Toxic Psycho Killer | Nel paese delle meraviglie di Paolo Massagli

Questa recensione è stata pubblicata su WildWood il 27 novembre 2015.


Ai fumetti di Paolo Massagli si può forse imputare una certa mancanza di varietà, se solo il loro autore fosse un fumettista tradizionale. Il suo lavoro travalica infatti le esigenze prettamente narrative della storia e, sfruttando al massimo la semplicità e l’esilità delle sue trame (spesso derivative da favole o racconti per l’infanzia), l’autore può prendersi tutto il tempo per concentrarsi sugli aspetti che lo interessano di più. Perché Paolo Massagli più che un narratore in senso stretto, è un creatore di mondi. Lo si capisce sin da subito che a lui le storie importano poco: a lui interessano i corpi, le forme viventi che popolano un pianeta, i mostri che ci braccano e quelli in cui ci trasformiamo. Tutto il suo narrare è concentrato sul racconto degli ambienti e delle forme di vita ed è lì, più che nella trama stessa, che avvengono i cambiamenti, le mutazioni, i colpi di scena.

E Toxic Psycho Killer, il suo nuovo lavoro edito dalla Hollow Press, non fa differenza. Come una discinta Dorothy che cade dal cielo dopo un uragano che l’ha strappata dal Kansas o un’Alice coperta di cicatrici che capitombola nella tana del Bianconiglio, l’intera opera di Paolo Massagli sembra una folle e perpetua caduta di un personaggio catapultato in un mondo che vede per la prima volta. Il racconto si apre infatti con una ragazza che cade su un pianeta alieno con la missione di bonificarlo dal misterioso virus che se ne è impadronito. Nonostante le armi a sua disposizione (un disintegratore di materia organica chiamato D.I.O.) il virus opporrà resistenza reclamando il possesso del Pianeta.

massagliart17

 

Rispetto al passato è evidente come Paolo Massagli con Toxic Psycho Killer abbia affinato le sue doti di narratore. La storia si fa più solida e – pur rimanendo vincolata sullo sfondo come un innesto doveroso – è meno propensa a farsi affascinare dalla narrazione grafica e a perdere il filo del racconto. Perché anche in questo caso il piatto forte è il lavoro grafico complesso e articolato di Massagli, che nega qualsiasi utilizzo di una griglia tradizionale in modo da costruire lo spazio e i tempi della narrazione direttamente con i corpi, i movimenti e le inquadrature. Le ragazze nude che popolano queste tavole non sono solo i personaggi di un fumetto, ma ne diventano l’architettura, andando a comporre con inquadrature azzardate e scelte compositive coraggiose, l’ordine e il ritmo di lettura. E la maturità dell’autore emerge proprio nella maggiore padronanza nel costruire un racconto chiaro mantenendo inalterata l’affascinante complessità delle sue tavole. Massagli riempie le pagine, le satura di dettagli, ma a conferma della sua crescita tenta strade nuove e alla composizione da horror vacui classico del suo stile prova ad affiancare tavole quasi svuotate di ogni elemento. L’esperimento può dirsi riuscito solo in parte: se da un lato sforna forse la tavola migliore del fumetto (una splash page con il profilo della protagonista appena tratteggiato che sprigiona dalla bocca delle gigantesche api killer), dall’altra la pagina con la silhouette del volto che emerge dalle parole Everyone will die non convince poi molto.

Le ragazze di Paolo Massagli – con la loro sensualità ingombrante eppure così naturale – sono il fumetto stesso, in un rapporto inscindibile dove i corpi non son solo protagonisti, ma diventano struttura narrativa e portatori dei temi e della poetica dell’autore È nelle cicatrici, nella pelle raggrinzita, nelle mutazioni, nelle occhiaie, nelle pieghe di questi corpi che si rintraccia l’essenza stessa del lavoro di Paolo Massagli, elementi che formano un universo narrativo unico e originale.

Toxic Psycho Killer
di Paolo Massagli
Prefazione di Gabriele Di Fazio
Hollow Press, 2015
48 pag.

Brundlefly #4 | Stare in silenzio con Franco Matticchio

L’estate a Milano è netta. Spunta gli angoli e gli spigoli dei palazzi, cancella qualsiasi residuo d’ombra. Milano sembra un miraggio d’estate, col caldo che fa tremare l’aria al livello dell’asfalto e i palazzi che si moltiplicano riflettendosi l’un l’altro. Sfogliare in metropolitana Jones e altri sogni di Franco Matticchio (Rizzoli Lizard, 2016) sembra rimettere tutto in equilibrio, diventa subito un rifugio contro tutta questa luce e questo caldo, come la penombra sonnacchiosa in cui piombano le case di campagna nei pomeriggi troppo caldi, sigillate con le veneziane da cui entra quel poco di luce necessaria per non sbattere contro i mobili e per confonderci tra i cuscini del divano.

Anche ne I giocatori di scacchi, una delle storie contenute nella raccolta, fuori fa caldo. Jones e l’amico Bull Dog sono barricati in casa a giocare pigramente a scacchi. L’inquadratura è quasi sempre la stessa: i due sono seduti al tavolo, muovono lentamente le pedine sulla scacchiera. Pensano, stanno in silenzio, annunciano le proprie mosse. Alla fine uno di loro vince, ma niente pare essere successo. Matticchio si concentra sulle fitte linee che tessono l’aria di quella stanza: man mano che la partita procede il nostro occhio diventa pigro, si confonde, unisce in un’unica massa leggermente vibrante tutte quelle linee. Sfondo, mobilio e personaggi sembrano diventare un’unica massa, si abbandonano mollemente all’atmosfera sino a farne parte.

jonesealtrisogni2

È il primo settembre ma a Milano è ancora piena estate. Se affronto la metropolitana e i marciapiedi soleggiati è solo per il firmacopie di Franco Matticchio. Mi lascio alle spalle un grattacielo, che alle 18.23 pare la lente di ingrandimento che nei film i bulli usano per bruciare i formicai, ed entro nella libreria della Galleria Carla Sozzani, giusto in tempo per non prender fuoco.

Franco Matticchio è già seduto dietro a un tavolo, con la testa china su una copia di Jones e altri sogni che sta dedicando. Crea un’atmosfera strana tutto questo silenzio a un firmacopie. Mi metto in fila e lo osservo. Risponde gentilmente alle domande, saluta con timidezza, chiede più di una volta il nome per la dedica con un leggero senso di colpa per esserselo dimentica ancora. Sorride a un certo punto quando dice che nella dedica che ha appena disegnato il suo Jones assomiglia a Matteo Renzi. Quando può Franco Matticchio sta in silenzio, e sembra che nella vita abbia fatto di tutto per starci il più possibile.

È per questo che non mi va di parlargli. D’altronde cosa dovrei dirgli? Quali domande dovrei fargli? Potrei giusto raccontargli del mio primo incontro con la sua arte, ma non è che sia questa gran storia. Sicuramente non così buona da interrompere questo silenzio, ma decente quel tanto che serve per raccontarla a voi. Il suo Sensa senso (prima raccolta delle storie di Jones, edita nel 1993 dalla Milano Libri) è stato uno dei fumetti che ho letto più volte nella mia vita. Non che alla tenera età di sette/otto anni avessi già questi gusti raffinati, più che altro ero obbligato a farlo perché Sensa senso era uno degli unici tre fumetti presenti nella biblioteca del mio paese (gli altri erano una raccolta della Famiglia Addams edita da Bompiani, e la prima edizione de La Compagnia della Forca). Lo leggevo tre, quattro volte all’anno perché mi faceva davvero ridere, era come leggere un cartone animato pieno di umorismo macabro e slapstick estremi, come una sorta di Jacovitti (altro amore fumettistico della mia infanzia) crepuscolare e solitario che faceva scaturire la sua ironia non dalla moltitudine di azioni su una tavola affollata, ma sulla singola azione espansa, analizzata, callibrata su più tavole consecutive. Se Jacovitti mi faceva venire le crisi epilettiche, Matticchio era l’anestetico del dentista che ti catapulta in uno stato di semi-incoscienza e ti fa venire le allucinazioni.

jonesealtrisogni3

E trovare nuovamente Jones dopo quasi quindici anni dal nostro ultimo incontro, è stato davvero come tornare a casa. Ho ritrovato un’atmosfera e delle sensazioni che nessun altro libro ha saputo darmi in questi anni: ho riso, ho sognato l’avventura, mi sono appisolato insieme a Jones e poi mi sono svegliato. Mi sono confuso tra le sue pagine, mimetizzato nelle linee di Matticchio, quelle linee così perfette nel dare corpo alle ombre, portatrici di sogni e freschetto.

Così me ne sto zitto e preferisco osservarlo mentre comincia a disegnare il suo Jones sulla mia copia del libro. Prima la testa, la benda, un sorrisetto. Poi la chitarra, le braccia, le gambe. Il sasso sotto il piede sinistro di Jones e per finire le corde della chitarra. Il silenzio pacifico si vela un poco di imbarazzo. Franco Matticchio alza lo sguardo, incrocia timidamente il mio sguardo e mi chiede ancora il nome. Si scusa se lo ha dimenticato nuovamente. Scrive A Matteo. Lo ringrazio, ci salutiamo. Ancora un secondo di silenzio e me ne vado.

Safe space #1 | Sentirsi sporchi con Alessandro Galatola

Nel leggere il primo numero di Safe space ci si sente davvero sporchi. Alessandro Galatola, che qui raccoglie alcune delle sue storie pubblicate tra il 2012 e il 2015, costruisce un ambiente sicuro dove poter mostrare traumi, insicurezze, visioni, perversioni, in cui però la narrazione degli stessi è privata dei classici mediatori di cui dispone la società degli uomini. Safe space è privo di un approccio psicologico, rifiuta qualsiasi interpretazione clinica e non cerca rifugio nemmeno negli artifizi della metanarrazione o nel torpore che offrono le soluzioni classiche del genere, che in questo caso potrebbe essere l’horror ma anche no.

Perché quello che ci propone l’autore non è un analisi di una situazione emotiva, quanto la sua descrizione in termini non convenzionali. Per certi versi quello di Galatola è un approccio che ricorda da vicino Michael DeForge, sia per alcune influenze grafiche, sia sopratutto per come riescono entrambi a trasfigurare una realtà emozionale in un luogo astratto, ricostruendo non solo l’ambiente fisico ma soprattutto le regole biologiche che lo governano. Ma se DeForge flette i suoi mondi per dare ai suoi personaggi una pace che il mondo così com’è non potrà mai garantirgli (sia per le costrizioni sociali che per quelle biologiche), il Safe space di Galatola è più un bunker che un terrario. Chiusi nel loro rifugio, i personaggi di Galatola possono mostrarsi a loro stessi senza la paura di essere emarginati o di contagiare qualcuno, finalmente liberi di esternare i propri incubi e desideri, di dare libero sfogo alle loro perversioni, alle loro nevrosi, al loro dolore. Più che per proteggere sé stessi, il Safe space è un luogo per proteggere gli altri dalla nostra vera natura, un bunker in cui far esplodere la bomba atomica mentre la vita in superficie continua a placidamente il suo corso.

tumblr_o2slsd8cu71v8cac0o6_1280

Di storia in storia lo stile di Galatola si fa sempre più sicuro e anche le prime insicurezze grafiche trovano quasi subito una loro evoluzione più matura e consapevole, come dimostra Reality, la storia che chiude il volume. Pur se evidente il suo debito nei confronti di DeForge (che Galatola rende comunque più viscido e inquietante), Reality si compone di elementi nuovi e interessanti, soprattutto per come riesce a innestare nella storia un umorismo macabro e beffardo, che non rinnega o toglie forza alla sequenza sentimentale.

Safe space #1 può essere letto gratuitamente online a questo indirizzo. Vi consiglio anche di seguire il Tumblr di Alessandro Galatola, così da poter vedere i suoi lavori più recenti (ultimamente ha cominciato a usare il colore nelle sue tavole e sta facendo cose sensazionali).

Safe space #1
di Alessandro Galatola
Autoproduzione, 2016

Gigahorse #7 | Agosto 2016

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo.

lamandragoraLA MANDRAGORA
di Sylvain Cordurié e Marco Santucci – Traduzione de I Cosmonauti (Editoriale Cosmo, 2016)
Guazzabuglio vittoriano pieno di demoni e società segrete. Peccato che si preferisca dare risalto agli intrighi (più annunciati che mostrati) piuttosto che ai personaggi, relegati sullo sfondo. Davvero difficile empatizzare e divertirsi quando anche la protagonista è tenuta in disparte Per fortuna i disegni di Marco Santucci salvano ogni tanto dalla noia totale. A questo giro la riduzione delle tavole e conversione in bianco e nero non pregiudicano la lettura.

revival4REVIVAL #4 – Fuggi in Wisconsin
di Tim Seeley e Mike Norton – Traduzione di Marisa Pollastro (Saldapress, 2016)
Rispetto al precedente TP che avevo trovato troppo confusionario, con questo quarto volume Revival pare avere ritrovato la semplicità dell’intreccio degli inizi. Ne giovano i personaggi che si ritrovano meno incastrati tra gli eventi e hanno il giusto spazio per affrontare le loro vite sconvolte. La trasferta newyorkese dà un attimo di respiro alla narrazione e al personaggio di Dana, mentre la breve parentesi dedicata a Emme (stavolta più defilata rispetto alle vicende principali) apre a nuovi interessanti scenari e riflessioni.

southernbastards1SOUTHERN BASTARDS #1 – Questo era un uomo
di Jason Aaron e Jason Latour – Traduzione di Andrea Toscani (Panini Comics, 2016)
Basta davvero poco per convincermi quando si tirano in ballo il sud degli Stati Uniti, quelle teste calde dei redneck e l’orgoglio della vecchia America che si trasforma a volte in razzismo feroce, altre in granitici ideali a cui credere. Southern Bastards però non è poco, tutt’altro. C’è la sceneggiatura di Jason Aaron che martella con un ritmo serrato ma per niente veloce. Anzi, procede imperterrita ma ansimante, come se anche la scrittura fosse appesantita dal quintale di muscoli invecchiati che ci si porta appresso, dalla rabbia accumulata per anni, dalle nocche che si stringono e tendono la pelle delle dita sino a farla diventare bianca. I disegni di Jason Latour donano un nervosismo scultoreo ai personaggi, mentre i suoi colori fanno sembrare il Dirty South un inferno in terra dove si è chiamata a espiare le proprie colpe o a crearsene di nuove.

deadpool65DEADPOOL #65
di Joe Kelly, Ed McGuinnes, Cullen Bunn e Salva Espin – Traduzione di Luigi Mutti (Panini Comics, 2016)
Numero noiosissimo: sia Spider-Man/Deadpool che I Mercenari per Soldi sono ai nastri di partenza e in pratica non succede nulla. Il nulla per Deadpool è che c’è un gran casino per venti tavole e la storia viene riassunta nelle ultime due. Un ottimo modo per allungare una storia e farmi incazzare.

elegiainrossoELEGIA IN ROSSO
di Seiichi Hayashi – Traduzione di Vincenzo Filosa (Coconino Press, 2016)
Sperimentale ed emozionante come un film di Godard, Elegia in rosso è un fumetto stupefacente per come riesce a coinvolgere intimamente lo spettatore negli stati d’animo dei protagonisti. Seiichi Hayashi lo fa partendo dai volti dei suoi personaggi, che nasconde dietro i capelli o con inquadrature di spalle, a cui cancella tratti somatici o dona inaspettato realismo. Guardare quelle facce e le loro mutazioni vi accompagnerà all’interno di una storia viscerale.

wackyraceland1WACKY RACELAND #1-2
di Ken Pontac e Leonardo Manco (DC Comics, 2016)
Letto il primo numero di Wacky Raceland, il reboot in salsa Mad Max della serie animata Hanna-Barbera, scritto da Ken Pontac, disegnato da Leonardo Manco con i colori di Mariana Sanzone (quella che vedete qui è invece la variant cover firmata da Tommy Lee Edwards: storyteller). Carina l’idea di fondo e buona la gestione dei rapporti tra i personaggi, tra cui per ora non esistono né eroi né cattivi ma solo persone che vogliono vincere. Mi ha convinto meno la struttura del primo numero (troppo spezzettata a livello temporale) e l’idea che le auto possono parlare, che per ora non sembra una cosa rilevante (ma magari in futuro acquisterà del senso).
Il secondo albo non fa grossi passi avanti rispetto al primo, piuttosto ne ripercorre le cose meno convincenti e toglie anche il divertimento della lunga scazzottata che faceva da sfondo all’episodio d’esordio. Il numero si concentra sul passato di Dick Dastardly, evitandogli il classico e noioso background del villain cattivo perché gli è successo qualcosa di brutto. Dastardly è cattivo e Ken Pontac ci mostra tutto il suo cinismo. Vedremo che succederà in futuro, per ora i primi due numeri incuriosiscono, pur mettendo in mostra già tutti i difetti, in primis delle tavole troppo piene e dense da essere leggibili senza spaccarsi gli occhi (con una colorazione non aiuta per niente a rendere chiari alcuni passaggi). e il totale disinteresse che i due autori hanno per il racconto della corsa: non si capiscono il percorso, le posizioni, le dinamiche. Il racconto è confuso e fuori fuoco, e non si hanno segni di miglioramento.

papergirls7PAPER GIRLS #7
di Brian K. Vaughan e Cliff Chiang (Image Comics, 2016)
Il numero 7 di Paper Girls continua a porre le basi per questo nuovo arco narrativo. Non mancano sorprese e nuove possibilità per la storia non solo di ampliarsi ma anche di approfondire i propri temi e i propri personaggi. Il numero infatti brilla per un bel confronto generazionale (diverso da quel che avete sempre visto) molto sincero e capace di parlare di come passato, presente e futuro dialogano tra loro. E ci sono anche dei mostroni giganti.

AW22ADAM WILD #22 – Zulu
di Gianfranco Manfredi e Ibraim Roberson
ADAM WILD #23 – Colenso
di Gianfranco Manfredi e Stevan Subic
(Sergio Bonelli Editore, 2016)
Lungo flashback sulla giovinezza di Adam Wild. La parte dedicata al personaggio è abbastanza prevedibile in tutte le sue svolte, ma riesce a sostenere il racconto storico con mestiere. La prevedibilità dell’intreccio non gioca a favore del numero, ma il racconto della battaglia è chiaro e avvincente. Buoni i disegni di Roberson, capaci di non distrarsi dalla battaglia pur mantenendo l’attenzione sui personaggi. Concludendo questo Zulu  è un numero che fa da prologo storico e spirituale a Colenso, con cui intrattiene un dialogo tematico. Qui Manfredi intreccia meglio le vicende personali di Adam con quelle storiche della battaglia, ma a portare l’albo su un altro livello è il lavoro straordinario di Stevan Subic. 

supermutantmagicacademySUPERMUTANT MAGIC ACADEMY
di Jillian Tamaki (Drawn & Quarterly, 2015)
Nata su Tumblr nel 2010 e continuata per quattro anni (la potete ancora leggere a questo indirizzo), Supermutant magic academy è una striscia umoristica creata da Jillian Tamaki. Giusto per darvi un’idea del contesto, dovreste immaginarvi una Hogwarts più simile a un college americano che inglese, popolata da maghi di specie diverse (umani, animali, mostri di varia categoria). Tutto parte come un grande contenitore di gag surreali, ma col trascorrere del tempo la Tamaki inserisce una leggera continuity e fa crescere i suoi personaggi tra le pagine del libro, accompagnandoli tra le insicurezze e gli entusiasmi della loro adolescenza. Per il finale (inedito) la Tamaki mette da parte le storie brevi e scrive una storia più lunga, che spezza forse i ritmi più veloci presenti nel resto del libro ma conclude in maniera ottima la storia.

leavingmegalopolisLEAVING MEGALOPOLIS
di Gail Simone e Jim Calafiore (Dark Horse Comics, 2014)
Immaginate un mondo dove i supereroi sono impazziti e tengono in scacco la popolazione tra violenza e distruzione. Questa è la premessa di Leaving Megalopolis, ma invece di farne un Watchmen senza troppe pretese, la Simone ci racconta la storia dalla prospettiva tutta umana di un gruppo di sopravvissuti. L’albo ha tutti i pregi e i difetti dei lavori di Gail Simone: se da una parte è brava a tessere le dinamiche di gruppo, dall’altra fatica sempre a trovare un ritmo adatto al racconto (qui i flashback sono davvero fastidiosi). Il lavoro di Calafiore alterna un buon design degli eroi e una discreta regia a una recitazione poco convincente (non aiutata dai colori e dalle chine che banalizzano ulteriormente il tutto). Punto di partenza sufficiente che non lascia però del tutto insoddisfatti.

UT5UT #5 – Hysteria
di Corrado Roi e Paola Barbato (Sergio Bonelli Editore, 2016)
Al suo quinto numero UT comincia a svelarsi. Peccato lo faccia con due spiegoni che ammazzano la narrazione di quello che sinora è l’albo coi disegni più suggestivi e interessanti. Dei precedenti quattro numeri mi era piaciuta l’atmosfera sospesa e la mancanza di punti di riferimento e devo dire che le rivelazioni di questo numero non la corrompono, mantenendo una coerenza di fondo che ho apprezzato. Speriamo che la chiusura sia altrettanto forte e coerente.

cleanroom8CLEAN ROOM #8
di Gail Simone e Jon Davis-Hunt (Vertigo, 2015-2016)
Sempre più convincente questo nuovo lavoro di Gail Simone, che si rivela essere numero dopo numero una storia horror ben congegnata e davvero atipico. All’inizio non è stato semplice entrare in sintonia con una struttura complessa, ma arrivato all’ottavo albo è più semplice destreggiarsi tra i tanti personaggi e i tanti misteri (qualcuno sempre più chiaro) della storia. In questo numero due bei colpi di scena ci fanno capire che presto si entrerà nel vivo della storia e personalmente non vedo l’ora di scoprire cosa si nasconde dietro. Jon Davis-Hunt è per me una scoperta continua: si dimostra perfetto per raccontare la normalità apparente che fa da sfondo alla storia e le sue esplosioni di mostruosità e deformità. Sembra un Jacen Burrows carpenteriano che i colori di Quinton Winter rendono ancora più interessante.

frankensteinI MAESTRI DELL’ORRORE: FRANKENSTEIN
di Giulio Antonio Gualtieri e Francesco De Stena (Edizioni Star Comics, 2015)
Non è semplice tradurre in fumetti il capolavoro della Shelley, eppure Giulio Antonio Gualtieri riesce nell’impresa grazie a una sceneggiatura fedele capace di condensare il romanzo senza tradire gli intenti originari (sia morali che emozionali). Buoni i disegni di Francesco De Stena che trovano la loro originalità nel design della Creatura, a metà tra lo Swamp Thing di Bernie Wrightson e i mostri di Jack Davis

sangueeghiaccioLE STORIE #47 – SANGUE E GHIACCIO
di Tito Faraci e Pasquale Frisenda (Sergio Bonelli Editore, 2016)
Campagna di Russia, H. P. Lovecraft e folklore: questi sono i tre elementi alla base di “Sangue e ghiaccio”, quarantasettesimo numero de Le Storie – Sergio Bonelli Editore. Pasquale Frisenda dà del suo meglio con un acquarello in scala di grigi (e spruzzate di rosso) infondendo un duplice orrore, quello mostruoso e inconcepibile delle creature e quello tutto umano di un gruppo di soldati distrutto dall’indigenza. La sceneggiatura di Tito Faraci convince per come riesce a rendere credibile tutta la vicenda (senza spiegoni), peccato che il ritmo del racconto sia spezzato dal narratore e dal metaforone annesso, i cui concetti ripetitivi e poco coinvolgenti smorzano un po’ l’entusiasmo verso l’albo.

tormentaneraTORMENTA NERA
di Yoshihiro Tatsumi – Traduzione di Rosamaria Pavan (Bao Publishing, 2016)
Da tempo non mi capitava di leggere una storia così ben scritta. Tormenta nera, manga noir di Yoshihiro Tatsumi pubblicato da BAO Publishing, ha la semplicità di quelle storie in cui ogni elemento alla fine trova il suo posto naturale nel racconto e dove anche il più piccolo particolare acquista importanza. La scrittura di Tatsumi ci fa concentrare così tanto sull’epopea umana e sulla fuga dei due disperati protagonisti che nemmeno ci accorgiamo che tutte le tessere le puzzle stanno andando al loro posto. Una perfezione quasi commuovente per come riesce a far coincidere la perfezione di un incastro narrativo con il racconto di due umanità apparentemente diverse. L’attenzione per gli sguardi, le lunghe sequenze dinamiche e la natura implacabile che travolge i protagonisti, sono gli elementi grafici su cui Tatsumi si concentra maggiormente.

swampthing5SWAMP THING DI ALAN MOORE – Libro quinto
di Alan Moore, John Totleben e Rick Veitch – Traduzione di Leonardo Favia (RW Edizioni, 2015)
Leggere lo Swamp Thing di Alan Moore significa sempre andare incontro a emozioni forti e inaspettate, e questo quinto volume non è da meno. Questo è forse il ciclo più triste e malinconico eppure non vi è mai cupezza nelle atmosfere del racconto, ma striscia sempre sotto le disgrazie e l’asfalto un senso di speranza quasi commuovente. Con The Garden of Earthly Delights, Moore si diverte a citare e rivisitare Il ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller, ma è con l’episodio My Blue Heaven che firma una delle sue storie migliori (grazie anche ai colori di Tatjana Wood. Sarebbe interessante fare un confronto tra l’esilio di Swamp Thing presente in questo episodio con quello di Watchmen della permanenza di Doc Manhattan su Marte.

jonesealtrisogniJONES E ALTRI SOGNI
di Franco Matticchio (Rizzoli Lizard, 2016)
Che bello dopo tanti anni rileggere Franco Matticchio, in un’edizione di grande formato che finalmente rende onore ai disegni dell’autore varesino. Ci si può finalmente immergere in quelle tavole fitte di linee, immergersi nella penombra degli ambienti, condividere ore di ozio con Jones. Leggere Jones e altri sogni è come fare una passeggiata pomeridiana in un bosco: rilassante ma con una probabilità su mille che una vipera sbuchi da sotto un sasso per farci spaventare.

Oltremondo | Una storia di inchiostro e sperma

Un branco di spermatozoi attraversa la controguardia di Oltremondo dall’angolo superiore sinistro a quello inferiore destro. Oppure a solcare la controguardia del libro sono gocce di inchiostro esplose che colano e si rincorrono sino a seccarsi sulla pagina bianca. Difficile capire quale dei due liquidi è il protagonista di questa illustrazione, forse perché per l’esordiente LaurenceEngraver (aka Lorenzo Baroni) non c’è alcuna differenza tra i due. Inchiostro o sperma, pagina bianca o ovuli: c’è un liquido creatore e un ambiente divino che lo accoglie, e in una misteriosa combinazione alchemica entrambi gli elementi si uniscono sino a formare la creatura.

Non a caso Oltremondo è la storia di un inizio, di un creatore che plasma un mondo e che deve combattere contro le impurità a cui lui stesso ha dato forma e che ora rischiano di compromettere la sua creatura. Il punto di vista metanarrativo per LaurenceEngraver è una riflessione sul suo ruolo di demiurgo e anche una dichiarazione di intenti. In lui non c’è alcun desiderio di proporre una metanarrazione che rifletta sulle strutture del racconto perché a definirle è l’azione stessa del protagonista/creatore, che delinea così dagli intestini della storia le coordinate di un mondo che si crea mentre noi lo stiamo leggendo. Non essendoci strutture narrative pregresse, la metanarrazione di LaurenceEngraver può concentrarsi esclusivamente sul protagonista che – come in una sorta di trinità – è personaggio, demiurgo all’interno della sua storia e creatore al di fuori della pagina bianca.
oltremondo1

Questa attenzione profonda nei confronti del significato della creazione e del ruolo del creatore, fanno si che Oltremondo sia ammantato da un’atmosfera spirituale che lo avvicina davvero a un testo sacro, complice anche una certa dose di mistero ed ermetismo  che lo rendono ancora più affascinante. Questo accade soprattutto nella seconda parte del volume, Three me genesis – Before Oltremondo, un lungo racconto che funge da prologo alle vicende narrate e che ha il suo punto di forza in tavole a tutta pagine dal tratto dettagliatissimo perfetto per raccontare questo orrorifico Big Bang e la sua duplice natura carnale e spirituale. In questo prologo LaurenceEngraver costruisce una narrazione giocata quasi esclusivamente sui dettagli: i suoi disegni non si accontentano di offrirci la visuale di un microscopio per indagare la superficie degli organismi che abitano la storia, ma entra nei corpi come a volerne cogliere l’intimo mistero della creazione.

Molto diverso invece è lo stile narrativo della prima parte del fumetto, che si presenta con una classica griglia e uno stile di disegno meno denso rispetto alla seconda parte. Qui LaurenceEngraver asciuga il suo segno con linee più definite e un uso davvero potente delle silhouette. L’aspetto narrativo più interessante di questa prima parte è la sistematica alternanza tra scene d’azione e scene di dialogo, che LaurenceEngraver non contamina l’una con l’altra, ma tiene debitamente separate: se si combatte non si parla, se si parla non si combatte. Questo non crea alcuno scompenso narrativo nella storia, ma ne amplifica la parte emotiva. Se infatti c’è una cosa che stupisce di questo Oltremondo è la capacità del suo autore di coinvolgere emotivamente il suo lettore scaraventandolo in un vortice altalenante di sequenze d’azione e dialoghi importanti (che ogni tanto però peccano in ingenuità).

Con Oltremondo la Hollow Press ci presenta LaurenceEngraver in previsione della sua serie Aberration. Lo fa con un libro – che è anche la tesi allo IED dell’autore – che mette in mostra le sue capacità grafiche, i temi che gli interessano e il suo modo di raccontarci la sua storia. C’è un universo grafico stupefacente (e che può ancora maturare) e un’attenzione alle emozioni più viscerali del lettore che è difficile trovare in prodotti simili. Se Oltremondo doveva farci venire l’acquolina in bocca, LaurenceEngraver e la Hollow Press sono riuscite nel loro intento.

Oltremondo
di LaurenceEngraver
Prefazione di Ratigher
Hollow Press, 2016
96 pagg.

Laser #8 | Agosto 2016

Laser è l’elenco delle recensioni che ho pubblicato durante il mese. Di solito sono molto poche perché sono pigro.


repubblicadelcatchLA REPUBBLICA DEL CATCH di Nicolas De Crécy – Traduzione di Fay R. Ledvinka (Eris Edizioni, 2016)
De Crécy affronta la sfida di unire bande desinée e manga, mutando il suo metodo di lavoro. I ritmi di pubblicazione lo obbligano a realizzare all’incirca venticinque tavole mensili, e per uno che solitamente impiega anni per portare a termine le sue serie, non è semplice gestire una mole di lavoro del genere. Così il suo stile si fa meno denso e meno pittorico, e sopratutto gli sfondi sono sintetizzati e meno ricchi di particolari rispetto al passato. Anche il tratto di De Crécy subisce dei cambiamenti e diventa più immediato e sporco, meno preciso nel delineare i contorni e i particolari delle figure. Eppure tutto questo non appare mai come un downgrade delle sue potenzialità di autore.
Clicca qui per leggere tutta la recensione su Critica Letteraria.

principessaspaventapasseriLA PRINCIPESSA SPAVENTAPASSERI di Federico Rossi Edrighi (Bao Publishing, 2016)
Lo stile di Rossi Edrighi fa vibrare l’adolescenza su nuove corde, la rende selvatica, istintiva, arrabbiata e nervosissima, percorsa da un’energia che vorremmo rinchiusa tra le righe di un disegno ma che invece scalpita al suo interno frammentandone e distruggendone la sinuosa, perfetta e inutile continuità. Ogni linea tracciata da Rossi Edrighi sembra esplodere dall’interno, rendendo potente e fragile il suo tratto.
Clicca qui per leggere tutta la recensione.

navedeifolliLA NAVE DEI FOLLI di Marco Taddei e Michele Rocchetti (Orecchio Acerbo, 2016)
Si esce matti per un idea, ma lo si diventa per davvero solo quando si cerca di provarne la verità: così si presenta La nave dei folli, il libro illustrato scritto da Marco Taddei e disegnato da Michele Rocchetti, con un’idea di follia antica che sovverte la natura satirica e moraleggiante dei lavori di Brant e Hyeronymus Bosch (con cui condivide il titolo), ma anche anni di noiosa auto-narrazione in cui manager, artisti e altra gente ci hanno ripetuto fino allo sfinimento che la loro idea all’inizio era folle ma poi mica tanto, visto che adesso sono ricchi.
Clicca qui per leggere tutta la recensione.

La nave dei folli | L’elogio alla follia di Taddei e Rocchetti

Come liberarsi di un gruppo di matti che infesta la piazza del paese? Il borgomastro di Saggionia ha un metodo collaudato: prendere una bagnarola, ripararne due buchi su tre e riempirla di tutti quegli abitanti così folli da salirci sopra per attraversare il mondo. E Brandano non può che accettare, visto che in uno dei tanti sonnellini ha sognato che il mondo è tondo come una botte e dato che lui è un matto di professione non si accontenta più di gridare la sua verità per le strade di Saggionia, ma vuole verificare di persona quanto è solida la sua follia.

Si esce matti per un idea, ma lo si diventa per davvero solo quando si cerca di provarne la verità: così si presenta La nave dei folli, il libro illustrato scritto da Marco Taddei e disegnato da Michele Rocchetti, con un’idea di follia antica che sovverte la natura satirica e moraleggiante dei lavori di Brant e Hyeronymus Bosch (con cui condivide il titolo), ma anche anni di noiosa auto-narrazione in cui manager, artisti e altra gente ci hanno ripetuto fino allo sfinimento che la loro idea all’inizio era folle ma poi mica tanto, visto che adesso sono ricchi. La follia di Brandano non è nella sua idea e nemmeno nella spedizione cui è costretto a partecipare per provarne la veridicità. La sua follia sta nel fatto che l’illuminazione che la Terra sia sferica e non piatta non è basata su calcoli matematici, sull’osservazione degli astri, su qualsiasi altro dato scientifico che poteva far sorgere un dubbio legittimo, ma semplicemente nasce da un sogno. L’intuizione onirica di Brandano non ha dati che la sorreggono ed è per questo che la sua nave è davvero colma di folli: esploratori dell’ignoto senza esperienza, scienza e conoscenza dalla loro parte.

navdeifolli2

Marco Taddei (già sceneggiatore di Anubi) plasma il mondo di Brandano attraverso una lingua che si diverte a usare termini desueti e parole inventate, in un miscuglio evocativo che dona atmosfera e sostanza alla storia (e rende anche piacevole la lettura ad alta voce del testo). Lo stesso gioco di rimandi antichi uniti a invenzioni moderne è messo in pratica anche da Michele Rocchetti, che parte dalle miniature medioevali contaminandole di influenze nipponiche, geometrie deperiane e un uso del colore che riesce a unire toni più naturali a flashate fluorescenti che rendono le sue tavole quasi delle vetrate gotiche illuminate da luci al neon.

La struttura de La nave dei folli si srotola invece attraverso quadri singoli che racchiudono ognuno un diverso nemico, una diversa missione, diversi pericoli da affrontare. Ogni quadro è quindi un’avventura a sé e Taddei e Rocchetti tirano fuori il loro meglio da ogni pagina. In quest’epica dell’istante gli autori sembrano suggerirci che le grandi conquiste si fanno senza consapevolezza e solo dopo un lungo cammino di distrazioni, errori e digressioni.

navedeifolli3

Poco importa quindi se alla fine Brandano e la sua ciurma di sciamannati scoprono che la Terra è effettivamente rotonda, perché non hanno portato a termine l’impresa per dimostrare di avere ragione, ma semplicemente perché gli andava di farlo. E infatti una volta tornati a Saggionia con in mano la prova che la Terra è davvero rotonda, i folli non cominciano a essere considerati normali e non vengono reintrodotti nella società, ma avviene l’esatto opposto: sono i matti a sovvertire l’ordine delle cose e a plasmare la società sulle loro idee balzane, sulle loro intuizioni discutibili, sulla loro voglia continua di far pisolini e organizzare feste.

La nave dei folli
di Marco Taddei e Michele Rocchetti
Orecchio Acerbo, 2016
48 pagg.