Benvenuti a Cervellopoli | Esplorare il cervello con Matteo Farinella

Nel 2014 usciva per Rizzoli Lizard un libro interessante, capace di fondere avventura e divulgazione: si intitolava Neurocomic ed era realizzato da Matteo Farinella ed Hana Ros. Con la scusa di un racconto d’avventura, Neurocomic spiegava il funzionamento del cervello, senza limitarsi alle nozioni neurologiche ma sconfinando addirittura nella filosofia. Anzi, il fumetto di Farinella e della Ros non aveva proprio bisogno di nessuna scusa, perché non nascondeva gli intenti divulgativi dietro l’avventura e non utilizzava la scienza per nobilitare il puro intrattenimento. Neurocomic andava fiero della sua doppia natura di testo scientifico e racconto d’avventura, con i due elementi sfruttati al massimo delle loro capacità. Peccato che negli anni in pochi abbiano avuto il coraggio di replicare questa formula non semplice, adagiandosi sui triti stilemi del genere.

Benvenuti a Cervellopoli (Editoriale Scienza, 2017) è l’occasione per Matteo Farinella di tornare all’interno del cranio e spiegare il funzionamento del cervello a un pubblico più giovane rispetto a quello a cui Neurocomic si rivolgeva. Seguiamo così Ramon, un giovane neurone che visita per la prima volta Cervellopoli in modo da capire, una volta diventato adulto, qualche ruolo dovrà ricoprire all’interno del cervello. Sarà compito del maestro Camillo guidarlo a Cervellopoli e spiegargli funzioni e funzionamento di ogni sua parte.

La grande capacità di Farinella è quella di non subordinare il disegno alla divulgazione. In Benvenuti a Cervellopoli non c’è mai un istante in cui le illustrazioni danno la sensazione di essere state messe lì per trasformare dei concetti in un libro per bambini. Testo e illustrazioni sono per Farinella due elementi complementari che si sostengono a vicenda e aiutano la comprensione dei concetti espressi. Per esempio la tavola in cui il maestro Camillo spiega la formazione di un ricordo, è di una semplicità così disarmante che il concetto è chiaro anche senza la lettura delle didascalie esplicative. E non c’è nulla di schematico nella narrazione di Farinella, che invece avanza con un approccio esplorativo (difatti siamo spesso meravigliati dalle architetture e dalla natura immaginate dall’autore) basato su una serie di splash page che esaltano l’effetto panoramico e permettono anche al lettore visitare i luoghi concentrandosi anche sui particolari più nascosti. È qui  che si celano spesso le cose più divertenti e buffe del libro, che suppliscono egregiamente alla mancanza di una trama vera e propria alleggerendo il tono del racconto.

Tra Esplorando il corpo umano ed Escher, Benvenuti a Cervellopoli è un libro che non relega il suo aspetto educativo esclusivamente ai testi ma cerca una strada per farlo soprattutto con i disegni, riuscendo nella difficile impresa di sintetizzare in maniera simpatica e divertente cose non proprio semplici da spiegare. Una lettura perfetta per i bambini, ma interessante anche per gli adulti.

Benvenuti a Cervellopoli
di Matteo Farinella
Editoriale Scienza, 2017

Gigahorse #13 | Febbraio 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo.


DEADPOOL #14-15-16
di Autori Vari – Traduzione di Luigi Mutti (Panini Comics, 2016)
Deadpool: un giorno di straordinaria follia
è una miniserie in quattro numeri fatta per far interagire tra loro Daredevil, Luke Cage, Iron Fist e il già citato Deadpool. Convince di più della serie regolare e di tanti dei suoi derivati grazie a una buona dose di azione e una trama raccontata nello spazio giusto. Poi ecco, rimane ben lungi dall’essere una cosa che rileggerei volentieri. Il sedicesimo numero dell’albo dedicato al deadpoolverse si apre invece con il crossover tra il mercenario incappucciato e Doctor Strange. Ci ho capito poco nulla ma è stata una lettura divertente, almeno fino a quanto Duggan ha piazzato dentro a caso una scena introspettiva per farci capire quanto è sensibbile Deadpool. Si prosegue con lo speciale di Natale in coppia con Hawkeye: è inutile come sembra. Idem anche l’holyday special con protagonista Gwenpool.

LA SOFFITTA
di AkaB e Squaz (Passenger Press, 2017)
Misterioso e inquietante questo nuovo fumetto di AkaB e Squaz, un horror allucinato che cerca spiegazioni ma trova solo domande e dubbi a cui trovare risposta. I disegni infernali di Squaz ci fanno piombare nella mente confusa di un uomo e traccia i contorni di ossessioni e paure con la sicurezza di chi è capace di evocarne i fantasmi che teniamo dentro. E le parole di AkaB non sono una mera appendice ai disegni ma li integrano con una prosa di pari forza, dolorante e intensa, capace di illuminare intensamente parti di assoluta oscurità. 

DOGMA – Il segno dei tempi
di Stephane Betbeder ed Elia Bonetti – Traduzione de I Cosmonauti (Editoriale Cosmo, 2015)
Thriller mistico di buon intrattenimento, che dispiega la sua storia in maniera chiara senza i soliti garbugli tipici dei fumetti francesi sui complotti. Un po’ troppo verboso per renderla davvero una lettura divertente, ma i disegni di Elia Bonetti alleggeriscono il ritmo con una regia ben controllata.

CROCEVIA
di Yoshihiro Tatsumi – Traduzione di Vincenzo Filosa (Coconino Press, 2016)
I personaggi di Yoshihiro Tatsumi si perdono per la città alla ricerca di un finale per le loro vite. Non un lieto fine, si accontentano di un evento che riesca a distruggere la loro vita sociale così da renderli finalmente liberi di dare sfogo alle proprie ossessioni. Quelli di Crocevia sono racconti disperati, di una follia urbana che ingabbia e stritola sogni e speranze. Tatsumi colpisce duro, ma lo fa stando sempre dalla parte dei suoi protagonisti e accompagnandoli passo dopo passo nelle notti elettriche e spaventose del Giappone degli anni Sessanta.

SOFT CITY
di Hariton Pushwagner (The New York Review of Books, 2016)
Raccontare la vita di una moderna metropoli con i suoi ritmi e i suoi schemi non è cosa nuova, Pushwagner lo fa però con una disciplina e abnegazione verso uno stile che gli permette di portare fino in fondo la sua idea di un mondo fatto di vite fotocopiate, coreografie militari e linee parallele. E questo Soft city (fumetto perduto e poi ritrovato per caso) riesce persino a essere uno dei lavori più intimamente sconvolgenti che ho letto quest’anno, vuoi per il formato immersivo del volume, vuoi per lo stile di Pushwagner che ingabbia lo sguardo nei tracciati prestabiliti dalla società. Uso raramente parole importanti, ma questa volta è il caso: imprescindibile.

LA VERA STORIA DI LARA CANEPA
di Giacomo Nanni (Coconino Press, 2010)
Questa storia di maternità immaginata ha un incedere onirico che pone però le sue basi in un realismo spiazzante fatto di reazioni lente e transizioni temporali dilatate. Con una recitazione e un ritmo così naturali, il tratto scarno e iper espressivo dei disegni di Nanni e l’uso dei retini e delle pattern (a volte psichedelico, altre portatore di una sana quotidianità), creano un contrasto affascinante e un ambiente di lettura adatto per entrare in sintonia con le emozioni dei personaggi. Emozioni strane, misteriose e quasi sempre inafferrabili.

GROSSO GUAIO A CHINATOWN #1 – Le nuove avventure
di Eric Powell e Brian Churilla – Traduzione di Giovanna Falletti (Editoriale Cosmo, 2017)
Questo sequel ufficiale a fumetti del film di Carpenter si innesta senza troppi problemi sia alla trama che al mood della storia. Powell scrive una sceneggiatura divertente, piena di umorismo becero, qualche bella idea (le scene con le ex mogli di Jack Burton) e sequenze di azione, il cui unico grande difetto è l’eccessiva decompressione. Lo stile cartoonesco di Churilla potrà all’inizio far storcere il naso, ma dimostra di essere una scelta interessante per mantenere i toni eccessivi del racconto. Peccato però che non stupiscano mai davvero, né durante i combattimenti né nelle sequenze slapstick.

LE AVVENTURE DI TINTIN
Il loto blu – L’orecchio spezzato – L’isola nera
di Hergé – Traduzione di Giovanni Zucca (allegato RCS, 2017)
Sulle avventure di Tintin nessuna anticipazione perché sto realizzando un diario di lettura. Non sono recensioni ma solo pensieri sparsi, appunti, azzardi e arrampicate sugli specchi per cercare di tirare fuori qualcosa di nuovo e di diverso da un personaggio che ha prodotto più saggistica che merchandising. Trovate tutti i tentativi qui

DELETE #1-4
di Jimmy Palmiotti, Justin Gray e John Timms (Devil’s due | 1first Comics, 2016)
Questo thriller fantascientifico in quattro numeri intrattiene ma purtroppo non ha abbastanza spazio per sviluppare i rapporti tra i personaggi. Se infatti la trama si dispiega senza troppi problemi tra misteri, colpi di scena e un finale inaspettato, Palmiotti e Gray non sfruttano appieno le potenzialità del legame tra i due protagonisti, legati da un filo di incomunicabilità (lui affetto da un ritardo mentale, lei sordomuta) che rendeva davvero originali le premesse della miniserie. John Timms è l’artista perfetto per la serie, con quel suo tratto pulp che non rinuncia però a una moderna patinatura.

ARMATA SPAGHETTO #2
di aa.vv. (Sciame, 2017)
Avvolto dalla copertina spaziale di Lorenzo Mo, il secondo numero di Armata Spaghetto si apre con Hangry di Kevin Scauri. Dopo i kaiju napoletani del numero precedente, Scauri declina il genere supereroistico in salsa partenopea e dimostra non solo di riuscire a costruire un’ottima storia umoristica, ma anche di costruire un universo originale e ricco. Simone Pace continua il suo lavoro sul fantasy regionale con una storia secca e cruda, e conferma la sua capacità di gestire i toni epici a cui però innesta una componente di spigolosa intimità. Raffaele Sorrentino esordisce invece con il primo episodio di Draconte, una storia di periferia dai toni quasi post-apocalittici. Le premesse sono interessanti, attendo sviluppi. Lacavalla e Bolzani continuano a plasmare il loro mondo meta-cinematografico con Il John Ford Point. Questo secondo capitolo conferma la natura evocativa e misteriosa della serie, grazie a una narrazione affascinante. Potrebbe rivelarsi il lavoro più interessante del lotto. Mecha Suit Laguna di Irene Coletto è invece un piccolo gioiello di umorismo, ma non voglio anticiparvi nulla oltre allo straordinario titolo per non togliervi la sorpresa. In definitiva un secondo numero migliore del primo. A questo punto non vedo l’ora del terzo.

BLOODSHOT REBORN #1 – Colorado
di Jeff Lemire e Mico Suayan – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2016)
L’universo Valiant mi affascina sempre di più. Questo primo volume di Bloodshot Reborn, perfetto starting point per chi come me non conosce il personaggio, è un fumetto vecchio stile, solidissimo e che va dritto al punto senza perdersi ai margini della trama. Jeff Lemire scrive un Bloodshot combattuto, incapace di essere umano ma altresì impaurito di ritornare schiavo dei naniti. La cosa stupefacente è che la scrittura di Lemire ci porta a empatizzare istantaneamente col personaggio, una cosa che non mi capitava da tempo durante la lettura dei fumetti supereroistici. Buoni i disegni di Suayan ben coadiuvati dai colori di Baron. Peccato solo per il character design di Bloodsquirt, un piccolo passo falso che però pare già essere stato corretto nel numero finale di questo volume (con i disegni superlativi di Raul Allen).

THE SPIRIT #1 – Chi ha ucciso The Spirit?
di Matt Wagner e Dan Schkade – Traduzione di Valeria Gobbato (Editoriale Cosmo, 2016)
Difficile mettersi al lavoro su un personaggio iconico come The Spirit e riuscire al contempo a rimanere fedele all’originale e raccontare qualcosa di nuovo. Matt Wagner riesce a scrivere una storia capace di azione, umorismo e romanticismo, con un mistero che si svela numero dopo numero, con un tono in piena continuità con l’opera di Will Eisner. La gestione dei flashback non convince molto e le visite ai nemici classici del personaggio sono un poco noiose (soprattutto perché sapendo già che Spirit è vivo risultano giusto un divertente fan service), ma la storia fila senza troppi problemi con alcuni buoni momenti (i confronti tra Dolan e la figlia su tutti). Schkade fa un ottimo lavoro ai disegni, riuscendo a replicare la ricercatezza visiva di Eisner ma anche il tono di recitazione dei personaggi.

HARLEY QUINN E LA GANG DELLE HARLEY
di Jimmy Palmiotti, Frank Tieri e Mauricet – Traduzione di MC Farinelli  (RW Edizioni, 2017)
Dimenticabile miniserie dedicata al gruppo di aiutanti di Harley Quinn. La storia va avanti senza troppi problemi ma un cattivo dimenticabile e un gruppo da cui faticano a emergere le singole individualità inceppano il meccanismo in più di un’occasione. Harley Quinn salva spesso la situazione ma poco può fare per contrastare una storia poco ispirata (anche graficamente).

TERMITE BIANCA #1 – Dagli abissi
di Marco Bianchini, Marco Santucci e Patrizio Evangelisti (Editoriale Cosmo, 2017)
Nel primo numero di Termite Bianca, Bianchini e Santucci dispongono sul tavolo tutti gli elementi della storia, pronti a farla detonare nel secondo volume che conclude la serie. Forse queste cento pagine iniziali possono lasciarvi insoddisfatti, ma il lavoro di world building fatto dai due autori è interessante, affascinante e soprattutto emerge dalla trama senza spiegoni, flashback o dialoghi chiarificatori. I disegni di Patrizio Evangelisti fanno il resto: con un’attenzione assurda per il dettaglio il disegnatore illustra un mondo alieno e allucinato con architetture mastodontiche, animali pericolosi e astronavi velocissime. Il meglio però lo dà col character design con un tratto iperrealista e caricaturale che stupisce.

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN #19
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (RW Edizioni, 2016)
Palmiotti e la Conner introducono il nuovo villain Red Tool, che è in pratica Deadpool ma scritto bene. Storia divertente ma è impossibile togliere gli occhi di dosso alla Harley Quinn di John Timms. In netta controtendenza alla Harley morbida e paffutella delineata dalla Conner, quella di John Timms è spigolosa dove serve (il naso, la bocca con pochissime labbra, le anche) e morbida nella parti giuste (ve le devo anche dire?). Non so, mi stordisce ogni volta. Il Road Trip Special di Harley Quinn, Catwoman e Poison Ivy è invece una parentesi divertente azzoppata purtroppo da disegni non sempre all’altezza. Si salvano giuste le quattro pagine di Qualano e Armentaro. Sui Segreti Sei rimane ancora qualcosa da dire? No. La conclusione di questa saga lovecraftiana è ridicola e inutile tanto quanto il resto. E ora sotto con gli ultimi numeri della serie e poi ce la siamo tolta definitivamente dalle scatole.

Mezolith | Haggarty e Brockbank riportano in vita la Preistoria

Con tutta probabilità anche il vostro percorso attraverso la scuola dell’obbligo è stato funestato dalla presenza ingombrante, noiosa e diabolicamente pianificata degli sceneggiati Rai a carattere storico, religioso o scientifico. Sicuramente vi sarà capitato di guardarne uno, obbligati dal solito prof che pensava bene di dimostrare la sua modernità integrando le lezioni su Leonardo Da Vinci con uno sceneggiato realizzato vent’anni prima col solo scopo di far addormentare le persone davanti al televisore. Per fortuna col tempo le cose sono cambiate, per esempio ho smesso di andare a scuola. Sebbene sia molto sicuro del fatto che ancora qualche insegnante abbia il coraggio di mostrare quelle VHS ai suoi studenti, nel mondo esterno le cose si sono evolute in meglio. Per esempio c’è Vikings, serie tv di History che unisce con grande mestiere una storia appassionante a una ricostruzione storicamente attendibile sia dei props che dei fatti raccontati.

Sulla stessa scia si muove Mezolith – fumetto scritto da Ben Haggarty e disegnato da Adam Brockbank – che vuole raccontarci il nostro passato più remoto seguendo le vicende di Poika, un ragazzino di diecimila anni fa nato e cresciuto in una tribù di cacciatori-raccoglitori. Il lavoro di documentazione fatto da Haggarty è immenso e lo si nota soprattutto da una cosa: non ce lo mostra mai. È semmai la storia a raccontarci le abitudini dei personaggi, le tecniche di caccia, i rapporti sociali e le gerarchie, e di conseguenza sono i disegni a dirci i materiali dei loro vestiti, delle loro case e delle loro armi, nonché la forma dei loro corpi e gli ornamenti che utilizzano. Nessun proclama o spiegone, nessuna didascalia e nessun apparato redazionale: i due autori vogliono prendere le distanze dal fumetto divulgativo tradizionale e portarlo su un altro livello, dove non solo è la storia a farsi portatrice di informazioni, ma è nei movimenti, negli utensili e nelle scelte prese dai personaggi che emerge chi eravamo diecimila anni fa.

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Perché sebbene sia vestito da fumetto divulgativo e d’avventura, Mezolith ha ambizioni ben più ampie, prima tra tutte quella di raccontarci l’origine delle storie, quei prototipi narrativi che poi sono diventati lo scheletro che ancora oggi utilizziamo per dare forma a una narrazione. Haggarty cerca così storie archetipiche e le sintetizza al massimo, come se le dovesse purificare da millenni di modifiche, aggiunte, variazioni per farle tornare al loro status originario. Qui Haggarty compie poi un’ulteriore operazione di rievocazione storica ma anche di invenzione letteraria, ovvero una ricostruzione della vita spirituale dei nostri antenati, che l’autore lega indissolubilmente a tutto ciò che è natura, compresa una mitologia che all’inizio nasconde la sua vastità e complessità proprio perché integrata nel mondo naturale. Questo tentativo di dare una mitologia alla Preistoria è portato avanti sia popolandola di creature, spiriti e demoni che non esistono nel nostro immaginario collettivo, sia creando un punto di incontro tra noi e gli uomini primitivi, un’immedesimazione capace di rendere finalmente umani dei personaggi che sentiamo sempre molto distanti da noi. Per Haggarty è questa la matrice da cui l’uomo ha tratto le prime storie, ha creato le religioni e tornito la sua coscienza, un mondo dove reale e fantastico convivono su uno stesso piano e si mischiano continuamente.

In questo senso i disegni di Brockbank riescono bene a sintetizzare la convivenza tra realtà e mitologia. Il tratto iperrealista dell’artista è perfetto per il livello di dettaglio richiesto dalla fedeltà storica, ma è anche capace di inglobare nel suo tessuto una componente magica e misteriosa che innesta sullo stesso piano della realtà. Così ogni sequenza realistica riesce a sfociare nel fantastico senza alcuna forzatura, formando una narrazione suggestiva le cui svolte e soluzioni arrivano spesso in maniera inaspettata e affascinante, soprattutto quando emergono impreviste svolte spirituali capaci di emozionare.

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Mezolith è un esperimento complesso ma ben riuscito, un ibrido impossibile tra fumetto divulgativo, racconto d’avventura e indagine spirituale senza mai essere noioso e senza mai mettersi in cattedra. Anzi, intrattenendo con una storia appassionante capace di nascondere diversi livelli di lettura, cosa che rende il fumetto adatto a ogni fascia d’età.

MEZOLITH
di Ben Haggarty e Adam Brockbank
traduzione di Francesca Martucci ed Elisabetta Sedda
Diabolo Edizioni, 2016
90 pag.

Laser #14 | Febbraio 2017

Laser è l’elenco delle recensioni che ho pubblicato durante il mese. Di solito sono molto poche perché sono pigro.


tinderdateLa cosa più bella che ho fatto a febbraio è stato intervistare Cristina Portolano sul suo nuovo progetto a fumetti che sta serializzano su Patreon: una storia su Tinder, sul sesso e sui sentimenti, tutta ambientata in Italia, che nel bene e nel male è la cosa che rende interessante il racconto. Ne sono uscite cose belle sul fumetto autobiografico, sul suo metodo di lavoro e sul perché raccontare questa storia. Qui potete leggere l’intervista e qui invece trovate il profilo Patreon di Cristina Portolano dove potete leggere la storia a un euro al mese (o più, vedete voi).

Poi ho scritto anche delle recensioni:

specialexitssmallSPECIAL EXITS di Joyce Farmer – Traduzione di Fay R. Ledvinka (Eris Edizioni, 2016)
La Farmer guarda alla morte come a un fatto naturale. La spoglia in questo modo di ogni significato religioso e persino spirituale, mostrandoci l’essenza di questo evento attraverso uno sguardo laico dove gli unici elementi che contano sono l’essere umano (con i suoi affetti) e il corpo. Non c’è anima nei protagonisti di Special exits, ma solo carne e pelle, e nel loro cammino verso la morte non c’è mai alcun afflato mistico, semmai solo il desiderio di confermare l’amore verso i propri cari.
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harrowcountysmallHARROW COUNTY #1-2 di Cullen Bunn e Tyler Crook – Traduzione di Valerio Stivé (ReNoir, 2016)
Il cammino che Emmy affronta per prendere coscienza del suo nuovo ruolo passa attraverso i classici passaggi del genere, dalla rivolta del paese alla scoperta di un aiutante, dal tradimento di una persona fidata al presunto nemico che si rivela essere dalla propria parte. Non c’è nulla di nuovo nella struttura del racconto, eppure con una protagonista così combattuta tra luce e oscurità, tutto si fa decisamente più interessante. Soprattutto perché Emmy è stata cresciuta come una brava ragazza, rispettosa dell’autorità paterna, dedita al lavoro dei campi e benvoluta dagli abitanti. Emmy sa di essere buona e non vuole che la scoperta di questi poteri oscuri cambi quella che è la sua vera natura.
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segniaddossoI SEGNI ADDOSSO – Storie di ordinaria tortura di Andrea Antonazzo ed Elena Guidolin (BeccoGiallo, 2016)
Un inizio teatrale e artefatto che gli autori usano per farci precipitare nella realtà della cronaca, ma anche strumento perfetto per introdurre la narrazione obliqua e per nulla cronachistica della Guidolin. Pur seguendo la sceneggiatura di Antonazzo, il suo sguardo si fissa sempre dove non ti aspetti, è perennemente altrove ma mai estraneo ai fatti: si concentra sui particolari, vaga sui paesaggi, dimentica alcuni elementi e si focalizza con eccesso su altri, come se cercasse sempre una spiegazione nei luoghi, nei movimenti, nelle persone.
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pigssmallP.I.G.S. di Cecilia Valagussa (VOStripgilde Uitgeverij, 2016)
P.I.G.S. si presenta con un atipico formato orizzontale, in cui la tavola si sviluppa nella sua interezza su entrambe le pagine, senza però ricercare quell’effetto panoramico che ci si aspetta solitamente da un design del genere. Anzi, la Valagussa sembra disattendere volutamente questa aspettativa del lettore presentando spesso un ambiente o un paesaggio unico, ma frammentandolo continuamente basandosi sui movimenti della protagonista. È come se la Valagussa, rimodellando ripetutamente il suo sguardo intorno al personaggio, cristallizzasse ogni inquadratura in uno spazio scenico cubista che contempla non solo la dimensione spaziale ma anche quella temporale.
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tintidalasInfine ho inaugurato una nuova serie in quattro parti, Tintin a trent’anni, una sorta di diario di lettura della serie di Hergé scritto da uno che la legge per la prima volta a trent’anni suonati. Non è una recensione, sia ben chiaro, ma solo appunti sparsi, idee, punti di vista. Quindi materiale assai discutibile, ma corredato dalle bellissime illustrazioni di Pablo Dalas. Trovate il primo episodio qui.

I segni addosso | Elena Guidolin e Andrea Antonazzo raccontano la tortura

C’è una cosa della tortura che mi ha sempre spaventato, ovvero l’intrinseco fascino che sprigiona. Più di ogni altro crimine la tortura mette in scena un gioco di potere, vive di simboli e messaggi, debilita e attacca tanto il corpo quanto la mente, si manifesta attraverso rituali e una liturgia codificati e mai lasciati al caso. Non vado fiero di questa fascinazione, ma la registro e per un attimo la guardo dall’esterno e quel che vedo sono una sequenza di immagini da cui mi è impossibile distinguere a una prima occhiata quale di queste è raccontata in un film e quale è invece successa nella realtà. Le macchie di sangue sui muri della Diaz e Mel Gibson torturato in Braveheart, le gambe rotte in Misery non deve morire e il prigioniero di Abu Ghraib bardato come uno spaventapasseri, sono tutte immagini potenti che si sono impresse nella mia mente. E la cosa davvero terrificante è che se mi costringo a pensare al motivo di tutta questa forza che la tortura esercita nel mio immaginario (ma credo in quello di molti altri), è che mi è difficile immaginarmi in uno solo dei ruoli. Non riesco a pensarmi esclusivamente vittima o esclusivamente carnefice: sento il dolore e l’umiliazione del torturato e al contempo il potere e la crudeltà del torturatore.

Nel pieno della tradizione BeccoGiallo, I segni addosso – Storie di ordinaria tortura è un fumetto che unisce il giornalismo con la narrazione, anche se in questo caso i due elementi hanno una divisione più netta rispetto ad altri lavori, con una corposa appendice d’approfondimento messa in coda alla storia scritta da Andrea Antonazzo e disegnata da Elena Guidolin. O meglio alle tre storie  che compongono il volume e che si inseriscono in una cornice in cui la figura senza nome e quasi archetipica del torturato (senza volto, senza nome ma con le cicatrici) ci introduce nelle atmosfere del racconto.

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Un inizio teatrale e artefatto che gli autori usano per farci precipitare nella realtà della cronaca, ma anche strumento perfetto per introdurre la narrazione obliqua e per nulla cronachistica della Guidolin. Pur seguendo la sceneggiatura di Antonazzo, il suo sguardo si fissa sempre dove non ti aspetti, è perennemente altrove ma mai estraneo ai fatti: si concentra sui particolari, vaga sui paesaggi, dimentica alcuni elementi e si focalizza con eccesso su altri, come se cercasse sempre una spiegazione nei luoghi, nei movimenti, nelle persone. Non c’è mai nel segno della Guidolin la volontà di rappresentare, ma solo quella di evocare una sensazione e un’atmosfera, scelta che la porta alla creazione di una regia capace di distaccarsi dalla descrizione dei fatti, costruita con un segno al limite dell’astratto e un’attenzione particolare nei confronti dei piccoli eventi laterali all’azione invece che al fulcro del racconto. Se uno degli intenti del libro era quello di farci sentire i segni addosso, la missione è compiuta. Il segno della Guidolin inquieta e si fa dolente, diventa violento e opprimente ma nell’inchiostro nero che graffia le tavole, riesce anche a trovare piccoli riverberi di luce.

La sceneggiatura di Andrea Antonazzo soffre purtroppo del problema di molti fumetti della BeccoGiallo, ovvero il prediligere la cronaca al racconto, la tematica all’emozione. Antonazzo cerca di evitare l’errore raccontandoci tre storie di quotidianità distrutte dalla tortura, ma fatica a distogliere lo sguardo dal tema per rivolgerlo ai personaggi e alla costruzione di un intreccio capace di renderle davvero interessanti. Non è un caso che il secondo racconto risulti essere quello meglio riuscito del lotto: sebbene Antonazzo riproponga l’ormai classico tema della banalità del male, descrive i contrasti della spaventosa quotidianità dei torturatori, riuscendo finalmente a trasmettere del disagio nel lettore.

segniaddosso3Ed è un peccato questa ossessione per la tematica, l’anteporla ai bisogni della storia come se potesse sopperire alla mancanza di intreccio, di personaggi, di qualsiasi elemento capace di far vibrare il racconto. E lo è ancora di più quando questo succede con un libro come I segni addosso che aveva tutte le carte in regola per essere non solo un fumetto informativo ma anche emozionante, capace di raccontarci la tortura allontanandosi dalla narrazione che ne è stata fatta in questi anni dal cinema e dall’informazione. Andrea Antonazzo in questo è molto attento e infatti la sua sceneggiatura ci racconta la tortura ma non ce la rende mai affascinante. Lo sceneggiatore si tiene a debita distanza da quel fascino perverso di cui vi parlavo e tratta l’argomento privandolo delle sue attrattive principali (ovvero la ritualità e i giochi di potere), centrando perfettamente i toni narrativi del nucleo centrale ma dimenticandosi poi di rivestirlo con trame capaci di amplificarne la portata.

I segni addosso diventa così un libro riuscito a metà, un ibrido tra fumetto e giornalismo ancora troppo immaturo per riuscire ad amalgamare tra loro i due elementi.

I segni addosso – Storie di ordinaria tortura
di Andrea Antonazzo ed Elena Guidolin
da un’idea di Renato Sasdelli
Prefazione di Marco Ficarra – Studio Ram
BeccoGiallo, 2016
123 pag.

Tintin a trent’anni #1 | Di rinoceronti esplosi e senso dell’avventura

Non penso che la mia mente di fanciullo sia mai riuscita a elaborare una teoria convincente riguardo alla reale motivazione per cui i bambini francesi preferissero i cartoni animati di Tintin alle Tartarughe Ninja. Che problemi avevano per poter provare una reale attrazione verso quel bambino precisino dalle guanciotte rosse e col ciuffo biondo costretto a vivere in un mondo che era quello che raccontavano i miei nonni la domenica a tavola rompendomi le palle? Nemmeno oggi so darmi una risposta.

C’è da dire però che non ho più nove anni, ora ne ho trenta. Non che ne abbia preso effettivamente coscienza, e difatti l’unica decisione importante che ho preso finora è quella di leggere per intero Tintin e riportare qui le mie impressioni. Nessuna recensione, nessuna ricostruzione storica: solo gli appunti sparsi di un lettore da: Tintin nel paese dei Soviet, Tintin in Congo, Tintin in America, I sigari del Faraone, Il loto blu, L’orecchio spezzato.

Le illustrazioni a corredo dell’articolo sono di PABLO DALAS. Qui trovate il suo sito, la sua pagina Facebook e il suo account instagram.


SLAPSTICK, CRUDELTA’ E VIDEOTAPE
Mi sono sempre piaciute le sequenze slapstick anche se per me, più che al cinema, è nel fumetto che raggiungono il loro apice. La sequenza di una caduta scomposta in tre vignette è più divertente rispetto a una sua possibile controparte animata perché sintetizza la portata comica del movimento riducendola a tre momenti (camminata, inciampo/volo e infine atterraggio), cristallizzandoli nel tempo del racconto. Così una sequenza di slapstick in Tintin non è mai alla sua velocità naturale oppure velocizzata come quelle del cinema muto, ma è al contrario rallentata ed espansa (e il cambio di ritmo lo si nota di molto soprattutto quando lo slapstick è posto a conclusione di un inseguimento). Hergé usa il fumetto come un videoregistratore ante-litteram, con cui fermare l’azione in corrispondenza nel frame più divertente (quello dove gli arti sono più scomposti e dove l’espressione del volto è più ridicola) e riavvolgerla a nostro piacimento in un crudele e spassoso rewind. Una divertente crudeltà che Hergé innesta per esempio anche nei Dupondt: il lettore attende la sistematica e inevitabile caduta di coppia a ogni loro apparizione, rimane col fiato sospeso finché i loro nasi non si scontrano col pavimento.

© Pablo Dalas
© Pablo Dalas

IL SENSO DELL’AVVENTURA
L’avventura per Tintin è rimanere al centro della vignetta, combattendo contro una regia e un mondo con cui vuole rimanere al passo ma che viaggiano più velocemente di lui. E così ecco le biciclette, i risciò, le automobili, i treni e gli aeroplani, qualsiasi mezzo è utile per evitare di essere tagliato fuori dall’inquadratura e finire nello spazio bianco che tutto cancella e dimentica. È l’iniziale struttura episodica dei volumi a forgiare il ritmo indiavolato in cui Hergé immerge il giovane reporter, una struttura che vede i pericoli avvicendarsi e sommarsi mentre Tintin cerca una via di fuga o una soluzione. Un mondo che Tintin non ha il tempo di capire, di conoscere e di esplorare, può solo attraversarlo in velocità senza farsi troppe domande.

LA FORZA DELLO STEREOTIPO
E forse è proprio per colpa di questa velocità che Tintin e il suo autore sintetizzano e semplificano il mondo, ragionano per stereotipi come si direbbe oggi. Eliminato il pericolo che la polizia del politically correct possa intervenire in questa sede, ammetto di aver trovato gli stereotipi di Hergé divertentissimi e mai utilizzati esclusivamente nei confronti degli indigeni (che siano sovietici, americani, indiani o cinesi), ma anche rivolti a inglesi, italiani e francesi. Certo, al lavoro di sintesi occorre un livello di semplificazione che può far storcere il naso a molti, ma è impossibile non riconoscere a Hergé una capacità fuori dal comune di utilizzare gli stereotipi in maniera così divertente e rispettosa, capace di far nascere alcune tra le gag migliori di questi primi sei volumi. Prendete la bellissima tavola de L’orecchio spezzato in cui si racconta con ironia il veloce avvicendarsi delle dittature sudamericane, oppure la sequenza di Tintin in America in cui viene raccontato con un umorismo feroce la cacciata degli indiani d’America dai loro territori e la velocità con cui al loro posto vengono costruite intere città. Quello di Tintin è forse uno sguardo fugace, ma quello di Hergé è sicuramente più attento nello sfruttare gli stereotipi per fare del semplice umorismo, ma anche di ampliarne la portata per ragionare sul mondo e il suoi meccanismi, come a ricercare l’identità di una nazione in un solo comportamento ed estrarne il carattere essenziale.

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© Pablo Dalas

RINOCERONTI ESPLOSI
L’albo più sorprendente di questi primi sei è sicuramente Tintin in Congo. È ancora un libro immaturo, con problemi di ritmo e una trama sin troppo esile, però è pieno di cose matte che mai potremmo vedere oggi in un fumetto per bambini. Per esempio in una scena Milou è rapito da uno scimpanzé. Tintin decide così di uccidere uno scimpanzé, scuoiarlo, vestirsi delle sue pelli, salire sull’albero su cui la scimmia si è rifugiata con Milou e attuare uno scambio per ottenere indietro il cagnolino. Scambio che va a buon fine, almeno finché la scimmia non si accorge che l’altro scimpanzé non era altri che il reporter travestito, così si avvicina minacciosa a Tintin che giustamente le risponde con un calcio in faccia. Che bullo!
La sequenza capolavoro però è un’altra: Tintin vede un rinoceronte e vuole ammazzarlo per farne un trofeo di caccia. Il problema è che la pelle dell’animale è così coriacea che le pallottole riescono solo a scalfirla. Tintin decide così di infilare tra le pieghe della pelle un candelotto di dinamite che fa esplodere il rinoceronte, con tanto di brandelli sparsi in giro e l’eroico corno intatto, unico superstite della follia di Tintin.

Gigahorse #12 | Gennaio 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo.


segniaddossoI SEGNI ADDOSSO – Storie di ordinaria tortura
di Andrea Antonazzo, Elena Guidolin e Renato Sasdelli (Edizioni BeccoGiallo, 2016)
I segni addosso vive di due estremi che cercano di sorreggersi a vicenda. Da un lato c’è una sceneggiatura tradizionale e didascalica (che in questo caso non sempre appare come un demerito) mentre dall’altro ci sono delle tavole che puntano tutto sull’emozione più che sulla ricostruzione lineare dei fatti. Il risultato sarebbe e potuto essere più felice: le illustrazioni di Elena Guidolin rubano la scena a una scrittura che fa il suo dovere ma risulta troppo debole, tant’è che anche la struttura del libro non riesce a trovare un compimento e una chiusura tale da rendere incisiva la narrazione. A tirare colpi in faccia ci pensa la Guidolin, capace di una narrazione laterale alle vicende narrate (si concentra sempre su particolari apparentemente secondari) per dare così corpo e anima ai dolori, alle umiliazioni e alle torture subite.

xuwwuuXUWWUU – A furvert fairytale
di Gabriel Delmas (Hollow Press, 2016)
Gabriel Delmas ci accompagna nuovamente nelle terre che popolano i suoi incubi. Xuwwuu è un lavoro affascinante e lirico, da esplorare e percepire senza cercare di comprenderlo o decifrarlo. Per i lettori più coraggiosi e quelli che non si spaventano a leggere e rileggere qualcosa per scorgere particolari e connessioni che raccontino qualcosa di sé. Chiude il volume una bellissima intervista di Michele Nitri all’autore, ottima sia come introduzione per i nuovi lettori, che come utile appendice per i suoi lettori più affezionati. Qui trovate anche la mia recensione.

tintinLE AVVENTURE DI TINTIN
Nel paese dei Soviet – Tintin in Congo – Tintin in America – I sigari del Faraone
di Hergé – Traduzione di Giovanni Zucca (allegato RCS, 2017)
Parte la collana da edicola dedicata a Tintin, una raccolta cronologica in volume singolo con copertina cartonata fatta di quel materiale che ti fa venire voglia di appoggiarci la faccia sopra. Le tavole sono della stessa dimensione della raccolta che Rizzoli Lizard fece uscire qualche anno fa e che risulta ancora la versione più economica in commercio. Sto preparando un diario di lettura della serie, lo vedrete presto qui. 

thinTHIN #1-3
di Jon Clark (American Gothic Press, 2016)
Interessante miniserie in tre numeri che racconta la storia di una donna obesa convintasi di dimagrire dopo il tradimento del marito. Si rivolge a uno specialista particolare che la fa finire in una situazione poco piacevole. Il fumetto è a metà tra un film di Cronenberg (ma senza morbosità e amore per il gore) e uno di quei film indipendenti con un solo protagonista intrappolato in una situazione di merda (Mine, Buried e simili). E in effetti Thin potrebbe essere un buon film, perché darebbe la possibilità di approfondire alcuni aspetti e momenti che il fumetto gestisce troppo velocemente (su tutti il buon finale rovinato da una scrittura psicologica un poco grossolana). Funzionali i disegni, poggiati letteralmente sul corpo gigantesco della protagonista.

plutonium1PLUTONIUM
di Gabriel Delmas (Hollow Press, 2016)
Espressione atterrita, sguardo e bocca spalancati, due gambe secche che percorrono enormi distanze. Questi i tratti distintivi del protagonista di Plutonium, un mostriciattolo che esplora un mondo mutante, sorprendente e spaventoso. Quasi un libro di esplorazione per l’attenzione che Delmas ripone nella descrizione di flora e fauna, con un approccio naturalista e quasi enciclopedico accentuato dal tratto a matita. Qui trovate anche la mia recensione.

fashionbeastFASHION BEAST
di Alan Moore, Malcolm McLaren, Anthony Johnston e Facundo Percio – Traduzione di Leonardo Rizzi (Panini Comics, 2016)
Tratto da un soggetto di Alan Moore (a sua volta sviluppato da un’idea dell’eclettico Malcolm McLaren), Fashion Beast è un lavoro dai contenuti interessanti ma non sostenuto a dovere dalla sceneggiatura. La scrittura di Antony Johnston è altalenante: ci sono buoni momenti (gli scambi tra Celestine e Doll sono sempre all’altezza delle aspettative create) e sequenze ben gestite (come l’incipit), ma la scrittura dei personaggi non è sempre convincente e la loro ambiguità è spesso sotto-utilizzata. In più la storia (soprattutto nella parte iniziale) è eccessivamente allungata, cosa che le fa perdere il grip sulla tensione creata attorno al primo colpo di scena. Facundo Percio fa il suo dovere. Insomma, fa la solita cosa nello stile Avatar Press.

howtosurviveinthenorthHOW TO SURVIVE IN THE NORTH
di Luke Healy (Nobrow, 2016)
Cosa c’entrano tra loro una eschimese abbandonata tra i ghiacci da due scienziati nell’anno 1922, un professore costretto dopo uno scandalo a vivere il 2013 come il suo anno sabbatico, e il capitano di una nave incastrata nel ghiaccio dell’Artico nel 1913? Per una ragione e per l’altra tutti e tre sono perduti in un ambiente ostile e in una situazione difficile da superare. La forza del racconto di Luke Healy è quella di non intrecciare mai le storie (al massimo si sfiorano), ma di farle avanzare contemporaneamente. Sarà compito del lettore notare le analogie e le differenze di quella che comunque appare come un’unica storia sulla tenacia, sul coraggio e sulla speranza. Lo stile di disegno di Healy è reso originale da un uso del colore capace di dare un nuovo volto ai luoghi delle vicende. How to survive in the North è una storia d’avventura intima, classica e al contempo pop. Un ibrido interessante e riuscito

latteradeifigliLA TERRA DEI FIGLI
di Gipi (Coconino Press, 2016)
La terra dei figli
è la storia dell’ultimo libro dell’umanità. Una storia per forza di cose primitiva, dove la scrittura pare aver perso qualsiasi valore comunicativo nella vita reale per riacquistarne uno più primordiale e istintivo. Gipi conferma le sue già note qualità di narratore, ma spogliatosi della voce narrante e dell’autobiografismo e approdato nei territori della pura fiction, si riscopre essere un autore mille volte migliore di quello che è stato. Non solo più sincero (e questo è un paradosso visto che il cambiamento coincide con il suo primo lavoro di finzione) e meno propenso all’uso di trucchetti e sotterfugi (in primis proprio la sua ruffiana e perfetta voce narrante), ma perfino più incisivo, basti pensare a come un tema a lui caro come la paternità e il ruolo dei figli, venga sviluppato in maniera più profonda e forte rispetto al passato. Gipi dimostra la sua grandezza anche nel delineare un mondo futuro senza spiegazioni ma solo attraverso le suggestioni, evitando così toni paternalistici o apocalittici, soprattutto nei momenti in cui emergono echi riguardante internet e i social network. Un lavoro praticamente perfetto, puro e finto e proprio per questo ancora più reale rispetto ai suoi predecessori. Da leggere in coppia con La peste scarlatta di Jack London, con cui condivide più di una suggestione.

harrowcounty2HARROW COUNTY #2 – Come allo specchio
di Cullen Bunn e Tyler Crook – Traduzione di Valerio Stivé (ReNoir, 2016)
Harrow County si fa sempre più interessante nel modo in cui decide di trattare la stregoneria. Sembra una specie di Harry Potter in cui la protagonista invece di essere un eroe che deve compiere il suo destino, è una normale ragazzina che scopre il suo potere e deve combattere proprio contro quella sua predestinazione. Sempre molto convincente il lavoro di Tyler Crook. A occhio bisognerà attendere il prossimo volume per cominciare a intravvedere quello che sarà il vero nucleo della storia. Ve ne parlo in maniera più approfondita su Fumettologica.

nevefondazioneNEVE: FONDAZIONE – Il sangue degli innocenti
di Didier Convard, Eric Adam, Didier Poli e Jean-Baptiste Hostache – Traduzione de I Cosmonauti (Editoriale Cosmo, 2016)
Il prequel di Neve trasforma la saga da teso thriller politico e complottaro in un survival post-apocalittico dove muoiono più o meno tutti. E questa è la cosa che mi ha divertito di più del fumetto: non c’è un protagonista fisso così la narrazione prende ritmi sempre diversi che riescono a tenere in piedi una storia che non regala grandi sorprese. Disegni un poco monotoni, soprattutto nelle sequenze d’azione cui manca spesso una dinamica chiara.

deadpool2099DEADPOOL 13
di Autori Vari – Traduzione di Luigi Mutti (Panini Comics, 2016)
Secondo numero per Deadpool 2099 (che ricordo essere un appuntamento semestrale all’interno della testata principale). È l’unica serie di Deadpool che davvero mi interessa, sia per una storia ben raccontata e che cambia un poco le dinamiche del personaggio, sia per le illustrazioni di Scott Koblish. Se c’è un fumetto di Deadpool che va letto è sicuramente questo. Per il resto terminano la loro corsa i Mercenari per soldi. E menomale. Solite idee noiose e umorismo squallido dilatate fino allo sfinimento.

artopsART OPS #1 – Come iniziare una rivolta
di Shaun Simon, Mike Allred e Matt Brundage (RW Edizioni, 2016)
Il problema di Art Ops non è la scrittura prevedibile dei personaggi e della trama, ma un high concept pieno di buchi e incongruenze. L’Art Ops ha la missione di salvare le opere d’arte da un misterioso nemico. Lo fa estraendo letteralmente dai quadri i soggetti ritratti sostituendolo poi con dei sosia. E qui arriva il primo inciampo: e i quadri astratti? Quelli di solo paesaggio? E le nature morte? Quella non è vera arte degna di essere salvata? Il misterioso nemico si rivela essere il soggetto di un brutto quadro, dove per brutto quadro si intende un personaggio i cui tratti sono ripresi da cubismo ed espressionismo. Mi state dicendo che la Monna Lisa è brava perché classica e il cattivo è crudele perché è cubista? La cosa che più mi intrigava dell’idea iniziale era vedere la Gioconda catapultata nel 2017 e vedere un poco l’effetto che faceva. Niente, si abitua in un secondo come se nulla fosse. Per fortuna ci sono i disegni di Mike Allred e Matt Brundage, capaci di creare un’atmosfera in cui far convivere una Monna Lisa punk e un David – Elephant Man. Vediamo se col secondo e ultimo volume qualcosa si sistemerà, ma visto che i problemi stanno nelle fondamenta non ho molte speranze in merito.

bcomicsshhhB COMICS – FUCILATE A STRISCE: SHHH!
a cura di Maurizio Ceccato (Ifix, 2016)
Silenzio in sala, è arrivato il nuovo B comics ed è tutto muto. Non che gli manchino cose da dire, anzi. Il silenzio è stata l’imposizione e la sfida che Maurizio Ceccato (curatore, allenatore, silenziatore) ha imposto agli autori coinvolti nel progetto. E come sempre la selezione di Ceccato non si limita solamente a una batteria di illustratori di razza, ma è anche un laboratorio di narrazioni che cerca di allargare orizzonti e ambizioni del fumetto. Qualche racconto è più riuscito degli altri, tutti sono lontani dalla banalità (formale e di contenuti, se la differenza tra i due elementi esiste). Su Critica Letteraria vi avevo dei due volumi precedenti di B comics, CRACK! e GNAM!. Aspettate ancora un poco e arriva la recensione anche di questo.

suicidesquadharleyquinn18SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN #18
di Autori Vari – Traduzione di MC Farinelli (RW Edizioni, 2016)
Numero di passaggio per Harley Quinn, fondamentalmente una storia scritta solo per introdurre il nuovo costume del personaggio (uguale a quello del film Suicide Squad) e il nuovo cattivo che ci ritroveremo nei prossimi numeri. Comunque un numero divertente e di intrattenimento. Comincio a prenderci gusto nel seguire invece questa nuova gestione della Suicide Squad. Tim Seeley scrive un fumetto d’azione senza alcuna pretesa se non quella di regalarci uccisioni spettacolari e un’interazione tra i personaggi meglio gestita che in precedenza. E per ora ce la sta facendo. Ferreyra non mi convince del tutto perché sembra stia nascondendo alcuni suoi limiti (soprattutto nella recitazione dei personaggi) dietro una regia inutilmente complessa e barocca. Sui Segreti Sei continua ‘sta cosa assurda delle colonne, che il gruppo di “eroi” vuole distruggere per salvare Black Alice anche se ciò comporta la venuta di mostri spaziali sulla Terra. Non fa per me.

mezolith1MEZOLITH #1
di Ben Haggarty e Adam Brockbank – Traduzione di Francesca Martucci ed Elisabetta Sedda (Diabolo Edizioni, 2016)
Mezolith ha la pretesa di raccontare da dove vengono le prime storie del mondo e inaspettatamente riesce nell’impresa grazie a un mix di precisa ricostruzione storica e invenzione letteraria. La magia convive così con il reale, la fedeltà storica con la ricostruzione fantasiosa, e insieme compongono l’intricato mosaico delle vite dei nostri antenati. La struttura episodica del libro forse smorza la portata emotiva del racconto, ma dà la possibilità agli autori di descriverci un mondo variegato fatto di favole, battaglie, spiritualità e battute di caccia. Sospesi tra realismo e magia sono i disegni di Brockbank, molto suggestivi e sostenuti da una regia tradizionale ma attenta e meno banale di quel che può sembrare.

playboyIL PLAYBOY
di Chester Brown – Traduzione di Stefano Sacchitella (Coconino Press, 2016)
Questo è un fumetto per chi ci mette più tempo a scegliere un porno che a guardarlo, per chi è abbastanza vecchio da aver passato più tempo a nascondere materiale pornografico che a utilizzarlo. Un fumetto per chi ha questo tipo di ossessione (o passione?) e trova in Chester Brown non un amico ma più un interlocutore, qualcuno con cui condividere i propri pensieri più imbarazzanti. È stato liberatorio leggere della reazione di Brown alla playmate di colore (perché guardo solo porno con attrici bianche? Sarò intimamente razzista?), del suo concentrarsi su un particolare dei loro corpi per poi innamorarsene (oppure gettare via la pagina), della sua presa di coscienza di come la pornografia sia parte essenziale della sua vita e l’erotismo un luogo in cui si ha l’occasione di capire un po’ più sé stessi.