Lo fallo perduto | Il mistero buffo di David Genchi

Dopo un ennesimo diluvio universale, la Terra si ritrova sommersa da acque salate che tutto cancellano e tutto purificano. Zebedeo rimane confinato su un isolotto in cui gli è impossibile recuperare del cibo o dell’acqua potabile. L’unica cosa che può fare è accettare il proprio destino e prendere ogni tentazione che gli casca addosso come una prova mandatagli da Dio in persona. Questa è la sua missione: compiacere un Dio che non esiste mentre il suo corpo muore e la sua mente impazzisce.

Perché se ci sono due cose certe ne Lo fallo perduto è che i demoni esistono, Dio no. C’è semmai l’idea dell’esistenza di Dio come strumento di contenimento e restrizione del proprio corpo e delle proprie volontà, una gabbia in cui il protagonista si rinchiude per annullarsi come uomo e diventare finalmente Santo, in mancanza d’altro. Il problema è che carne e spirito non possono disgregarsi e così, mentre la carne pulsa e accoglie, lo spirito finge di fortificarsi dietro la repressione dimostrando in realtà – tentazione dopo tentazione – la sua debole difesa contro la natura umana. Perché se a prima vista Genchi sembra concentrarsi principalmente sugli aspetti più visivi della storia, sulla carne del suo racconto, gran parte dei suoi sforzi narrativi vengono convogliati proprio nella creazione di questa idea di Dio, che non a caso prende forma attorno a quell’entità invisibile e misteriosa che è la narrazione.

In maniera abbastanza automatica quindi, il Verbo è Dio, e le parole (in lingua volgare) usate da David Genchi sono la prima manifestazione divina de Lo fallo perduto. Impersonando la forza divina che reprime e gioca col protagonista, Genchi si diverte a prendere in giro quel derelitto di Zebedeo, lo tormenta e lo dileggia con quell’Italiano volgare che diventa subito parlata buffa e cialtrona nel suo essere sporca e scurrile e al contempo antica e rispettabile se paragonata a quella attuale. L’autore si diverte a creare una lieve dissonanza umoristica: da una parte la disperazione totale e l’estasi fallimentare del martirio (portate avanti esclusivamente con le immagini), dall’altra un Verbo che invece innalza spiritualmente il sacrificio di Zebedeo con un tono serio che diventa poi parodistico e crudele, tanto da  fare emergere tutta la cieca stupidità del protagonista. Genchi usa poi l’espediente delle didascalie che riempiono tutta la vignetta per ribadire la centralità del Verbo rispetto alla vicenda del protagonista. Quelle didascalie mettono Zebedeo letteralmente in secondo piano, a volte coprono il suo volto o nascondono la porzione di immagine potenzialmente più interessante per il lettore, per il solo gusto di ribadire il potere di una voce divina che falsifica e cela gli accadimenti per il proprio tornaconto.

La regia di Genchi invece, è la gabbia che tiene il protagonista intrappolato sull’isolotto per soddisfare il divino egocentrismo del Verbo. La prima cosa da notare in questa gabbia quadrata composta da nove moduli, è che nella maggior parte dei casi le immagini che Genchi inserisce nelle vignette, non sono immagini “complete” ma particolari di scene più grandi su cui Genchi zooma, ritaglia e ingrandisce per estrapolare il gesto o l’espressione che più gli interessano.
Genchi prende poi questi tasselli che sintetizzano degli istanti, e li monta su quella griglia da nove moduli ricreando un’immagine che abbia valenza sia nel suo complesso che nel suo dettaglio. Oltre a una lettura che spesso si fa circolare più che lineare, il risultato dà vita a contrasti interessanti tra l’armonia sprigionata dalla pagina nella sua interezza e la frenesia che scaturisce invece dalle vignette, come se avvicinandoci a un mosaico scorgessimo nei suoi tasselli immagini indipendenti e shockanti. Da questa scelta registica deriva una gestione del tempo dilatata ed espansa che si concentra sulla progressione dei movimenti nello spazio e nel tempo, creando tra una vignetta dei salti temporali nervosi ma che, ancora una volta, trovano un’inaspettata armonia nella visione generale della tavola.

Lo fallo perduto è un fumetto vivace nel suo proporre continuamente al lettore soluzioni narrative stupefacenti, divertendolo con una vicenda satirica e blasfema che sfocia spesso e volentieri nell’horror più marcio e nella pornografia più esplicita. Se Dario Fo avesse letto Devilman, il suo Mistero buffo sarebbe stato proprio così.

Lo fallo perduto
di David Genchi
Hollow Press, 2018

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Zinedrome #3 | AFA 2018: dolce e brulicante come carne andata a male

Zinedrome è una rubrica su autoproduzioni, zine, collettivi e queste robe qui. Esce quando ne ha voglia.

Che bello parlare dell’AFA mentre c’è l’afa, guardarsi allo specchio e vedersi trasfigurato in uno Sgorbions. Sudore, pelle arrossata e squamata, occhiaie per il poco dormire, gli angoli della bocca appiccicosi di ghiaccciolo, le orecchie assalite dalle zanzare, ma in fondo che bello essere orrendi. Tom Bunk è un vecchio bizzarro, matto abbastanza da volerci ricordare in ogni suo disegno quanto è divertente la sporcizia, quanto lo sono i fluidi corporei, i corpi deformi e i giochi di parole per prendere e prendersi in giro. All’AFA era presenta una selezione dei suoi primi lavori: sembrava di vedere cose di Jacovitti lasciate fuori dal frigor a marcire. Bellissimo.

Prosegue anche quest’anno il lavoro di recupero che AFA – Autoproduzioni Fichissime Andergraund sta facendo con la misconosciuta e militante casa editrice nordcoreana Yellow Kim. Una mostra presenta tutte le tavole della ristampa anastatica del Tex Situazionista, opera di costante, tremendo e selvaggio détournament sul personaggio bonelliano per eccellenza. Gli autori (tantissimi e tutti anonimi) modificano, distruggono, ricostruiscono, sovrappongono e mischiano, destabilizzano la solidità bonelliana giocando con volgarità, mostruosità e bassi istinti. Un capolavoro dell’assurdo. Se lo volete recuperare contattate l’AFA sulla loro pagina Facebook e mettetevi d’accordo grazie alla forza dell’amicizia!

Adesso facciamo che vi racconto i fumetti che ho comprato.

Mi sembra giusto cominciare con un’infornata di fumetti di Hurricane Ivan, uno degli organizzatori dell’AFA e autore orgogliosamente underground (nel tratto, nei riferimenti, nei metodi di produzione). La sua è satira acidissima che corrode le carni come quella degli Scarabocchi di Maicol e Mirco: non attacca solo persone e comportamenti, attacca la vita stessa. Se non lo conoscete rifornitevi qui, oppure aspettate settembre per leggere la raccolta de I sopravvissuti (pubblicati in origine su Linus) in uscita per Eris Edizioni.

CAPONE BACK FROM HELL
di Hurrican Ivan (Chicago Comics Productions, 2017)
Al Capone torna dall’inferno e a suon di favori, minacce e riscossioni fa tornare felicità e prosperità in una nazione di morti viventi. La satira di Hurricane Ivan è un tritatutto marcio e grottesco che non mostra alcuna pietà per i potenti e ancora meno nei confronti di chi potere non ne ha. Tutto si sta sciogliendo, tutto sgronda al suolo, resistono solo gli eccessi: chi divora per il potere e chi è abbastanza insulso da farsi divorare per ultimo. A ridere e spartirsi i resti e le macerie del nostro mondo rimangono i morti, che non sono poi tanto diversi da noi. 

SILLY SHOCKING STORIES #1
di Hurrican Ivan (Chicago Comics Productions, 2016)
Queste Silly shocking stories di Hurricane Ivan sembrano figlie del delirio e dei terrori atomici della Guerra Fredda, trasformatisi grazie al proverbiale ottimismo statunitense in banali quotidianità e confortevole routine. Così l’umanità post-atomica immaginata da Hurricane non solo convive con malformità e mostruosità di vario genere, ma crea ex novo mutazioni genetiche per migliorare e migliorarsi agli occhi del loro unico e solo Dio: il consumismo. Una commedia horror illuminata dai neon di un ipermercato.

De Press è forse l’unica realtà indipendente che vuole spingere il fumetto un poco più là. Non si sa dove, ma quel là è abbastanza lontano da rendere ognuno dei loro libri un’esperienza di lettura capace di mettere alla prova il lettore. Ci sono cose matte, cose divertenti, cose che sembrano astratte e invece no, cose che sembrano materiali e invece no, cose piene di righette (come quelle di Andrea De Franco, anche creatore dell’etichetta) e cose pittoriche, cose fatte con le fotografie e cose fatte con la tecnica del computers. Insomma, cose che dovete comprare sborsando dei soldi qui.

PICCOLO NIENTE 
di Andrea De Franco (De Press – Libreria Modo Infoshop, 2018)
Piccolo niente è la storia di un’inquietudine che per trovare la calma diventa materia. Si trasforma in fantasma (anche se sarebbe meglio dire in lenzuolo) ma gli incubi seguitano a funestare i suoi sogni. Decide così di mutare in un molle e soffice impasto che il suo proprietario può modellare, massaggiare e lasciar lievitare in pace per tutta la notte all’interno di una bacinella segreta. Sorprende ancora una volta la capacità di Andrea De Franco di raccontare cose invisibili rendendole palpabili e reali attraverso il fumetto. Lo fa ormai con mano sempre più sicura, sfruttando le sue influenze e l’esperienza acquisita coi suoi lavori precedenti (per esempio qui si nota come i suoi esperimenti più astratti trovano modo di inserirsi in una narrazione a fumetti più classica), ma percorrendo ormai una strada che è quasi esclusivamente sua. De Franco sperimenta e fa il matto, ma non dimentica mai di lasciare un’emozione o un sentimento al lettore.

DRAMMATICO COME UN VAN GOGH
di Beatrice Bertaccini – Testi di Fabio Cesaratto (De Press, 2017)
Immaginate se i dipinti di Van Gogh cominciassero a popolarsi improvvisamente di Puffi: penserete subito che quelle atmosfere verranno inevitabilmente tradite dalla giovialità degli omini blu. Il lavoro di Beatrice Bertaccini è qui a dimostrare il contrario, perché in questo caso i due poli opposti non vengono uniti (si evita così la conseguente e naturale preponderanza di uno dei due) ma solo affiancati. Ne esce fuori un libro che propone in ogni illustrazione un po’ delle atmosfere tese di Van Gogh e un po’ quelle naive dei Puffi, creando un interessante contrasto e una reciproca influenza tra i due opposti (infatti non sempre a portare la felicità sono i Puffi e non sempre è Van Gogh il portatore dei tormenti). Il libro pubblicato da De Press Publishing si intitola Drammatico come un Van Gogh, ma sarebbe potuto intitolarsi benissimo Felice come un puffo.

FONTANESI – GRAN RISERVA RATATA’
di Fontanesi (De Press, 2017)
Se dovessi ridurre a due i motivi per cui sto su instagram, direi Riley Nixon e Fontanesi. Questa non è la sede adatta per parlare in maniera precisa della Nixon (ce ne sarebbero da dire, ma tant’è), quindi passiamo direttamente a Fontanesi. Maestro del collage digitale, creatore di mondi paralleli, oggetti futuristici, ibridi e mutazioni, la fotografia di Fontanesi parte come realista (fatta di zoom digitali e scatti rubati), si fa deviare dal surrealismo dei fotomontaggi e poi torna qui sulla Terra. L’occhio di Fontanesi è quello di un alieno che registra il nostro mondo con strumenti non adatti, e cerca poi di ricomporlo un po’ a memoria e un po’ secondo i suoi parametri extraterrestri. De Press raccoglie in questo secondo catalogo realizzato appositamente per il Ratatà di Macerata, alcune tra le sue cose migliori. Seguite Fontanesi su Instagram e poi vantatevi con gli amici di avere tra le mani anche la versione cartacea di una cosa che sta su internet.

HOMMAGE #2
di Lorenzo Matteucci e Simone Proietti Timperi (De Press, 2018)
Continuano le avventure della coppia del fumetto più psicopatica e colma di buoni sentimenti: Hoovy e Golden Boy. Questo secondo episodio parte cupo, sostituendo le superfici lucide del primo con un bianco e nero brulicante amplificato dalla carta verde su cui è stampato. Il risultato sembra un episodio dei Teletubbies diretto da Béla Tarr. Matteucci e Proietti Timperi proseguono con una narrazione acida i cui picchi di stralunata dolcezza riescono a renderla ancora più straniante. Si va spesso in corto circuito, ma è quello che da queste parti si cerca.

Quelli del Doner Club sono giovani, sono matti e stanno imparando tutte le mosse per mandare al tappeto i loro lettori e i loro colleghi. Mi piace come cercano di raccontare la quotidianità attraverso filtri insoliti (in questo caso dei funny animals sotto anabolizzanti e uno shonen provinciale sul bullismo). Recuperate tutto quello che potete dal loro negozio online.

NOONDAY #1-2
di Dario Sostegni (Doner Club, 2017-2018)
Una città, un meteorite ebete che ne minaccia la distruzione e quattro abitanti che fanno i conti con l’eventualità di morire da un momento all’altro. Dario Sostegni continua a crescere e affina sempre di più il suo tratto molto materico raggiungendo qui una sintesi, un divertimento e una complessità che in passato aveva solo sfiorato. Sicurissimo delle forme dei propri personaggi, Sostegni li accompagna in questa storia di solitudini e apocalisse, modellando emozioni e sentimenti taciuti con quella materia molle di cui sono fatti. Anche lo storytelling procede sicuro, con una regia a cui piace girare in tondo ai suoi protagonisti come a volerne registrare ogni centimetro di corpo. Completano il quadro i colori di Federica Bellomi e Maria Melotti, precisi nel farsi a volte intimisti e a volte psichedelici. Peccato solo per un finale un po’ sospeso, capace di dare una conclusione soddisfacente alla parte emotiva ma che rimane un po’ irrisolta per quanto riguarda la semplice trama.

GRAVEYARD KIDS #2
di Davide Minciaroni (Doner Club, 2017)
La prima cosa da dire su Graveyard Kids è che ha vinto il Premio Micheluzzi come Miglior serie dal tratto non realistico. La questione è epocale: non solo perché a vincerlo è un’autoproduzione stampata dall’edicolante sotto casa in tempi in cui ogni cazzo di fumetto è stampato su carta di riso da 300 grammi, ma perché questo fumetto non fa ridere. Dopo anni in cui il Micheluzzi ha ridicolmente premiato in questa categoria gentaglia come Don Alemanno, varie inutilità Disney e ripetendo la stanca fanfara dedicata a Rat-Man oltre ogni tempo limite (e questo solo perché tratto non realistico = storielle da ridere), siamo finalmente di fronte a un cambiamento. Il fumetto di Davide Minciaroni è uno shonen marcissimo pieno di bottemanga, bulli, cortili pericolosissimi, ragazzini disgustosi ed eroi pieni di dubbi. Minciaroni rispetta tutte le regole del genere (compresa la completa trasparenza nel raccontare i pensieri del protagonista) e non si vergogna a rimanere in superficie per dare la precedenza a una narrazione solida e già matura, capace di intrattenere, divertire ed emozionare in maniera genuina. Avanti così.

LISTALAMISE – Gli avanzi della muffa
di Lise & Talami (Autoproduzione, 2017)
Listalamise – Gli avanzi della muffa si apre con una dichiarazione di guerra contro la trama, un racconto che mette subito in evidenza la stupidità delle connessioni dell’intreccio, delle ricostruzioni psicologiche in cartongesso e dei finali con qualcosa da insegnare. Il fumetto che segue fa anche di meglio: completamente sganciato dai bisogni autoindotti di una storia (o quella che noi in senso tradizionale riteniamo tale), il fumetto procede per quadri disgiunti, indipendenti tra loro e al contempo parti organiche di uno stesso racconto. Ognuno di loro ha un capo e una coda, ma appartengono ad animali diversi. Lise e Talami riducono in macerie la trama per sbriciolare ogni meccanismo invisibile di potere: religione, burocrazia, medicina, il fumetto stesso. Creano un linguaggio a parte e rifiutano di raccontare l’umano preferendogli la materia in putrefazione di cui è composto. Abbattono i muri portanti della società e del fumetto e si fanno cascare l’edificio in testa.
Non so dove potete acquistarlo, ma fossi in voi contatterei gli autori su Facebook e sicuro che in qualche modo riuscirete ad accaparrarvene una copia.

LA CAIDA E COYOTA
di Juliette Bensimon Marchina – Traduzione di Valerio Bindi (Fortepressa, 2017)
Se siete alla ricerca di una storia femminista, socialmente impegnata e capace di parlare di adolescenza, La Caïda e Coyota è il fumetto adatto a voi. Se invece cercato un fumetto pieno di sparatorie, ricolmo di sete di vendetta e licantropia, La Caïda e Coyota fa ancora una volta per voi. Il fumetto della messicana Juliette Bensimon Manchina si divide letteralmente tra b-movie e storia di un’adolescenza disadattata, sfruttando una divisione dei capitoli, che si succedono regolari dividendo così con precisione lo spazio dedicato alle due trame, diversificate tra loro anche da due colori diversi. In mezzo a questi due elementi la Bensimon Marchina trova l’equilibrio giusto per far diventare il suo fumetto un affresco femminista puro, senza proclama e senza spiegoni, e raccontare in maniera nuova (ma non meno dolorosa e sofferta) i femminicidi che flagellarono Ciudad Juárez negli anni Novanta.
Se non  volete perdervi uno dei titoli più sorprendenti dell’anno, andate qui.

JUNKO
di Danilo Manzi (Hollow Press, 2018)
Danilo Manzi racconta la storia vera e tremenda di Junko Furuta attraverso la partita a mahjong cui è appesa la sua vita. Le tessere e le mani si muovono sulla superficie del tavolo che Manzi lascia quasi sempre fuori campo come a suggerirci che il vero gioco e la vera strategia stanno altrove. Infatti superata la linea di demarcazione del tavolo e abbandonate le tessere, Manzi dà vita a un giocopsicologico che lentamente si trasforma in una storia di fantasmi. La matita di Manzi ha la forma dell’incubo sottile, gli spazi che costruisce brulicano di sporco e malvagità, i corpi dei carnefici invece sono statue disarmoniche che cercano di riempire la scena senza grossi risultati. L’unico vero corpo è quello martoriato di Junko Furuta, uno spirito di vendetta la cui presenza è centellinata e per questo ancora più deflagrante.
Potete acquistarlo direttamente sul sito della Hollow Press.

LA MÉPRIS
di Fumettibrutti (Autoproduzione, 2017)
Volevo partire da questo remake in forma di poster-fumetto del film omonimo di Godard, per imbastire l’articolo su Fumettibrutti che ho scritto per Fumettologica. Poi le cose sono andate diversamente, ma continua a piacermi come la Signorelli ricomponga le tessere cinematografiche di Godard in un mosaico che è al contempo sia visione panoramica del corpo della Bardot, sia raccolta microscopica e indipendente delle porzioni che lo compongono. Se Godard riusciva a essere erotico, la Signorelli con quel suo gioco di totale/particolare riesce a essere erotica e pornografica al tempo stesso.
Anche in questo caso nessuno store online ma chiedete pure sulla pagina Facebook di Fumettibrutti.

Non bisogna dare attenzioni alle bambine che urlano | Le piccole donne degli anni ’90

Arrivato all’ultima pagina di Non bisogna dare attenzioni alle bambine che urlano, non ho potuto fare a meno che ripensare a Piccole Donne. O meglio: all’incipit di Piccole Donne. Non mi posso definire un amante del romanzo della Alcott ma ho sempre trovato quel primo capitolo un piccolo capolavoro di sintesi: quello che vediamo in superficie è la semplice notte di Natale tra quattro sorelle che scherzano in attesa di aprire i doni. È un dialogo che la Alcott usa per tracciare velocemente i profili delle sue protagoniste, e infatti sono subito chiari il carattere e la visione del mondo di ognuna di loro. Non solo: la Alcott riesce anche a raccontarci della loro famiglia e delle sue angosce legate al periodo storico. E tutto questo con un dialogo leggero, spesso divertito nei toni (anche se si ritaglia piccolissimi momenti di malinconia) e veloce nel botta e risposta, con un ritmo narrativo che pare quasi quello di una sitcom.

C’è poi una scena particolare che rafforza il legame con il fumetto di Eleonora Antonioni e Francesca Ruggiero. A un certo punto le sorelle cominciano a battibeccare tra loro per i comportamenti da maschiaccio di Jo che, di tutta risposta, dice:

[…] e se il tirarmi su i capelli mi fa diventare una signorina, porterò la treccia giù, fino a venti anni! — gridò Jo, strappandosi via la rete e lasciandosi cadere sulle spalle una bellissima treccia di capelli castagni.
— Penso con raccapriccio che un giorno dovrò pur essere la signorina March, dovrò portare le sottane lunghe e metter su un’aria di modestia e di affettazione come la mia cara sorella! È la cosa più insopportabile del mondo pensare d’essere donna quando darei qualunque cosa per essere nata uomo! Ed ora che muoio dalla voglia di andare al campo con papà, mi tocca star qui a far la calza come una vecchia di cent’anni! — E Jo, in un impeto di rabbia, gettò per terra la calza che stava facendo, tanto che il gomitolo di lana andò a rotolare dall’altra parte della stanza.

Jo March rifiuta il ruolo impostole dalla società, tiene i capelli slegati  e si permette addirittura un impeto di rabbia. Probabilmente avrà anche gridato ma poco importa, perchè Non bisogna dare attenzioni alle bambine che urlano, in modo da non legittimare i loro capricci e i loro pensieri strani. Un po’ quello che accade alle tre protagoniste degli altrettanti racconti che compongono il libro di Eleonora Antonioni e Francesca Ruggiero, tre ragazze che gridano la propria indipendenza e cercano qualcuno con le orecchie abbastanza pronte e gentili da ascoltare le loro urla di gioia e le loro urla di dolore.

Ad ascoltarle, almeno all’inizio, c’è solo il loro diario scolastico, contenitore di pensieri, amori, collage, disegni, firme, frasi e ritagli di riviste. È dall’immaginario di quei diari rigonfi e traboccanti che occupavano gran parte dello zaino, che la Antonioni e la Ruggero basano la narrazione del loro fumetto. Dal punto di vista dei testi, la Ruggiero sceglie un registro semplice e spontaneo, sì diretto ma con numerose sfumature che vanno dalla privata timidezza quando deve raccontare le vicende personali delle protagonista, o da un aspetto giocosamente cronachistico quando si mette a fare il chi-ama-chi o il chi-stainsieme-a-chi. In realtà la ricostruzione complessa di quel linguaggio spontaneo va oltre, riuscendo a restituirci anche il peso che quelle parole scritte rivestono nella vita delle protagoniste. In un mondo in cui le loro urla (ripeto: sia quelle di aiuto che quelle di gioia) non vengono percepite, ogni parola su quel diario è come scolpita nella pietra, sia come testimonianza indelebile ed eterna dei propri sogni, delle proprie paure e insicurezze, sia come riconoscimento di una tappa importante (il primo bacio, il primo amore, la prima amicizia, che non si sa mai se esistono prima nel diario e poi nella vita oppure viceversa). Insomma, i loro pensieri diventano legittimi perché messi nero su bianco. Anzi, rosso, blu, nero e verde su bianco.

Sì, perché la Antonioni decide di disegnare il tutto con una penna Bic a quattro colori. Quello che all’inizio può sembrare semplicemente un gioco, acquista significato dopo qualche pagina, perché quei quattro colori che tracciano i contorni delle vite delle protagoniste, sono gli stessi che utilizzano le ragazze per raccontarsi: diario e disegno diventano la medesima cosa, si ritrovano su uno stesso piano e tra loro si confondono. È a questo punto che il racconto si fa davvero diretto e siamo guidati all’interno di tre universi personali, fieramente soggettivi e parziali nel loro raccontarsi.

La regia di Eleonora Antonioni lavora principalmente su una tavola di quattro vignette, un formato strano che però sembra fatto su misura per trasmettere una dimensioni intima ed esclusiva del racconto, capace di contenere esclusivamente il corpo della protagonista o al massimo quella della persona con cui in quel momento condivide un sentimento. È un mondo piccolo e accogliente quella vignetta, a cui la Antonioni ritorna ci fa tornare con piacere quando cambia il modulo della tavola, sia allargandolo per  raccontarci le scene di massa, sia frammentandolo ulteriormente in parti più piccole nei momenti più concitati.

C’è però un altro aspetto del lavoro dell’autrice che mi ha stupito più di ogni altra cosa. Cerco di spiegarmi bene per evitare fraintendimenti: seguo la Antonioni da tempo e ho sempre trovato il suo tratto pervaso da un erotismo retrò, raffinato ma al contempo mai nascosto. Pensavo di ritrovarlo anche qui e invece no. Tutte le ragazze di Non bisogna dare attenzioni alle bambine che urlano sono bellissime, affascinanti, qualcuna è un po’ stronza e qualcuna è un po’ troppo buona, eppure nemmeno per un secondo le ho pensate come dei corpi. La semplifico ulteriormente: non mi è mai capitato di pensare Ah, guarda che belle tette! ed è una cosa che faccio praticamente sempre. Magari è autosuggestione, ma ho trovato il fumetto totalmente privo di qualsiasi ambiguità di natura sessuale. Non c’è la volontà nelle due autrici di fare l’occhiolino al lettore, di raccontargli questioni di sentimenti per poi dargli il contentino scabroso del capezzolo, della chiappa, del pelo pubico. La Ruggiero e la Antonioni raccontano un erotismo e un’eccitazione così racchiusi nella sfera privata delle protagoniste da perdere qualsiasi valenza puramente erotica e trasferirsi direttamente su un piano più profondo che coinvolge i legami, i sentimenti e, perché no, anche il proprio corpo.

Un’ultima cosa. Non bisogna dare attenzioni alle bambine che urlano non è un’operazione nostalgica. Gioca con il vintage anni ’90 ma mira a essere un testo universale. Come in un racconto in costume, gli anni Novanta non sono argomento ma scenario di contenuti universali. Proprio come Piccole donne che ancora oggi continua a raccontare alla bambine del nuovo millennio, come arrabbiarsi, volersi bene e tenere i capelli slegati finché se ne ha voglia.

Non bisogna dare attenzioni alle bambine che urlano
di Eleonora Antonioni e Francesca Ruggiero
Eris Edizioni, 2018

 

The Rust Kingdom | Una recensione che non parla di spadate

Mi smentisco subito: questa recensione parlerà anche delle spadate. All’inizio non volevo farlo perché quasi tutte le recensioni che ho letto di The Rust Kingdom parlavano giustamente di fendenti, affondi, lame e tagli e come mio solito volevo prendere il fumetto di Spugna da un’altra angolazione. Il problema è che con The Rust Kingdom non si può proprio prescindere dalle spadate. Replicando la formula alla base di Una brutta storia in cui i pugni (e di come si ricevono) diventavano il perno attorno a cui ruotavano l’universo visivo e il ritmo narrativo, Spugna aggiunge complessità cercando per questo The Rust Kingdom di connettere alle spadate anche il nucleo tematico del suo fumetto. E quindi i colpi, i fendenti e le spade sguainate non possono essere isolate e messe in un angolo.

Questo dice molto su Spugna, uno che con quei disegni potrebbe sfruttare l’ondata di banalità citazioniste e nostalgiche, e invece sceglie di prendere una strada più complessa, che non rinnega mai le proprie fonti di ispirazione e non sfrutta il genere come semplice costume di scena o macchinario per far avanzare la propria storiella. Lo Sword and Sorcery per Spugna non è un fondale su cui ambientare la sua storia, ma la pozzanghera in cui ribolle il brodo primordiale del genere, con le sue regole, i suoi personaggi, i suoi temi e i suoi modi narrativi. Prende quella materia e ne estrae gli elementi che gli interessano, li affina in base al proprio gusto e alle proprie necessità, rimettendola poi a ribollire nel calderone che sta rimestando. È un processo questo a cui Spugna ha evidentemente dedicato molto tempo e molta cura: il risultato infatti è, prima di ogni altra cosa, l’imporsi di una narrazione che non si accontenta esclusivamente della solidità, del tenere tutto in piedi fino all’ultima pagina minimizzando i traballamenti, ma che mira a una perfezione monolitica.

La partenza è un modulo da tre vignette orizzontali che Spugna utilizza come base, già suggerendoci uno sviluppo latitudinale dei movimenti. È un’inquadratura che ci introduce lentamente, con un’attesa da cinema western: una landa desolata, un’esplosione controllata nel terreno ed ecco il nostro protagonista sbucare dal nulla per vagare nel nulla. Controcampo sull’orda di nemici e poi si va sul primo piano del nostro eroe, ignaro che alle sue spalle un esercito di mostri affamati lo sta per raggiungere. Fate attenzione al mostro con la scure, a come Spugna lo rende improvvisamente il vero punto focale di questa scena: sin dalla prima inquadratura quando il suo corpo è poco più che una silhouette, l’autore comincia a disegnare la traiettoria della rotazione dell’ascia finché – arrivata nei pressi della testa del protagonista – Spugna blocca quel movimento armonico prima dell’impatto, zooma improvvisamente sull’occhio del protagonista e poi si scatena. Dalla tavola successiva in poi, difficilmente troverete in The Rust Kingdom due moduli di tavola del tutto simili (a esclusione della struttura di partenza) perché Spugna àncora la sua regia ai movimenti e cerca di spremerne fuori ogni goccia di potenza espressiva. Più che le inquadrature vere e proprie (che sono in fondo solo il risultato di una riflessione), è interessante notare la scelta dei movimenti che le influenzano, perché Spugna evita di essere banalmente spettacolare evitando di fare affidamento solo sui movimenti del personaggio principale e delle sue armi, ma li alterna ai colpi mancati dei nemici, ai fiotti di sangue, ai balzelli e alle cadute, agli atterraggi gradassi e alle spade conficcate. L’occhio di Spugna seleziona i movimenti migliori per creare una perfetta sinfonia tamarra fatta di improvvise frenesie create con tavole che cambiano continuamente struttura, e spaventosi vuoti d’aria non appena la linea dell’orizzonte viene quasi del tutto annullata dalle terrificanti splash page verticali che, modificando temporaneamente l’orientamento latitudinale delle vignette, irrompono nella narrazione con maestosità e imponenza.

La storia avanza con una fluidità sbalorditiva proprio perché emerge dai movimenti e dalle azioni, non dai dialoghi (rarefatti, essenziali) o da un setup del contesto che, come spesso accade altrove, in un paio di capitoli ci spiega tutto quanto e poi pretende pure di essere credibile. L’autore ci consegna le coordinate della sua storia tavola dopo tavola, svelandoci poco per volta gli intenti e la missione del protagonista, preservando dallo sguardo del lettore le parti migliori della sua storia. Senza mai rendere subito chiaro del tutto il percorso tracciato per The Rust Kingdom, Spugna riesce a preservarne un senso di meraviglia capace di stupirci e coglierci di sorpresa continuamente.

In The Rust Kingdom la quest arriva prima della storia, ma quando (praticamente sul finale) la storia irrompe finalmente nella narrazione, non ce n’è più per nessuno: all’improvviso questo fumetto gradasso e tecnicamente perfetto si trasforma in un dramma prepotente e disperato. La rivelazione finale è deflagrante non tanto per la svolta della trama in sé, quanto per il peso che riesce ad avere su tutto quello che abbiamo visto finora. Lo si nota soprattutto dal cambio di prospettiva che subiscono quei dialoghi spezzettati del protagonista, quelle parole dure ed essenziali che sembrano messe lì per accentuare il suo distacco eroico, ma che alla fine assumono una tragicità devastante per come riescono a raccontarci follia e fragilità.

C’è questo senso di tragedia ineluttabile che aleggia per tutto il libro e che non ci si sa spiegare. Quando emergono i motivi (anche questa volta Spugna fa la scelta raffinata di non spiattellarci tutto sul foglio ma accenna solo alle cose che ci servono, lasciando il grosso della storia a scalpitare nell’ombra) si arriva alla consapevolezza che The Rust Kingdom è nel suo nucleo un dramma shakespeariano cupissimo sul potere nefasto della famiglia. Quelle emozioni nette che Spugna ha raccontato con precisione, cominciano così ad assumere contorni più sfumati e con loro i personaggi assumono una tridimensionalità tale da renderli misteriosamente complessi. Così l’eroismo è obbligato a contaminarsi con il fallimento più duro e cupo, la spavalderia con la cieca disperazione, e la forza fisica con il disfacimento del corpo.

E tutto questo senza mai rinnegare nemmeno un fendente, un sorrise ebete di un mostro o qualsiasi altra smargiassata.

The Rust Kingdom
di Spugna
Hollow Press, 2017

Laser #20 | Autunno – Inverno 2017/2018

Laser è l’elenco delle recensioni che ho pubblicato durante il mese. Di solito sono molto poche perché sono pigro.

MALLOY: GABELLIERE SPAZIALE di Marco Taddei e Simone Angelini (Panini 9L, 2017)
Il Malloy: gabelliere spaziale di Taddei e Angelini sta a metà strada tra Garibaldi e Fantozzi. Del primo conserva lo spirito d’avventura, la spavalderia e un certo esotismo, del secondo invece condivide il lavoro da impiegato, il totale asservimento al suo superiore e un amore puro per la sua mostruosa famiglia. È questa forse l’operazione più coraggiosa di un libro che si prende già tantissimi rischi: fare dell’eroico protagonista un servo puro, uno scaltro collaborazionista del Potere Forte pronto a fare di tutto pur di portare al termine la missione assegnatagli ed esaudire qualsiasi richiesta gli venga fatta dai piani alti dell’Impero.
Leggi la recensione su Duluth Comics.

BENVENUTI A LALAND #1-2 di Luciop (Shockdom, 2015-2017)
Lalaland non è un bel posto e il primo a pensarlo è Luciop, che in questa città fatta di melassa e caldo tropicale ci ha ambientato due fumetti – entrambi editi da Shockdom – che sono forse le due storie di pre-adolescenza più inconsuete e folli che il fumetto italiano ha raccontato negli ultimi anni.
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B COMICS – FUCILATE A STRISCE. SHHH! a cura di Maurizio Ceccato (Ifix, 2016)
Giunta al suo terzo volume, l’antologia a fumetti curata da Maurizio Ceccato (con la consulenza di Lina Monaco) si presenta questa volta come un gigantesca tablet, un touch-screen percorso da sottili linee in rilievo che sembrano alfabeto Braille o una pelle di serpente. Poco importa: Ceccato ci sta solo avvisando che a questo giro dobbiamo acuire i nostri sensi e dimenticarci per qualche ora della parola scritta. I rumori, quelli no. In Shhh! c’è silenzio perché non parla nessuno, non per limiti tecnici o per imposizione, e infatti si tratta di un silenzio naturale di cui percepiamo ogni sfumatura.Leggi la recensione su Critica Letteraria.

AMERICAN MONSTER VOL.1 – Dolce casa di Brian Azzarello e Juan Doe – Traduzione di Stefano Formiconi (saldaPress, 2017)
Al contrario del mostro di Shelley, però, quello di Azzarello non ci ispira alcuna pietà, nemmeno quando lo scrittore ci svela il suo passato e il suo ruolo di vittima. È una creatura di pura malvagità, senza un briciolo di pietà o compassione verso il genere umano, le cui caratteristiche morali ed emotive ha abbandonato nel momento in cui la sua trasformazione è avvenuta.
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IN SILENZIO di Audrey Spiry – Traduzione di Elisabetta Tramacere (Diabolo Edizioni, 2016)
In silenzio è la storia di un corpo. Certo, nella trama ci sono anche una coppia, un’escursione, persone che si perdono per un istante e poi ricompaiono, ma più che altro il fumetto di Audrey Spiry è la storia di un corpo, quello di Juliette. Capito questo è bene abbandonare la trama, lasciarla scorrere in sottofondo e non darle troppe attenzioni, così da concentrare la lettura su quel corpo che la Spiry immerge in un elemento che non solo gli è estraneo, ma nei cui confronti prova una certa avversione: l’acqua.
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THE SQUIRREL MACHINE di Hans Rickheit – Traduzione di Valerio Stivé (Eris Edizioni, 2017)
Le frequenti esplorazioni dell’abitazione diventano quindi il modo per i due fratelli di riappropriarsi delle loro vite, ed è per questo motivo che in fondo The squirrel machine non è altro che una storia di iniziazione in cui tutti gli elementi del fumetto (la creatività, la sessualità, il rapporto con la città, quello con la madre, la pressione della figura paterna) convergono per creare una complessa saga familiare e il conseguente cammino dei due protagonisti verso l’indipendenza.
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MARCH – Libro uno di John Lewis, Andrew Aydin e Nate Powell – Traduzione di Giovanni Zucca (Mondadori Oscar Ink, 2017)
Questo vorrebbe fare March: raccontare con la stessa semplicità e mitezza del suo protagonista una storia di grande eroismo personale e colletivo. Il risultato è desolante. Lo sceneggiatore Andrew Aydin evita qualsiasi tipo di enfasi e non fa altro che elencare i fatti, metterli in fila e ridurre il tutto a mera cronaca, come se bastasse riportare gli accadimenti per raccontare e descrivere una complessa situazione socio-politica e l’importanza del movimento per i diritti civili. Il risultato ottenuto è un fumetto istruttivo ma privo di qualsiasi mordente, una storia vuota che riesce coinvolgerci emotivamente tanto quanto una voce di Wikipedia.
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LA SAGGEZZA DELLE PIETRE di Thomas Gilbert – Traduzione di Elisabetta Tramacere (Diabolo Edizioni, 2017)
Per Gilbert la natura non è un’eterna primavera e la scoperta del proprio corpo non si rifà al banale motivetto del fiore che sboccia. Il corpo della protagonista acquista libertà e sensualità man mano che diventa sporco, peloso, rinsecchito, quando è pronto cioè a vivere la natura, accettando i suoi ritmi e i suoi cicli, la sua legge sorda e inesorabile a cui non possiamo fare appello.
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IL REGNO ARTIFICIALE di Francesco Marrello (Retina Comics, 2016)
Con il suo Lovecraft catodico, Marrello riesce a restituirci questo strano e non confortevole senso di meraviglia. Lo fa in maniera viscerale, prediligendo l’atmosfera e non l’azione e, caso più unico che raro, utilizzando tutti gli strumenti che il fumetto mette a disposizione, per ricreare la complessità emotiva della scrittura di Lovecraft.
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THE END OF THE FUCKING WORLD di Charles Forsman – Traduzione di Valerio Stivè (001 Edizioni, 2017)
È proprio per questa capacità che Forsman ha nel renderci partecipi dello sguardo esclusivo e intimo di due innamorati, che The End of the Fucking World non può essere altro che il racconto della loro storia d’amore. Tutte le tracce narrative che l’autore semina durante la storia (quell’accenno da thriller esoterico, l’impianto di storia on the road, il rapporto padre e figlio) infatti sono semplicemente accennate e mai sviluppate a dovere, proprio per inquinare il meno possibile il microcosmo sentimentale dei due protagonisti.
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I DILETTANTI di Conor Stechschulte – Traduzione di Elisabetta Mongardi (001 Edizioni, 2017)
Jim e Winston nel frattempo inciampano, scivolano, sanguinano dai tagli, fanno la conta dei denti saltati dalle gengive. Il fumetto di Stechschulte diventa senza preavviso una lunga e macabra sequenza di slapstick dove però non si ride mai, nemmeno per sbaglio. L’autore non mette in piedi un teatrino granguignolesco per prendersi gioco dei due protagonisti, ma fa diventare il meccanismo comico di cadute improvvise e botte in testa, una tremenda macchina del destino che non lascia nessuno scampo ai due protagonisti.
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Gigahorse #22 | Novembre 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo. Se non avete voglia di aspettare un mese per leggerle, fate un giro sul profilo Instagram. 

DEADPOOL #29-30-31
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)

Sul numero #29 Deadpool per il sociale: il mercenario chiacchierone aiuta una ragazza depressa a evitare il suicidio. Peccato Duggan non riesca a evitare quello dei suoi lettori, che non solo devono sopportare la solita azione di basso livello e l’umorismo di bassa lega, ma ora devono pure sobbarcarsi il tema importante. Ma anche no. Comincia la nuova run, che porta avanti lo scontro tra Deadpool e Madcap. Duggan fa il riassuntone di quello successo finora, vedremo dove andrà a parare. Per fortuna ai disegni di entrambe le storie c’è Matteo Lolli, che è un bel passo avanti rispetto al solito.
Sul #30 Spider-Man e Deadpool per sfuggire all’attacco di Itsy Bitsy si teletrasportano a Weirdworld, un luogo che voi lettori Marvel conoscete bene e invece io non ho mai sentito nominare, infatti almeno un paio di cose divertenti ci sono anche ma non le ho capite fino in fondo causa citazioni a me incomprensibili. Il resto è la solita verbosa caciara. Su L’inverosimile Gwenpool che succede invece? Flashback sul cattivone che farà felici i fan di Spider-Man, pem-pem-pim-pum, battutine, tenerezze, cliffhanger, sbadigli.
Si finisce col numero #31: Duggan costruisce la sua storia di Deadpool come un mosaico. Ogni episodio è una piccola tessera che andrà poi a comporre un’immagine più grande è complessa. Il problema è che i mosaici sono molto belli visti nell’insieme, ma a fissare una tessera alla volta ci si rompe veramente troppo i coglioni. Ai nuovi Mercenari per soldi toccano invece i consueti intrighi e la consueta retorica del gruppo scalcagnato ma con un cuore grande così. Davvero difficile sopportare uno schema che si ripete sulla testata da così tanto tempo e con così poche varianti.

DYLAN DOG SPECIALE #31 – Il pianeta dei morti: nemico pubblico n.1
di Alessandro Bilotta e Sergio Gerasi (Sergio Bonelli Editore, 2017)

Che bello dimenticarsi di Dylan Dog, tagliarlo fuori quasi del tutto dalle 160 pagine dell’albo e lasciare spazio alla follia e al dramma di Xabaras. Bilotta fa entrare in scena Dylan solo quando è indispensabile e infatti il cuore del racconto appartiene tutto a Xabaras tant’è che anche durante l’intenso finale stiamo dalla sua parte, condividendo con lui la disperazione, il fallimento, l’amarezza di una vita gettata al vento. Sergio Gerasi sfodera un tratto secco e tagliente, perfetto per raccontare un’umanità al capolinea, i corpi rinsecchiti, la pelle aderente alle ossa.

SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #8 – Notti di paura
SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #9 – Tornando a casa
di aa.vv. – Traduzione di aa.vv. (RCS Quotidiani, 2009)
Non si può dire che questo Notti di paura sia una raccolta di storie horror con protagonista il nostro Uomo Ragno di quartiere. È davvero difficile trovare qualcosa di puramente horror, tutto è declinato in salsa Spider-Man non tanto per il supereroismo (che ha comunque il suo bel peso nelle storie) quanto per la prospettiva umana con cui gli autori raccontano questi mostri. Davvero toccante la storia di origini di Morbius (il cui volto è forse la cosa più da horror classico qui presente), ma si viene coinvolti maggiormente dal dramma umano di JJJ che non vi svelo per evitare spoiler. Chiudono il volume due storie più recenti visivamente molto cronenberghiane ma troppo melodrammatiche per i miei gusti.
Capisco che la rilettura in chiave esoterica delle origini di Spider-Man in Tornando a casa possa aver fatto arricciare il naso a molti fan del Ragno, però ho la fortuna di non essere un fan e di aver letto talmente poco del personaggio da riuscirmi a godere questa storia discreta. Straczynski fa su un mischione ma non perde mai di vista il personaggio, la cui ricostruzione avviene tramite una crisi causata da un nemico troppo forte da sconfiggere. Romita Jr. di conseguenza tira fuori un Uomo Ragno il cui corpo è costantemente martoriato e innervato dal dolore. Sebbene la consueta mancanza di voglia nel disegnare le sequenze di dialogo, Romita Jr. descrive con grande partecipazione il dolore del personaggio, e infonde energia alle sequenze d’azione.

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN RINASCITA #14
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Come sospettavo alla fine questa run che doveva tirare le somme del rapporto tra il Joker e Harley Quinn si è rivelata una burletta deludente. Certo, ci si diverte sempre a leggerla e quando ci sono Timms e Hardin ai disegni ci vengono tolte varie soddisfazioni, il problema però è che la testata naviga da un po’ di tempo senza una vera direzione. Questa era l’occasione giusta per tracciare un nuovo percorso e invece il cazzo.
Inaspettatamente la cosa migliore di Suicide Squad è il lavoro di un Romita Jr che pare stia poco a poco rinascendo. La regia delle tavole mi pare ancora un poco pigra, ma quando si mette d’impegno tira fuori vignette davvero suggestive che, guarda caso, riguardano tutte Deadshot, protagonista dei momenti visivamente più interessanti della testata. Date a Romita Jr. una bella miniserie sul personaggio e lasciatelo sfogare un poco. (C’è anche la solita coda sensibile di sette pagine, a questo giro particolarmente disegnata di merda). Deathstroke sta diventando la mia soap-opera preferita, e non è un insulto. Mi piace la narrazione frammentata di Priest, il modo con cui gestisce un personaggio stronzo facendogli distruggere ogni particella della sua famiglia che, nel frattempo, cerca di resistere ai suoi attacchi. E poi ci sono i combattimenti, quindi stiamo a posto.

PARKER #3 – Il colpo
di Darwyn Cooke – Traduzione di Valeria Gobbato (Editoriale Cosmo, 2017)
C’è sempre qualcosa che fa andare storto un colpo. Parker lo sa bene, lui che pianifica e lubrifica gli ingranaggi delle malefatte, complessi meccanismi di personalità e capacità che Darwyn Cooke si diverte a scomporre e a rimettere insieme sfruttando il fumetto. Il suo lavoro su Parker sembra quasi quello di un fumetto didattico, dove il medium viene utilizzato per schematizzare eventi e legami, metterli su una griglia e tracciarne i collegamenti. Più che narrazione, quella di Cooke sembra una ricostruzione di fatti e moventi su cui si muove il suo protagonista, a volte pedina a volte burattinaio, ma sempre pronto a uscirne se non sano, perlomeno salvo.
PARKER #4 – Luna Parker
Ogni piano per il Parker di Cooke è una strategia di contenimento del caos. Ridurre gli imprevisti, prevedere i tradimenti, le controffensive, mettere in conto di dover prendere decisioni difficili affinché tutto fili liscio. Alle volte funziona e alle volte no, ma è per quello che esistono i piani B. Questa volta è andato tutto storto così Parker è costretto a rifugiarsi in un Luna Park abbandonato. Cooke mette in scena un assedio del forte in cui i toni western sono sostituiti da frivole atmosfere Tiki, e in cui come sempre la preparazione delle trappole non è meno interessante rispetto a quando le trappole entrano in funzione. Regia come sempre perfetta al millimetro, soprattutto nella prima parte che ho trovato davvero affascinante.

NECRON #3 – Nobiltà depravata / Strage in vagone letto
di Magnus e Ilaria Volpe (Editoriale Cosmo, 2017)
Trovo davvero difficile spiegarvi come mai Necron mi piace davvero tanto, probabilmente perché anche io non l’ho ancora capito bene. Una delle ragioni è sicuramente la serietà con cui Magnus confezione un prodotto che parrebbe essere becero e volgare. Una serietà che emerge dai costumi (quelli delle nobili della prima storia sono spettacolari), dalla caratterizzazione mai scontata dei personaggi, dalle strutture narrative che usa per incastrarci dentro due o tre scopate (la seconda storia tutta ambientata sul treno è esemplare in questo senso). Una serietà che investe per forza di cose anche un erotismo meno grossolano di quel che sembra, che sfocia spesso in una pornografia gaudente e divertita, a metà tra la goliardia e l’eccitazione (un discorso che peraltro può essere esteso anche alla componente horror). 

MEGG & MOOG IN AMSTERDAM AND OTHER STORIES
di Simon Hanselmann (Fantagraphics, 2016)
Quell’aspetto da sit-com anni ’90 che hanno le avventure di Megg e Moog, sta facendo emergere qualcosa di interessante che avevo inizialmente ignorato. Hanselmann intrappola i suoi personaggi in quegli stilemi fatti di stereotipi, personaggi ricorrenti, trame già viste, scenografie che si ripetono, li rinchiude e ci butta dentro il dramma che è quasi inevitabilmente nascosto sotto le stronzate e le risate registrate. I personaggi vengono lasciati a combattere contro questo dramma che non possono affrontare perché il mondo che gli sta attorno (e che sì, lo ha fatto Hanselmann ma in fondo se lo sono costruiti loro) non può e non deve cambiare, così come loro non possono crescere e maturare perché devono rimanere nel personaggio. È inquietante, fa paura, mette addosso una tristezza a cui riusciamo fin troppo facilmente a dare un nome.

BRITANNIA VOL. 1
di Peter Milligan e José Juan Ryp – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2017)
Quello di Britannia è un Milligan meno complesso e profondo del solito, che si mette al servizio di una storia semplice e lineare a cui riesce però a donare piccole sfumature che la rendono meno banale del previsto. C’è il tormento misterioso che affligge il protagonista, un mostro lovecraftiano che sembra funestare l’Impero, e un’ambientazione molto suggestiva. Milligan porta avanti il tutto col pilota automatico ma mai in maniera svogliata: il suo racconto è prevedibile ma coinvolgente sia nella componente umana che in quella orrorifica. Davvero buono il lavoro di Ryp ai disegni, grazie soprattutto a una regia efficace nonostante l’uso frequente di tagli arditi. Infine i colori di Jordie Bellaire aggiungono la giusta atmosfera malsana al racconto, con quella perenne foschia pestilenziale che ammanta l’accampamento e rafforza la parte fantastica del racconto. Vediamo se col secondo volume Milligan riuscirà a dare più profondità alla storia, in caso contrario ci ritroveremo tra le mani “solo” una lettura davvero piacevole.

ALIENS #7
di aa.vv. – Traduzione di Andrea Toscani  (SaldaPress, 2017)
Numero di transizione tra la nuova miniserie che comincerà nel prossimo albo e la precedente Aliens: defiance, di cui ci tocca un rimasuglio insipido e facilmente dimenticabile. Le cose migliorano con Aliens: Fast track to Heaven, storia autoconclusiva scritta e disegnata da Liam Sharp. Pur con un accumulo ingiustificato di personaggi stereotipati e una trama i cui snodi sono facilmente prevedibili, la storia di Sharp si dimostra essere interessante grazie all’inedita ambientazione dell’ascensore che collega la base spaziale alla nave che contiene lo xenomorfo. Con una narrazione quasi esclusivamente sviluppata verticalmente, Sharp mette la sua attenzione nella carne deteriorabile degli esseri umani, la illumina con monocromie claustrofobiche al neon e rifiuta di costruire gli spazi scenografici gettando noi e i personaggi nella confusione più assoluta.

LA SAGGEZZA DELLE PIETRE
di Thomas Gilbert – Traduzione di Elisabetta Tramacere (Diabolo Edizioni, 2017)
Abito in mezzo a un bosco, in quella che fino alla mia adolescenza era la fattoria di famiglia. Avendo vissuto quotidianamente a contatto con il buon odore del fieno e il buon odore della merda di vacca, ho con la natura un rapporto di cordiale diffidenza, tipico dei legami da cui si sono ricevute molte soddisfazioni e molte fregature. Di conseguenza mi fanno solitamente schifo tutte quelle stronzate sulla natura che risveglia i sensi, sull’infante selvaggio, sulla natura madre benevola e generosa. Per fortuna non ci crede nemmeno Thomas Gilbert che con La saggezza delle pietre ci racconta il risveglio di un corpo con brutalità, calore materno e spigolosa sensualità. Non c’è nulla di banale nel suo racconto, nessuna concessione alla facile poesia sulla natura: ci sono le cose belle e le cose brutte, quelle che ti accarezzano e quelle che ti mordono. Ve le spiego bene in questa recensione per Fumettologica.

BATTAGLIA – Ragazzi di morte
di Luca Vanzella, Valerio Befani e Pierluigi Minotti (Editoriale Cosmo, 2017)
Se lo scopo di questo Battaglia – Ragazzi di morte era quello di eliminare l’aura di santo martire con cui l’Italia ha illuminato Pier Paolo Pasolini per lavarsi la propria coscienza, l’esperimento si può dire pienamente riuscito. Vanzella restituisce a Pasolini l’umanità perduta rivestendolo di torpilocquio e dolcezza, violenza e parole, dubbi e certezze che contribuiscono a creare un personaggio più interessante rispetto all’icona a cui siamo abituati. Certo, non aspettatevi una scrittura che sappia scavare a fondo nel personaggio, d’altronde questo è Battaglia e tutto sommato una scrittura del personaggio fatta per estremi è la strada giusta per restituire a PPP carne e carnalità. Dopo una prima parte con Pasolini assoluto protagonista, Pietro Battaglia si prende i suoi spazi regalando la vendetta al protagonista è rivelando gli intrighi (ma non i nomi) nascosti dietro la sua morte.

STORIE BREVI E SENZA PIETA’ – L’integrale
di Marco Taddei e Simone Angelini (Panini 9L, 2017)
Tornano in versione rimasterizzata (e definitiva) le Storie brevi e senza pietà di Taddei e Angelini. Riletti a distanza di qualche anno, i racconti non hanno perso la lucidità e la spietatezza con cui raccontano un’umanità sbandata che cerca maldestramente di tornare nei ranghi di una normalità ormai perduta. Taddei concede il minimo sindacale di pietà solo ai matti, custodi di una follia pura, mentre Angelini traccia i contorni dei personaggi rinsecchendo loro i connotati, riducendoli all’osso per trasformarli poi in fossili da esporre nel museo dell’umanità derelitta. All’epoca dell’uscita del secondo volume avevo scritto una recensione per Critica Letteraria: la trovate qui come se fosse un reperto archeologico.

BLOODSHOT REBORN VOL.4 – Bloodshoot island
di Jeff Lemire e Mico Suayan – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2017)
Arrivati al quarto capitolo della lunga saga che Jeff Lemire sta dedicando alla ricostruzione di Bloodshot, abbiamo ormai ben chiara la direzione intrapresa dallo scrittore canadese. La sua idea è quella di restituire l’umanità al personaggio e per farlo costruisce una storia articolata che intreccia il passato, il presente e il futuro di Bloodshot, portando avanti su un doppio binario sia i segreti relativi alla sua creazione, sia i legami sentimentali che lo hanno portato dov’è ora. In questo terzo volume però i due elementi vengono portati su un unico piano, così botte e lacrime, sentimenti e sparatorie, sono finalmente uniti in un’unica soluzione drammaturgica che convince fino in fondo. Sempre all’altezza i disegni di Mico Suayan, capaci di cogliere le sfumature drammatiche del racconto e con una narrazione più solida rispetto alla prima run che aveva disegnato su per la serie. In più di un’occasione si ha la sensazione di trovarsi davanti a un war comic per come Suayan riesce a bilanciare il racconto spettacolare degli scontri e le intime tragedie di questi super soldati.

THE RUST KINGDOM
di Spugna (Hollow Press, 2017)
Se Una brutta storia traeva la sua immediatezza dai pugni monolitici dalle ossa frantumate, The Rust Kingdom è un racconto sostenuto dalla brezza mortale di cui le spade si fanno portatrici. E il nuovo fumetto di Spugna inizia così, con un lieve refolo di vento che smuove la nebbia misteriosa sopra una pianura di nulla. Invisibile, letale, silenziosa: Spugna racconta questa storia così come il suo protagonista muove la spada. Entrambi procedono disperati, determinati e folli verso il loro scopo, che ci rimane oscuro fino alla fine. Se quello del protagonista non ve lo svelo, lo scopo di Spugna è quello di innestare in questa storia di lame e mostroni, un dramma puro e cieco che, una volta svelato, è capace di dare un inaspettato spessore emotivo alla storia.

MANIFEST DESTINY VOL.5 – Mnemophobia e Chronophobia
di Chris Dingess e Matthew Roberts – Traduzione di Stefano Menchetti (Saldappres, 2017)
Dopo aver fatto affrontare ai nostri esploratori un numero infinito di creature mostruose, Chris Dingess comincia a tirare le fila di Manifest Destiny con un quinto volume che ha il chiaro scopo di far venire tutti i nodi al pettine. Lo fa mettendo i protagonisti di fronte a una minaccia invisibile (una fitta nebbia la cui origine ci è chiaramente sconosciuta) che fa materializzare davanti agli occhi le loro paure più profonde. Così Mnemophobia e chronophobia diventa quasi una lunga galleria in cui non solo rivediamo tutti i mostri che hanno funestato la missione di Lewis e Clark, ma vengono riassunti tutti i legami creatisi finora per portare a galla i misteri e i tradimenti che si celano dietro alleanze, amicizie e storie d’amore. Dingess fa il punto della situazione nel migliore dei modi, con una storia capace di riassumere storyline e tematiche senza per questo dimenticare il coinvolgimento emotivo. Questo quinto volume fa il punto della situazione per introdurre il primo grosso punto di svolta dall’inizio della serie. Siamo solo a metà del cammino però, e di terre da esplorare e mostri da scoprire ne avremo ancora un bel po’.

SKIM
di Mariko Tamaki e Jillian Tamaki (Groundwood Books – House of Anansi Press, 2008)
Difficile trovare qualcuno che sappia raccontare l’adolescenza meglio delle cugine Tamaki. Lo fanno senza idealizzare quell’età, evitando così di banalizzarla o semplificarla magari a favore di una storia di genere che sappia renderla più accessibile. E infatti anche questo Skim si rivela essere una storia profonda che racconta l’adolescenza in tutta la sua naturale complessità e seria stupidità, senza mai tralasciare le infinite contraddizioni, i problemi apparentemente insormontabili e la loro naturale risoluzione. Lo fanno attraverso una protagonista silenziosa e svogliata il cui volto assorto è la maschera perfetta per raccontare un’adolescenza segretamente inquieta e turbolenta. Alla loro prima.prova di coppia, Mariko offre una buona sceneggiatura, mentre le tavole di Jillian dimostrano ancora qualche incertezza compositiva. 

KILL THEM ALL
di Kyle Starks (Oni Press, 2017)
Cartoon network + Shane Black + Quentin Tarantino. Questa simpatica addizione dovrebbe darvi la giusta idea di quello che è Kill them all, graphic novel action e tutto matto di Kyle Starks. Insomma, avete capito che dentro di troverete le battutacce e i dialoghi da badass, sequenze action ben dirette e tempi comici perfetti, botte da orbi e smargiassate di vario genere. Starks scrive e disegna un fumetto dal ritmo perfetto, che avanza inarrestabile seguendo l’avanzare (verticale) dei due protagonisti verso il boss finale. Non ci vengono risparmiati un paio di colpi di scena discretamente assestati e anche una buona dose di emozioni (mascherate alla maniera del cinema action anni ’90, quindi cazzo bellissime). Kill them all è un fumetto orgogliosamente superficiale e per questo gli si vuole immensamente bene.


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Gigahorse #21 | Ottobre 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo. Se non avete voglia di aspettare un mese per leggerle, fate un giro sul profilo Instagram. 

SOGNI INDEMONIATI
di Rick Veitch – Traduzione di Isabella Zani (Phoenix, 1997)

Sogni indemoniati raccoglie i primi quattro numeri di Rare Bit Fiends, la serie con cui Rick Veitch ha esplorato il mondo dei sogni e i suoi oscuri meccanismi. E infatti il fumetto non è altro che un esteso e affascinante delirio onirico con cui Veitch può dare sfogo non solo alle proprie visioni, ma alle messa scena di qualsiasi meccanismo narrativo. Tutto è reale e tutto è finto in Sogni indemoniati, in una soluzione di continuità tra un sogno e l’altro che quasi ci dà le vertigini e ci fa sentire intrappolati in un loop perpetuo di sogno, incubi e visioni da cui ci può salvare solo un improvviso risveglio.

PARKER #2 – L’organizzazione
di Darwyn Cooke – Traduzione di Valeria Gobbato (Editoriale Cosmo, 2017)
Per questo secondo volume dedicato al Parker di Richard Stark, Darwyn Cooke prova nuove soluzioni narrative abbandonando parzialmente gli stilemi pulp e noir mutuati dallo Spirit di Eisner. Ne esce fuori un racconto piacevolmente frammentato in cui le malefatte di Parker sono quasi sempre narrate di rimbalzo simulando articoli di riviste pulp, tutorial illustrati e altro. Tolto questo, Parker: l’organizzazione è un racconto teso di amicizie vere, amicizie false e amicizie tradite, e non è un caso quindi che di donne a questo giro ce ne siano poche e per pochissimo tempo. Sono conti che gli uomini risolvono tra loro, col consueto corollario di sotterfugi, vendette e piani b. In mezzo a tutto questo c’è Parker, furioso a letto e sul campo di battaglia, un animale elegante, furbo e letale a cui pochi sopravviveranno.

SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #7 – I Fantastici Quattro
di aa.vv. – Traduzione di aa.vv. (RCS Quotidiani, 2009)
Questo settimo volume della collana Spider-Man – Le storie indimenticabili presenta una bella selezione di storie dimenticabilissime con disegni molto meno dimenticabili. Un Kirby della prima ora ci accompagna verso Karma!, storia di Claremont e disegni di un Frank Miller che trova ottime soluzioni grafiche per illustrare la telepatia. Un giovane Mike Allred non ancora nel pieno della sua sperimentazione grafica, disegna invece un omaggio ai fumetti romantici, dimostrando già la sua capacità di gestire l’espressività dei personaggi. Si conclude con una tripletta disegnata da Arthur Adams, che dà il suo meglio con i primi piani che dedica all’Uomo Talpa e agli Skrull (sempre illuminati dai monitor).

MERCURIO LOI #6 – L’infelice
di Alessandro Bilotta e Andrea Borgioli (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Prosegue Mercurio Loi con la sua andatura narrativa stramba, dove l’inutile viene messo in primo piano e ciò che dovrebbe stare al centro del racconto viene relegato sullo sfondo. L’indagine è ancora una volta una passeggiata che porta i personaggi a esplorare la città e gli immediati dintorni e forse il meccanismo comincia a mostrare un po’ di stanchezza nonostante sia portato avanti da Bilotta con la consueta precisione e il divertimento a cui ci ha abituato finora. Tolta un po’ di noia provocata dalla struttura, L’infelice si regge su un villain solido e sfaccettato che probabilmente tornerà su queste pagine. Anche questa è una delle cose sorprendenti della serie Bonelli: creare l’attesa del villain nascondendolo nelle retrovie del racconto, concentrarsi su storie più semplici (ma sempre molto soddisfacenti) e poi forse giocarsi la carta del cattivo al momento giusto.
Buoni i disegni di Borgioli che fa un bel lavoro con le fitte ombre che popolano l’albo.

ALIENS #6
di aa.vv. – Traduzione di Andrea Toscani  (SaldaPress, 2017)
Finale deludente e sottotono per Aliens Defiance, che chiude con questi due numeri in cui i protagonisti fanno ritorno sulla Terra. La sceneggiatura mostra il fianco a quei difetti che era riuscita a nascondere nei numeri precedenti grazie a buone sequenze d’azione (qui inserite a mo’ di flashback per alleggerire i toni, ma la cosa dà solo fastidio) e a interessanti momenti non dialogati, e così ci troviamo davanti ai monologhi della protagonista in uno scenario terrestre incapace di descrivere il vero villain della miniserie, la Weyland Yutani. Il difetto principale è però la volontà di chiudere un capitolo e di porre le basi per un eventuale sequel (non ancora confermato), lasciando di fatto tutte le cose più interessanti in sospeso. Wood era riuscito a costruire soprattutto nei primi numeri un’atmosfera interessante e a trovare scenari differenti da quelli classici della serie, peccato sia scivolato su un finale poco incisivo.

IL SISTEMA
di Peter Kuper (Magic Press, 1999)
Peter Kuper descrive la New York degli anni Novanta con un lungo affresco completamente muto in cui personaggi e fatti continuano a intrecciarsi tra loro e influenzare inconsapevolmente le proprie vite. Anzi, più che un affresco, Il sistema sembra un murales espressionista in cui Fritz Lang viene contaminato dall’arte tribale, un murales disteso su uno di quei muri che costeggiano le ferrovie e che passa sotto i nostri occhi ora velocemente e ora con lentezza in base alla vicinanza della stazione. È così che funziona la regia di Kuper, concitata e nervosa per larga parte ma capace di ritagliarsi momenti più intimi o poetici (non sempre riuscitissimi), ma che in fondo dà il suo meglio nelle vignette di raccordo tra un personaggio e l’altro. Noir, dramma sociale, impegno politico, thriller finanziario, il tutto raccordato dalle piccole e complesse vite dei personaggi che innervano la storia e la città. Alla fine il fumetto di Kuper conquista più per la visione panoramica della città che per il dettaglio delle storie, ma si rivela comunque essere una lettura interessante e una buona prova narrativa.

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN RINASCITA #12-13
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Finalmente la gestione di Harley Quinn da parte di Palmiotti e della Conner è arrivata al momento che tutti aspettavamo: il Joker è tornato a turbare la vita non tanto tranquilla ma indipendente di Harley Quinn. Il numero mette sulla scacchiera pedine e dinamiche di gioco e, tolta una parentesi fantasy francamente inutile, ci sono anche un paio di cose interessanti (la rivalità tra Joker e Redtool, la spaventata riluttanza di Harley). Per ora Conner e Palmiotti la buttano in farsetta. Penso sia solo strategia e che nei prossimi numeri i due sceneggiatori riusciranno anche a toccare corde drammatiche e tragiche, quindi per ora sospendo il giudizio in attesa di uno sperato cambio di tono. John Timms sempre spettacolare con quelle sue facce belle spigolose.
Questa run di Suicide Squad alla fine mi ha annoiato. Per fortuna John Romita Jr. fa un buon lavoro, soprattutto nelle sequenze virtuali all’interno del server, tutte belle quadratose. Williams rilancia subito una nuova run e le premesse (un traditore nella Suicide Squad! Chi sarà? È lui! O forse no?) sono tipo una cazzo di noia.
Deathstroke invece si conferma la serie più sottovalutata di questo Rebirth. Perché non ne parla nessuno, diamine? Priest sta costruendo un dramma familiare tra sparatorie e sicari, con una narrazione che gioca tra passato e presente in maniera sempre intelligente. Quello presente in questo albo è un bel numero che può essere letto anche senza sapere nulla del personaggio e della run corrente, una bella storia che riflette sulla vendetta e il ruolo dei vendicatori. Per fortuna a questo giro anche i disegni si dimostrano all’altezza, grazie soprattutto alle chine di Sienkiewicz.

CINEMA PURGATORIO #3
di aa.vv. – Traduzione di Leonardo Rizzi(Panini Comics, 2017)
Ci accomodiamo nuovamente tra le poltrone sudicie e scomode della stramba sala cinematografica di Alan Moore. Si continua a riflettere sul potere delle storie, su chi lotta per realizzarle e sulla corrotta città di Hollywood che fa da teatro alle vicende. C’é un western metafisico che sovrappone le tre versioni della sfida all’O.K. Corral, la storia dei diritti di Fritz il gatto e una rilettura dell’omicidio di Thelma Todd fatta all’ombra dell’ingombrante figura di Batman. Tre racconti interessanti ma che non riescono a imprimersi.
Codice Pru perde invece un po’ di tempo e invece che cominciare a tirare le fila del discorso, continua nella descrizione frammentaria di questo mondo popolato da mostri. Insomma, divertente ma non si capisce dove Ennis voglia andare a parare. Fortunatamente ci sono disegni di Caceres.
M.O.D. invece comincia a cicciare e la storia sta prendendo forma attorno al mistero che coinvolge l’identità della protagonista. Attorno ci sono un sacco di idee folli (l’SMS vivente) e i disegni tamarri di Nahuel Lopez.
Ormai conoscete la mia avversione per Una più perfetta unione. Concept banalotto, scrittura confusa e poco interessante, ma soprattutto i disegni di DiPascale che mi spaccano gli occhi dall’orrore. Per fortuna a questo giro metà della storia è illustrata da Gabriel Andrade ma purtroppo non basta.
Chiudiamo con L’immenso. Siamo ancora in stallo alle fasi iniziali della storia. L’idea è divertente e cominciano a delinearsi possibili scenari, ma per ora è solo un incipit che si sta dilungando un po’ troppo.

GROSSO GUAIO A CHINATOWN #2 – Il ritorno di Jack Burton
di aa.vv. – Traduzione di Valeria Gobbato (Editoriale Cosmo, 2017)
Termina in questo secondo volume la divertente run di Eric Powell dedicata a Jack Burton. Sotto il segno di un umorismo ben scritto e belle sequenze d’azione, Powell mi ha sorpreso per come è riuscito a inserirsi nel mondo di Jack Burton con naturalezza e buone idee. Lo stile cartoonesco di Churilla poi, si rivela perfetto per interpretare lo stile del personaggio, le spericolate sequenze action e quei bei mostroni che male non fanno. Peccato che l’arrivo di Fred Van Lente alla sceneggiatura e Joe Eisma ai disegni abbia rotto il giocattolino. La storia porta Jack Burton ai giorni nostri, ma questo spunto seppur interessante non riesce a dar vita a nulla di davvero rilevante. In più i disegni di Eisma sono pessimi e rigidi, incapaci di essere dinamici nelle sequenze di azione e inespressivi nei momenti di dialogo. Brutto assai.

LE STORIE #61 – Astromostri
di Antonio Serra e Maurizio Rosenzwig (Sergio Bonelli Editore, 2017)
È arrivato quel momento dell’anno in cui vale la pena acquistare un albo de Le Storie, merito soprattutto di un Maurizio Rosenzweig in formissima che sin dalle prime tavole mostra una forza evocativa che saprà mantenere lungo tutta la durata dell’albo. Il disegnatore dà del suo meglio nella lunga sequenza finale allucinata, delirante ma velata di uno strano sentimento nostalgico che ci conduce verso un finale malinconico. Antonio Serra dal canto suo scrive una sceneggiatura citazionista che funge da grande omaggio alle sue passioni e che si appoggia di volta in volta a diversi generi per costruire il mondo interiore dello strano protagonista (un quarantenne obeso che crede agli alieni, quanto di più lontano dal classico ideale eroico bonelliano). E tutto funziona miracolosamente bene grazie anche a Rosenzweig che tiene insieme tutti i pezzi con una narrazione solida, fino ad approdare a un bel colpo di scena che stravolge più i sentimenti del lettore che la trama del fumetto. Poi il crollo: nel momento più emotivo per il personaggio e per il lettore, Serra piazza cinque pagine in cui ci spiega per bene tutto quanto, come se fosse impensabile lasciare al lettore il compito di unire i puntini già seminati nel corso della storia. La magia si rompe e quello che era un buon fumetto torna a essere un fumetto Bonelli: divertente ma vigliacco nel momento in cui deve prendere la scelta di far camminare la storia sulle proprie gambe e non sui soliti limiti auto imposti.

DEADPOOL #28
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
Uno dei problemi principali di Deadpool è che deve sempre parlare. Sembra di stare in quelle situazioni in cui tu vuoi solo goderti il momento con un po’ di tranquillità e invece c’è qualcuno di fianco che vuole per forza fare conversazione. Anzi, vuole per forza che tu lo ascolti perché molto spesso di quel che dici gliene frega meno di zero. Deadpool è così: il rompicoglioni che ti fa fare un viaggio di merda in treno. E infatti sebbene questo numero abbia una buona sequenza d’azione, le parole lo ammosciano fino all’inverosimile.
Chiude l’albo un nuovo numero dei Mercenari per soldi. Bunn mette in piedi come al solito una narrazione confusionaria, piena di personaggi che non è minimamente in grado di gestire.

FIGLIO DI UN PRESERVATIVO BUCATO
di Howard Cruse – Traduzione di Enrico Salvini (Magic Press, 2012)
Ho letto di recente il primo volume di March (qui la mia recensione per Critica Letteraria), il fumetto che racconta la vita di John Lewis, uno dei protagonisti del movimento per i diritti civili degli afroamericani. Se volete un fumetto che racconti questa parte importante della Storia, lasciate perdere quello schifo di March e recuperate senza indugio Figlio di un preservativo bucato di Howard Cruse. Cruse scrive e disegna un fumetto complesso in cui si intrecciano le vicende politiche, sentimentali, sociali e sessuali di un gruppo di giovani che lotta e vive per un’America più tollerante. Cruse ha il grande merito di far passare le idee dei suoi personaggi solo attraverso le loro azioni e mai con sermoni al lettore, senza però mai renderli degli eroi senza macchia e senza paura. Anzi, i suoi personaggi sono colmi di dubbi, paure, sbagliano spesso e qualche volta imparano. La parte più interessante è la graduale e intima scoperta che il protagonista fa della propria omosessualità, un racconto che Cruse innerva di dubbi e incertezze ma anche di un coraggio sottocutaneo, mai totalmente esposto al pubblico ludibrio. Il lettore partecipa ai movimenti interiori dei personaggi e ne vede la ricaduta sulle loro azioni, sottolineando con forza e coraggio politico che le idee servono, ma sono i gesti, le azioni e le decisioni a cambiare davvero il corso della nostra vita e quello della Storia.

SHIT AND PISS
di Tyler Landry (Retrofit Comics & Big Planet Comics Philadelphia, 2017)
Una prosa delirante da anima dannata ci accompagna nei fetidi meandri di un sistema fognario, l’Eden merdoso in cui avviene l’aberrante genesi dell’Uomo e una serie infinita di trasformazioni e mutazioni non meno disgustose. Shit and piss di Tyler Landry è un weird fantasy malsano sorretto da una regia perfetta nella sua attitudine a indagare il particolare e capace di sopperire a una certa prevedibilità della trama. Come in un testo religioso, la narrazione declamatoria procede senza possibilità di essere contraddetta verso un finale che svela l’ovvio e crea il mito, in un circolo spaventoso eppure mai così naturale. 


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