La gameti | Storia d’amore nel noumeno

Non bastano più le fiabe per raccontare la realtà. Quella chiave si è usurata, i suoi denti sono consumati, ormai ricoperti di quella patina giallina tipica del metallo vecchio. È ancora una chiave ma non serve più a nulla. Più che di una metafora, abbiamo bisogno di una trasfigurazione, di vedere i nostri corpi diventare altro per stare al passo della nostra esperienza. Non si richiede una semplice muta o lo stagionale spogliarsi della pelle vecchia, quanto una proiezione del proprio vissuto in un contesto astratto così da diventare unico terreno possibile per un’indagine sulla nostra vita e sui nostri sentimenti. È il noumeno.

La gameti in questo è un fumetto sull’amore. Draghi, body horror, boschi spaventosi e luoghi fatati, sono gli elementi e gli ambienti che David Genchi sceglie per trasfigurare una storia d’amore composta da tre litigi e una “riappacificazione”, un cammino sentimentale in cui l’autore viviseziona (letteralmente) corpi e anime dei suoi protagonisti.

Si parte biblicamente in un Eden ormai trasformatosi in una palude, in cui i nostri Eva e Adamo stanno litigando. Uno scontro che si riveste subito di carne e pulsione sessuale, vero terreno di confronto che surclassa subito la parola e il dialogo a mera rappresentazione algida e mediata di noi stessi e di quello che sentiamo. L’uomo, la donna, Dio e il serpente sono una sorta di unica unità che combatte contro sé stessa e cerca di tenere a bada le pulsioni di ognuno. La cacciata dal Paradiso è il suono di una sveglia, il ritorno a una realtà in cui ci è impossibile comprendere realmente le cose.

Il quadro successivo è un San Giorgio e il drago ribaltato, in cui la ragazza protagonista è il cavaliere. La cosa particolare di questo capitolo solo le sue chiare connessioni con la quotidianità: per arrivare al drago dobbiamo andare in stazione e prendere un treno regionale. David Genchi usa un paio di tavole (due doppie splash page mozzafiato, forse le migliori di tutto il libro per come ibridano reale e surreale) per rendere questa connessione tra realtà e noumeno evidente e normale. Non è una semplice scelta stilistica questa, ma il desiderio di non allontanare mai il lettore dalla realtà, di non trasportarlo mai del tutto nei territori della fantasia. Genchi ci ributta continuamente nel barile di schifo che sono i problemi di qualsiasi storia d’amore, ci fa riemergere per qualche secondo per riprendere fiato (il surreale) e poi ci ributta nella melma (il reale). È importante notare come in questo segmento, Genchi non sfrutta mai il genere nel suo pieno potenziale pur avendolo lì a disposizione. In tutto il libro il genere non è altro che la scenografia, l’ambientazione che aiuta i personaggi a rivelarsi a sé stessi per quello che realmente sono, a praticare quel transfert necessario per comprendersi come organismo di coppia.

Il terzo capitolo è quello che più di tutti mette in evidenza le capacità registiche di Genchi. Non c’è oggi autore al mondo così attento e maniacale nel curare la narrazione della tavola, rinunciando anche alla potenza della singola vignetta per rafforzare una visione d’insieme che è più importante del particolare. Genchi orchestra le sue vignette con precisione millimetrica, fa il virtuoso ma con in testa solo la missione di trasmettere al meglio quello che vuole raccontare attraverso la visione complessiva delle due tavole che ci troviamo davanti a libro aperto. Questo terzo capitolo non è altro che l’ennesima litigata tra i due, nella scenografia quotidiana di un letto matrimoniale. Genchi frammenta il dialogo, spezza i corpi e li ricompone, li cuce insieme e li divide nuovamente, in un gioco di montaggio sensuale e violento che rimanda più alla Nouvelle Vague (sponda godardiana) che al fumetto giapponese.

Il gioco di fusione e scollamento perpetrato con sentimento e perfidia nel capitolo precedente, sembra riflettere la celebre storiella delle due metà della mela, che Genchi smentisce rendendo evidente l’impossibilità di sutura tra le due fette.
L’ultimo capitolo vede la morte distruggere l’uovo (la casa, il giaciglio, insomma, la relazione come fonte di malata protezione): “albume” e “tuorlo” si mischiano prima in maniera confusa, dolorosa, poi via via sempre più compatta (tra l’altro con una sequenza stupefacente che l’autore ha l’arditezza di raccontare con una deriva astratta davvero convincente). Ne nasce una creatura nuova, una sorta di cavallo col collo lunghissimo e le ali sulla testa. Un animale che non può fisicamente volare ma spicca comunque il volo, come fosse la serena (ma non semplice) presa di coscienza che l’amore è fatto soprattutto della condivisione delle altrui problematiche e degli altrui pregi. A modo suo questo è un lieto fine, con un volo che Genchi racconta liberando i personaggi dalla griglia astringente in cui finora li aveva tenuti intrappolati, lasciandoli liberi di vagare come una nuova creatura.

La gameti è una storia sull’amore raccontata attraverso un surrealismo spinto, fastidioso e misterioso (ovvero l’unico surrealismo possibile, non quella roba addomesticata cui ci hanno abituati). E’ una riflessione profonda, complessa, capace di meravigliare e dar da pensare.

La gameti
di David Genchi
Hollow Press, 2019

Lo fallo perduto | Il mistero buffo di David Genchi

Dopo un ennesimo diluvio universale, la Terra si ritrova sommersa da acque salate che tutto cancellano e tutto purificano. Zebedeo rimane confinato su un isolotto in cui gli è impossibile recuperare del cibo o dell’acqua potabile. L’unica cosa che può fare è accettare il proprio destino e prendere ogni tentazione che gli casca addosso come una prova mandatagli da Dio in persona. Questa è la sua missione: compiacere un Dio che non esiste mentre il suo corpo muore e la sua mente impazzisce.

Perché se ci sono due cose certe ne Lo fallo perduto è che i demoni esistono, Dio no. C’è semmai l’idea dell’esistenza di Dio come strumento di contenimento e restrizione del proprio corpo e delle proprie volontà, una gabbia in cui il protagonista si rinchiude per annullarsi come uomo e diventare finalmente Santo, in mancanza d’altro. Il problema è che carne e spirito non possono disgregarsi e così, mentre la carne pulsa e accoglie, lo spirito finge di fortificarsi dietro la repressione dimostrando in realtà – tentazione dopo tentazione – la sua debole difesa contro la natura umana. Perché se a prima vista Genchi sembra concentrarsi principalmente sugli aspetti più visivi della storia, sulla carne del suo racconto, gran parte dei suoi sforzi narrativi vengono convogliati proprio nella creazione di questa idea di Dio, che non a caso prende forma attorno a quell’entità invisibile e misteriosa che è la narrazione.

In maniera abbastanza automatica quindi, il Verbo è Dio, e le parole (in lingua volgare) usate da David Genchi sono la prima manifestazione divina de Lo fallo perduto. Impersonando la forza divina che reprime e gioca col protagonista, Genchi si diverte a prendere in giro quel derelitto di Zebedeo, lo tormenta e lo dileggia con quell’Italiano volgare che diventa subito parlata buffa e cialtrona nel suo essere sporca e scurrile e al contempo antica e rispettabile se paragonata a quella attuale. L’autore si diverte a creare una lieve dissonanza umoristica: da una parte la disperazione totale e l’estasi fallimentare del martirio (portate avanti esclusivamente con le immagini), dall’altra un Verbo che invece innalza spiritualmente il sacrificio di Zebedeo con un tono serio che diventa poi parodistico e crudele, tanto da  fare emergere tutta la cieca stupidità del protagonista. Genchi usa poi l’espediente delle didascalie che riempiono tutta la vignetta per ribadire la centralità del Verbo rispetto alla vicenda del protagonista. Quelle didascalie mettono Zebedeo letteralmente in secondo piano, a volte coprono il suo volto o nascondono la porzione di immagine potenzialmente più interessante per il lettore, per il solo gusto di ribadire il potere di una voce divina che falsifica e cela gli accadimenti per il proprio tornaconto.

La regia di Genchi invece, è la gabbia che tiene il protagonista intrappolato sull’isolotto per soddisfare il divino egocentrismo del Verbo. La prima cosa da notare in questa gabbia quadrata composta da nove moduli, è che nella maggior parte dei casi le immagini che Genchi inserisce nelle vignette, non sono immagini “complete” ma particolari di scene più grandi su cui Genchi zooma, ritaglia e ingrandisce per estrapolare il gesto o l’espressione che più gli interessano.
Genchi prende poi questi tasselli che sintetizzano degli istanti, e li monta su quella griglia da nove moduli ricreando un’immagine che abbia valenza sia nel suo complesso che nel suo dettaglio. Oltre a una lettura che spesso si fa circolare più che lineare, il risultato dà vita a contrasti interessanti tra l’armonia sprigionata dalla pagina nella sua interezza e la frenesia che scaturisce invece dalle vignette, come se avvicinandoci a un mosaico scorgessimo nei suoi tasselli immagini indipendenti e shockanti. Da questa scelta registica deriva una gestione del tempo dilatata ed espansa che si concentra sulla progressione dei movimenti nello spazio e nel tempo, creando tra una vignetta dei salti temporali nervosi ma che, ancora una volta, trovano un’inaspettata armonia nella visione generale della tavola.

Lo fallo perduto è un fumetto vivace nel suo proporre continuamente al lettore soluzioni narrative stupefacenti, divertendolo con una vicenda satirica e blasfema che sfocia spesso e volentieri nell’horror più marcio e nella pornografia più esplicita. Se Dario Fo avesse letto Devilman, il suo Mistero buffo sarebbe stato proprio così.

Lo fallo perduto
di David Genchi
Hollow Press, 2018