conseguenza questo integrale di Yragael (che contiene anche il “sequel” Urm il pazzo) è un fantasy che visivamente rinnega qualsiasi cosa fatta prima e va così avanti che quello venuto dopo non è riuscito ancora a raggiungere la complessità e la ricchezza visiva del lavoro di Druillet. Il lavoro più interessante però Druillet lo fa sui testi, innalzando a voce divina le didascalie narranti, e declassando i dialoghi a stupido e ambiguo accessorio. Qui ve lo spiego meglio.


Gigahorse #13 | Febbraio 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo.


DEADPOOL #14-15-16
di Autori Vari – Traduzione di Luigi Mutti (Panini Comics, 2016)
Deadpool: un giorno di straordinaria follia
è una miniserie in quattro numeri fatta per far interagire tra loro Daredevil, Luke Cage, Iron Fist e il già citato Deadpool. Convince di più della serie regolare e di tanti dei suoi derivati grazie a una buona dose di azione e una trama raccontata nello spazio giusto. Poi ecco, rimane ben lungi dall’essere una cosa che rileggerei volentieri. Il sedicesimo numero dell’albo dedicato al deadpoolverse si apre invece con il crossover tra il mercenario incappucciato e Doctor Strange. Ci ho capito poco nulla ma è stata una lettura divertente, almeno fino a quanto Duggan ha piazzato dentro a caso una scena introspettiva per farci capire quanto è sensibbile Deadpool. Si prosegue con lo speciale di Natale in coppia con Hawkeye: è inutile come sembra. Idem anche l’holyday special con protagonista Gwenpool.

LA SOFFITTA
di AkaB e Squaz (Passenger Press, 2017)
Misterioso e inquietante questo nuovo fumetto di AkaB e Squaz, un horror allucinato che cerca spiegazioni ma trova solo domande e dubbi a cui trovare risposta. I disegni infernali di Squaz ci fanno piombare nella mente confusa di un uomo e traccia i contorni di ossessioni e paure con la sicurezza di chi è capace di evocarne i fantasmi che teniamo dentro. E le parole di AkaB non sono una mera appendice ai disegni ma li integrano con una prosa di pari forza, dolorante e intensa, capace di illuminare intensamente parti di assoluta oscurità. 

DOGMA – Il segno dei tempi
di Stephane Betbeder ed Elia Bonetti – Traduzione de I Cosmonauti (Editoriale Cosmo, 2015)
Thriller mistico di buon intrattenimento, che dispiega la sua storia in maniera chiara senza i soliti garbugli tipici dei fumetti francesi sui complotti. Un po’ troppo verboso per renderla davvero una lettura divertente, ma i disegni di Elia Bonetti alleggeriscono il ritmo con una regia ben controllata.

CROCEVIA
di Yoshihiro Tatsumi – Traduzione di Vincenzo Filosa (Coconino Press, 2016)
I personaggi di Yoshihiro Tatsumi si perdono per la città alla ricerca di un finale per le loro vite. Non un lieto fine, si accontentano di un evento che riesca a distruggere la loro vita sociale così da renderli finalmente liberi di dare sfogo alle proprie ossessioni. Quelli di Crocevia sono racconti disperati, di una follia urbana che ingabbia e stritola sogni e speranze. Tatsumi colpisce duro, ma lo fa stando sempre dalla parte dei suoi protagonisti e accompagnandoli passo dopo passo nelle notti elettriche e spaventose del Giappone degli anni Sessanta.

SOFT CITY
di Hariton Pushwagner (The New York Review of Books, 2016)
Raccontare la vita di una moderna metropoli con i suoi ritmi e i suoi schemi non è cosa nuova, Pushwagner lo fa però con una disciplina e abnegazione verso uno stile che gli permette di portare fino in fondo la sua idea di un mondo fatto di vite fotocopiate, coreografie militari e linee parallele. E questo Soft city (fumetto perduto e poi ritrovato per caso) riesce persino a essere uno dei lavori più intimamente sconvolgenti che ho letto quest’anno, vuoi per il formato immersivo del volume, vuoi per lo stile di Pushwagner che ingabbia lo sguardo nei tracciati prestabiliti dalla società. Uso raramente parole importanti, ma questa volta è il caso: imprescindibile.

LA VERA STORIA DI LARA CANEPA
di Giacomo Nanni (Coconino Press, 2010)
Questa storia di maternità immaginata ha un incedere onirico che pone però le sue basi in un realismo spiazzante fatto di reazioni lente e transizioni temporali dilatate. Con una recitazione e un ritmo così naturali, il tratto scarno e iper espressivo dei disegni di Nanni e l’uso dei retini e delle pattern (a volte psichedelico, altre portatore di una sana quotidianità), creano un contrasto affascinante e un ambiente di lettura adatto per entrare in sintonia con le emozioni dei personaggi. Emozioni strane, misteriose e quasi sempre inafferrabili.

GROSSO GUAIO A CHINATOWN #1 – Le nuove avventure
di Eric Powell e Brian Churilla – Traduzione di Giovanna Falletti (Editoriale Cosmo, 2017)
Questo sequel ufficiale a fumetti del film di Carpenter si innesta senza troppi problemi sia alla trama che al mood della storia. Powell scrive una sceneggiatura divertente, piena di umorismo becero, qualche bella idea (le scene con le ex mogli di Jack Burton) e sequenze di azione, il cui unico grande difetto è l’eccessiva decompressione. Lo stile cartoonesco di Churilla potrà all’inizio far storcere il naso, ma dimostra di essere una scelta interessante per mantenere i toni eccessivi del racconto. Peccato però che non stupiscano mai davvero, né durante i combattimenti né nelle sequenze slapstick.

LE AVVENTURE DI TINTIN
Il loto blu – L’orecchio spezzato – L’isola nera
di Hergé – Traduzione di Giovanni Zucca (allegato RCS, 2017)
Sulle avventure di Tintin nessuna anticipazione perché sto realizzando un diario di lettura. Non sono recensioni ma solo pensieri sparsi, appunti, azzardi e arrampicate sugli specchi per cercare di tirare fuori qualcosa di nuovo e di diverso da un personaggio che ha prodotto più saggistica che merchandising. Trovate tutti i tentativi qui

DELETE #1-4
di Jimmy Palmiotti, Justin Gray e John Timms (Devil’s due | 1first Comics, 2016)
Questo thriller fantascientifico in quattro numeri intrattiene ma purtroppo non ha abbastanza spazio per sviluppare i rapporti tra i personaggi. Se infatti la trama si dispiega senza troppi problemi tra misteri, colpi di scena e un finale inaspettato, Palmiotti e Gray non sfruttano appieno le potenzialità del legame tra i due protagonisti, legati da un filo di incomunicabilità (lui affetto da un ritardo mentale, lei sordomuta) che rendeva davvero originali le premesse della miniserie. John Timms è l’artista perfetto per la serie, con quel suo tratto pulp che non rinuncia però a una moderna patinatura.

ARMATA SPAGHETTO #2
di aa.vv. (Sciame, 2017)
Avvolto dalla copertina spaziale di Lorenzo Mo, il secondo numero di Armata Spaghetto si apre con Hangry di Kevin Scauri. Dopo i kaiju napoletani del numero precedente, Scauri declina il genere supereroistico in salsa partenopea e dimostra non solo di riuscire a costruire un’ottima storia umoristica, ma anche di costruire un universo originale e ricco. Simone Pace continua il suo lavoro sul fantasy regionale con una storia secca e cruda, e conferma la sua capacità di gestire i toni epici a cui però innesta una componente di spigolosa intimità. Raffaele Sorrentino esordisce invece con il primo episodio di Draconte, una storia di periferia dai toni quasi post-apocalittici. Le premesse sono interessanti, attendo sviluppi. Lacavalla e Bolzani continuano a plasmare il loro mondo meta-cinematografico con Il John Ford Point. Questo secondo capitolo conferma la natura evocativa e misteriosa della serie, grazie a una narrazione affascinante. Potrebbe rivelarsi il lavoro più interessante del lotto. Mecha Suit Laguna di Irene Coletto è invece un piccolo gioiello di umorismo, ma non voglio anticiparvi nulla oltre allo straordinario titolo per non togliervi la sorpresa. In definitiva un secondo numero migliore del primo. A questo punto non vedo l’ora del terzo.

BLOODSHOT REBORN #1 – Colorado
di Jeff Lemire e Mico Suayan – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2016)
L’universo Valiant mi affascina sempre di più. Questo primo volume di Bloodshot Reborn, perfetto starting point per chi come me non conosce il personaggio, è un fumetto vecchio stile, solidissimo e che va dritto al punto senza perdersi ai margini della trama. Jeff Lemire scrive un Bloodshot combattuto, incapace di essere umano ma altresì impaurito di ritornare schiavo dei naniti. La cosa stupefacente è che la scrittura di Lemire ci porta a empatizzare istantaneamente col personaggio, una cosa che non mi capitava da tempo durante la lettura dei fumetti supereroistici. Buoni i disegni di Suayan ben coadiuvati dai colori di Baron. Peccato solo per il character design di Bloodsquirt, un piccolo passo falso che però pare già essere stato corretto nel numero finale di questo volume (con i disegni superlativi di Raul Allen).

THE SPIRIT #1 – Chi ha ucciso The Spirit?
di Matt Wagner e Dan Schkade – Traduzione di Valeria Gobbato (Editoriale Cosmo, 2016)
Difficile mettersi al lavoro su un personaggio iconico come The Spirit e riuscire al contempo a rimanere fedele all’originale e raccontare qualcosa di nuovo. Matt Wagner riesce a scrivere una storia capace di azione, umorismo e romanticismo, con un mistero che si svela numero dopo numero, con un tono in piena continuità con l’opera di Will Eisner. La gestione dei flashback non convince molto e le visite ai nemici classici del personaggio sono un poco noiose (soprattutto perché sapendo già che Spirit è vivo risultano giusto un divertente fan service), ma la storia fila senza troppi problemi con alcuni buoni momenti (i confronti tra Dolan e la figlia su tutti). Schkade fa un ottimo lavoro ai disegni, riuscendo a replicare la ricercatezza visiva di Eisner ma anche il tono di recitazione dei personaggi.

HARLEY QUINN E LA GANG DELLE HARLEY
di Jimmy Palmiotti, Frank Tieri e Mauricet – Traduzione di MC Farinelli  (RW Edizioni, 2017)
Dimenticabile miniserie dedicata al gruppo di aiutanti di Harley Quinn. La storia va avanti senza troppi problemi ma un cattivo dimenticabile e un gruppo da cui faticano a emergere le singole individualità inceppano il meccanismo in più di un’occasione. Harley Quinn salva spesso la situazione ma poco può fare per contrastare una storia poco ispirata (anche graficamente).

TERMITE BIANCA #1 – Dagli abissi
di Marco Bianchini, Marco Santucci e Patrizio Evangelisti (Editoriale Cosmo, 2017)
Nel primo numero di Termite Bianca, Bianchini e Santucci dispongono sul tavolo tutti gli elementi della storia, pronti a farla detonare nel secondo volume che conclude la serie. Forse queste cento pagine iniziali possono lasciarvi insoddisfatti, ma il lavoro di world building fatto dai due autori è interessante, affascinante e soprattutto emerge dalla trama senza spiegoni, flashback o dialoghi chiarificatori. I disegni di Patrizio Evangelisti fanno il resto: con un’attenzione assurda per il dettaglio il disegnatore illustra un mondo alieno e allucinato con architetture mastodontiche, animali pericolosi e astronavi velocissime. Il meglio però lo dà col character design con un tratto iperrealista e caricaturale che stupisce.

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN #19
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (RW Edizioni, 2016)
Palmiotti e la Conner introducono il nuovo villain Red Tool, che è in pratica Deadpool ma scritto bene. Storia divertente ma è impossibile togliere gli occhi di dosso alla Harley Quinn di John Timms. In netta controtendenza alla Harley morbida e paffutella delineata dalla Conner, quella di John Timms è spigolosa dove serve (il naso, la bocca con pochissime labbra, le anche) e morbida nella parti giuste (ve le devo anche dire?). Non so, mi stordisce ogni volta. Il Road Trip Special di Harley Quinn, Catwoman e Poison Ivy è invece una parentesi divertente azzoppata purtroppo da disegni non sempre all’altezza. Si salvano giuste le quattro pagine di Qualano e Armentaro. Sui Segreti Sei rimane ancora qualcosa da dire? No. La conclusione di questa saga lovecraftiana è ridicola e inutile tanto quanto il resto. E ora sotto con gli ultimi numeri della serie e poi ce la siamo tolta definitivamente dalle scatole.

Gigahorse #12 | Gennaio 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo.


segniaddossoI SEGNI ADDOSSO – Storie di ordinaria tortura
di Andrea Antonazzo, Elena Guidolin e Renato Sasdelli (Edizioni BeccoGiallo, 2016)
I segni addosso vive di due estremi che cercano di sorreggersi a vicenda. Da un lato c’è una sceneggiatura tradizionale e didascalica (che in questo caso non sempre appare come un demerito) mentre dall’altro ci sono delle tavole che puntano tutto sull’emozione più che sulla ricostruzione lineare dei fatti. Il risultato sarebbe e potuto essere più felice: le illustrazioni di Elena Guidolin rubano la scena a una scrittura che fa il suo dovere ma risulta troppo debole, tant’è che anche la struttura del libro non riesce a trovare un compimento e una chiusura tale da rendere incisiva la narrazione. A tirare colpi in faccia ci pensa la Guidolin, capace di una narrazione laterale alle vicende narrate (si concentra sempre su particolari apparentemente secondari) per dare così corpo e anima ai dolori, alle umiliazioni e alle torture subite.

xuwwuuXUWWUU – A furvert fairytale
di Gabriel Delmas (Hollow Press, 2016)
Gabriel Delmas ci accompagna nuovamente nelle terre che popolano i suoi incubi. Xuwwuu è un lavoro affascinante e lirico, da esplorare e percepire senza cercare di comprenderlo o decifrarlo. Per i lettori più coraggiosi e quelli che non si spaventano a leggere e rileggere qualcosa per scorgere particolari e connessioni che raccontino qualcosa di sé. Chiude il volume una bellissima intervista di Michele Nitri all’autore, ottima sia come introduzione per i nuovi lettori, che come utile appendice per i suoi lettori più affezionati. Qui trovate anche la mia recensione.

tintinLE AVVENTURE DI TINTIN
Nel paese dei Soviet – Tintin in Congo – Tintin in America – I sigari del Faraone
di Hergé – Traduzione di Giovanni Zucca (allegato RCS, 2017)
Parte la collana da edicola dedicata a Tintin, una raccolta cronologica in volume singolo con copertina cartonata fatta di quel materiale che ti fa venire voglia di appoggiarci la faccia sopra. Le tavole sono della stessa dimensione della raccolta che Rizzoli Lizard fece uscire qualche anno fa e che risulta ancora la versione più economica in commercio. Sto preparando un diario di lettura della serie, lo vedrete presto qui. 

thinTHIN #1-3
di Jon Clark (American Gothic Press, 2016)
Interessante miniserie in tre numeri che racconta la storia di una donna obesa convintasi di dimagrire dopo il tradimento del marito. Si rivolge a uno specialista particolare che la fa finire in una situazione poco piacevole. Il fumetto è a metà tra un film di Cronenberg (ma senza morbosità e amore per il gore) e uno di quei film indipendenti con un solo protagonista intrappolato in una situazione di merda (Mine, Buried e simili). E in effetti Thin potrebbe essere un buon film, perché darebbe la possibilità di approfondire alcuni aspetti e momenti che il fumetto gestisce troppo velocemente (su tutti il buon finale rovinato da una scrittura psicologica un poco grossolana). Funzionali i disegni, poggiati letteralmente sul corpo gigantesco della protagonista.

plutonium1PLUTONIUM
di Gabriel Delmas (Hollow Press, 2016)
Espressione atterrita, sguardo e bocca spalancati, due gambe secche che percorrono enormi distanze. Questi i tratti distintivi del protagonista di Plutonium, un mostriciattolo che esplora un mondo mutante, sorprendente e spaventoso. Quasi un libro di esplorazione per l’attenzione che Delmas ripone nella descrizione di flora e fauna, con un approccio naturalista e quasi enciclopedico accentuato dal tratto a matita. Qui trovate anche la mia recensione.

fashionbeastFASHION BEAST
di Alan Moore, Malcolm McLaren, Anthony Johnston e Facundo Percio – Traduzione di Leonardo Rizzi (Panini Comics, 2016)
Tratto da un soggetto di Alan Moore (a sua volta sviluppato da un’idea dell’eclettico Malcolm McLaren), Fashion Beast è un lavoro dai contenuti interessanti ma non sostenuto a dovere dalla sceneggiatura. La scrittura di Antony Johnston è altalenante: ci sono buoni momenti (gli scambi tra Celestine e Doll sono sempre all’altezza delle aspettative create) e sequenze ben gestite (come l’incipit), ma la scrittura dei personaggi non è sempre convincente e la loro ambiguità è spesso sotto-utilizzata. In più la storia (soprattutto nella parte iniziale) è eccessivamente allungata, cosa che le fa perdere il grip sulla tensione creata attorno al primo colpo di scena. Facundo Percio fa il suo dovere. Insomma, fa la solita cosa nello stile Avatar Press.

howtosurviveinthenorthHOW TO SURVIVE IN THE NORTH
di Luke Healy (Nobrow, 2016)
Cosa c’entrano tra loro una eschimese abbandonata tra i ghiacci da due scienziati nell’anno 1922, un professore costretto dopo uno scandalo a vivere il 2013 come il suo anno sabbatico, e il capitano di una nave incastrata nel ghiaccio dell’Artico nel 1913? Per una ragione e per l’altra tutti e tre sono perduti in un ambiente ostile e in una situazione difficile da superare. La forza del racconto di Luke Healy è quella di non intrecciare mai le storie (al massimo si sfiorano), ma di farle avanzare contemporaneamente. Sarà compito del lettore notare le analogie e le differenze di quella che comunque appare come un’unica storia sulla tenacia, sul coraggio e sulla speranza. Lo stile di disegno di Healy è reso originale da un uso del colore capace di dare un nuovo volto ai luoghi delle vicende. How to survive in the North è una storia d’avventura intima, classica e al contempo pop. Un ibrido interessante e riuscito

latteradeifigliLA TERRA DEI FIGLI
di Gipi (Coconino Press, 2016)
La terra dei figli
è la storia dell’ultimo libro dell’umanità. Una storia per forza di cose primitiva, dove la scrittura pare aver perso qualsiasi valore comunicativo nella vita reale per riacquistarne uno più primordiale e istintivo. Gipi conferma le sue già note qualità di narratore, ma spogliatosi della voce narrante e dell’autobiografismo e approdato nei territori della pura fiction, si riscopre essere un autore mille volte migliore di quello che è stato. Non solo più sincero (e questo è un paradosso visto che il cambiamento coincide con il suo primo lavoro di finzione) e meno propenso all’uso di trucchetti e sotterfugi (in primis proprio la sua ruffiana e perfetta voce narrante), ma perfino più incisivo, basti pensare a come un tema a lui caro come la paternità e il ruolo dei figli, venga sviluppato in maniera più profonda e forte rispetto al passato. Gipi dimostra la sua grandezza anche nel delineare un mondo futuro senza spiegazioni ma solo attraverso le suggestioni, evitando così toni paternalistici o apocalittici, soprattutto nei momenti in cui emergono echi riguardante internet e i social network. Un lavoro praticamente perfetto, puro e finto e proprio per questo ancora più reale rispetto ai suoi predecessori. Da leggere in coppia con La peste scarlatta di Jack London, con cui condivide più di una suggestione.

harrowcounty2HARROW COUNTY #2 – Come allo specchio
di Cullen Bunn e Tyler Crook – Traduzione di Valerio Stivé (ReNoir, 2016)
Harrow County si fa sempre più interessante nel modo in cui decide di trattare la stregoneria. Sembra una specie di Harry Potter in cui la protagonista invece di essere un eroe che deve compiere il suo destino, è una normale ragazzina che scopre il suo potere e deve combattere proprio contro quella sua predestinazione. Sempre molto convincente il lavoro di Tyler Crook. A occhio bisognerà attendere il prossimo volume per cominciare a intravvedere quello che sarà il vero nucleo della storia. Ve ne parlo in maniera più approfondita su Fumettologica.

nevefondazioneNEVE: FONDAZIONE – Il sangue degli innocenti
di Didier Convard, Eric Adam, Didier Poli e Jean-Baptiste Hostache – Traduzione de I Cosmonauti (Editoriale Cosmo, 2016)
Il prequel di Neve trasforma la saga da teso thriller politico e complottaro in un survival post-apocalittico dove muoiono più o meno tutti. E questa è la cosa che mi ha divertito di più del fumetto: non c’è un protagonista fisso così la narrazione prende ritmi sempre diversi che riescono a tenere in piedi una storia che non regala grandi sorprese. Disegni un poco monotoni, soprattutto nelle sequenze d’azione cui manca spesso una dinamica chiara.

deadpool2099DEADPOOL 13
di Autori Vari – Traduzione di Luigi Mutti (Panini Comics, 2016)
Secondo numero per Deadpool 2099 (che ricordo essere un appuntamento semestrale all’interno della testata principale). È l’unica serie di Deadpool che davvero mi interessa, sia per una storia ben raccontata e che cambia un poco le dinamiche del personaggio, sia per le illustrazioni di Scott Koblish. Se c’è un fumetto di Deadpool che va letto è sicuramente questo. Per il resto terminano la loro corsa i Mercenari per soldi. E menomale. Solite idee noiose e umorismo squallido dilatate fino allo sfinimento.

artopsART OPS #1 – Come iniziare una rivolta
di Shaun Simon, Mike Allred e Matt Brundage (RW Edizioni, 2016)
Il problema di Art Ops non è la scrittura prevedibile dei personaggi e della trama, ma un high concept pieno di buchi e incongruenze. L’Art Ops ha la missione di salvare le opere d’arte da un misterioso nemico. Lo fa estraendo letteralmente dai quadri i soggetti ritratti sostituendolo poi con dei sosia. E qui arriva il primo inciampo: e i quadri astratti? Quelli di solo paesaggio? E le nature morte? Quella non è vera arte degna di essere salvata? Il misterioso nemico si rivela essere il soggetto di un brutto quadro, dove per brutto quadro si intende un personaggio i cui tratti sono ripresi da cubismo ed espressionismo. Mi state dicendo che la Monna Lisa è brava perché classica e il cattivo è crudele perché è cubista? La cosa che più mi intrigava dell’idea iniziale era vedere la Gioconda catapultata nel 2017 e vedere un poco l’effetto che faceva. Niente, si abitua in un secondo come se nulla fosse. Per fortuna ci sono i disegni di Mike Allred e Matt Brundage, capaci di creare un’atmosfera in cui far convivere una Monna Lisa punk e un David – Elephant Man. Vediamo se col secondo e ultimo volume qualcosa si sistemerà, ma visto che i problemi stanno nelle fondamenta non ho molte speranze in merito.

bcomicsshhhB COMICS – FUCILATE A STRISCE: SHHH!
a cura di Maurizio Ceccato (Ifix, 2016)
Silenzio in sala, è arrivato il nuovo B comics ed è tutto muto. Non che gli manchino cose da dire, anzi. Il silenzio è stata l’imposizione e la sfida che Maurizio Ceccato (curatore, allenatore, silenziatore) ha imposto agli autori coinvolti nel progetto. E come sempre la selezione di Ceccato non si limita solamente a una batteria di illustratori di razza, ma è anche un laboratorio di narrazioni che cerca di allargare orizzonti e ambizioni del fumetto. Qualche racconto è più riuscito degli altri, tutti sono lontani dalla banalità (formale e di contenuti, se la differenza tra i due elementi esiste). Su Critica Letteraria vi avevo dei due volumi precedenti di B comics, CRACK! e GNAM!. Aspettate ancora un poco e arriva la recensione anche di questo.

suicidesquadharleyquinn18SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN #18
di Autori Vari – Traduzione di MC Farinelli (RW Edizioni, 2016)
Numero di passaggio per Harley Quinn, fondamentalmente una storia scritta solo per introdurre il nuovo costume del personaggio (uguale a quello del film Suicide Squad) e il nuovo cattivo che ci ritroveremo nei prossimi numeri. Comunque un numero divertente e di intrattenimento. Comincio a prenderci gusto nel seguire invece questa nuova gestione della Suicide Squad. Tim Seeley scrive un fumetto d’azione senza alcuna pretesa se non quella di regalarci uccisioni spettacolari e un’interazione tra i personaggi meglio gestita che in precedenza. E per ora ce la sta facendo. Ferreyra non mi convince del tutto perché sembra stia nascondendo alcuni suoi limiti (soprattutto nella recitazione dei personaggi) dietro una regia inutilmente complessa e barocca. Sui Segreti Sei continua ‘sta cosa assurda delle colonne, che il gruppo di “eroi” vuole distruggere per salvare Black Alice anche se ciò comporta la venuta di mostri spaziali sulla Terra. Non fa per me.

mezolith1MEZOLITH #1
di Ben Haggarty e Adam Brockbank – Traduzione di Francesca Martucci ed Elisabetta Sedda (Diabolo Edizioni, 2016)
Mezolith ha la pretesa di raccontare da dove vengono le prime storie del mondo e inaspettatamente riesce nell’impresa grazie a un mix di precisa ricostruzione storica e invenzione letteraria. La magia convive così con il reale, la fedeltà storica con la ricostruzione fantasiosa, e insieme compongono l’intricato mosaico delle vite dei nostri antenati. La struttura episodica del libro forse smorza la portata emotiva del racconto, ma dà la possibilità agli autori di descriverci un mondo variegato fatto di favole, battaglie, spiritualità e battute di caccia. Sospesi tra realismo e magia sono i disegni di Brockbank, molto suggestivi e sostenuti da una regia tradizionale ma attenta e meno banale di quel che può sembrare.

playboyIL PLAYBOY
di Chester Brown – Traduzione di Stefano Sacchitella (Coconino Press, 2016)
Questo è un fumetto per chi ci mette più tempo a scegliere un porno che a guardarlo, per chi è abbastanza vecchio da aver passato più tempo a nascondere materiale pornografico che a utilizzarlo. Un fumetto per chi ha questo tipo di ossessione (o passione?) e trova in Chester Brown non un amico ma più un interlocutore, qualcuno con cui condividere i propri pensieri più imbarazzanti. È stato liberatorio leggere della reazione di Brown alla playmate di colore (perché guardo solo porno con attrici bianche? Sarò intimamente razzista?), del suo concentrarsi su un particolare dei loro corpi per poi innamorarsene (oppure gettare via la pagina), della sua presa di coscienza di come la pornografia sia parte essenziale della sua vita e l’erotismo un luogo in cui si ha l’occasione di capire un po’ più sé stessi.