Gigahorse #10 | Novembre 2016

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo.


sandman5SANDMAN: LIBRO QUINTO – Il gioco della vita
di Neil Gaiman e AA.VV. – Traduzione di Leonardo Rizzi (RW Edizioni, 2016)
Il gioco della vita
non è tra i miei cicli preferiti di Sandman, colpa di una parte centrale (quella con Barbie nel suo mondo dei sogni) meno divertente di quello che vorrebbe sembrare. Però tutta la parte iniziale è praticamente perfetta nel modo in cui Neil Gaiman caratterizza il gruppo di protagonisti (Wanda su tutti) e come fa irrompere il paranormale nelle loro vite. La parte conclusiva contiene invece la sequenza potentissima della distruzione del regno di Barbie, e un capitolo finale davvero toccante. .

diciottovoltevirgolatreDICIOTTOVOLTEVIRGOLATRE (Il tonno, la tigre, il tempo)
di Stefano Simeone (Bao Publishing, 2016)

Diciottovoltevirgolatre è praticamente illeggibile: storia inesistente, struttura soporifera, dialoghi mal scritti. Il peggio però è tutto nel comparto grafico, tra disegni da wannabe Bastien Vivès (senza il suo controllo e la sua capacità di sintesi) e una colorazione le cui scelte mi sembrano inconcepibili. Si può aggiungere altra benzina sul fuoco? Sì. In più di un’occasione il volume è illeggibile nel vero senso della parola. Ogni volta che le vignette si sviluppano in orizzontale sulle due pagine, si perde sempre qualche pezzo di narrazione nella piega della legatura (che sia qualche linea di dialogo oppure la protagonista piazzata proprio lì in mezzo). Errori evitabilissimi com’è evitabilissimo anche questo libro.

aw25ADAM WILD #25 – La fossa dei diamanti
di Gianfranco Manfredi e Gabriele Parma (Sergio Bonelli Editore, 2016)
Numero migliore rispetto al precedente, ma si sente la fretta nel dover chiudere la storia. Che non è un male, visto che la compressione degli eventi rende più dinamico il racconto insieme a un villain una spanna sopra agli altri che ai sono succeduti sulle pagine di Adam Wild. Disegni di Gabriele Parma troppo statici, persino nella recitazione dei personaggi.

danieletraglialberiDANIELE TRA GLI ALBERI
di Francesco Saresin (Canicola, 2016)
Esordisce in casa Canicola edizioni la nuova collana Henry Darger, ovvero spillati con storie brevi di autori esordienti.
Quella di Saresin è la narrazione delicata di una tensione. L’autore nasconde nel sottobosco di un’atmosfera bucolica di pace e noia, una tensione sessuale segretamente totalizzante. Il segno classico e pulito di Saresin aumenta il contrasto tra i due elementi, ma al contempo li integra su un solo piano.

larabbiaLA RABBIA
a cura di Luca Raffaelli e Valerio Bindi (Giulio Einaudi Editore, 2015)
Al netto delle performance dei singoli autori (la mia classifica personale: Hurricane Ivan, Ratigher, Vincenzo Filosa-Giusy Noce), La Rabbia soffre come tutte le antologie del complesso di chi vuole ridurre a un concetto o a un sentimento le angherie e i sogni di una generazione. Pur se declinata in maniera diversa da ogni autore (e alcuni non sembrano trovarsi proprio a loro agio con il tema), questa rabbia fatica a diventare davvero il filtro attraverso cui gli autori guardano il mondo.
La qualità dei fumetti è sempre buona, meno convincente invece la visione politica che i due curatori appioppano al volume. L’introduzione di Luca Raffaelli ha un tono ridicolo e l’epilogo di Valerio Bindi in cui si cerca di giustificare (quando non serve) la collaborazione tra il Crack! ed Einaudi con inutili paroloni e una buona dose di paraculismo sessantottino è davvero irritante. Bene gli autori, meno bene i curatori.

spiderman1SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #1 – L’arrivo di Venom
di AA.VV. (Panini – RCS, 2007)
A gennaio compirò trent’anni e oggi per la prima volta nella mia vita ho letto l’Uomo Ragno. Dire che mi sono divertito è dire poco. Certo, ci sono i muscoli e le curve di Todd McFarlane che mi hanno rintontito da quanto sono eccessivi eppure così integrati e normali, ma la cosa che mi ha stupito di più è scoprire di avere più punti in comune con Spidey-Peter Parker di quanto immaginassi. Qui si affanna continuamente a cercare soldi per l’affitto, soffre nell’avere una fidanzata non solo più bella di lui ma anche più realizzata nel mondo del lavoro e insomma, tutti quei patemi lì che ogni tanto ci rovinano la giornata.

divinityDIVINITY
di Matt Kindt, Trevor Hairsine, Ryan Winn e David Baron – Traduzione di Fiorenzo Delle Rupi e Arancia Studio (Edizioni Star Comics, 2016)
Il mio primo contatto col mondo Valiant è da considerarsi più che positivo. Questo Divinity è uno dei comics più interessanti letti quest’anno a partire da una sceneggiatura (firmata da Matt Kindt) davvero notevole, che gioca emotivamente con la dilatazione e restringimento della percezione del tempo, riuscendo anche a trovare il tempo di inserire un paio di scene d’azione che si sviluppano proprio attorno a questo concetto. Disegni sopra la media dei prodotti simili delle grandi major. Molto interessante anche il lungo approfondimento del colorist David Baron che ci permette di apprezzare gli stadi di lavorazione di qualche tavola.

brianthebrainBRIAN THE BRAIN – L’integrale
di Miguel Angel Martin – Traduzione di Nicola Pesce (Edizioni NPE, 2015)
Uno dei fumetti più tristi che abbia mai letto. E anche uno dei meno ruffiano. Brian the Brain non somministra tristezza di quart’ordine venendo incontro al lettore, rispettando i suoi limiti e la sua pazienza, ma prende una strada opposta, più complessa e articolata che Martín però porta avanti con una precisione chirurgica impressionante. Brian the brain trasuda innocenza da ogni vignetta, eppure non c’è nemmeno un briciolo di vittimismo. Un libro inaspettatamente denso, dolente e triste.

southernbastards2SOUTHERN BASTARDS #2 – Griglia
di Jason Aaron e Jason Latour – Traduzione di Andrea Toscani (Panini Comics, 2016)
Chi da questo secondo volume di Southern Bastards aspettava sangue e vendetta, dovrà ancora attendere un poco. Invece che proseguire in maniera lineare con la storyline precedente, Jason Aaron fa una deviazione per raccontarci il passato di Coach Boss. Questi flashback non servono per farcelo apparire più umano, semmai ci raccontano come ha ucciso la propria umanità. È ancora una volta una storia di odio e violenza, di un mondo dove le donne non esistono né come forza riappacificante né come motivo di rissa. Qui ci sono solo muscoli e denti storti, occhi gonfi e barbe sfatte, ci sono animali senza speranza, bestie senza un orizzonte che non sia quello di un campo da football.

draculaesercitodeimostri2DRACULA: L’ESERCITO DEI MOSTRI #2 – Guerra totale
di Kurt Busiek, Daryl Gregory, Scott Godlewski e Damian Couceiro – Traduzione di Valeria Gobbato (Editoriale Cosmo, 2016)
Da mostro succhiasangue a vampiro della finanza, il Dracula moderno di Busiek diverte e intrattiene miscelando buone sequenze d’azione a intrighi familiari ed economici. Il tutto è ben equilibrato e l’idea è portata avanti con decisione. Certo, non è un capolavoro di raffinatezza, ma una storia ben scritta non si butta mai via. La stampa in scala di grigi mortifica un po’ il lavoro dei disegnatori, ma non appesantisce la lettura come in altre occasioni.

west2W.E.S.T. #2 – El santero
di Xavier Dorison, Fabien Nury e Christian Rossi – Traduzione di Valeria Gobbato (Editoriale Cosmo, 2016)
Meglio questo volume rispetto al primo. La storia (c’entrano Roosevelt, Cuba, la Santeria e un bel gruppo di zombie) non è confusa, non ci sono spiegoni e l’intreccio tra politica e paranormale è meglio gestito, soprattutto nella parte finale. Meglio anche i disegni di Christian Rossi, che evita i virtuosismi del primo volume per concentrarsi su una narrazione più compatta e meno barocca.

dylandogcolorferst19DYLAN DOG COLOR FEST #19 – Favole nere
di AA.VV. (Sergio Bonelli Editore, 2016)
Dopo i tre passi nel delirio del numero 16, torna la sperimentazione sul Dylan Dog Color Fest con tre favole nere. Apre l’albo La ragazza che moriva ogni notte, storia poco interessante scritta da Mauro Uzzeo che si fa notare giusto per le tavole di Alberto Pagliaro (comunque meno affascinanti di quello che sembrano all’inizio, soprattutto perché la gestione della regia non sempre regge).
Si continua con La regina di polvere e stracci che si fa notare per la sceneggiatura di Federico Rossi Edrighi, non perfetta ma con un’interessante svolta politica e sociale che l’autore inserisce in maniera naturale e mai banale. I disegni di Isabella Mazzanti e i colori di Annalisa Leoni contrastano con l’atmosfera sottilmente violenta della sceneggiatura creando un effetto straniante.
Chiude il volume Il tuo amore, il mio odio di Nicolò Pellizzon. Un vero peccato che la storia non sia così riuscita come avrei voluto, perché Pellizzon riesce sin dall’inizio a infondere inquietudine e a giocare con l’erotismo del personaggio, ma poi sembra che sia stato costretto a seguire binari a lui poco adatti. L’inseguimento di una spiegazione, di una logica all’interno di un fatto inspiegabile, fanno deragliare una storia che ha chiaramente perso qualche pezzo per strada (a naso manca un po’ di delirio, di onirismo, di strade che non portano a nulla ma aggiungono mistero al già misterioso), visto quel finale che dovrebbe stravolgerci e invece non lo fa nemmeno un poco. E in più trovo davvero stupido chiamare a lavorare autori con identità forti e piazzare lì quel lettering anonimo. Come già successo con AkaB
, Pellizzon senza il suo lettering pare aver perso la sua voce.

arustedtaleA RUSTED TALE
di Spugna (Hollow Press, 2016)
The rust Kingdom
sarà il prossimo fumetto di Spugna. Dato che ci toccherà aspettare ancora un anno prima di leggerlo, il suo editore ha deciso di pubblicare questo A rusted tale, un artbook che ha nella sua principale funzione, quella di farci assaggiare la ruggine. Se prendete il tetano le cose si faranno più divertenti.
All’interno ci trovate qualche bozzetto del character design (qualcosa avevamo già intravisto in The Book of Heads) ma la cosa più interessante sono sicuramente i colori, che finora Spugna ha usato solo su storie brevi e mai in maniera così elaborata. Sarà una bella sorpresa scoprire cosa ci riserverà visivamente. Per quanto riguarda la storia è ancora tutto avvolto nel mistero, ma a me va bene così, che fretta non ne ho.

harleyquinn17SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN #17
di AA.VV. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2016)
Dopo venticinque numeri è finalmente arrivato il primo incontro tra Harley Quinn e il suo ex Puddin’. In netta controtendenza rispetto al lavoro dei loro colleghi, Palmiotti e la Conner hanno preparato l’ingresso in scena del Joker seminando il personaggio nella storyline di Harley Quinn, ma eliminandolo quasi del tutto, aumentando così quell’idea di libertà e maturazione che volevano dare al loro personaggio. E questo incontro è pura dinamite: i due autori scrivono un duello verbalmente violento, dove le battutine a sfondo sessuale che hanno da sempre caratterizzato Harley Quinn, trovano una controparte viscida e maschilista in un Joker che da tempo non risultava così fastidioso e cattivo.
Comincia qui la New Suicide Squad scritta da Tim Seeley e disegnata da Juan Ferreyra. Niente di originalissimo, ma questi primi due numeri fanno ben sperare almeno in un poco di divertimento in più rispetto alla precedente gestione. Peccato per i disegni di Ferreyra, troppo pittorici e statici per una serie dinamica come questa.
I Segreti Sei di Gail Simone paiono usciti dritti dritti dagli anni Novanta, sia come scrittura che come disegni. Se vi piacciono quelle cose (ingenuità, sequenze sopra le righe, trama inutilmente ingarbugliata) potrebbe essere la serie che fa per voi; a me annoi un pochettino. 

Rufolo | Benvenuti a Tonettoland: funny animals, paesaggi bianchi e sorrisi stupidi

Ripenso alla mia prima lettura dei Peanuts, di Doonesbury, delle Sturmtruppen, di quella sensazione immediata di sentirsi parte di un mondo dopo quattro o cinque vignette. Ci si inserisce da subito in un gruppo, ci si orienta nei luoghi e nei legami, si scelgono gli amici, i nemici e chi ci è indifferente: Rufolo fa lo stesso effetto. Bastano le prime cinque pagine del fumetto di Fabio Tonetto per varcare la soglia di un mondo nuovo ma capace di creare con noi un legame istantaneo. Tutto parte da un character design dalle forme rassicuranti che si rifà ai funny animals e che Tonetto sintetizza in un’unica soluzione unendo le forme e l’umorismo dei vinyl toys con il carattere rasserenatore ma lievemente inquietante dei giocattoli degli anni Sessanta. Ricrea sulle pagine un’atmosfera familiare con cui leghiamo istantaneamente, senza proporci però nemmeno un briciolo di odiosa nostalgia, di ruffiano vintage. Perché se è vero che ad aprire Rufolo per la prima volta pare di trovarsi davanti alla vetrinetta in cui la nonna proteggeva il servizio bello e dove trovavano rifugio bomboniere, animaletti in vetro di Murano, matriosche, souvenir estivi e l’immancabile Madonna di Lourdes, è anche vero che si ha anche la sensazione di ritrovarsi trasportati in un mondo parallelo, sospeso nello spazio e nel tempo che non ha legami con il nostro universo e non mira nemmeno ad averne.

Fabio Tonetto ci cattura con un sentimento che scaturisce dal ricordo infantile di forme rassicuranti, e poi ci porta su un altro pianeta dove tutto ciò che conosciamo non esiste e dove la nostra logica non ha potere. Rufolo parte con l’essere un luogo della memoria ma poi diventa un ambiente che dobbiamo imparare a conoscere, in cui dobbiamo adattarci. I paesaggi che fanno da sfondo alle storie per esempio, sono l’infinito spazio bianco della pagina, delimitato sì dal perimetro del foglio, ma potenzialmente infiniti nella loro profondità. Così i personaggi attraversano questi paesaggi bianchi in lungo e in largo, li percorrono camminando, correndo, a testa in giù oppure in volo, in un mondo che non si pone barriere spaziali e contemporaneamente in un fumetto che ne abbatte le coordinate, limitando l’uso di riferimenti spaziali ed eliminando qualsiasi gabbia, preferendogli una struttura libera che non incasella azioni e movimenti.

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Facendo tesoro della sua attività di animatore, Fabio Tonetto dona ai suoi personaggi movimenti in grado di rappresentarli, e li rende poi fluidi all’interno della struttura della pagina. Senza alcuna gabbia a circoscrivere il loro raggio d’azione, i personaggi di Rufolo sfruttano un dinamismo liquido che, pur nella loro apparente staticità, li rende elementi continuamente soggetti a trasformazioni e a un moto perpetuo. Di conseguenza la quasi totale eliminazione di punti di riferimento spaziali rende la pagina bianca un luogo in cui qualsiasi ambiente può esistere. Oppure no.

Oppure è una semplice pagina bianca. Perché Rufolo è fatto così, preferisce sia essere che non essere, e l’unica scelta che Tonetto fa è di non darci coordinate che possano portarci a risposte certe. Lo fa proponendoci un umorismo che trova il suo punto di forza nelle sterzate improvvise che Tonetto fa prendere alle storie, alle gag, ai dialoghi e alle sequenze slapstick. Tonetto ci guida dapprima sulle strade sicure di plot classici, facendoci presagire una svolta improvvisa che però non è mai quella che avevamo pensato noi. Non è mai la strada più facile, e a volte non è nemmeno la più divertente. E’ invece quella che l’autore decide di percorrere per dare a Rufolo uno spettro emotivo ricco e renderlo qualcosa di più interessante e strutturato.

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Infatti è facile dare a Rufolo del surreale. Tonetto non vuole limitarsi a modificare la nostra realtà, a estremizzarla, a piegarla alle sue idee, preferisce invece creare un mondo nuovo che può plasmare a suo piacimento. Il nutrito cast di personaggi che popola il suo libro risponde infatti a regole del tutto nuove, segue leggi morali, fisiche, chimiche e geografiche diverse dalle nostre. Un’idea di mondo dove le logiche personali convivono su un terreno dove non ci sono scontri ma naturali mediazioni. Nel mondo di Rufolo sono tutti profondamente amici, e come tali non danno valore relazionale alle pazzie altrui, all’inquietante ferocia, alla sottile perfidia, alla naturale generosità e alla malinconia che travolge le loro giornate. Tutti sopportano i difetti e i comportamenti estremi degli altri, li comprendono in quanto prodotto di una rincorsa alla felicità cui tutti sembrano prendere parte. Sono concentrati a raggiungere una felicità immediata, egoistica e probabilmente effimera – d’altronde ne esistono davvero altri tipi? – ma quando le cose vanno male (e vanno male quasi sempre) il mondo non gli casca da sotto i piedi. Rimangono lì, con le loro zampe ben piantate nel bianco invisibile della pagina. Con il loro mondo assurdo tutto attorno e un orgoglioso stupido sorriso che è l’unica vera e reale conquista a cui possono e possiamo ambire.

Rufolo
di Fabio Tonetto
Eris Edizioni, 2016
104 pag.

Laser #11 | Novembre 2016

Laser è l’elenco delle recensioni che ho pubblicato durante il mese. Di solito sono molto poche perché sono pigro.


tumultoTUMULTO di Alice Milani e Silvia Rocchi (Eris Edizioni, 2016)
Tumulto è un libro coniugato al presente, in cui si respira pagina dopo pagina il bisogno di restituire al lettore una certa immediatezza delle vicende, senza girarci intorno e senza approfondirle più di tanto, per restituire più che l’esperienza in sé (evitando così l’elenco di tappe, luoghi visitati, persone conosciute, cose imparate), le sensazioni provate durante il viaggio.
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aqualung1AQUALUNG #1 di Jacopo Paliaga e French Carlomagno (Bao Publishing, 2016)
Facendo una mera somma degli elementi che compongono la storia nuda e cruda di Aqualungnon si troverà davvero nulla di veramente nuovo, così come lo sono anche i colpi di scena e le svolte della storia. Ma è chiaro che a Paliaga non interessa proporre ai suoi lettori qualcosa di nuovo, lui vuole dare loro una bella storia ben raccontata. Così tutti questi elementi che già conosciamo, sono utilizzati dallo sceneggiatore per farci sentire parte di un mondo con cui stiamo per avere il primo contatto. Non esagero quando dico che, tolto il prologo, bastano le prime due tavole del fumetto per sentirci già parte di una comunità e di una famiglia.
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comequandoeravamopiccoliCOME QUANDO ERAVAMO PICCOLI di Jacopo Paliaga e French Carlomagno (Bao Publishing, 2016)
Anche dal punto di vista visivo French Carlomagno si affida a una rappresentazione classica del genere. I personaggi sono tutti fighissimi, vestono abiti fighissimi e fanno lavori fighissimi, mentre le ambientazioni (fighissime) sono sempre sospese tra il tramonto e il crepuscolo. Ma è giusto così. Perché il genere lo richiede e, a meno di stravolgerlo sfruttandone gli stilemi, è meglio affidarsi completamente a essi. […] I due autori abbracciano il genere, ci giocano, lo comprendono e lo sfruttano e il risultato è piacevole. Piacevole ma tutto sommato trascurabile.
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albumALBUM di Marco Cazzato (GRRRZ, 2016)
È quindi d’obbligo una seconda lettura e poi una terza, una quarta, una quinta. Ma non tanto per svelare un mistero quanto perché ogni lettura ci fa sprofondare sempre di più in esso. E addentrandoci nel mistero cresce con noi la sensazione di un’intimità maggiore con la famiglia, in cui ora siamo del tutto inglobati. Non è la verità quindi a creare una famiglia, ma gli angoli bui che da parenti a volte possiamo illuminare e a volte decidiamo di tenere immersi nell’oscurità.
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poebattagliaEDGAR ALLAN POE di Dino Battaglia (Edizioni NPE, 2016)
C’è un’atmosfera inquietante, sottilmente comica, e un’attenzione ai dettagli dell’ambiente e dei costumi, tutte cose di cui Poe teneva gran conto durante la scrittura delle sue opere (e sono lì a testimoniarlo diversi articoli su mobilio, vestiti e gli studi sulla tecnica compositiva di una storia). Dino Battaglia coglie la complessità dello scrittore e la piega, la modifica e la insegue con i suoi disegni, ma anche con sceneggiature fortemente evocative capaci di riassumere in poche pagine racconti lunghi cogliendone l’anima o un aspetto sepolto dalle potenzialità più interessanti della classica interpretazione scolastica di queste storie.
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Anubi | Il Vangelo del Dio Cane secondo Taddei e Angelini

Questa recensione è stata pubblicata precedentemente su WildWood.

Chi è questo Anubi che si aggira per una città di provincia con una maglia sdrucita addosso? Di certo non è più la divinità di una volta. Passati i fasti egizi e trapassati tutti i suoi fedeli, Anubi è stato retrocesso da potente Dio Sciacallo a semplice Dio Cane: una bestemmia montata su due gambe scheletriche, uno dei tanti derelitti che abita bar sudici e frequenta persone poco raccomandabili, scarti della società e scherzi della natura. Tra vecchi rompicoglioni, suore cattivissime, uomini ricoperti di tumori e William S. Burroughs (proprio lui, in pelle e ossa, reso immortale dall’uso spropositato di droghe), Anubi cerca ogni giorni di farsi carne e diventare finalmente un uomo.

C’erano grande aspettative nei confronti di Anubi, il graphic novel di esordio di Marco Taddei e Simone Angelini edito dalla GRRRZ. Aspettative dovute al buon lavoro fatto dalla coppia sulle loro Storie brevi e senza pietà e relativo sequel, e alla lunga lavorazione di questo fumetto, cominciata nel lontano 2011. Ora che Anubi è arrivato con il suo carico di disagio e divinità, posso finalmente dire che le aspettative sono state ampiamente superate. E forse anche qualcosa di più.

Perché Anubi non è solamente un lavoro ben riuscito e inaspettatamente maturo che mette in evidenza il talento di Taddei e Angelini nel raccontare una storia complessa, gestire numerosi personaggi e non perdere mai la strada nel trattare le tematiche, ma è anche un libro profondamente lirico, a tratti commuovente per come riesce a essere così incisivo nel raccontare le nostre misere vite, la nostra fetida provincia.

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È proprio dal racconto della provincia che Taddei e Angelini dimostrano la loro bravura, perché asciugano ed estirpano la provincia del suo immaginario provinciale. Non c’è la poesia farlocca delle buone persone ignoranti ma genuine, non c’è la nostalgia becera del luogo della propria infanzia a cui far ritorno, non ci sono le critiche ciniche e balorde del provinciale trasferitosi in città. La provincia di Anubi fa schifo come quella reale. È cattiva e atroce, una gabbia in cui amiamo rinchiuderci, popolata da gente pessima. Pessima come noi. La provincia è un purgatorio in Terra dove Anubi (e noi) dobbiamo espiare le nostre colpe, subire tutte le umiliazioni possibili. È la vasca degli squali dove tuffarsi e vedere un poco se riesci a sopravvivere. Un luogo inospitale in cui siamo costretti a trovare ospitalità. Chi popola questo Tartaro è costretto per sopravvivere a diventare mostro, demone e scemo del villaggio, a far parte di un circo spaventoso che diventa l’unico sostegno e l’unica ragione d’essere. Non è un caso che Anubi – a discapito del titolo egoriferito – sia anzitutto un fumetto corale, dove i personaggi non solo prendono parola, ma hanno voce in capitolo tanto quanto il protagonista, ed è proprio con la descrizione dei rapporti tra Anubi e il microcosmo che lo circonda, che il personaggio prende forma sino a una tridimensionalità molto umana.

Una volta, quando ero bambino, mi è capitato di dover aiutare mio nonno ad alzare un sacco di calcina. Io da una parte, lui dall’altra. A metà strada tra il suolo e la carriola, il sacco si è rotto in una metà perfetta. Un polverone malsano che non vi dico. Colpa di un topo che aveva rosicchiato il fondo del sacco. Meglio dire un ratto. Un ratto gigantesco che era andato a morire in quel sacco, ucciso dalla calcina che stavo respirando. E una volta scomparso il polverone, ecco il cadavere del ratto: la calcina lo aveva conservato perfettamente, sembrava una statua. Aveva la pelle ancora intatta, ma priva di pelo e bianchissima. Rigido, stecchito, praticamente immortale. È quel ratto che mi viene in mente quando penso ai disegni di Simone Angelini. Il suo tratto ci racconta di un’umanità prosciugata della carne, disidratata, privata di organi e muscoli, i suoi personaggi sono scheletri che per mantenere una dignità indossano una pelle incartapecorita che non possono riempire in alcun modo. Eppure questa sua peculiarità non lo fa mai apparire un osservatore privilegiato o un giudice implacabile: Angelini butta via la carne e si getta nella mischia dei suoi personaggi a ballare con le sue zampe scheletriche e la sua pelle rinsecchita.

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Marco Taddei sembra invece scrivere con un bisturi arrugginito: viviseziona, preme sulla lama per incidere meglio e nel mentre infetta la ferita. La sua scrittura è precisa, quando vuole farTI ridere e quando vuole farti male. La gavetta su Storie brevi e senza pietà lo ha reso uno scrittore attento e capace nel delineare in pochi istanti il cuore di un personaggio, di mostrarlo al lettore senza particolare artifici ma facendolo emergere naturalmente dalla storia. Per questo Anubi può vantare al contempo un ricco coro di personaggi secondari scritto senza sbavature, e un protagonista che giganteggia su di loro e che si fa portatore dei temi del libro.

Ma descrivere lo stile di disegno di Angelini e quello di scrittura di Taddei è sminuire un lavoro nato dalla perfetta collaborazione tra i due. La loro sinergia è così precisa da far sembrare Anubi l’opera di un autore unico e non di due elementi. Taddei e Angelini sono un mostro a due teste e quattro braccia che si sorreggono e correggono a vicenda. Se Angelini è colui che annaffia il bisturi di Taddei per arrugginirlo ancora di più, Taddei invece aumenta la potenza dell’aspiracarni di Angelini. Insieme danno vita a una narrazione serratissima (con una griglia semplice che varia dalle quattro, alle sei e alle otto vignette) perfetta per raccontare la prigionia terrestre di Anubi, da cui però riescono a far emergere anche tutto il dolore del personaggio.

Con una parabola speculare a quella di Gesù Cristo, Anubi é un dio costretto a farsi uomo e incapace di venire a patti con la mediocrità che richiede questa forzata e acquisita umanità. La storia di Anubi é una Via Crucis di umiliazioni, disagio e tristezza, che porterà il fu Dio Sciacallo divenuto oramai un insulso Dio Cane, a immolarsi sulla propria croce (un treno interregionale puzzolente e scalcagnato) e farsi finalmente uomo facendosi infilzare mani e piedi scheletrici dai chiodi che immobilizzano ognuno di noi: i sogni e le speranze. Anubi è il racconto della morte di un Dio e della nascita di un uomo, ruoli che Taddei e Angelini vivisezionano senza alcuna pietà e senza semplificazioni. La dualità e lo scontro continuo tra divino e umano (e le scelte che queste comportano), non trovano risposte semplici nel suo finale, che anzi aumenta l’ambiguità del messaggio gettando dubbi sulle nostre vite. Con un presunto lieto fine che pare una bomba travestita da bon bon.

Anubi
di Marco Taddei e Simone Angelini
GRRRZ, 2015
340 pag.

Gigahorse #9 | Ottobre 2016

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo.

tumultosmall2TUMULTO
di Alice Milani e Silvia Rocchi (Eris Edizioni, 2016)
Due ragazze, una moto e un viaggio nei Balcani per raggiungere la Drina e chiudere i conti col passato. Per fortuna Tumulto non è né una guida turistica né un diario di viaggio, ma la storia di un’amicizia e delle piccole tensioni che la attraversano. Non ci sono melodrammi e non si cerca di sdrammatizzare, ci sono solo le piccole schermaglie che crescono, si confondono e spariscono nel paesaggio. E c’è pure la recensione.

aqualungsmall2AQUALUNG
di Jacopo Paliaga e French Carlomagno (Bao Publishing, 2016)
Lettura davvero divertente quella di questo volume che raccoglie la prima stagione del webcomic Aqualung. La sceneggiatura incastra bene i misteri che avvolgono Cold Cove, ma quello che conquista di più sono le dinamiche tra i personaggi. Holly è una protagonista forte e in crescita, capace di una affascinante antipatia. Azione, mostri, qualche battuta, qualche mistero che si risolve e cento altri che vengono a galla: davvero una lettura divertente.

tractsmall2TRACT
di Shintaro Kago (Hollow Press, 2016)
Mi piace come Shintaro Kago miri sempre a espandere quei concetti che gli sono cari. Ad esempio il filone dei giganti robotici iniziato con Super Conductive Brains Parataxis, continuava con una breve comparsata in un racconto a fumetti contenuto in Fraction ed è stato definitivamente (?) approfondito e ampliato in Industrial Revolution and World War, Con Tract l’autore giapponese approfondisce un discorso cominciato su un fumetto breve sempre comparso in Fraction. C’entrano tutti i fili che ci portiamo sottopelle, che siano vene, spaghetti o cavi elettrici. Per saperne di più leggetevi la recensione e non annoiatemi ulteriormente.  

lamedusaLA MEDUSA
di Roberta Scomparsa (Canicola, 2016)
Esordisce in casa Canicola edizioni la nuova collana Henry Darger, ovvero spillati con storie brevi di autori esordienti.
Roberta Scomparsa (del collettivo Doner Club) ci racconta una storia di preadolescenza e vacanze al mare, lo scenario perfetto per narrarci la repulsione e l’attrazione verso il corpo (proprio e degli altri). E la Scomparsa lavora bene sulle sensazioni concentrandosi sui corpi (delle ragazze ma anche degli adulti) imbarazzanti, goffi, da cui ci è però impossibile staccare lo sguardo (a costo di sentirci un poco sporchi).

dexterwardsmall2IL CASO DI CHARLES DEXTER WARD
di I.N.J. Culbard – Traduzione di Giorgio Saccani (Magic Press, 2015)
Il caso di Charles Dexter Ward
è il miglior adattamento che Ian Culbard ha realizzato dai racconti di H. P. Lovecraft. L’autore riesce a scrollarsi di dosso la voce del narratore originale e crea una struttura più dinamica (più dialoghi, qualche flashback, estratti dalle lettere) per raccontare la storia. La struttura regge e come sempre Culbard dà il suo meglio nelle sequenze mute, dove senza il peso delle parole, riesce a essere davvero evocativo.

rufolosmall2RUFOLO
di Fabio Tonetto (Eris Edizioni, 2016)
Facile dare a Rufolo del surreale. C’è invece il racconto di un’altra realtà con regole proprie e che non vuole avere nulla a che fare con la nostra. I bellissimi paesaggi sono enormi distese di bianco, i personaggi rifuggono dalle leggi morali, fisiche, chimiche e geografiche. L’atmosfera del racconto è originale, straniante, nuova. E fa anche ridere con un umorismo capace di avventurarsi per strade non ancora battute.

harleyquinn15SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN #15
di AA.VV. – Traduzione di Matteo Mezzanotte (Rw Edizioni, 2016)
Harley Quinn conclude la sua avventura hollywoodiana con un divertente team-up tra con Deadshot. Jimmy Palmiotti e Amanda Conner scrivono ancora un numero praticamente perfetto, capace di miscelare ironia, azione ed erotismo. E John Timms è l’uomo perfetto per disegnare questi tre elementi.
Finalmente la Suicide Squad di Sean Ryan riesce a darci un numero decente, peccato che ci si stia avviando verso il finale. L’idea di una Amanda Waller costretta a stare dall’altro lato della barricata funziona ed è ben gestita. Certo, i disegni di Philippe Briones fanno sempre schifo.
Si chiude con questo numero il primo ciclo dei Segreti Sei e se ne apre subito uno nuovo. Quello che viene chiuso si fa ricordare per la capacità di Gail Simone di creare un gruppo coeso e interessante di personaggi, quello che si apre invece decide di focalizzarsi su Black Alice chiamando in aiuto tutto il mondo magico dell’Universo DC. Stiamo a vedere che succede.

armataspaghetto1ARMATA SPAGHETTO #1
di AA.VV. (Sciame, 2016)
Il primo numero di Armata Spaghetto (la nuova autoproduzione di Sciame) è uno spillato antologico di esplorazione urbana, dove gli autori cercano di ricostruire un’epica della provincia attraverso i generi.
Maurizio Lacavalla e Michele Bolzani propongono un western atipico, Francesco Guarnaccia mette in scena la divertente brutalità dei luoghi comuni, Simone Pace è alle prese con un fantasy reatino e Kevin Scauri rende Napoli il teatro di uno scontro tra kaiju. Chiudono il volume due fumetti brevi del Dottor Pira e di Irene Coletto.
Esperimento più che interessante, attendo con trepidazione i prossimi numeri.

shviaggiatorideltempoSHERLOCK HOLMES E I VIAGGIATORI DEL TEMPO
di Sylvain Cordurié e Laci – Traduzione de I Cosmonauti (Editoriale Cosmo, 2016)
Quarto capitolo della saga che lo sceneggiatore francese Sylvain Cordurié sta dedicando al personaggio di Arthur Conan Doyle, questo Sherlock Holmes e i viaggiatori del tempo è un albo che regala un buon intrattenimento e che, rispetto ad altri capitoli della saga, risulta meno sbrigativo. Certo, alcune dinamiche del finale non sempre sono chiarissime, ma la storia coinvolge (anche grazie ai numerosi rimandi a La Mandragora e agli altri albi della serie). Disegni nella norma di Laci , sempre troppo ammazzati dal bianco e nero.

battagliapiopadreBATTAGLIA – Il Pio Padre
di Giulio Antonio Gualtieri e Valerio Nizi (Editoriale Cosmo, 2016)
Torna il vampiro Battaglia creato da Roberto Recchioni e Leomacs con una storia tutta azione che lo vede combattere contro un emissario delle forze del “bene”: Padre Pio. Diverte la serietà con cui Gualtieri affronta la vena dissacrante del personaggio, così come convince l’idea di un episodio poco interlocutorio ma pieno zeppo di combattimenti, inseguimenti e scontri fisici. I disegni di Valerio Nizi estremizzano le espressioni e i caratteri facciali dei personaggi, e si dimostrano sufficienti nelle sequenze più dinamiche (a volte un po’ troppo legnose per i miei gusti). Di Battaglia mi piace sempre un sacco il punto di vista sulla Storia, pragmatico, distaccato e lontano dalle santificazioni postume.

comequandoeravamopiccoliCOME QUANDO ERAVAMO PICCOLI
di Jacopo Paliaga e French Carlomagno (Bao Publishing, 2016)
Così come Aqualung, il primo graphic novel della coppia Paliaga-Carlomagno è una commedia romantica ben scritta e ben disegnata (in pratica tutto quello che non è Il suono del mondo a memoria di Giacomo Bevilacqua). I due autori sono cresciuti e sia la scrittura che il disegno sono notevolmente migliorati. Peccato che a conti fatti Come quando eravamo piccoli si riveli essere tanto ben scritto quanto trascurabile.

west1W.E.S.T. #1 – La caduta di Babilonia
di Xavier Dorison, Fabien Nury e Christian Rossi – Traduzione de I Cosmonauti (Editoriale Cosmo, 2016)
Tra esoterismo e selvaggio west, questa serie della coppia Dorison-Nury diverte e intrattiene con una storia cospirazionista che coinvolge Theodore Roosevelt, Aleister Crowley e una misteriosa società segreta. Trama non originalissima ma ben congegnata, con un paio di colpi di scena ben assestati e un team di personaggi ben assortito (anche se trattato con disparità). Disegni eleganti di Christian Rossi, che non si risparmia con una regia ricca di virtuosismi.

menofwrathMEN OF WRATH
di Jason Aaron e Ron Garney – Traduzione di Andrea Toscani (Panini Comics, 2016)
Ira Rath ha una maledizione centenaria da estirpare e questo è il momento giusto per farlo. I richiami biblici che Jason Aaron usa per questa miniserie gettano un thriller apparentemente nei canoni, all’interno di un vortice nichilista che colpisce per la sua intima violenza da Antico Testamento. Non ci sono speranze, solo capitoli da chiudere; non c’è futuro, solo un passato i cui demoni infestano il presente.

cocktailsanytimesmall2COCKTAILS ANYTIME
a cura dello Studio Pilar (Studio Pilar, 2016)
Terzo capitolo della tetralogia alcolica curata dallo Studio Pilar, questo Cocktails anytime è come i suoi predecessori (qui e qui) una raccolta colorata e multiforme che mette in mostra alcuni dei talenti più interessanti del fumetto e dell’illustrazione. Stupisce la leggerezza e l’atmosfera rilassata che pervade il volume.

suicidesquad16SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN #16
di AA.VV. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2016)
Dopo il temporaneo trasferimento hollywoodiano e il divertente team-up con Deadshot, Harley Quinn torna finalmente a casa. Non fa in tempo a varcare la soglia dell’appartamento che già si ritrova ad affrontare una vecchia nemica e a organizzare l’evasione di Mason Macabre. Dopo ventitre numeri di questa serie, Jimmy Palmiotti e Amanda Conner preannunciano però per il prossimo numero la resa dei conti tanto aspettata: quella tra Harley e il Joker. Sarà la prova del nove della loro gestione del personaggio e della loro capacità di scrittura.
Termina qui la Suicide Squad di Sean Ryan. Gestione deludente ma con gli ultimi numeri è riuscita a risollevarsi grazie al ruolo sempre più centrale e messo in discussione di Amanda Waller. Detto questo niente di davvero notevole (nemmeno nei disegni di Philippe Briones). I Segreti Sei di Gail Simone continuano la loro incursione nel mondo magico della DC, ma è troppo presto per capire se si tratta di una buona storia oppure dell’ennesima idea stravagante dell’autrice.

adamwild24ADAM WILD #24 – L’alba del Novecento
di Gianfranco Manfredi e Sinisa Radovic (Sergio Bonelli Editore, 2016)
Numero deludente di Adam Wild dopo le buone prove degli ultimi mesi. L’azione è ben gestita ma mancano i personaggi: Lady Winter è caratterizzata in maniera bidimensionale (in questo numero poi è in preda all’isteria), Adam Wild soffre della mancanza di spalle significative, e l’inserimento di Churchill e Gandhi appare fine a sè stesso (e Manfredi ha saputo fare di meglio in passato). Disegni nella norma, noiosi e senza alcun interesse.

Album | Marco Cazzato e il mistero della famiglia

Per questioni di lavoro ho quasi quotidianamente a che fare con foto di famiglia realizzate tra la fine del 1800 e 1980 (anno più, anno meno). Mi piacciono. Le preferisco alle foto di reportage, ai ritratti, alle foto post-mortem, agli album dei matrimoni e a quelli dei funerali (vai a capire come mai questa usanza è poi andata perduta) perché restituiscono uno spaccato più reale del contesto storico in cui sono state scattate. Non solo, le foto di famiglia sono misteriose. Chi le guarda vi cerca sempre una storia: si aggrappa agli oggetti, al mobilio, ai vestiti, agli usi e ai costumi dell’epoca per ricostruire la storia di quella famiglia e provare a capire l’istante che quella foto ci sta raccontando.

Gli album sono invece una cosa diversa, perché sono una raccolta di misteri. Vi vengono accumulate e catalogate fotografie di eventi divise per periodi storici, per luoghi, per personaggi che vi compaiono. E qui non solo ci si concentra sull’istante, ma si fanno collegamenti, si ricostruiscono parentele, gite domenicali, malumori  e gioie familiari, tentando di colmare lo spazio nero tra una foto e l’altra, il luogo in cui si nascondono tutti i segreti della famiglia.

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Com’è misterioso anche il nuovo libro di Marco Cazzato edito da GRRRZ e – non a caso – intitolato proprio Album. Il libro si sviluppa come un album di fotografie vero e proprio, sia nella sua veste tipografica che nella struttura del racconto. La percezione del lettore è quello di trovarsi davvero tra le mani uno di quegli album che si usavano fino agli anni Sessanta: la copertina ruvida, le pagine nere, le illustrazioni disposte in un ordine segreto che conosce solo chi le ha raccolte, le didascalie che a volte descrivono e a volte nemmeno ci sono perché non serve scrivere una data, un luogo o le persone ritratte se sono informazioni scontate. Così alla prima lettura ci si ritrova a sfogliare Album con un poco di timidezza, come se si spiasse nella vita di questa famiglia. Il lettore vaga stranito tra le pagine alla ricerca di coordinate, tentando di ricostruire legami ed eventi e la cosa diventa quasi una sfida, come a voler cercare un collegamento nascosto, un mistero non visibile.

È quindi d’obbligo una seconda lettura e poi una terza, una quarta, una quinta. Ma non tanto per svelare un mistero quanto perché ogni lettura ci fa sprofondare sempre di più in esso. E addentrandoci nel mistero cresce con noi la sensazione di un’intimità maggiore con la famiglia, in cui ora siamo del tutto inglobati. Non è la verità quindi a creare una famiglia, ma gli angoli bui che da parenti a volte possiamo illuminare e a volte decidiamo di tenere immersi nell’oscurità.

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Le illustrazioni di Marco Cazzato si portano appresso tutta un’atmosfera vintage da Italia degli anni Cinquanta, fatta di gite domenicali, coppiette, sorrisi; quell’aria innocente e spensierata che l’autore manomette creando piccole interferenze (a volte la testa diventa un vulcano, le braccia i tentacoli di una piovra, oppure una balena può comparire alle spalle di un soggetto). In questa operazione però non c’è nulla di pop e nemmeno un briciolo di critica sociale virata al grottesco, in cui la sostituzione di elementi dovrebbe farci apparire il vero volto della nascente borghesia. No, le interferenze di Cazzato sono squarci nell’intimità dei personaggi, come se la sfera privata irrompesse nel reale sotto forma di diplodoco o cane con due teste. Ogni illustrazione rende visibile un aspetto caratteriale, trasmuta un’emozione, dona corpo a un pensiero, ed è così che Cazzato ci accoglie in via definitiva in questa sua famiglia fatta di mistero e celate mostruosità. Proprio come ogni famiglia.

Album
di Marco Cazzato
GRRRZ, 2016
80 pag.
Postfazione di Silvana Ghersetti

Laser #10 | Ottobre 2016

Laser è l’elenco delle recensioni che ho pubblicato durante il mese. Di solito sono molto poche perché sono pigro.


ilsuonodelmondoamemoriasmallIL SUONO DEL MONDO A MEMORIA di Giacomo Bevilacqua (Bao Publishing, 2016)
A dispetto dell’ostentata raffinatezza,
Il suono del mondo a memoria risulta perfino essere tamarro: tutto sembra accadere sempre all’alba o al tramonto come in un film di Michael Bay, e le atmosfere rarefatte dei disegni sono continuamente violentate da testi sciocchi e superficiali, come se a un film di Antonioni venissero tolti i lunghi silenzi per essere sostituiti da monologhi interiori scritti da Fabio Volo. Ciò mette in luce tutta l’incoerenza di fondo del fumetto, quel suo volerci convincere di essere profondo, toccante, capace di illuminare le nostre esistenze, e di urlarlo in ogni frase e in ogni tavola, per cercare di convincerci della cosa.
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L’OMBRA VENUTA DAL TEMPO di I.N.J. Culbard – Traduzione di Giorgio Saccani (Magic Press, 2016)
Culbard dà il suo meglio con questa seconda parte, ma l’impegno che infonde per migliorare la prima parte è anche maggiore. Il fumettista arricchisce il lavoro di Lovecraft rendendo questa prima parte più interlocutoria e dando maggiore rilevanza al figlio del prof. Wingate Peaslee, ma non riesce comunque a scrollare di dosso alla storia la natura originale da grande prologo alle vicende che chiudono il racconto.
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TRACT di Shintaro Kago (Hollow Press, 2016)
Nonostante il trattamento scolastico che Kago riserva ai racconti e che spesso toglie potenza alle critiche che l’autore vorrebbe muovere nei confronti della società, Tract si rivela essere comunque un’opera interessante. Se questa volta Kago fatica nel parlare al nostro cervello, non smette mai invece di farlo con le nostre budella. I suoi disegni ce le aggrovigliano per il disgusto e per l’ansia.
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