Laser #20 | Autunno – Inverno 2017/2018

Laser è l’elenco delle recensioni che ho pubblicato durante il mese. Di solito sono molto poche perché sono pigro.

MALLOY: GABELLIERE SPAZIALE di Marco Taddei e Simone Angelini (Panini 9L, 2017)
Il Malloy: gabelliere spaziale di Taddei e Angelini sta a metà strada tra Garibaldi e Fantozzi. Del primo conserva lo spirito d’avventura, la spavalderia e un certo esotismo, del secondo invece condivide il lavoro da impiegato, il totale asservimento al suo superiore e un amore puro per la sua mostruosa famiglia. È questa forse l’operazione più coraggiosa di un libro che si prende già tantissimi rischi: fare dell’eroico protagonista un servo puro, uno scaltro collaborazionista del Potere Forte pronto a fare di tutto pur di portare al termine la missione assegnatagli ed esaudire qualsiasi richiesta gli venga fatta dai piani alti dell’Impero.
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BENVENUTI A LALAND #1-2 di Luciop (Shockdom, 2015-2017)
Lalaland non è un bel posto e il primo a pensarlo è Luciop, che in questa città fatta di melassa e caldo tropicale ci ha ambientato due fumetti – entrambi editi da Shockdom – che sono forse le due storie di pre-adolescenza più inconsuete e folli che il fumetto italiano ha raccontato negli ultimi anni.
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B COMICS – FUCILATE A STRISCE. SHHH! a cura di Maurizio Ceccato (Ifix, 2016)
Giunta al suo terzo volume, l’antologia a fumetti curata da Maurizio Ceccato (con la consulenza di Lina Monaco) si presenta questa volta come un gigantesca tablet, un touch-screen percorso da sottili linee in rilievo che sembrano alfabeto Braille o una pelle di serpente. Poco importa: Ceccato ci sta solo avvisando che a questo giro dobbiamo acuire i nostri sensi e dimenticarci per qualche ora della parola scritta. I rumori, quelli no. In Shhh! c’è silenzio perché non parla nessuno, non per limiti tecnici o per imposizione, e infatti si tratta di un silenzio naturale di cui percepiamo ogni sfumatura.Leggi la recensione su Critica Letteraria.

AMERICAN MONSTER VOL.1 – Dolce casa di Brian Azzarello e Juan Doe – Traduzione di Stefano Formiconi (saldaPress, 2017)
Al contrario del mostro di Shelley, però, quello di Azzarello non ci ispira alcuna pietà, nemmeno quando lo scrittore ci svela il suo passato e il suo ruolo di vittima. È una creatura di pura malvagità, senza un briciolo di pietà o compassione verso il genere umano, le cui caratteristiche morali ed emotive ha abbandonato nel momento in cui la sua trasformazione è avvenuta.
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IN SILENZIO di Audrey Spiry – Traduzione di Elisabetta Tramacere (Diabolo Edizioni, 2016)
In silenzio è la storia di un corpo. Certo, nella trama ci sono anche una coppia, un’escursione, persone che si perdono per un istante e poi ricompaiono, ma più che altro il fumetto di Audrey Spiry è la storia di un corpo, quello di Juliette. Capito questo è bene abbandonare la trama, lasciarla scorrere in sottofondo e non darle troppe attenzioni, così da concentrare la lettura su quel corpo che la Spiry immerge in un elemento che non solo gli è estraneo, ma nei cui confronti prova una certa avversione: l’acqua.
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THE SQUIRREL MACHINE di Hans Rickheit – Traduzione di Valerio Stivé (Eris Edizioni, 2017)
Le frequenti esplorazioni dell’abitazione diventano quindi il modo per i due fratelli di riappropriarsi delle loro vite, ed è per questo motivo che in fondo The squirrel machine non è altro che una storia di iniziazione in cui tutti gli elementi del fumetto (la creatività, la sessualità, il rapporto con la città, quello con la madre, la pressione della figura paterna) convergono per creare una complessa saga familiare e il conseguente cammino dei due protagonisti verso l’indipendenza.
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MARCH – Libro uno di John Lewis, Andrew Aydin e Nate Powell – Traduzione di Giovanni Zucca (Mondadori Oscar Ink, 2017)
Questo vorrebbe fare March: raccontare con la stessa semplicità e mitezza del suo protagonista una storia di grande eroismo personale e colletivo. Il risultato è desolante. Lo sceneggiatore Andrew Aydin evita qualsiasi tipo di enfasi e non fa altro che elencare i fatti, metterli in fila e ridurre il tutto a mera cronaca, come se bastasse riportare gli accadimenti per raccontare e descrivere una complessa situazione socio-politica e l’importanza del movimento per i diritti civili. Il risultato ottenuto è un fumetto istruttivo ma privo di qualsiasi mordente, una storia vuota che riesce coinvolgerci emotivamente tanto quanto una voce di Wikipedia.
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LA SAGGEZZA DELLE PIETRE di Thomas Gilbert – Traduzione di Elisabetta Tramacere (Diabolo Edizioni, 2017)
Per Gilbert la natura non è un’eterna primavera e la scoperta del proprio corpo non si rifà al banale motivetto del fiore che sboccia. Il corpo della protagonista acquista libertà e sensualità man mano che diventa sporco, peloso, rinsecchito, quando è pronto cioè a vivere la natura, accettando i suoi ritmi e i suoi cicli, la sua legge sorda e inesorabile a cui non possiamo fare appello.
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IL REGNO ARTIFICIALE di Francesco Marrello (Retina Comics, 2016)
Con il suo Lovecraft catodico, Marrello riesce a restituirci questo strano e non confortevole senso di meraviglia. Lo fa in maniera viscerale, prediligendo l’atmosfera e non l’azione e, caso più unico che raro, utilizzando tutti gli strumenti che il fumetto mette a disposizione, per ricreare la complessità emotiva della scrittura di Lovecraft.
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THE END OF THE FUCKING WORLD di Charles Forsman – Traduzione di Valerio Stivè (001 Edizioni, 2017)
È proprio per questa capacità che Forsman ha nel renderci partecipi dello sguardo esclusivo e intimo di due innamorati, che The End of the Fucking World non può essere altro che il racconto della loro storia d’amore. Tutte le tracce narrative che l’autore semina durante la storia (quell’accenno da thriller esoterico, l’impianto di storia on the road, il rapporto padre e figlio) infatti sono semplicemente accennate e mai sviluppate a dovere, proprio per inquinare il meno possibile il microcosmo sentimentale dei due protagonisti.
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I DILETTANTI di Conor Stechschulte – Traduzione di Elisabetta Mongardi (001 Edizioni, 2017)
Jim e Winston nel frattempo inciampano, scivolano, sanguinano dai tagli, fanno la conta dei denti saltati dalle gengive. Il fumetto di Stechschulte diventa senza preavviso una lunga e macabra sequenza di slapstick dove però non si ride mai, nemmeno per sbaglio. L’autore non mette in piedi un teatrino granguignolesco per prendersi gioco dei due protagonisti, ma fa diventare il meccanismo comico di cadute improvvise e botte in testa, una tremenda macchina del destino che non lascia nessuno scampo ai due protagonisti.
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Malloy: gabelliere spaziale | L’epica del capo chino

Non avete sempre trovato molto divertente il fatto che la parola più celebre pronunciata dal più celebre degli eroi italiani sia stata “Obbedisco”? L’atto eroico su cui venne fondata la nostra nazione è una frase urlata a capo chino da uno che voleva l’Italia repubblicana e invece l’ha consegnata senza troppi problemi alla monarchia. Ricordate l’iconografia classica del Garibaldi, quei ritratti con lo sguardo ispirato, la barba severa, il viso rivolto all’orizzonte infinito, e poi mettetegli in bocca quella parola da cui spira l’olezzo di un compromesso. Garibaldi obbedisce e qui sta il suo atto eroico: dimenticare i propri ideali per fare ciò che gli veniva richiesto.

Da questo primo “Obbedisco!”, per l’uomo italico è stato un cammino tutto in discesa: il suo corpo si è piegato, arrotondato, incurvato per rispondere in maniera aerodinamica alle sollecitazioni e agli ordini non più di un Re ma di un direttore. Così Garibaldi divenne Fantozzi, e fu il compimento di un’evoluzione naturale e inevitabile. L’eroe italiano definitivo non solo obbedisce, non solo prende sberle ma ringrazia anche. Si bea della sua patetica vita impiegatizia, si ritaglia qualche momento di superficiale felicità e passa tutto il tempo a mitigare il Garibaldi che ancora gli pulsa dentro ma che vede bene di non liberare perché sa che ogni moto di orgoglio porta con sé l’ennesimo e inevitabile rientro nei ranghi al grido (poco nobile) di “Obbedisco!”.

Il Malloy: gabelliere spaziale di Taddei e Angelini sta a metà strada tra Garibaldi e Fantozzi. Del primo conserva lo spirito d’avventura, la spavalderia e un certo esotismo, del secondo invece condivide il lavoro da impiegato, il totale asservimento al suo superiore e un amore puro per la sua mostruosa famiglia. È questa forse l’operazione più coraggiosa di un libro che si prende già tantissimi rischi: fare dell’eroico protagonista un servo puro, uno scaltro collaborazionista del Potere Forte pronto a fare di tutto pur di portare al termine la missione assegnatagli ed esaudire qualsiasi richiesta gli venga fatta dai piani alti dell’Impero. Taddei e Angelini inseriscono questo aspetto fondamentale nel personaggio, tenendocelo quasi nascosto: il servilismo di Malloy non è mai totalmente manifesto e sicuramente non adombra il carisma del personaggio che anzi, svincolandosi dal classico viscidume del ruolo, si arricchisce di questo contrasto e ne fa la sua caratteristica principale. E infatti il lettore per tutto il tempo non può che stare dalla parte di un crudele e spietato esattore delle tasse, nei cui confronti non riesce mai a provare un odio reale e giustificato, semmai ne ammira la determinazione, l’abnegazione sul posto di lavoro, le gesta eroiche. E gli invidia forse più di ogni altra cosa, la sua radicata mediocrità. Malloy è un protagonista ambiguo, un mercenario che assurto al ruolo di personaggio principale, si trasforma in eroe in quanto ci è impossibile non condividere il suo sistema di valori.

Al termine della sua avventura Malloy scopre tutti i segreti dell’Universo. Fosse un personaggio di Lovecraft ora il prode avventuriero si troverebbe delirante e incatenato nella cella di un manicomio, e invece lui come niente fosse torna a casa, abbraccia la moglie e si mette a giocare coi figli come un normale impiegato. La mediocrità è il premio finale per il lavoro svolto e l’unico approdo possibile per ogni essere vivente dedito alla sopravvivenza, e questo per Malloy è giusto e normale. Se anche Anubi finiva con l’abbracciare un futuro mediocre da essere umano facendosi però carico di tutta la sofferenza che ne derivava, Malloy non soffre della sua condizione e dimentica senza troppi patemi la complessità delle meccaniche celesti per trovare finalmente la pace tra le mura domestiche. Che sia forse questa la “divina stupidità dell’eroe” di cui parlava Alfred Tennyson descrivendo Garibaldi, l’affrontare il campo di battaglia, sopravvivergli e poi tornare alla vita quotidiana senza sindrome post-traumatica? Che sia forse questo il segreto per una vita felice?

Anzi, meglio dire “l’illusione di una vita felice”, visto che la genesi che apre il fumetto è un incipit oscuro in cui Taddei cancella il libero arbitrio dall’Universo rendendo tutti i personaggi marionette manovrate da qualcuno più grande e potente di loro. Questa intuizione si riflette sulla struttura della prima parte del libro, che infatti si appoggia su una narrazione a matrioska inversa, con Malloy che parte dal nucleo e allarga la propria visuale in un movimento a zoom potenzialmente infinito quando si tratta di definire i livelli intermedi, ma che vede comunque sopra tutto e tutti il potere del Paravantz come grande involucro che contiene e soprintende a ogni cosa. E’ sorprendente in questa prima parte il ritmo forsennato con cui Taddei e Angelini gestiscono la narrazione, non tanto con la regia della tavola (pressoché uniforme) ma con cambiamenti continui che modificano il corso della storia. La frequenza con cui i due attuano questi cambi di rotta è vertiginosa, così come l’avvicendarsi continuo di nuove ambientazioni e nuovi personaggi ci restituisce l’idea di un mondo precario e di esistenze se non fasulle, sicuramente poggiate su un piano instabile.

Ancora una volta Simone Angelini si rivela la scelta giusta e meno scontata per descriverci un mondo agonizzante e un’umanità alla deriva, anche se con  Malloy può finalmente mettersi alla prova su un universo graficamente più ricco rispetto al microcosmo rinsecchito e sintetico di Anubi. Il disegnatore mantiene il suo tratto semplice e incartapecorito pur arricchendolo nei dettagli, nelle scenografie e nei costumi, ottenendo così delle immagini che ci riportano sia a una certa essenzialità sovietica, sia al ruvido dinamismo della Marvel degli inizi. E mentre Angelini riduce tutto al necessario, Marco Taddei spinge l’acceleratore sui barocchismi di un linguaggio che si divide tra lo spaventoso burocratese e un grammelot picaresco che pare preso di peso dall’Armata Brancaleone e trasportato in queste disastrate galassie.

Ma il bello deve ancora venire. Dicevamo appunto che i primi due capitolo sono un turbine di eventi, personaggi e luoghi narrati a una velocità così spaventosa da desiderare quasi un rallentamento (ho fatto una prova dividendo questi capitoli in episodi più brevi e niente: Malloy sarebbe una serie mensile perfetta). Arrivati al climax, Taddei e Angelini frenano ma a modo loro, ovvero eliminando qualsiasi tipo di azione: da questo punto in poi ci aspetta un monologo di venti tavole che in una situazione normale si bollerebbe come un noioso e interminabile spiegone. Lo è. È titanico, mastodontico, un monolite di parole che mette le vertigini. Doveva essere così per rendere ancora più evidente il senso di oppressione che vuole trasmettere. Le parole di Taddei hanno una forza evocativa (e una inaspettata chiarezza nonostante la complessità della struttura del monologo, dei temi trattati e del linguaggio utilizzato) fuori dal comune, ti si siedono in petto e spingono fino a farti respirare quel tanto che basta per ricordarti che sei ancora vivo. Qui Angelini mostra i muscoli e gestisce i wall of text di Taddei con una regia perfetta che non ci fa mai perdere la concentrazione sul testo, ci alleggerisce la lettura e la arricchisce con una recitazione ancora più straniante rispetto alla prima parte del fumetto.

Tra un parlamento di giocatori di ping pong che pare un incrocio tra Nanni Moretti e Veroheven, scheletri dorati, maiali, banchieri e rivoluzionari con il nome di multinazionali, Malloy: gabelliere spaziale non conferma solamente il coraggio di Taddei e Angelini nell’affrontare un genere a loro apparentemente distante, ma anche la loro capacità di adattare quel genere non tanto alle proprie capacità espressive quanto ai temi che sono a loro più cari. E infatti Malloy: gabelliere spaziale diverte come una space opera un po’ weird ma è anche l’ennesimo tassello della ricerca esistenziale che i due autori stanno conducendo sin dal loro esordio.

Malloy: gabelliere spaziale
di Marco Taddei e Simone Angelini
Panini 9L, 2017

Gigahorse #17 | Giugno 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo.

MERCURIO LOI #1 – Roma dei pazzi
di Alessandro Bilotta e Matteo Mosca (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Non mi capita molto spesso di essere entusiasta per un albo Bonelli quindi per me questo primo numero della serie di Mercurio Loi è un piccolo evento. Cominciamo col dire che la sceneggiatura di Bilotta tratta sempre il suo lettore con intelligenza, evitando tutti quegli accorgimenti e facilitazioni per andare incontro al lettore che col tempo hanno logorato parte della produzione bonelliana. Mercurio Loi comincia invece nel bel mezzo dell’azione, non presenta i suoi personaggi in maniera classica ma lo fa attraverso azioni e dialoghi, costruisce dinamiche interessanti tra di loro, l’ambientazione è perfetta e soprattutto non ti dà mai la sensazione che la storia sia partita dal numero uno: un sacco di cose sono già successe, la nemesi di Mercurio Loi ne ha già combinate a bizzeffe e i rapporti tra i personaggi sono tutti pre-esistenti al numero 1. La sensazione che ho avuto è quella di quando ho cominciato a leggere Batman (ma potrebbe essere qualsiasi comics): buttarmi in mezzo a un oceano infinito di storie, varianti e personaggi che esistevano precedentemente al mio ingresso in quel mondo e che gli autori davano per scontato conoscessi (anche solo per sentito dire). L’unica differenza è che queste storie in Mercurio Loi non sono state ancora raccontate. E quando vengono elencate le malefatte del villain, vi giuro che mi sono gasato al solo pensiero di così tanto passato esplorabile. Oppure no. Sarei contento lo stesso.

DYLAN DOG #369 – Graphic horror novel
di Ratigher, Paolo Bacilieri, Giuseppe Montanari ed Ernesto Grassani (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Ratigher porta su Dylan Dog la sua classica frammentazione del racconto, da una parte rendendola meno drastica rispetto ai suoi fumetti, dall’altra donandole un aspetto meta-narrativo potente e non scontato (regala anche qualche piacevole sorpresa) che riporta alla mente il lavoro di Sclavi.
La sceneggiatura di Ratigher vive soprattutto della felice intuizione che il passato del protagonista sia il fumetto da lui appena concluso e che, riflettendo la perdita del potere che gli donava il talento, quel fumetto sia mediocre e impreciso. E le cose vanno proprio così: la parte disegnata da Montanari e Grassani è una storiella di felice e ricercata mediocrità, che specchiandosi però nella parte disegnata da un Bacilieri in grandissima forma, trova un senso è un compimento che vanno oltre il valore effettivo di racconto a sé stante. Ratigher dà il massimo per costruire una storia banale, la cura nei minimi dettagli e si diverte come un matto a detonare ogni battuta di Groucho, mettendo addirittura in scena una gag patetica e tanto lunga da risultare deliziosamente fastidiosa.
L’albo regala poi momenti visivi di assoluto valore (le piastrelle del cesso che diventano la gabbia bonelliana è forse l’immagine più potente letta quest’anno in un fumetto italiano) e un finale metafisico da groppo in gola. Forse avrei preferito una maggiore alternanza tra le due linee narrative, ma sono minuzie. Graphic Horror Novel non è solo un bell’albo di Dylan Dog, è un bel fumetto. 

CINEMA PURGATORIO #1
di aa.vv. – Traduzione di Leonardo Rizzi (Panini Comics, 2017)
CINEMA PURGATORIO di Alan Moore e Kevin O’Neill

Godo quando si vede che Alan Moore si diverte a scrivere una cosa, e in questo caso sembra essersi divertito un botto. Ironia a mille, angoscia a mille: pare un episodio di Ai confini della realtà scritto da Moore (il mio preferito: quello dei due romani).
CODICE PRU di Garth Ennis e Raúlo Cáceres
L’idea non mi fa impazzire ma mi piace questa atmosfera da sit-com splatter. Non ho idea di come possa evolversi quindi sono molto curioso. Caceres fa una roba super anni ’70 e la fa bene.
MOD di Kieron Gillen e Ignacio Calero Carina questa versione iperreale dei Pokemon, però l’ambientazione post-apocalittica mi annoia. Nonostante tutto la storia potrebbe avere interessanti sviluppi.
UNA PIÙ PERFETTA UNIONE di Max Brooks e Michael DiPascale
Noiosissima. Pare una versione meno affascinante di Manifest Destiny. Poco affascinanti i disegni di DiPascale, ulteriormente peggiorati dalla stampa in scala di grigi.
L’IMMENSO di Christos Gage e Gabriel Andrade
Anche qui ambientazioni e idee per me un po’ noiosette. I disegni salvano ogni tanto la situazione ma non bastano.

MANIFEST DESTINY #4 – Sasquatch
di Chris Dingess e Matthew Roberts – Traduzione di Stefano Manchetti (saldaPress, 2017)
Cosa bisogna fare per convincervi a leggere Manifest Destiny? Attualmente è forse la migliore serie d’avventura a fumetti, e gran parte del merito va a Chris Dingess e alla sua scrittura. Dingess allarga i misteri della parte fantastorica (ma lentamente si avvicina alla loro soluzione) e nel frattempo sfrutta la presenza dei mostri per raccontare la vita del gruppo. In questo quarto TP poi porta avanti una narrazione su due linee temporali diverse, raccontandoci la storia della spedizione precedente a quella di Lewis e Clark. Matthew Roberts perfetto come sempre nel descrivere le emozioni amplificate dei membri della spedizione, e truculento quando deve disegnare i mostri, trova qui la possibilità di unire le due anime del suo disegno.

INQUIETUDINE
di Noah Van Sciver – Traduzione di Stefano Sacchitella (Coconino Press, 2017)
Se volete cominciare a leggere qualcosa di Noah Van Scrivere, Inquietudine è il volume che fa per voi. Saint Cole e Fante Bukowski (entrambi editi da Coconino) erano forse troppo diversi e ognuno strano a modo suo per poter dare l’idea delle capacità e dell’eclettismo di Van Sciver. Inquietudine ci riesce benissimo, fosse anche solo il materiale variegato che raccoglie: biografie di patrioti, momento di vita minimalisti, punk contro lucertole, favole rivisitate, giustizieri della notte e storie semplici semplici che sarebbero potute accadere anche a noi. La cosa strana però è che tutto sembra fare parte dello stesso discorso. Ma per sapere di cosa sto parlando vi tocca leggere la mia recensione per Fumettologica.

MARCH – Libro primo
di John Lewis, Andrew Aydin e Nate Powell – Traduzione di G. Zucca (Mondadori Oscar Ink, 2017)
March
è ben documentato, preciso e ricco di dettagli come una voce di Wikipedia scritta dal diretto interessato. Se non bastasse offre più o meno la medesima capacità di coinvolgimento per colpa di una narrazione fiacca e senza un vero punto di vista sulla storia, aggravata ulteriormente da un patetismo d’accatto. Dopo tutte le recensioni entusiaste lette in giro pensavo a qualcosa di meglio, ma è chiaro che si sia valutata la storia personale di Lewis e non come questa storia ci viene raccontata. Un premio però se lo merita: miglior agiografia dell’anno. 

ALIENS – 30° anniversario
di Mark Verheiden e Mark A. Nelson – Traduzione di Giorgio Saccani (saldaPress, 2017)
Sulla scia dell’Aliens di Cameron (di cui è un sequel diretto) il fumetto di Verheiden e Nelson è più una storia d’azione che un film horror. Poco male: la cosa funziona anche grazie ad ambientazioni suggestive (tutte le claustrofobiche sequenze ospedaliere) e agli ottimi disegni di Nelson, che danno il loro meglio nelle parentesi puramente horror. Purtroppo la storia soffre degli stessi problemi della recente trilogia prequel guidata da Ridley Scott: nel momento in cui deve cercare una spiegazione sull’origine degli alieni ci si ritrova con situazioni poco convincenti, qui aggravate ulteriormente dal character design delle creature che non vi dico niente se spoiler, che non ha retto il tempo che passa e rende il tutto involontariamente ridicolo.

MALLOY: GABELLIERE SPAZIALE
di Marco Taddei e Simone Angelini (Panini Comics – 9L, 2017)
Comincio subito col togliervi il dubbio: Malloy è meno preciso di Anubi ma ha il triplo delle ambizioni (e molte vanno a segno). A partire da una struttura azzardata con una prima parte da infarto per come inanella fatti, personaggi e viaggi uno dietro l’altro, senza possibilità di riprendere mai il fiato, e una seconda parte che è un lunghissimo e potente dialogo sull’umanità. Se nella prima parte avventurosa e spericolata i due autori dimostrano di saperci fare con il genere (a cui aggiungono la consueta vena nichilista e ironica), è nella seconda parte che dimostrano in realtà di aver raggiunto una maturità lontana da strade già tracciate. La scrittura di Taddei si fa qui profonda, spaventosa e vibrante, mentre la regia di Angelini regge il tutto con un ritmo perfetto e calibratissimo. Lo so, ci sono altre mille cose da dire su Malloy, ma per quelle dovrete aspettare la recensione.

FUNGHI DI YUGGOTH E ALTRE COLTURE
di Alan Moore e aa.vv. – Traduzione di Elena Cecchini (Panini Comics, 2017)
Volume per super-completisti dell’opera di Moore, visto che la maggior parte dei fumetti qui raccolti sono tratti da suoi soggetti mentre lascia firmare le sceneggiature da Antony Johnston. Il volume rimane comunque un’interessante ricostruzione del legame tra Moore e Lovecraft e del tentativo del bardo di Northampton di raccontare l’orrore cosmico (e in questo senso Funghi di Yuggoth è un’appendice perfetta a Providence perché traccia le tappe di una ricerca continua e approfondita da parte di Moore). Ottime anche le interviste e i saggi. Tolto l’interesse storico però, i fumetti contenuti in Funghi di Yuggoth non sono poi granché: se nella prima parte del volume salta fuori qualcosa di interessante, Le creature di Yuggoth e relativi sequel si rivelano essere deludenti sotto ogni punto di vista.

MISDIRECTION
di Lucia Biagi (Eris Edizioni, 2017)
Il secondo graphic novel di Lucia Biagi ci indica continuamente di guardare da un’altra parte, come se la verità non possa mai essere quella cruda semplice che abbiamo sotto al naso. Succede così che quando i personaggi la scoprono (insieme a noi) si ritrovino spiazzati da essa e cercano quasi di modificarla forzatamente per giustificare le proprie reazioni ed evidenziare il loro “eroismo”. E non essendo un racconto di genere, Misdirection ridimensiona l’intenzione salvifica della protagonista colpendola nella sua visione morale della vita, in un finale spiazzante per come aggiusta con consapevolezza tutte le esagerazioni della vicenda raccontata, facendola diventare un racconto sulla scoperta della libertà come forma individuale di scelta, svincolata dalle logiche sociali, amicali e sentimentali. Qui potete leggere la mia recensione.

DEADPOOL #19
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
Di Deadpool mi stupisce sempre il fatto che è quasi sempre molto deludente dal punto di vista dell’azione. In questo numero per esempio c’è uno scontro tra lui e Pantera Nera gestito in maniera così goffa da essere noioso e imbarazzante, otto tavole di coreografie banali peggiorate ulteriormente da una regia stanca che pensava forse che le quattro battute del cazzo dette da Deadpool potessero salvare la sequenza. Di tutt’altra pasta è fatto invece Gwenpool, di cui nutrivo zero aspettative e invece si sta rivelando essere un personaggio interessante con una storia che comincia finalmente a entrare nel vivo. In questo numero però non tutto fila liscio, come per esempio l’incontro con Doctor Strange.

DAY OF THE FLYING HEAD #1
di Shintaro Kago (Hollow Press, 2017)
Difficile giudicare da questo primo numero la direzione che potrebbe prendere la nuova serie di Shintaro Kago. Per ora sembra che a fianco delle consuete viscere (che questa volta abbandonano volontariamente i corpi) ci siano tematiche ambientaliste nuove per l’autore giapponese. Kago si conferma nuovamente a suo agio con un fumetto completamente muto e non si risparmia come narratore con un susseguirsi di eventi che rendono sorprendentemente ricche di eventi queste poche pagine. Attendo con curiosità i futuri sviluppi della storia.

LOVECRAFT E ALTRE STORIE
di Dino Battaglia (Nicola Pesce Editore, 2017)
Meno completa e quadrata della raccolta dedicata a Poe, questo Lovecraft e altre storie soffre purtroppo della sua natura di libro assemblato per tematica e non per un reale filo conduttore. Il risultato è altalenante nei toni del racconto, ma la qualità delle storie singole rimane indiscutibile. Sebbene gli adattamenti de Il Golem e del racconto di Stevenson siano davvero suggestivi, la perla della raccolta è rappresentata dall’omaggio a Lovecraft: la storia è semplice e prevedibile, ma la visione degli uomini pesce è intimamente perturbante e riesce a sconvolgerci. Un piccolo appunto all’introduzione di Angelo Nencetti: è inutile giustificare un titolo stupido e inutilmente catchy definendo 50 sfumature di grigio un “acclamato film noir odierno, ritenuto originale per la sua trama e per le sue inquadrature”. Mi piacerebbe proprio sapere chi ne ha parlato in questi termini. Detto questo, la prefazione pur partendo da idee interessanti si rivela inconsistente (e l’iconografia minuscola non aiuta alla comprensione).

RITORNO ALLA TERRA
di Manu Larcenet e Jean-Yves Ferri – Traduzione di Francesca Sala (Coconino Press, 2017)
Si sa, quando i francesi si danno all’autofiction non ce n’è per nessuno, persino nel momento in cui decidono anche di farci sopra dell’ironia. Non è da meno Manu Larcenet che con Ritorno alla terra firma (in coppia con lo sceneggiatore Jean-Yves Ferrì) una divertente striscia umoristica del passaggio da animale metropolitano ad abitante di un paesino di campagna. Il libro è divertente e si partecipa volentieri alle disavventure e paranoie del personaggio. Il problema in questo caso non è del libro ma tutto mio: queste sketch comedy non sono proprio il mio genere e non riesco a trovare molti punti di interesse né e ad appassionarmici fino in fondo. Quindi se siete amanti del genere leggete Ritorno alla terra senza paura perché avrete modo di ridere, commuovervi e ridere ancora. Se siete come me, saltatelo senza farvi troppi problemi.

HARLEY QUINN: AMORE FOLLE
di aa.vv. – Traduzione di Stefano Mozzi (Rw Edizioni – Lion Comics, 2017)
Invecchiando mi diverto molto a mettere insieme i pezzi che hanno composto il mio immaginario erotico. Immagino non sia una cosa che vi interessi molto, ma mi serve giusto per farvi capire che qui quando si tratta di donne disegnate da Bruce Timm non si capisce più niente. E rileggere Amore folle me l’ha riconfermato per l’ennesima volta. Colpa probabilmente delle ginocchia puntute che bilanciano i poderosi polpacci, delle tettine all’insù, di quegli sguardi di sbieco e quelle palpebre a metà. Conta sicuramente anche il fatto che siano donne dal carattere forte, molto più intelligenti, spiritose e furbe degli uomini che le circondano. Venendo alle storie vere e proprie, Amore folle non ha perso nemmeno un poco di smalto: è una storia di origini matta e coinvolgente, capace di passare da una sequenza slapstick a una melodrammatica con una naturalezza invidiabile. I fumetti brevi che chiudono il volume sono invece spesso vittime di disegni non all’altezza di quelli di Timm (nonostante i nomi coinvolti), ma le storie risultano sempre ben scritte e attente al divertimento così come all’introspezione dei personaggi.

LA BALLATA DI HALO JONES
di Alan Moore e Ian Gibson – Traduzione di Leonardo Rizzi (Editoriale Cosmo, 2017)
È complicato entrare in contatto con La ballata di Halo Jones in tempi brevi. Anzitutto perché Alan Moore non contestualizza il futuro distopico in cui è ambientato il fumetto, ma ce lo mostra come un dato di fatto, dando per scontati millenni di storia del Pianeta Terra. In realtà la scelta è affascinante e, passato lo shock iniziale, ci porta a dare per scontate molte cose e a trovare naturale il sistema sociale e il linguaggio figli di millenni di evoluzione. Con il racconto delle tre fughe di Halo Jones dall’ambiente che l’ha accolta a uno nuovo e inizialmente ostile, bisogna avere un poco di pazienza perché le cose iniziano a farsi interessanti solo col terzo capitolo, quando la protagonista diventa un soldato. Se nei primi due capitoli Moore ci aveva raccontato un mondo folle che ancora serbava qualche umana frivolezza, con il capitolo finale mette in piedi un folle teatro bellico, che si divide tra buone trovate narrative (i combattimenti con il tempo rallentato dalla gravità) e una critica ferocia alla guerra. Bene Gibson, che affina la precisione del suo tratto con l’avanzare del racconto e propone una regia controllata ma capace di dinamismo. Peccato solo per il formato ridotto che non rende giustizia al suo lavoro. A proposito, l’edizione Cosmo non mi ha convinto. Qua non ci si lamenta mai dei prezzi perché le cose fatte bene si pagano sempre volentieri, ma € 19.90 per duecento pagine in bianco e nero, con una brossura leggera, dei neri non sempre pieni e una carta che risulta ondulata (non si sa se per la legatura o per la straordinaria capacità della carta di assorbire tutta l’umidità del mondo) non mi sembrano soldi ben spesi.

TEX SPECIALE #32 – Il magnifico fuorilegge
di Mauro Boselli e Stefano Andreucci (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Il Texone è un appuntamento imprescindibile della mia estate, e quest’anno va di gran lusso con una sceneggiatura di Boselli che racchiude quasi tutti gli elementi narrativi del western. Il risultato è una storia ricchissima di eventi e personaggi che spezzettata sarebbe potuta diventare una miniserie annuale e nessuno se ne sarebbe lamentato, ma che in questo caso diventa un racconto quasi frenetico di un giovane Tex sprovveduto e braccato. A discapito di una copertina un poco moscia, Andreucci fa un ottimo lavoro sulla recitazione dei personaggi e convince soprattutto nelle sequenze d’azione che ha la capacità di rendere chiare senza rinunciare mai a una originale spettacolarità.

I BRIGANTI #2
di Magnus (Editoriale Cosmo, 2017)
Avete presente il suono che fanno gli occhi di un lettore di fumetti che esplodono nel momento in cui ci si accorge che l’edizione in lettura non rende onore al lavoro del disegnatore? Se non lo sapete, avreste dovuto essermi vicino quando, leggendo il secondo volume dell’edizione Cosmo de I briganti di Magnus, questa sensazione cresceva dentro me sino alla certezza che porta all’esplosione oculare. Guardare le bellissime tavole delle battaglie ridotte in formato bonellide mi ha fatto male: avrei voluto buttarmici dentro, guardare ogni dettaglio e invece mi sono dovuto accontentare di una visione d’insieme che non mi ha permesso di apprezzare pienamente il lavoro di Magnus. Del suo modo di sceneggiare invece mi ha affascinato la capacità di utilizzare con una semplicità fuori dal comune le ellissi narrative, tecnica che proprio nelle scene di battaglia trova il suo compimento, con il risultato di un montaggio molto cinematografico attento sia ai personaggi (di entrambe le fazioni) sia a ciò che accade sul campo di battaglia. Peccato anche per i due editoriali presenti nel volume, davvero poco interessanti e ripetitivi. Facciamo così, appena riesco mi recupero l’edizione Rizzoli Lizard e mi metto l’anima in pace.

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