Cry me a river | Aggiustare le tubature di un amore agli sgoccioli

La cosa più spaventosa che possa capitare a una coppia è accorgersi che il legame sentimentale si è rotto senza una reale motivazione. Nessun tradimento e nessuna colpa, solo un rapporto che si è ormai usurato ed è (forse) destinato a finire. Per uscire da questa impasse la soluzione più comoda è creare un problema che possa essere utilizzato come scusa, portare fino al punto di rottura e vedere cosa succede. È una soluzione immatura, persino crudele a volte, ma rende le cose molto più semplici per la gestione immediata, e molto meno cupe perché sembriamo suggerirci che un nuovo futuro è possibile in un momento in cui davvero no, al futuro nemmeno ci si crede.

Non è un caso che nel loro appartamento i due protagonisti di Cry me a river abbiano appeso un poster che recita la frase The future will be astounding, proprio in un momento in cui una crisi di coppia li ha impelagati in un presente molle, confortevole e soffocante come gelatina. Nelle prime pagine del suo nuovo fumetto, Alice Socal ci mostra il patetismo di quella scritta motivazionale, che fa da contrappunto (quasi) ironico all’amore in fase terminale che ha appena cominciato a raccontarci, come se la dichiarazione di intenti stampata su carta e appesa su una parete possa davvero portarci a immaginare un futuro sbalorditivo. Qualche pagina dopo la Socal rincara la dose facendo dire al suo protagonista parole altrettanto cariche di significato e così vuote negli intenti reali: Una svolta ci aiuterà a capire. Sì certo, come se una svolta non servisse – per l’appunto – semplicemente a cambiare strada ma a capire cosa non va.

Così come accadeva in Sandro, Alice Socal sfrutta inizialmente le banalità con cui anni di letteratura scarsa e di cinema dozzinale ci hanno abituato a trattare la fine di un rapporto, per poi intraprendere un percorso autonomo lontano dai consueti meccanismi narrativi. In Cry me a river la fine di un amore non è la scena di un delitto con gli investigatori alla ricerca di un movente, di prove e collegamenti, non diventa mai un gioco di logica alla ricerca di uno o più colpevoli. Per la Socal l’amore è immateriale e inspiegabile e sfugge quindi alle regole di causa-effetto che governano il mondo reale, svincolandosi così dalla ricerca di colpe, vendette e assoluzioni utilizzate per risolvere la crisi sentimentale. Cry me a river abbandona presto la sfera terrena e ne abbraccia una quasi totalmente spirituale, dove la realtà è marginale in quanto conseguenza di un percorso interiore, e dove non esiste alcuna terapia di coppia e nessun agente esterno ma solo un percorso parallelo dei due protagonisti fatto di rivelazioni mistiche, allucinazioni, visioni oniriche, animali guida che cominciano a popolare la loro vita quotidiana e piano piano li portano a prendere coscienza della loro situazione.

Mentre il resto del mondo rimane impermeabile ai sentimenti che animano i protagonisti, il tratto della Socal subisce forti infiltrazioni e si fa liquido prendendo in parola l’esortazione del titolo: piangi un fiume per me, e così accade. Per ogni lacrima versata dai protagonisti, il tratto della Socal toglie loro tridimensionalità, ne prosciuga le espressioni sino a sintetizzare al massimo i loro volti riducendoli a un minimo comune denominatore fatto di espressioni delineate con quattro righe e nessun reale segno distintivo sul volto (come hanno invece tutti gli altri personaggi). I due personaggi diventano quindi due ectoplasmi che abitano una casa di emozioni, rimorsi, futuri possibili, come se l’autrice volesse renderli forze invisbili ma palpabili all’interno del fumetto.

È quando ci accorgiamo della totale noncuranza che proviamo per i protagonisti che figuriamo per la prima volta lo sforzo che la Socal richiede a noi lettori: pensare a questa storia d’amore in dirittura d’arrivo come a un racconto che segue l’andamento delle emozioni e non quello di una trama. Lo scopriamo nel modo più drastico possibile, ovvero quando ci scopriamo privati dei personaggi, l’unico appiglio che credevamo possibile. Ci aggrappiamo così allo scheletro di quel che resta: i disegni, la composizione della tavola, l’interazione tra le varie sequenze. La nostra ancora di salvezza diventa il Fumetto stesso.

Man mano che la distanza tra reale e immaginario si assottiglia,  permane solamente l’emozione con tutta la sua mancanza di logica e di coerenza, una latitanza che la Socal utilizza come base per la struttura del suo fumetto che si fa via via sempre più immateriale con un movimento che non definirei dissolvenza quanto rarefazione. Non c’è infatti nella regia alcuna fluidità perché Cry me a river non è fatto della materia morbida e malleabile di cui sono fatti i sogni, ma della violenza e del lirismo di cui sono fatte le allucinazioni. Prendete la sequenza in cui Lei e L’Altro si rotolano nella neve e vengono inghiottiti. A questo punto dovremmo immaginarci una vignetta complementare (non so, i due sbucano da qualche altra parte) oppure una che ci dia l’idea di un cambio di scena netto. La Socal invece ci piazza una lunga sequenza in soggettiva con la protagonista sepolta nel letto che guarda il soffitto mentre Lui esce di casa. Mentre il suo sguardo si fissa su quell’angolo di appartamento, la percezione dell’ambiente che la ricorda si fa sempre meno acuta: si perdono particolari sino a conservare solo poche linee, tratti portanti di un’architettura che perde significato sino a trasformarsi nell’abbozzo di un cuore sciancato che si rivela poi essere nelle sequenze successiva il copricapo de L’Altro. In questa lunga scena non c’è grazia, non c’è fluidità, non c’è armonia. Come la protagonista, il tratto della Socal vorrebbe essere dolce e leggiadro ma rivela una gravità e una brutalità con cui siamo obbligati a fare i conti. L’atmosfera non è onirica ma febbrile, non è dolce ma angosciata, e così la narrazione ci mette davanti agli occhi l’emozione spogliata di qualsiasi positività, il cadavere martoriato e depredato di un amore finito.

Cry me a river è un racconto di emozioni non filtrate, che private di un background mostrano tutta la loro fragilità, l’incoerenza ma anche la forza con cui cercano di sopravvivere nonostante tutto. Una forza che Alice Socal fa manifestare attraverso le numerose creature che popolano il libro: il verme del caos, i due cani, il gamberone e l’uomo-cane. Se nel precedente fumetto Sandro era l’ingombrante spettro del passato, qui gli animali (reali o immaginari, poco conta) sono fantasmi del Natale presente che mostrano ai due protagonisti il sentimento che li lega oggi e ora, escludendo dall’orizzonte l’angoscia nei confronti di quel futuro che era diventato per loro il luogo dove confinare le paure e i timori in modo da non affrontarle nel presente.

Succede così che quando, con stupida semplicità, i due cascano nuovamente dentro il presente del loro rapporto, l’architettura terrificante di quel  futuro angoscioso crolla sotto il loro sguardo bonificato dalle lacrime e ora lucido al punto giusto per fissare l’orizzonte, scostare le macerie e pensare a domani.

Cry me a river
di Alice Socal
Coconino Press, 2017

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