Gigahorse #16 | Luglio 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo. Se non avete voglia di aspettare un mese per leggerle, fate un giro sul profilo Instagram. 

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN RINASCITA #2-3
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Il rebirth di Harley Quinn comincia con un attacco alieno che trasforma gli abitanti di Coney Island in morti viventi. Nelle mani di Palmiotti e della Conner questa invasione di zombie si trasforma in una commedia degli equivoci violenta e quasi romantica. A conti fatti la storia è un po’ quella che è, ma perlomeno dà la possibilità a Chad Hardin e John Timms di sfogarsi con tavole spettacolari e ricche di azione.
La Suicide Squad di Williams e Lee parte col piede giusto, anzitutto dal punto di vista grafico. Depurato dalla colorazione digitale degli inizi e della sovraesposizione (più del suo stile che della sua persona) di inizio duemila, Jim Lee dimostra di avere ancora qualcosa da dire e da insegnare, a partire da tavole realmente dinamiche e da una narrazione compatta capace di dare il giusto spazio a ogni membro del gruppo. La storia parte da premesse interessanti, vediamo un po’ dove andrà a finire, anche se il problema rimane Rob Williams che fatica ancora a far convivere le voci di tutti i personaggi e tirarne fuori un’unica anima.
Chiudono i due spillati un breve one shot dedicato a Captain Boomerang e uno a Katana. Tanto inutili quanto brevi: se mi devo sorbire in ogni spillato la storiella del passato di ogni membro della Suicide Squad per farmi capire che è un balordo ma ha anche un cuore grande così, ecco ne faccio volentieri a meno.

AMERICAN MONSTER Vol. 1 – Dolce casa
di Brian Azzarello e Juan Doe – Traduzione di Stefano Formiconi (Saldapress, 2017)
La mia ragazza si compra un sacco di albi originali che accumula e rimane indietro con le letture. Albi che io vorrei leggere ma siccome sono un uomo d’onore, non leggerei mai per primo un libro pagato da qualcun altro. E così un sacco di roba figa che potrei recensire per ricavarne milioni, giace sugli scaffali e nelle scatole. A luglio mi sono trasferito da lei per un paio di settimane e con la scusa del tetto in comune, quei fumetti sono diventati anche miei. Ho cominciato con i primi cinque numeri di American Monster, nuova serie di Azzarello edita da Aftershock. Nel frattempo è uscita anche in Italia, l’ho letto in italiano e il caso vuole che abbia pure scritto una recensione per Fumettologica. Eccola qui.

CRY ME A RIVER
di Alice Socal (Coconino Press, 2017)
Giunto alla terza rilettura, oramai Cry me a river di Alice Socal ha smesso di essere un fumetto ed è diventata un’infiltrazione. Farsi inzuppare dalle lacrime della protagonista e dalla narrazione liquida della Socal è d’altronde l’unica strada percorribile per apprezzare questo graphic novel all’apparenza smilzo e minimale ma che rivela grande profondità e ambizione negli intenti. Dopo Sandro, Alice Socal prende una situazione resa banale da anni di sfruttamento al cinema e in letteratura e cerca di darle nuova vita attraverso un approccio inconsueto e rischioso, fatto di simboli, suggestioni e allucinazioni, cercando nuovi sentieri. Leggete la recensione così capite pure quali sono.

BIRDS OF PREY Vol. 1
di aa.vv. (Dc Comics, 2016)
Il primo volume della riproposta in ordine cronologica del primo ciclo delle Birds of Prey, non è altro che una raccolta delle storie precedenti alla formazione del gruppo. Per ora a collaborare sono solo Black Canary e Oracle: la prima è un agente segreto, la seconda gestisce le sue missioni dopo aver dovuto appendere al chiodo il costume di Batgirl dopo quella sventura di cui tutti siete a conoscenza (e che popola ancora i suoi incubi). A patto di chiudere gli occhi davanti alla colorazione e alle volte anche ai disegni, queste storie pre-Birds of Prey sono piacevoli ben congegnate (basti vedere la scena di apertura del volume, a metà tra Refn e Bret Easton Ellis), e lasciano già intravvedere i rapporti e i legami che faranno da filo conduttore a tutta la lunga run gestita da Chuck Dixon. 

THE STEAM MAN #1-5
di Joe R. Lansdale, Mark Alan Miller e Piotr Kowalski  (Dark Horse Comics, 2016)
“Benvenuti nel West. Qua fuori è freddo come la tetta di una strega. Liberi di non crederci, ma è perfino gradevole”. C’è poco da fare: bastano due righe e Lansdale mi fotte sempre. Anche quando la qualità della sua scrittura non è sempre al massimo, anche quando scrive fumetti. The Steam Man (il soggetto è del Vecchio Joe, la sceneggiatura di Mark Alan Miller) è un weird western steampunk, con protagonista la ciurma che fa muovere e combattere Steam Man, un robottone di ferro e vapore costruito a fine ‘800 per arginare un’invasione aliena, e ora impiegato per scovare l’entità che pare aver dato il via a tutto.
Il primo numero mette tutte le carte in tavola ma convince soprattutto per le interazioni tra i membri dell’equipaggio e le colorite metafore partorite da Lansdale (che se avete letto qualcosa di suo, saprete sicuramente quanto aggiungono alla narrazione). Piotr Kowalski pare invece il disegnatore perfetto per la miniserie, capace di rendere l’imponenza e la legnosità dei movimenti del robot restituendoci comunque l’eroismo e l’epicità delle sue imprese. Si prosegue con un secondo numero decisamente sottotono, tutto dedicato al villain, il Dark Rider. All’inizio la cosa dei viaggi del tempo pareva interessante, poi però viene fatta sprofondare nella banalità della solita storia d’amore finita male male male che ha così dato origine alla malvagità del cattivone. Una digressione che forse arriva anche troppo presto sulla tabella di marcia, visto che abbiamo appena cominciato a conoscere i protagonisti e la loro missione. Il terzo e quarto numero confermano i toni lenti della miniserie: pensavo di lamentarmi della lentezza della narrazione e poi mi sono accorto che ad andare piano è sì la narrazione, ma soprattutto il robottone protagonista, che nel giro di tre numeri avrà percorso poche centinaia di chilometri nella foresta. La sceneggiatura di Mark Alan Miller segue la pesante camminata di un gigante di ferro alimentato da una caldaia a vapore e a ogni passo ce ne restituisce l’imponenza. Anche Kowalski tiene ben presente la cosa e infatti il combattimento che chiude il numero è ben coreografato in modo da evidenziare sì la forza e la stazza letale, ma anche la goffaggine e la lentezza del mostro meccanico. L’ultimo numero di The Steam Man si apre con una lunga scena di tortura, un uomo che cerca di liberarsi dopo essere stato crocifisso a testa in giù e un cattivo che dice cose cattive. Cosa volere di più? Forse un finale più soddisfacente sarebbe stato meglio. Mi spiego: il quinto numero è forse il migliore della miniserie, folle e cupo anche in un finale che fa di tutto per vestirsi da lieto fine. Il problema è tutto pare accelerato nelle ultime pagine, con un villain interessante liquidato con poche righe di dialogo che a volte suonano anche un poco ridicole nella loro funzione redentrice.
Insomma, The Steam Man è una discreta miniserie d’avventura che spesso va perde il focus di ciò che vuole raccontare. Peccato.

PROMETHEA Vol. 2
di Alan Moore e J.H. Williams III – Traduzione di Leonardo Rizzi (Rw Edizioni, 2017)
Il cammino verso Dio di Promethea è una Divina Commedia misterica e divulgativa, con Alan Moore che spiegandoci l’immateria ci racconta l’uomo e lo straordinario potere delle sue idee, delle sue parole e delle sue emozioni. È così che con la lettura di Promethea ci si sente pervasi da una naturale felicità, un ottimismo puro e assoluto nei confronti della vita che riesce a rimetterci nel posto giusto dell’Universo e della nostra mente (come se ci fosse una reale differenza) raccontandoci il percorso per raggiungerne i confini. Commuovente, anche solo per come riesce ad allargare i nostri piccoli orizzonti.

ARMATA SPAGHETTO #3
di aa.vv. (Sciame, 2017)
Lo Stivale vermicioso di Maicol e Mirco che campeggia in copertina ci accompagna nel terzo numero di Armata Spaghetto, in cui il collettivo Sciame (+ ospiti) prosegue la sua avventura nel racconto di un’Italia diversa, fatta di fake-western, fantasy reatino, avventure surreali e mafia post-apocalittica. Apre il numero Simone Pace, come sempre bravo nel saper mischiare il presente con il passato con un’epica capace di fomentare il lettore.
Arrivato al suo secondo episodio, non sono ancora riuscito a inquadrare bene Draconte di Raffaele Sorrentino. Questa storia di un meridione post-apocalittico e mezzadrile, ha qualcosa di interessante che giace ancora sotto la superficie e che in parte già emerge con questo secondo episodio.
Maicol e Mirco è come sempre sintetico e letale, qui con una storia che ricorda i suoi primi lavori.
Spugna scrive e disegna invece quello che spero diventi il prologo di una serie a fumetti: un uomo di mezza età con un maglione orrendo e la faccia rincagnata va a pisciare in un autogrill (anzi, Turbogrill). Viene improvvisamente risucchiato dalla fuga delle piastrelle e finisce in un mondo fantasy supermatto in cui veste i panni di un guerriero.
Kevin Scauri ci racconta invece la giornata tipo di un poliziotto. È una satira feroce che Scauri gestisce con iperboli sempre più esagerate, cosa che gli riesce dannatamente bene. Irene Coletto mischia la vita degli studenti universitario con quella degli studenti di Hogwarts e ne esce fuori un fumetto simpatico (che vi farà ridere ancora di più se conoscete bene la saga della Rowling, non come il sottoscritto). Chiude il volume Il John Ford Point di Lacavalla e Bolzani. Pare un numero sottotono rispetto ai due precedenti e invece nel finale ti spacca in due lo stomaco.

IS THIS TOMORROW
di aa.vv. (Canton Street Press, 2015)
Immaginate di essere americani negli anni Cinquanta. Orgogliosamente americani, come se fosse possibile non esserlo quando vivi nella migliore nazione del mondo. Quella con le auto più belle, le televisioni più belle, le dive più belle, le famiglie più belle, la bandiera più bella. Pensate alla cosa peggiore, quella che può togliervi di punto in bianco ogni tipo di felicità e di libertà. Pensate per esempio al comunismo.
Is this tomorrow è un fumetto di propaganda anti-sovietica del 1947, una di quelle cose che lette oggi fa un sacco ridere per i toni esagerati, gli allarmismi e tutto che va a rotoli a una velocità impressionante (dagli scioperi pilotati ai campi di concentramento in meno di un anno). Dietro l’iniziale ironia fa però capolino il terrore di pensare a una nazione che indica un nemico e mette in moto una macchina per farlo diventare lo spauracchio dei suoi abitanti, sino a estirparlo del tutto dal suo suolo. Prima divertente, poi terrificante.

TERMINARCH
di Jordan Hart e Terry Huddleston (OSSM Comics, 2016)
Terminarch
parte con un concept interessante: quando gli androidi si accorgono di essere bravi in tutto tranne nella creatività, decidono di prendere il comando e ammazzare il 95% degli esseri umani, ovvero la percentuale di umani non-artisti calcolata da un apposito logaritmo. Il restante 5% è invece confinato in un luogo protetto dove può creare con tutta la libertà e gli agi necessari. Martin Allerton è invece un’anomalia, l’ultimo uomo non-artista sulla faccia della Terra a causa di un obbligato isolamento che l’ha tenuto lontano dalla società per trent’anni.
Dicevo, il concept è interessante ma merita più di questa cinquantina di pagine per essere sviluppato. Il volume si regge bene sulle sue gambe ma resta comunque la voglia la voglia a fine lettura di leggere un finale più soddisfacente o vedere altre vicende legate a questo universo. Spero che Jordan Hart riesca a trovare le condizioni per sviluppare al meglio questa sua idea, magari con al fianco un narratore più esperto di Terry Huddleston che nelle sequenze di dialogo spesso mostra tutti i suoi limiti.

SPACE RIDERS – Volumen uno
di Alexis Zirrit e Fabian Rangel Jr (Black Mask, 2017)
La sensazione che si può avere dopo aver sfogliato per la prima volta Space riders, è quella di un fumetto volutamente trash e citazionista, forse persino hipster nel suo voler replicare ingialliture, macchie e piegatura della carta. A leggerlo invece si cambia idea quasi subito, merito inizialmente del lavoro di Zirrit ai disegni, capace di smarcarsi dai suoi modelli (il Kirby più psichedelico in primis) per proporci una narrazione folle fatta di colori accesi, volti deformati, simulazione di difetti tipografici e strane creature. Il tutto è retto bene dalla sceneggiatura di Fabian Rangel Jr., una storia di avventura classica con un protagonista spaccone che non si può non invidiare.

DEADPOOL #20-21
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
Miracolo: un numero di Deadpool che non mi porta al suicidio causa sconforto. Non che ci siano cose eccezionali, ma perlomeno c’è più impegno del solito, a partire dalla noiosissima Spider-Man/Deadpool, l’unico team-up che se ne frega del legame tra i due protagonisti e mette in scena esclusivamente il loro narcisismo. A questo giro Duggan si è inventato il ritrovamento di una storia del 1968, mai pubblicata a causa dei temi troppo caldi, e la trovata post-moderna funziona. La storia è divertente e Koblish con questo stile vintage fa rimpiangere i suoi disegni di sempre.
Ricominciano dal numero 1 anche i Mercenari per soldi scritti da Cullen Bunn, e a questo giro la storia pare perlomeno interessante. Sai mai che dopo un anno e passa riescono anche a capire come far funzionare questo team abbastanza insulso.
Questa settimana ho riletto le ultime cose che ho scritto su questa testata giusto per fare il punto della situazione. Ora io mi chiedo: quanto cazzo deve fare schifo Deadpool per farmi dire che una cosa come Gwenpool è carina? Ma io mi rincoglionisco e voi non dite niente? Ok, ok, i disegni sono sopra la media rispetto a quelli di Deadpool e anche la regia è più briosa, però i risultati sono davvero anonimi, anche in un episodio tutto azione come quello contenuto qui.

ALACK SINNER – L’età del disincanto #1
di Carlos Sampayo e José Munoz (Editoriale Cosmo, 2017)
Alack Sinner si fa meno noir e si mette a raccontare la vita e le botte del protagonista e di quel mondo che spesso lo mette in secondo piano. Anche il tratto di Munoz si adatta alle atmosfere e se rimane pressoché invariato rispetto al passato quando deve raccontare in Nicaragua il grottesco e doloroso teatrino politico del Sud America, si fa più vicino alla linea chiara quando si mette a seguire le storie personali di Sinner. Tra vita reale e momenti onirici, la sceneggiatura di Sampayo si muove sempre su un dolente intimismo che sfocia in una libertà selvatica e sofferta. Il giusto prezzo da pagare.

DIARIO DI UN FANTASMA
di Nicolas De Crécy – Traduzione di Fay R. Ledvinka (Eris Edizioni, 2017)
Attorno alla realizzazione di due carnet de voyage (uno ambientato in Giappone e l’altro in Brasile), Nicolas De Crécy costruisce due storie che sono il pretesto per riflettere sul suo lavoro e sul ruolo dell’artista. Diario di un fantasma è forse troppo verboso e risente troppo di uno squilibrio tra una prima parte affascinante e piena di idee originali e una seconda che invece si perde dietro i pensieri (non sempre interessanti) dell’autore pur mantenendo un livello grafico che riesce comunque a salvare la situazione. Il risultato è un fumetto poco convenzionale e volutamente fuori fuoco, in cui De Crécy riversa pensieri, impressioni e critiche verso sé stesso. Si merita più di una lettura, giusto per farsi scappare nulla ed entrare meglio nei pensieri dell’autore. Io sono ancora fermo alla prima, ci si risente più avanti con una recensione più approfondita.

NECRON #1
di Magnus e Ilaria Volpe (Editoriale Cosmo, 2017)
Non so cosa cazzo salti in testa alla gente. Sono settimane che leggo recensioni e commenti che dicono: “Bello Necron, Magnus va oltre lo splatter”. Oppure: “Necron mica è un fumetto erotico”. Io non vi capisco. Necron è un fumetto splatter, Necron è un fumetto erotico, ed è bello per questo motivo. Magnus non trascende né l’horror né tantomeno l’erotismo. Semmai ci sguazza in mezzo per creare una storia che è anch’essa un mostro di Frankenstein fatto cucendo assieme generi, influenze letterarie e suggestioni diversissime tra loro. Ci troviamo quindi davanti una storia che è al contempo una commedia, un porno e un horror e che riesce a farci inorridire, eccitare e sorridere facendoci sentire ridicoli dinnanzi a queste emozioni incongruenti. È questa sensazione di sentirsi coinvolti nella storia sempre per il motivo sbagliato che rende Necron davvero imprescindibile.

SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #3 – Fermate l’Uomo Sabbia
di aa.vv. – Traduzione di aa.vv. (RCS, 2009)
Volume antologico con il meglio delle storie dedicate all’Uomo Sabbia. Niente di davvero notevole in termini di scrittura (la metà Delle storie finiscono con l’Uomo Sabbia risucchiato da un qualche tipo di aspirapolvere) mentre l’unica cosa che mi ha davvero colpito nei disegni è il lavoro di Steve Ditko sul volto di Flint Marko, che il disegnatore caratterizza con un tratteggio fitto rendendone i lineamenti quasi provvisori, come se fossero soggetti a piccole frane o a uno sbriciolamento continuo. Rimane la curiosità di leggere la run in cui si trasforma nell’Uomo Fango a seguito dell’unione forzata con l’Uomo Acqua. Lo spunto iniziale va oltre la più normale stupidità, ma da quel che ho letto negli editoriali parrebbe avere qualche spunto interessante. C’è qualcuno di voi che l’ha letto per confermarmi o meno queste impressioni?

VIVONO IN ME
di Jesse Jacobs – Traduzione di Valerio Stivè (Hollow Press, 2017)
Il topos della casa stregata è per Jesse Jacobs un doppio binario su cui inscenare parallelamente il deteriorarsi della vita coniugale e la vendetta della natura nei confronti dell’uomo. Jacobs gioca ancora con lo spazio e con il tempo, deformandoli a proprio piacere sino a trasformarli entrambi in un trappola mortale. Vivono in me è un horror atipico ma puro, spesso inquietante in cui le consuete parentesi geometriche di Jacobs si fanno ancora più sintetiche del solito, sino a trasformarsi in terrificanti geroglifici che sembrano la scheda di programmazione Delle nostre vite. L’autore si trova a suo agio nel formato breve e riesce così a realizzare una storia fulminante e letale. Qui ve ne parlo meglio.

THEY’RE NOT LIKE US Vol. 2 – Noi contro voi
di Eric Stephenson e Simon Gane (saldaPress, 2017)
Qualche settimana fa Gnomo Speleologo ha scritto una recensione in due parole del primo volume di They’re not like us: “Brutto + Poser”. Non riesco a dargli torto, sebbene la serie di Stephenson mi stia persino piaciucchiando. Ammetto che l’unico punto di vero interesse del fumetto è capire come l’autore pensa di gestire la marea di personaggi stronzi e distanti che mette in campo senza provare a dar loro un po’ di carisma, come a voler sfidare la nostra pazienza. E infatti il problema è che raramente si viene ricompensati, soprattutto in questo secondo volume che si affolla di personaggi (stronzi) e gruppetti, ma sostanzialmente non porta avanti la storia di un millimetro. Non so dove Stephenson voglia andare a parare e tutto sommato la cosa mi incuriosisce. Porterò pazienza ancora per un poco.

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Gigahorse #16 | Giugno 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo.

MERCURIO LOI #1 – Roma dei pazzi
di Alessandro Bilotta e Matteo Mosca (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Non mi capita molto spesso di essere entusiasta per un albo Bonelli quindi per me questo primo numero della serie di Mercurio Loi è un piccolo evento. Cominciamo col dire che la sceneggiatura di Bilotta tratta sempre il suo lettore con intelligenza, evitando tutti quegli accorgimenti e facilitazioni per andare incontro al lettore che col tempo hanno logorato parte della produzione bonelliana. Mercurio Loi comincia invece nel bel mezzo dell’azione, non presenta i suoi personaggi in maniera classica ma lo fa attraverso azioni e dialoghi, costruisce dinamiche interessanti tra di loro, l’ambientazione è perfetta e soprattutto non ti dà mai la sensazione che la storia sia partita dal numero uno: un sacco di cose sono già successe, la nemesi di Mercurio Loi ne ha già combinate a bizzeffe e i rapporti tra i personaggi sono tutti pre-esistenti al numero 1. La sensazione che ho avuto è quella di quando ho cominciato a leggere Batman (ma potrebbe essere qualsiasi comics): buttarmi in mezzo a un oceano infinito di storie, varianti e personaggi che esistevano precedentemente al mio ingresso in quel mondo e che gli autori davano per scontato conoscessi (anche solo per sentito dire). L’unica differenza è che queste storie in Mercurio Loi non sono state ancora raccontate. E quando vengono elencate le malefatte del villain, vi giuro che mi sono gasato al solo pensiero di così tanto passato esplorabile. Oppure no. Sarei contento lo stesso.

DYLAN DOG #369 – Graphic horror novel
di Ratigher, Paolo Bacilieri, Giuseppe Montanari ed Ernesto Grassani (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Ratigher porta su Dylan Dog la sua classica frammentazione del racconto, da una parte rendendola meno drastica rispetto ai suoi fumetti, dall’altra donandole un aspetto meta-narrativo potente e non scontato (regala anche qualche piacevole sorpresa) che riporta alla mente il lavoro di Sclavi.
La sceneggiatura di Ratigher vive soprattutto della felice intuizione che il passato del protagonista sia il fumetto da lui appena concluso e che, riflettendo la perdita del potere che gli donava il talento, quel fumetto sia mediocre e impreciso. E le cose vanno proprio così: la parte disegnata da Montanari e Grassani è una storiella di felice e ricercata mediocrità, che specchiandosi però nella parte disegnata da un Bacilieri in grandissima forma, trova un senso è un compimento che vanno oltre il valore effettivo di racconto a sé stante. Ratigher dà il massimo per costruire una storia banale, la cura nei minimi dettagli e si diverte come un matto a detonare ogni battuta di Groucho, mettendo addirittura in scena una gag patetica e tanto lunga da risultare deliziosamente fastidiosa.
L’albo regala poi momenti visivi di assoluto valore (le piastrelle del cesso che diventano la gabbia bonelliana è forse l’immagine più potente letta quest’anno in un fumetto italiano) e un finale metafisico da groppo in gola. Forse avrei preferito una maggiore alternanza tra le due linee narrative, ma sono minuzie. Graphic Horror Novel non è solo un bell’albo di Dylan Dog, è un bel fumetto. 

CINEMA PURGATORIO #1
di aa.vv. – Traduzione di Leonardo Rizzi (Panini Comics, 2017)
CINEMA PURGATORIO di Alan Moore e Kevin O’Neill

Godo quando si vede che Alan Moore si diverte a scrivere una cosa, e in questo caso sembra essersi divertito un botto. Ironia a mille, angoscia a mille: pare un episodio di Ai confini della realtà scritto da Moore (il mio preferito: quello dei due romani).
CODICE PRU di Garth Ennis e Raúlo Cáceres
L’idea non mi fa impazzire ma mi piace questa atmosfera da sit-com splatter. Non ho idea di come possa evolversi quindi sono molto curioso. Caceres fa una roba super anni ’70 e la fa bene.
MOD di Kieron Gillen e Ignacio Calero Carina questa versione iperreale dei Pokemon, però l’ambientazione post-apocalittica mi annoia. Nonostante tutto la storia potrebbe avere interessanti sviluppi.
UNA PIÙ PERFETTA UNIONE di Max Brooks e Michael DiPascale
Noiosissima. Pare una versione meno affascinante di Manifest Destiny. Poco affascinanti i disegni di DiPascale, ulteriormente peggiorati dalla stampa in scala di grigi.
L’IMMENSO di Christos Gage e Gabriel Andrade
Anche qui ambientazioni e idee per me un po’ noiosette. I disegni salvano ogni tanto la situazione ma non bastano.

MANIFEST DESTINY #4 – Sasquatch
di Chris Dingess e Matthew Roberts – Traduzione di Stefano Manchetti (saldaPress, 2017)
Cosa bisogna fare per convincervi a leggere Manifest Destiny? Attualmente è forse la migliore serie d’avventura a fumetti, e gran parte del merito va a Chris Dingess e alla sua scrittura. Dingess allarga i misteri della parte fantastorica (ma lentamente si avvicina alla loro soluzione) e nel frattempo sfrutta la presenza dei mostri per raccontare la vita del gruppo. In questo quarto TP poi porta avanti una narrazione su due linee temporali diverse, raccontandoci la storia della spedizione precedente a quella di Lewis e Clark. Matthew Roberts perfetto come sempre nel descrivere le emozioni amplificate dei membri della spedizione, e truculento quando deve disegnare i mostri, trova qui la possibilità di unire le due anime del suo disegno.

INQUIETUDINE
di Noah Van Sciver – Traduzione di Stefano Sacchitella (Coconino Press, 2017)
Se volete cominciare a leggere qualcosa di Noah Van Scrivere, Inquietudine è il volume che fa per voi. Saint Cole e Fante Bukowski (entrambi editi da Coconino) erano forse troppo diversi e ognuno strano a modo suo per poter dare l’idea delle capacità e dell’eclettismo di Van Sciver. Inquietudine ci riesce benissimo, fosse anche solo il materiale variegato che raccoglie: biografie di patrioti, momento di vita minimalisti, punk contro lucertole, favole rivisitate, giustizieri della notte e storie semplici semplici che sarebbero potute accadere anche a noi. La cosa strana però è che tutto sembra fare parte dello stesso discorso. Ma per sapere di cosa sto parlando vi tocca leggere la mia recensione per Fumettologica.

MARCH – Libro primo
di John Lewis, Andrew Aydin e Nate Powell – Traduzione di G. Zucca (Mondadori Oscar Ink, 2017)
March
è ben documentato, preciso e ricco di dettagli come una voce di Wikipedia scritta dal diretto interessato. Se non bastasse offre più o meno la medesima capacità di coinvolgimento per colpa di una narrazione fiacca e senza un vero punto di vista sulla storia, aggravata ulteriormente da un patetismo d’accatto. Dopo tutte le recensioni entusiaste lette in giro pensavo a qualcosa di meglio, ma è chiaro che si sia valutata la storia personale di Lewis e non come questa storia ci viene raccontata. Un premio però se lo merita: miglior agiografia dell’anno. 

ALIENS – 30° anniversario
di Mark Verheiden e Mark A. Nelson – Traduzione di Giorgio Saccani (saldaPress, 2017)
Sulla scia dell’Aliens di Cameron (di cui è un sequel diretto) il fumetto di Verheiden e Nelson è più una storia d’azione che un film horror. Poco male: la cosa funziona anche grazie ad ambientazioni suggestive (tutte le claustrofobiche sequenze ospedaliere) e agli ottimi disegni di Nelson, che danno il loro meglio nelle parentesi puramente horror. Purtroppo la storia soffre degli stessi problemi della recente trilogia prequel guidata da Ridley Scott: nel momento in cui deve cercare una spiegazione sull’origine degli alieni ci si ritrova con situazioni poco convincenti, qui aggravate ulteriormente dal character design delle creature che non vi dico niente se spoiler, che non ha retto il tempo che passa e rende il tutto involontariamente ridicolo.

MALLOY: GABELLIERE SPAZIALE
di Marco Taddei e Simone Angelini (Panini Comics – 9L, 2017)
Comincio subito col togliervi il dubbio: Malloy è meno preciso di Anubi ma ha il triplo delle ambizioni (e molte vanno a segno). A partire da una struttura azzardata con una prima parte da infarto per come inanella fatti, personaggi e viaggi uno dietro l’altro, senza possibilità di riprendere mai il fiato, e una seconda parte che è un lunghissimo e potente dialogo sull’umanità. Se nella prima parte avventurosa e spericolata i due autori dimostrano di saperci fare con il genere (a cui aggiungono la consueta vena nichilista e ironica), è nella seconda parte che dimostrano in realtà di aver raggiunto una maturità lontana da strade già tracciate. La scrittura di Taddei si fa qui profonda, spaventosa e vibrante, mentre la regia di Angelini regge il tutto con un ritmo perfetto e calibratissimo. Lo so, ci sono altre mille cose da dire su Malloy, ma per quelle dovrete aspettare la recensione.

FUNGHI DI YUGGOTH E ALTRE COLTURE
di Alan Moore e aa.vv. – Traduzione di Elena Cecchini (Panini Comics, 2017)
Volume per super-completisti dell’opera di Moore, visto che la maggior parte dei fumetti qui raccolti sono tratti da suoi soggetti mentre lascia firmare le sceneggiature da Antony Johnston. Il volume rimane comunque un’interessante ricostruzione del legame tra Moore e Lovecraft e del tentativo del bardo di Northampton di raccontare l’orrore cosmico (e in questo senso Funghi di Yuggoth è un’appendice perfetta a Providence perché traccia le tappe di una ricerca continua e approfondita da parte di Moore). Ottime anche le interviste e i saggi. Tolto l’interesse storico però, i fumetti contenuti in Funghi di Yuggoth non sono poi granché: se nella prima parte del volume salta fuori qualcosa di interessante, Le creature di Yuggoth e relativi sequel si rivelano essere deludenti sotto ogni punto di vista.

MISDIRECTION
di Lucia Biagi (Eris Edizioni, 2017)
Il secondo graphic novel di Lucia Biagi ci indica continuamente di guardare da un’altra parte, come se la verità non possa mai essere quella cruda semplice che abbiamo sotto al naso. Succede così che quando i personaggi la scoprono (insieme a noi) si ritrovino spiazzati da essa e cercano quasi di modificarla forzatamente per giustificare le proprie reazioni ed evidenziare il loro “eroismo”. E non essendo un racconto di genere, Misdirection ridimensiona l’intenzione salvifica della protagonista colpendola nella sua visione morale della vita, in un finale spiazzante per come aggiusta con consapevolezza tutte le esagerazioni della vicenda raccontata, facendola diventare un racconto sulla scoperta della libertà come forma individuale di scelta, svincolata dalle logiche sociali, amicali e sentimentali. Qui potete leggere la mia recensione.

DEADPOOL #19
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
Di Deadpool mi stupisce sempre il fatto che è quasi sempre molto deludente dal punto di vista dell’azione. In questo numero per esempio c’è uno scontro tra lui e Pantera Nera gestito in maniera così goffa da essere noioso e imbarazzante, otto tavole di coreografie banali peggiorate ulteriormente da una regia stanca che pensava forse che le quattro battute del cazzo dette da Deadpool potessero salvare la sequenza. Di tutt’altra pasta è fatto invece Gwenpool, di cui nutrivo zero aspettative e invece si sta rivelando essere un personaggio interessante con una storia che comincia finalmente a entrare nel vivo. In questo numero però non tutto fila liscio, come per esempio l’incontro con Doctor Strange.

DAY OF THE FLYING HEAD #1
di Shintaro Kago (Hollow Press, 2017)
Difficile giudicare da questo primo numero la direzione che potrebbe prendere la nuova serie di Shintaro Kago. Per ora sembra che a fianco delle consuete viscere (che questa volta abbandonano volontariamente i corpi) ci siano tematiche ambientaliste nuove per l’autore giapponese. Kago si conferma nuovamente a suo agio con un fumetto completamente muto e non si risparmia come narratore con un susseguirsi di eventi che rendono sorprendentemente ricche di eventi queste poche pagine. Attendo con curiosità i futuri sviluppi della storia.

LOVECRAFT E ALTRE STORIE
di Dino Battaglia (Nicola Pesce Editore, 2017)
Meno completa e quadrata della raccolta dedicata a Poe, questo Lovecraft e altre storie soffre purtroppo della sua natura di libro assemblato per tematica e non per un reale filo conduttore. Il risultato è altalenante nei toni del racconto, ma la qualità delle storie singole rimane indiscutibile. Sebbene gli adattamenti de Il Golem e del racconto di Stevenson siano davvero suggestivi, la perla della raccolta è rappresentata dall’omaggio a Lovecraft: la storia è semplice e prevedibile, ma la visione degli uomini pesce è intimamente perturbante e riesce a sconvolgerci. Un piccolo appunto all’introduzione di Angelo Nencetti: è inutile giustificare un titolo stupido e inutilmente catchy definendo 50 sfumature di grigio un “acclamato film noir odierno, ritenuto originale per la sua trama e per le sue inquadrature”. Mi piacerebbe proprio sapere chi ne ha parlato in questi termini. Detto questo, la prefazione pur partendo da idee interessanti si rivela inconsistente (e l’iconografia minuscola non aiuta alla comprensione).

RITORNO ALLA TERRA
di Manu Larcenet e Jean-Yves Ferri – Traduzione di Francesca Sala (Coconino Press, 2017)
Si sa, quando i francesi si danno all’autofiction non ce n’è per nessuno, persino nel momento in cui decidono anche di farci sopra dell’ironia. Non è da meno Manu Larcenet che con Ritorno alla terra firma (in coppia con lo sceneggiatore Jean-Yves Ferrì) una divertente striscia umoristica del passaggio da animale metropolitano ad abitante di un paesino di campagna. Il libro è divertente e si partecipa volentieri alle disavventure e paranoie del personaggio. Il problema in questo caso non è del libro ma tutto mio: queste sketch comedy non sono proprio il mio genere e non riesco a trovare molti punti di interesse né e ad appassionarmici fino in fondo. Quindi se siete amanti del genere leggete Ritorno alla terra senza paura perché avrete modo di ridere, commuovervi e ridere ancora. Se siete come me, saltatelo senza farvi troppi problemi.

HARLEY QUINN: AMORE FOLLE
di aa.vv. – Traduzione di Stefano Mozzi (Rw Edizioni – Lion Comics, 2017)
Invecchiando mi diverto molto a mettere insieme i pezzi che hanno composto il mio immaginario erotico. Immagino non sia una cosa che vi interessi molto, ma mi serve giusto per farvi capire che qui quando si tratta di donne disegnate da Bruce Timm non si capisce più niente. E rileggere Amore folle me l’ha riconfermato per l’ennesima volta. Colpa probabilmente delle ginocchia puntute che bilanciano i poderosi polpacci, delle tettine all’insù, di quegli sguardi di sbieco e quelle palpebre a metà. Conta sicuramente anche il fatto che siano donne dal carattere forte, molto più intelligenti, spiritose e furbe degli uomini che le circondano. Venendo alle storie vere e proprie, Amore folle non ha perso nemmeno un poco di smalto: è una storia di origini matta e coinvolgente, capace di passare da una sequenza slapstick a una melodrammatica con una naturalezza invidiabile. I fumetti brevi che chiudono il volume sono invece spesso vittime di disegni non all’altezza di quelli di Timm (nonostante i nomi coinvolti), ma le storie risultano sempre ben scritte e attente al divertimento così come all’introspezione dei personaggi.

LA BALLATA DI HALO JONES
di Alan Moore e Ian Gibson – Traduzione di Leonardo Rizzi (Editoriale Cosmo, 2017)
È complicato entrare in contatto con La ballata di Halo Jones in tempi brevi. Anzitutto perché Alan Moore non contestualizza il futuro distopico in cui è ambientato il fumetto, ma ce lo mostra come un dato di fatto, dando per scontati millenni di storia del Pianeta Terra. In realtà la scelta è affascinante e, passato lo shock iniziale, ci porta a dare per scontate molte cose e a trovare naturale il sistema sociale e il linguaggio figli di millenni di evoluzione. Con il racconto delle tre fughe di Halo Jones dall’ambiente che l’ha accolta a uno nuovo e inizialmente ostile, bisogna avere un poco di pazienza perché le cose iniziano a farsi interessanti solo col terzo capitolo, quando la protagonista diventa un soldato. Se nei primi due capitoli Moore ci aveva raccontato un mondo folle che ancora serbava qualche umana frivolezza, con il capitolo finale mette in piedi un folle teatro bellico, che si divide tra buone trovate narrative (i combattimenti con il tempo rallentato dalla gravità) e una critica ferocia alla guerra. Bene Gibson, che affina la precisione del suo tratto con l’avanzare del racconto e propone una regia controllata ma capace di dinamismo. Peccato solo per il formato ridotto che non rende giustizia al suo lavoro. A proposito, l’edizione Cosmo non mi ha convinto. Qua non ci si lamenta mai dei prezzi perché le cose fatte bene si pagano sempre volentieri, ma € 19.90 per duecento pagine in bianco e nero, con una brossura leggera, dei neri non sempre pieni e una carta che risulta ondulata (non si sa se per la legatura o per la straordinaria capacità della carta di assorbire tutta l’umidità del mondo) non mi sembrano soldi ben spesi.

TEX SPECIALE #32 – Il magnifico fuorilegge
di Mauro Boselli e Stefano Andreucci (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Il Texone è un appuntamento imprescindibile della mia estate, e quest’anno va di gran lusso con una sceneggiatura di Boselli che racchiude quasi tutti gli elementi narrativi del western. Il risultato è una storia ricchissima di eventi e personaggi che spezzettata sarebbe potuta diventare una miniserie annuale e nessuno se ne sarebbe lamentato, ma che in questo caso diventa un racconto quasi frenetico di un giovane Tex sprovveduto e braccato. A discapito di una copertina un poco moscia, Andreucci fa un ottimo lavoro sulla recitazione dei personaggi e convince soprattutto nelle sequenze d’azione che ha la capacità di rendere chiare senza rinunciare mai a una originale spettacolarità.

I BRIGANTI #2
di Magnus (Editoriale Cosmo, 2017)
Avete presente il suono che fanno gli occhi di un lettore di fumetti che esplodono nel momento in cui ci si accorge che l’edizione in lettura non rende onore al lavoro del disegnatore? Se non lo sapete, avreste dovuto essermi vicino quando, leggendo il secondo volume dell’edizione Cosmo de I briganti di Magnus, questa sensazione cresceva dentro me sino alla certezza che porta all’esplosione oculare. Guardare le bellissime tavole delle battaglie ridotte in formato bonellide mi ha fatto male: avrei voluto buttarmici dentro, guardare ogni dettaglio e invece mi sono dovuto accontentare di una visione d’insieme che non mi ha permesso di apprezzare pienamente il lavoro di Magnus. Del suo modo di sceneggiare invece mi ha affascinato la capacità di utilizzare con una semplicità fuori dal comune le ellissi narrative, tecnica che proprio nelle scene di battaglia trova il suo compimento, con il risultato di un montaggio molto cinematografico attento sia ai personaggi (di entrambe le fazioni) sia a ciò che accade sul campo di battaglia. Peccato anche per i due editoriali presenti nel volume, davvero poco interessanti e ripetitivi. Facciamo così, appena riesco mi recupero l’edizione Rizzoli Lizard e mi metto l’anima in pace.

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Laser #18 | Giugno 2017

Laser è l’elenco delle recensioni che ho pubblicato durante il mese. Di solito sono molto poche perché sono pigro.

In questi mesi potreste avere l’impressione che stia scrivendo poco. Avete ragione ma non ci posso fare nulla. Il mese scorso vi siete dovuto accontentare di questi miserrimi pezzi:

AFA 2017
Sono andato all’AFA – Autoproduzioni Fichissime Andregraund. Tutto molto bello: mostra fuori di testa sulla casa editrice coreana Yellow Kim, fumetti autoprodotti e svariate persone che ho conosciuto in carne e ossa. Qui vi racconto tutta la verità.

MISDIRECTION di Lucia Biagi (Eris Edizioni, 2017)
Quella di Noemi (e di Misdirection) è una storia di libertà, di errori e della possibilità di compierli fregandosene non tanto delle conseguenze, quanto del chiacchiericcio paesano di sottofondo.  È una storia di libertà anche per Federica. Anzi, soprattutto per lei che si scopre improvvisamente moralista e colma degli stessi pregiudizi che criticava. E la Biagi non le nega una sorta di lieto fine sommesso ma capace di scaldare il cuore per come descrive un ritorno a una normalità più giusta e consapevole. Nella stessa misura Misdirection pare augurarsi con molta umiltà che questa storia possa diventare anche per noi l’inizio di una demolizione dei nostri pregiudizi e dei nostri moralismi.
Leggi la recensione su Duluth Comics.

INQUIETUDINE di Noah Van Sciver – Traduzione di Stefano Sacchitella (Coconino Press, 2017)
Eppure questa non è che la punta dell’iceberg di un talento che non si preclude incursioni in generi, formati e storie diverse, riuscendo nel miracolo di non farle sembrare l’impresa di un talentuoso schizofrenico ma il corpus di una ricerca portata avanti su tutti i territori possibili. Non è un caso che Inquietudine sia il volume più adatto per approcciarsi sia alla diversità narrativa di Van Sciver, sia alla sua capacità di ricondurre il tutto sul medesimo percorso di ricerca.
Leggi la recensione su Fumettologica.

Misdirection| Farsi distrarre e scoprirsi moralisti

La misdirection è una tecnica usata dagli illusionisti per direzionare l’attenzione del loro pubblico. Tramite i movimenti del corpo, il tono della voce e alcune tecniche psicologiche, i prestigiatori riescono a indirizzare la traiettoria del nostro sguardo su particolari che ci distraggono da ciò che sta accadendo realmente sotto i nostri occhi. Così, concentrati sui movimenti sinuosi della mano sinistra, non ci accorgiamo quel che fa la mano destra.

Sin dal titolo del suo fumetto Lucia Biagi ci mette in guardia da questo fenomeno. Lo piazza addirittura in copertina come un avvertimento, dicendoci chiaro e tondo di leggere Misdirection avendo ben presente le alte probabilità che il nostro sguardo possa essere indirizzato dove meglio crede l’autrice. E come nei migliori giochi di prestigio, la cosa è anzitutto piacevole. L’idea di rendere il fumetto una sorta di thriller investigativo con protagonisti una ragazzina pedante e un ragazzo albino, funziona e tiene in piedi senza difficoltà la struttura narrativa. Non solo, le indagini diventano per la Biagi l’occasione perfetta per costruire i rapporti sociali tra gli abitanti e tracciare un loro profilo che a conti fatti ci tornerà più utile per avere un’idea generale dell’aria che si respira in paese invece che per scovare il colpevole del misfatto.

Il verde acqua e il viola che campeggiano sulla copertina, diventano anche all’interno gli unici due colori con cui Lucia Biagi dà forma a questa cittadina di montagna di cui riusciamo a respirare l’atmosfera statica e noiosa tipica delle località montane nei mesi estivi. Da qui si innesta un meccanismo narrativo dall’incedere lento ma progressivo che Federica, la protagonista, sembra voler velocizzare con i suoi spostamenti. Ma i suoi tentativi sono vani e la città sembra una gelatina che rallenta i suoi movimenti. Le uniche interferenze all’incedere del racconto sono dei piccoli riassunti degli accadimenti che simulano le animazioni in stop-motion realizzate da Federica. Questi sono forse i momenti meno convincenti del racconto, che trovano una loro utilità esclusivamente come intermezzo ma non riescono a dimostrare di avere una reale rilevanza all’interno della narrazione.

Ma andiamo oltre. Il secondo modo con cui la Biagi ci distrae dal suo vero intento è dirottare la nostra attenzione su una tematica dichiarata: la percezione della donna (anzi, in maniera ancora più specifica, la percezione che si ha delle ragazze) nella società. È un tema che viene reso volutamente manifesto in un più di un passaggio del fumetto, e spesso anche con una capacità di sintesi davvero potente. Come ad esempio quel Credo di aver capito che una ragazza sbaglia sempre, che pur arrivando nelle ultime pagine, si impunta nella storia come un perno attorno a cui far ruotare tutto. E infatti è la frase che campeggia anche in quarta di copertina, nella maggior parte delle recensioni e delle condivisioni sui social. È giusto. D’altronde la frase è potente e non è un imbroglio: Misdirection parla davvero di questa percezione, solo che la Biagi per renderla ancora più efficace allarga ulteriormente lo spettro dell’analisi e con coraggio va a colpire il nostro sguardo moralista. Lo fa imprimendo più forza possibile nel colpo, per farci rendere conto dei nostri limiti, per farci più male.

Lucia Biagi lo fa anzitutto tradendo la fiducia instauratasi tra il lettore e la protagonista, un rapporto basato quasi esclusivamente sulla condivisione di un universo morale. Federica fa sempre la cosa moralmente più corretta: per aiutare l’amica si mette in pericolo, rinuncia al proprio smartphone, toglie tempo alle proprie vacanze, rompe persino un’amicizia. Ci è impossibile non stare dalla parte di questo personaggio dal cuore puro pronto a tutto pur di trovare Noemi e di salvarla. Quando però le due si incontrano, hanno un dialogo fulmineo e secco, dove Noemi ridimensiona l’eroismo di Federica in un ribaltamento dove la moralità che fino a poco prima invidiavamo al personaggio, rivela delle sfumature moraliste che inevitabilmente finiamo nostro malgrado col condividere. La Biagi mette in atto un ribaltamento di prospettiva sconvolgente per il lettore, che di punto in bianco si ritrova a empatizzare con un personaggio che fino a qualche minuto prima magari non arrivava a disprezzare, ma sicuramente compativa a causa dei suoi comportamenti.

È un cambio prospettico che ci costringe non solo a rivalutare il nostro rapporto con la storia raccontata, ma ci obbliga in un certo qual modo a cambiare la forma del nostro pensiero. Passare dalla parte di Noemi (perdonate la semplificazione, in realtà un’altra cosa importante di Misdirection è proprio quella di non fare divisioni tra buoni e cattivi) vuol dire anzitutto fare uno sforzo interiore prima per rivedere i propri giudizi e poi per sospenderli a tempo indeterminato. Perché è troppo facile attaccare Noemi, giudicare i suoi abiti, il suo trucco, le sue amicizie, la sua famiglia. Noemi rivendica il suo diritto di fare ciò che vuole, di pensare quello che vuole in un mondo e in un contesto sociale che invece le continua a suggerire come comportarsi, come vestirsi e con chi uscire. Quella di Noemi (e di Misdirection) è una storia di libertà, di errori e della possibilità di compierli fregandosene non tanto delle conseguenze, quanto del chiacchiericcio paesano di sottofondo.  È una storia di libertà anche per Federica. Anzi, soprattutto per lei che si scopre improvvisamente moralista e colma degli stessi pregiudizi che criticava. E la Biagi non le nega una sorta di lieto fine sommesso ma capace di scaldare il cuore per come descrive un ritorno a una normalità più giusta e consapevole. Nella stessa misura Misdirection pare augurarsi con molta umiltà che questa storia possa diventare anche per noi l’inizio di una demolizione dei nostri pregiudizi e dei nostri moralismi.

Misdirection
di Lucia Biagi
Eris Edizioni, 2017

Laser #16 | Aprile 2017

Laser è l’elenco delle recensioni che ho pubblicato durante il mese. Di solito sono molto poche perché sono pigro.


E COSI’ CONOSCERAI L’UNIVERSO E GLI DEI di Jesse Jacobs – Traduzione di Valerio Stivé (Eris Edizioni, 2017)
L’universo per Jacobs parte dal cosmo e non-termina nell’atomo, perché il suo movimento da telescopico a microscopico (e viceversa) ci rivela un mondo fatto di cose che si aprono e ne escono fuori altre di più piccole, come recita la frase finale del libro, dove il punto più alto e vasto d’osservazione è quello divino mentre quello più basso e minuscolo è la chimica della natura. In mezzo ci stanno gli uomini, attratti e contesi dai due elementi, incapaci già allora di gestire carni e pensieri.
Clicca qui per leggere la recensione.

PRINCESSE SUPLEX di Léonie Bischoff – Traduzione di Silvia Uberti (MalEdizioni, 2016)
Perché frammentando l’incontro tra le due lottatrici e proponendoci gli estratti della vita quotidiana della protagonista, la Bischoff costruisce anche un’atipica storia di amicizia e dropkick, che prende forma sul ring tra due donne che vogliono solo divertirsi e prendono la cosa dannatamente sul serio. Proprio come Léonie Bischoff, capace di realizzare un fumetto breve e divertente, con qualcosa da dire e le idee ben chiare sul come dirle. Nessun proclama, nessun moralismo, nessuna spiegazione: è la struttura stessa del racconto che ci rivela il suo contenuto.
Clicca qui per leggere la recensione.

Infine continua la serie in quattro parti, Tintin a trent’anni, una sorta di diario di lettura della serie di Hergé scritto da uno che la legge per la prima volta a trent’anni suonati. Non è una recensione, sia ben chiaro, ma solo appunti sparsi, idee, punti di vista. Quindi materiale assai discutibile, ma corredato dalle bellissime illustrazioni di Pablo Dalas. Qui trovate il secondo episodio, mentre per il primo dovete cliccare qui.

Gigahorse #14 | Marzo 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo.


WYTCHES
di Zack Snyder e Jock – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Scott Snyder rilegge la stregoneria e tira fuori un horror ben riuscito sullo stile di Stephen King. C’è l’horror classico, quello dei mostri e degli spaventi, ma Snyder è bravissimo nel creare una paura tutta interiore che fa emergere attraverso un padre apprensivo, pieno di sensi di colpa e con una vita costellata di errori che cerca di espiare amando infinitamente la sua famiglia. L’orrore per Jock è invece la costruzione sempre misteriosa delle sue tavole, non solo imprevedibile ma anche costantemente ricolme di angoli bui, parti nascoste, momenti “illeggibili”, effetto che i colori affascinanti di Marc Hollingsworth amplificano. Ci sono solo due problemi: l’ultimo numero è sin troppo frettoloso e per chiudere la trama Snyder sacrifica la parte emotiva; e poi la serie è ferma dal 2015 e, sebbene il finale chiuda le vicende, rimangono tante cose in sospeso che meriterebbero una conclusione.

THE SPIRIT #2 – Il ritorno dello spirito
di Matt Wagner e Dan Schkade – Traduzione di Valeria Gobbato (Editoriale Cosmo, 2017)
Termina qui la miniserie sul ritorno di The Spirit: Matt Wagner tira le fila dell’intrigo che ha ordito ma si crea qualche nodo di troppo. Se il primo volume era divertente e intrigante (nonostante la scrittura non fosse sempre all’altezza dei bei disegni di Schkade), questo secondo volume risulta prevedibile e noioso. Una volta scoperta l’identità di Mikado Vass e rivelati i misteri della prigionia di The Spirit (peraltro facilmente intuibili), la storia si sgonfia sotto il suo stesso peso. Certo, i disegni dinamici di Schkade sono un piacere, ma non sempre salvano la situazione.

BENVENUTI A CERVELLOPOLI
di Matteo Farinella (Editoriale Scienza, 2017)
Benvenuti a Cervellopoli è il viaggio di un giovane neurone alla scoperta del cervello per capire quale compito andrà ad affrontare una volta cresciuto. Rispetto al precedente Neurocomic Farinella scrive un libro per un target più infantile e rinuncia così a un intreccio strutturato preferendogli una storia minimale capace di raccontarci in maniera semplice il funzionamento del cervello. L’autore però non rinuncia a una ricchezza grafica davvero sorprendente con grandi tavole colme di particolari e trovate grafiche che riescono al contempo a essere esplicative e divertenti. Questa è la grande capacità di Farinella, padroneggiare così tanto la narrazione scientifica che anche le sole immagini sono in grado di trasmettere le informazioni contenute nel testo. Un libro perfetto per i bambini, interessante per gli adulti. Qui trovate la mia recensione. 

BLOODSHOT REBORN #2 – La caccia
di Jeff Lemire e Butch Guice – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2017)
Dopo un primo volume interessante per come riusciva ad andare a fondo del personaggio con originalità e una inaspettata vis drammatica (senza dimenticarsi però delle botte), Bloodshot Reborn prosegue con La Caccia, miniserie in quattro numeri che si distingue per un racconto più tradizionale e meno stratificato rispetto al precedente volume. Non che La Caccia sia un brutto fumetto, semplicemente la scrittura di Lemire si fa meno raffinata per quanto riguarda la costruzione psicologica del personaggio concentrandosi perlopiù sull’intreccio, passaggio forse doveroso per arrivare a un volume finale capace di unire l’elemento action con quello introspettivo senza troppi problemi. Attendiamo con ansia. Ai disegni c’è il veterano Butch Guice, il cui lavoro si distingue per la recitazione davvero perfetta dei personaggi.

BATTAGLIA – Dentro Moana
di Roberto Recchioni, Mauro Uzzeo, Pierluigi Minotti, Marco Patrucco, Valerio Befani, Fernando Proietti ed Ettore Dicorato (Editoriale Cosmo, 2016)
Bella questa nuova avventura di Battaglia, molto diversa rispetto alle precedenti. Verrebbe quasi da definirla una storia intimistica se non fosse che il protagonista è pur sempre un vampiro, anche se nell’inedita veste di innamorato. Dentro Moana è una storia d’amore virile e struggente dove Battaglia recita nel doppio ruolo di buono e di cattivo, aspetto che i due sceneggiatori gestiscono bene pur utilizzando i consueti toni eccessivi. L’albo si fa notare soprattutto per una bella regia, capace di far convivere passato, presente e la vita sullo schermo di Moana. Peccato solo per dei disegni non sempre all’altezza. Menzione speciale alla diabolica Cicciolina.

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN #20 – 21
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (RW Edizioni, 2016)
Tenetemi lontano dai disegni di John Timms se no ammattisco. Non riesco proprio a resistere né alla sua Harley Quinn spigolosa e slanciata, né ai suoi detective con il volto simile a una roccia. Per il resto Palmiotti e la Conner celebrano il matrimonio tra HQ e Red Tool: numero divertente, forse due logorroici in una sola serie sono di troppo, ma per ora non mi hanno ancora stancato. Segue sul numero #20 un episodio delirante di Harley Quinn, con la nostra protagonista costretta a prendere il comando di un robottone fatto a sua immagine e somiglianza per sconfiggerà il nemico di turno. C’è di tutto, dalle battute a Michael Bay alle tette spara missili, e tutto funziona alla perfezione grazie anche a una dose di spettacolarità che raramente si è vista sulla testata.
La New Suicide Squad di Seeley è una buona serie di intrattenimento action, con quel minimo di caratterizzazione dei personaggi che le permette di distinguersi un poco. Finalmente Seeley è riuscito a darci una storia all’altezza del team, peccato però che si fatichi a percepire i personaggi. I disegni statici non hanno aiutato molto nelle sequenze d’azione, mentre si sono dimostrati più utili nel racconto dei legami tra i membri del gruppo.
Ultimo arco narrativo per i Segreti Sei della Simone, con una storia tutta incentrata su Stryx, l’unico personaggio decente uscito fuori dal New52 e giustamente malcagato e bloccato nella retroguardia di personaggi da tirare fuori all’evenienza. La Simone però vuole bene al personaggio quindi non è detto che, nonostante i suoi limiti, riesca a tirare fuori qualcosa di buono anche se la sensazione è che la Simone rimanga come al solito sulla superficie delle cose.

SALAMBÒ
di Philippe Druillet – Traduzione di Sara Giovanna Gianoglio (Magic Press, 2016)
Nonostante sia guidato dal romanzo di Flaubert, Druillet non perde l’occasione di far deragliare la storia facendola approdare in nuovi territori. Così il racconto diventa una space opera avventurosa e sentimentale che Druillet punteggia di melodramma e fa smarrire all’interno delle architetture mastodontiche che sovrastano ogni sequenza. Le due cose migliori del volume sono una strana storia d’amore e le impressionanti scene di battaglia.

ALACK SINNER – L’eta dell’innocenza #1
di José Munoz e Carlos Sampayo – Traduzione di Fiorella di Carlantonio (Editoriale Cosmo, 2017)
Ma si può essere così stronzi da scoprire Alack Sinner all’alba dei trent’anni? Mi sento uno scemo da ieri mattina e davvero non riesco a capire come io e il personaggio di Munoz e Sampayo non ci siamo incontrati prima. La botta è stata forte, anzitutto per i disegni di Munoz. Per me che sono un amante del segno di Bastien Vives, trovare un autore simile a lui ma più raffinato (soprattutto nella recitazione) e più attento agli ambienti e alle atmosfere, é stata una bella scoperta. Nel volto di ogni suo personaggio c’è sempre una linea, una sola, capace di rendere quella faccia davvero espressiva; nel suo tratto invece suggerisce la camminata del personaggio, le vibrazioni prodotte dai suoi movimenti. La scrittura di Sampayo è altrettanto raffinata, capace di rimanere in bilico tra le sbruffonate hard-boiled e alcune riflessioni intime e politiche che colpiscono senza mai apparire retoriche. Prima ancora del personaggio poi, è la struttura stessa delle storie a esplicitare la visione del mondo dei due autori, con quei finali disinnescati e la componente thrilling che si perde nel nulla della realtà. Cazzo che botta.

FUGA DA NEW YORK #2 – Ritorno a Manhattan
di Christopher Sebela e Maxim Simic – Traduzione de I Cosmonauti (Editoriale Cosmo, 2017)
Si poteva fare peggio del precedente volume? Impossibile a dirsi ma Sebela e Simic ci riescono. La storia affonda subito nella noia e nella prevedibilità, due difetti che i dialoghi verbosi non aiutano certo a dissipare. I disegni sono scarsi, tirati via, incapaci di restituirci atmosfere, una recitazione decente o sequenze d’azione spettacolari, tutti aspetti che tra l’altro la stampa in scala di grigio con cui la Cosmo ha portato il volume in Italia, aiuta a peggiorare.

LE AVVENTURE DI TINTIN
Lo scettro di Ottokar – Il granchio d’oro – La stella misteriosa
di Hergé – Traduzione di Giovanni Zucca (allegato RCS, 2017)
Sulle avventure di Tintin nessuna anticipazione perché sto realizzando un diario di lettura. Non sono recensioni ma solo pensieri sparsi, appunti, azzardi e arrampicate sugli specchi per cercare di tirare fuori qualcosa di nuovo e di diverso da un personaggio che ha prodotto più saggistica che merchandising. Trovate tutti i tentativi qui

E COSÌ CONOSCERAI L’UNIVERSO E GLI DEI
di Jesse Jacobs – Traduzione di Valerio Stivé (Eris Edizioni, 2017)
Questo strambo Libro della Genesi è un inno alla perpetua mutazione e agli equilibri che governano l’universo, che Jacobs ci racconta da una prospettiva divina ma umanizzata, dove le invidie, le ambizioni e le idee di due dèi in cerca di un’approvazione superiore, guidano una Creazione fatta di sbagli, mediazioni e convivenze forzate. Jacobs realizza un’opera densa ma leggera, in cui potersi esprimere con i suoi disegni mutanti e le sue geometrie organiche. Qui trovate la mia recensione. 

NOTTE OSCURA – Una storia vera di Batman
di Paul Dini e Eduardo Risso – Traduzione di Giuseppe Mainolfi (Rw Edizioni, 2017)
Non inizia nel migliore dei modi questo fumetto autobiografico, con una struttura un poco noiosetta e banale che vede Paul Dini affrontare i postumi dell’aggressione aiutato da Batman e messo in difficoltà dai classici villain del supereroe. Se nella prima parte l’interesse rimane a galla è merito soprattutto di Eduardo Risso, capace di movimentare con un tratto eclettico una storia più monolitica di quel che crede di essere. Non ci speravo quasi più, e invece ecco che la storia nel finale si riprende: complice anche il Joker che comincia a prenderlo per il culo, Dini dismette il tono un poco lagnoso e comincia a riflettere con il minimo sindacale di spietatezza sulla sua vita e sulle sue scelte, trasformando il fumetto in un interessante racconto di un eterno adolescente che si trova costretto a diventare uomo. Notte oscura è un esperimento interessante e imperfetto, con buoni momenti di scrittura alternati ad altri meno convincenti, e un Eduardo Risso che fa i salti mortali ma ogni tanto non riesce a nascondere un poco di affanno.

TERMITE BIANCA #2 – Metalupo
di Marco Bianchini, Marco Santucci e Patrizio Evangelisti (Editoriale Cosmo, 2017)
Si conclude qui Termite Bianca, o almeno la pubblicazione degli albi Cosmo visto che la storia si chiude con un potente cliffhanger che però non ha ancora trovato seguito (ma pare ci siano lavori in corso). La storia prosegue con qualche intoppo iniziale (nelle prime pagine il susseguirsi di troppi sbalzi temporali mi ha un poco confuso) ma poi si avvia verso il finale senza troppi problemi e con una buona dose di emotività. Certo è che se non ci fossero i disegni di Evangelisti, Termite Bianca non riuscirebbe a farsi notare più di tanto.

IN SILENZIO
di Audrey Spiry – Traduzione di Elisabetta Tramacere (Diabolo Edizioni, 2016)
Per raccontare un personaggio che si fonde con la natura, Audrey Spiry realizza un fumetto liquido, dove i segni scorrono e si miscelano tra loro sino a far perdere le tracce del paesaggio e dei personaggi per divenire puro astrattismo ed emozione. Lo scorrere sicuro e impetuoso dei disegni si scontra ogni tanto con gli scogli di una trama scontata e di personaggi non proprio memorabili, ma il senso del fumetto sta prima di tutto nei suoi disegni, quindi non è un male chiudere un occhio su alcuni mezzi passi falsi per concentrarsi su quello che davvero racconta una storia.


E così conoscerai l’universo e gli dei | La cosmogonia di Jesse Jacobs

La cosmogonia di Jesse Jacob inizia con una frase lapidaria: il tempo e lo spazio sono morti ieri. Questa dichiarazione d’intenti è un primo elemento per comprendere la strana struttura narrativa di E così conoscerai l’universo e gli dei, primo graphic novel di Jacobs che arriva però in Italia a un anno di distanza dal suo ultimo lavoro, Safari Honeymoon. Una struttura narrativa che sembra infatti giocare con i cadaveri dello spazio e del tempo modellandoli a suo piacimento sino a ottenere una dimensione propria di racconto, dove lo spazio diventa un luogo esplorabile solamente in continui zoom in e zoom out, e il tempo è un parametro sostanzialmente inutile che Jacobs frammenta qua e là nel suo fumetto, senza il rispetto di alcuna cronologia e legandolo invece ai fili tematici del suo racconto.

L’universo per Jacobs parte dal cosmo e non-termina nell’atomo, perché il suo movimento da telescopico a microscopico (e viceversa) ci rivela un mondo fatto di cose che si aprono e ne escono fuori altre di più piccole, come recita la frase finale del libro, dove il punto più alto e vasto d’osservazione è quello divino mentre quello più basso e minuscolo è la chimica della natura. In mezzo ci stanno gli uomini, attratti e contesi dai due elementi, incapaci già allora di gestire carni e pensieri.

D’altronde  le tre divinità che danno inizio al tutto sono più umane di questi proto-uomini, impegnate come sono a sperimentare, invidiare, farsi ripicche, avere intuizioni, ritagliarsi momenti di assoluta crudeltà o di assoluta tenerezza, e cercare di compiacere qualcuno più in alto di loro. Di contro la natura rivela ben presto un’aspirazione se non divina perlomeno mistica, nel suo essere in grado di creare da zero nuove forme di vita proprio come una divinità. E l’umanità, incastrata tra queste due forze, cerca un suo ruolo nell’universo mentre tenta di scoprire ancora sé stessa. Jacobs porta avanti parallelamente e sullo stesso piano temporale le storie di Adamo ed Eva e di Caino e Abele. Il primo uomo e la prima donna (poco più che due primitivi) sono chiamati a guidarci alla scoperta del corpo e delle sue funzioni, che Jacobs ci svela indugiando sui fluidi corporei e sulle carni decadenti. I due fratelli invece ingaggiano tra loro una lotta morale che li porterà verso il finale conosciuto cui Jacobs dona sfumature paleo-vegane e una svolta inaspettatamente splatter.

E non è un caso che alla battaglia tra i due fratelli faccia subito seguito la battaglia tra due dei, che Jacobs trasforma in uno scontro tra kaiju creando un suggestivo flash-forward ambientale in cui il paesaggio teatro del duello progredisce vignetta dopo vignetta trasformandosi da landa desolata a metropoli. In questi due scontri che concludono il volume, l’autore racchiude un po’ il senso ultimo di questo suo Libro della Creazione. Quello di Jacobs è un universo che si è generato dall’unione di opposti, dalla contaminazione continua e indiscriminata che ha portato a una natura autonoma e mutante, quasi che questo libro fungesse da preludio al successivo Safari Honeymoon.

La regia di Jacobs è come sempre controllatissima grazie a una griglia modulare utilizzata con dinamismo e agli interventi psichedelici che qui diventano quasi momenti religiosi, con quelle geometrie escheriane che assumono un contorno mistico e spirituale. Quello che stupisce però è la capacità dell’autore di riuscire a realizzare un libro sulla creazione dell’universo divertente, spietato e capace di non banalizzare i temi che l’argomento si porta dietro ma anzi, apportando al discorso interessanti spunti di riflessione.

Jesse Jacobs ci racconta di un’umanità primitiva e dei due grandi misteri che la circondano, la guidano e la influenzano ogni giorno: quello della natura e quello del divino. Lo fa con grande precisione offrendoci una delle versioni più lucide e originali dell’inizio di tutto quanto, una cosmogonia delirante che cerca di indagare l’origine dell’uomo inscenando uno scontro tra natura e divinità.

E così conoscerai l’universo e gli dei
di Jesse Jacobs
Traduzione di Valerio Stivé
Eris Edizioni, 2017
84 pag.