Vivono in me | Case stregate e vite programmate

Ho sempre trovato che l’inserimento nei fumetti di Jesse Jacobs di temi relativi all’ambiente, al vegetarianesimo e più in generale al rapporto etico e mistico tra uomo e natura, fossero inevitabili. Non li ho mai percepiti come temi realmente sentiti dall’autore, quanto più come frutti dello sviluppo organico del racconto. È una cosa che Jacobs non può evitare, le sue storie lo portano lì e lui non può farci niente. Anzi, non le sue storie, ma i luoghi in cui le ambienta. È da lì che nasce tutto.

Ogni libro di Jacobs è un microcosmo che risponde a regole proprie, che sia un’aliena meta turistica, un Eden capriccioso o la casa stregata protagonista di Vivono in me, il suo ultimo fumetto edito da Hollow Press. Sono habitat che, come nella realtà, sviluppano forme di vita, reazioni sociali, tracciano le coordinare spazio-temporali di un mondo che non ha nulla a che fare con nessun altro già esistente. Si potrebbe dire che nel lavoro di Jacobs è il contenitore a sviluppare e dare forma al contenuto, ponendo regole proprie nell’incedere della storia e nel dispiegamento delle tematiche. Non è un caso che, sovvertendo le regole del genere, la casa protagonista rivela sin dalla prima tavola la sua natura maligna: a Jacobs preme anzitutto definire ciò che è il suo contenitore, stabilirne i confini e le caratteristiche e difatti investe gran parte delle pagine a sua disposizione proprio a descriverci l’abitazione.

Lo fa con intelligenza, obbligandoci a seguire la visita della casa che un agente immobiliare sta presentando a una giovane coppia, ancora ignara di ciò che le spetta. Qui comincia il vero divertimento di Jacobs che tra architettura escheriana, cucine pieghevoli, mobili che prendono vita e stanze immateriali, catapulta marito e moglie in un incubo al flash forward in cui consumano la loro intera esistenza da coniugi all’interno di quelle quattro mura e della finestra temporale in cui avviene la visita. Più che una riflessione sulla vita di coppia, questo terrificante flash forward è la piastra di Petri in cui Jacobs osserva il naturale svolgimento della vita con uno sguardo all’apparenza leggero ma che risulta quasi immediatamente inquietante.

E’ un tipo di orrore quello trasmesso da Vivono in me, che nasce dal dubbio dell’esistenza di uno schema prestabilito nelle nostre vite, di una forza superiore che ci ha messo su binari da cui ci è impossibile deragliare. E se Jacobs usa all’inizio lo schema rigido della visita e l’accelerazione temporale, la sensazione di essere realmente oppressi da un’entità misteriosa arriva quando compaiono le digressioni geometriche che sono ormai diventate il marchio di fabbrica della narrazione dell’autore canadese. In Vivono in me la geometria si fa più sintetica ed essenziale trasformandosi in una sorta di geroglifico, una scrittura astratta e abietta che sembra regolare le nostre vite, una sorta di scheda di programmazione del destino personale di ogni uomo.

Vivono in me è un racconto nero che nasconde sotto un’apparente leggerezza un’idea cupa della vita umana, ma al contempo ci affascina e ci meraviglia mostrandoci lo spettacolo di una natura continuamente rigenerata da una forza mistica e organica che l’uomo sembra ormai avere perduto.

Vivono in me
di Jesse Jacobs
Traduzione di Valerio Stivè
Hollow Press, 2017

Cry me a river | Aggiustare le tubature di un amore agli sgoccioli

La cosa più spaventosa che possa capitare a una coppia è accorgersi che il legame sentimentale si è rotto senza una reale motivazione. Nessun tradimento e nessuna colpa, solo un rapporto che si è ormai usurato ed è (forse) destinato a finire. Per uscire da questa impasse la soluzione più comoda è creare un problema che possa essere utilizzato come scusa, portare fino al punto di rottura e vedere cosa succede. È una soluzione immatura, persino crudele a volte, ma rende le cose molto più semplici per la gestione immediata, e molto meno cupe perché sembriamo suggerirci che un nuovo futuro è possibile in un momento in cui davvero no, al futuro nemmeno ci si crede.

Non è un caso che nel loro appartamento i due protagonisti di Cry me a river abbiano appeso un poster che recita la frase The future will be astounding, proprio in un momento in cui una crisi di coppia li ha impelagati in un presente molle, confortevole e soffocante come gelatina. Nelle prime pagine del suo nuovo fumetto, Alice Socal ci mostra il patetismo di quella scritta motivazionale, che fa da contrappunto (quasi) ironico all’amore in fase terminale che ha appena cominciato a raccontarci, come se la dichiarazione di intenti stampata su carta e appesa su una parete possa davvero portarci a immaginare un futuro sbalorditivo. Qualche pagina dopo la Socal rincara la dose facendo dire al suo protagonista parole altrettanto cariche di significato e così vuote negli intenti reali: Una svolta ci aiuterà a capire. Sì certo, come se una svolta non servisse – per l’appunto – semplicemente a cambiare strada ma a capire cosa non va.

Così come accadeva in Sandro, Alice Socal sfrutta inizialmente le banalità con cui anni di letteratura scarsa e di cinema dozzinale ci hanno abituato a trattare la fine di un rapporto, per poi intraprendere un percorso autonomo lontano dai consueti meccanismi narrativi. In Cry me a river la fine di un amore non è la scena di un delitto con gli investigatori alla ricerca di un movente, di prove e collegamenti, non diventa mai un gioco di logica alla ricerca di uno o più colpevoli. Per la Socal l’amore è immateriale e inspiegabile e sfugge quindi alle regole di causa-effetto che governano il mondo reale, svincolandosi così dalla ricerca di colpe, vendette e assoluzioni utilizzate per risolvere la crisi sentimentale. Cry me a river abbandona presto la sfera terrena e ne abbraccia una quasi totalmente spirituale, dove la realtà è marginale in quanto conseguenza di un percorso interiore, e dove non esiste alcuna terapia di coppia e nessun agente esterno ma solo un percorso parallelo dei due protagonisti fatto di rivelazioni mistiche, allucinazioni, visioni oniriche, animali guida che cominciano a popolare la loro vita quotidiana e piano piano li portano a prendere coscienza della loro situazione.

Mentre il resto del mondo rimane impermeabile ai sentimenti che animano i protagonisti, il tratto della Socal subisce forti infiltrazioni e si fa liquido prendendo in parola l’esortazione del titolo: piangi un fiume per me, e così accade. Per ogni lacrima versata dai protagonisti, il tratto della Socal toglie loro tridimensionalità, ne prosciuga le espressioni sino a sintetizzare al massimo i loro volti riducendoli a un minimo comune denominatore fatto di espressioni delineate con quattro righe e nessun reale segno distintivo sul volto (come hanno invece tutti gli altri personaggi). I due personaggi diventano quindi due ectoplasmi che abitano una casa di emozioni, rimorsi, futuri possibili, come se l’autrice volesse renderli forze invisbili ma palpabili all’interno del fumetto.

È quando ci accorgiamo della totale noncuranza che proviamo per i protagonisti che figuriamo per la prima volta lo sforzo che la Socal richiede a noi lettori: pensare a questa storia d’amore in dirittura d’arrivo come a un racconto che segue l’andamento delle emozioni e non quello di una trama. Lo scopriamo nel modo più drastico possibile, ovvero quando ci scopriamo privati dei personaggi, l’unico appiglio che credevamo possibile. Ci aggrappiamo così allo scheletro di quel che resta: i disegni, la composizione della tavola, l’interazione tra le varie sequenze. La nostra ancora di salvezza diventa il Fumetto stesso.

Man mano che la distanza tra reale e immaginario si assottiglia,  permane solamente l’emozione con tutta la sua mancanza di logica e di coerenza, una latitanza che la Socal utilizza come base per la struttura del suo fumetto che si fa via via sempre più immateriale con un movimento che non definirei dissolvenza quanto rarefazione. Non c’è infatti nella regia alcuna fluidità perché Cry me a river non è fatto della materia morbida e malleabile di cui sono fatti i sogni, ma della violenza e del lirismo di cui sono fatte le allucinazioni. Prendete la sequenza in cui Lei e L’Altro si rotolano nella neve e vengono inghiottiti. A questo punto dovremmo immaginarci una vignetta complementare (non so, i due sbucano da qualche altra parte) oppure una che ci dia l’idea di un cambio di scena netto. La Socal invece ci piazza una lunga sequenza in soggettiva con la protagonista sepolta nel letto che guarda il soffitto mentre Lui esce di casa. Mentre il suo sguardo si fissa su quell’angolo di appartamento, la percezione dell’ambiente che la ricorda si fa sempre meno acuta: si perdono particolari sino a conservare solo poche linee, tratti portanti di un’architettura che perde significato sino a trasformarsi nell’abbozzo di un cuore sciancato che si rivela poi essere nelle sequenze successiva il copricapo de L’Altro. In questa lunga scena non c’è grazia, non c’è fluidità, non c’è armonia. Come la protagonista, il tratto della Socal vorrebbe essere dolce e leggiadro ma rivela una gravità e una brutalità con cui siamo obbligati a fare i conti. L’atmosfera non è onirica ma febbrile, non è dolce ma angosciata, e così la narrazione ci mette davanti agli occhi l’emozione spogliata di qualsiasi positività, il cadavere martoriato e depredato di un amore finito.

Cry me a river è un racconto di emozioni non filtrate, che private di un background mostrano tutta la loro fragilità, l’incoerenza ma anche la forza con cui cercano di sopravvivere nonostante tutto. Una forza che Alice Socal fa manifestare attraverso le numerose creature che popolano il libro: il verme del caos, i due cani, il gamberone e l’uomo-cane. Se nel precedente fumetto Sandro era l’ingombrante spettro del passato, qui gli animali (reali o immaginari, poco conta) sono fantasmi del Natale presente che mostrano ai due protagonisti il sentimento che li lega oggi e ora, escludendo dall’orizzonte l’angoscia nei confronti di quel futuro che era diventato per loro il luogo dove confinare le paure e i timori in modo da non affrontarle nel presente.

Succede così che quando, con stupida semplicità, i due cascano nuovamente dentro il presente del loro rapporto, l’architettura terrificante di quel  futuro angoscioso crolla sotto il loro sguardo bonificato dalle lacrime e ora lucido al punto giusto per fissare l’orizzonte, scostare le macerie e pensare a domani.

Cry me a river
di Alice Socal
Coconino Press, 2017

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Laser #18 | Giugno 2017

Laser è l’elenco delle recensioni che ho pubblicato durante il mese. Di solito sono molto poche perché sono pigro.

In questi mesi potreste avere l’impressione che stia scrivendo poco. Avete ragione ma non ci posso fare nulla. Il mese scorso vi siete dovuto accontentare di questi miserrimi pezzi:

AFA 2017
Sono andato all’AFA – Autoproduzioni Fichissime Andregraund. Tutto molto bello: mostra fuori di testa sulla casa editrice coreana Yellow Kim, fumetti autoprodotti e svariate persone che ho conosciuto in carne e ossa. Qui vi racconto tutta la verità.

MISDIRECTION di Lucia Biagi (Eris Edizioni, 2017)
Quella di Noemi (e di Misdirection) è una storia di libertà, di errori e della possibilità di compierli fregandosene non tanto delle conseguenze, quanto del chiacchiericcio paesano di sottofondo.  È una storia di libertà anche per Federica. Anzi, soprattutto per lei che si scopre improvvisamente moralista e colma degli stessi pregiudizi che criticava. E la Biagi non le nega una sorta di lieto fine sommesso ma capace di scaldare il cuore per come descrive un ritorno a una normalità più giusta e consapevole. Nella stessa misura Misdirection pare augurarsi con molta umiltà che questa storia possa diventare anche per noi l’inizio di una demolizione dei nostri pregiudizi e dei nostri moralismi.
Leggi la recensione su Duluth Comics.

INQUIETUDINE di Noah Van Sciver – Traduzione di Stefano Sacchitella (Coconino Press, 2017)
Eppure questa non è che la punta dell’iceberg di un talento che non si preclude incursioni in generi, formati e storie diverse, riuscendo nel miracolo di non farle sembrare l’impresa di un talentuoso schizofrenico ma il corpus di una ricerca portata avanti su tutti i territori possibili. Non è un caso che Inquietudine sia il volume più adatto per approcciarsi sia alla diversità narrativa di Van Sciver, sia alla sua capacità di ricondurre il tutto sul medesimo percorso di ricerca.
Leggi la recensione su Fumettologica.

Gigahorse #15 | Maggio 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo.

AFA 2017
Pare abbia letto pochissimo questo mese, e invece no. Se qui vedete meno fumetti del solito è perché nel mese di maggio ho fatto un giretto all’AFA e ho fatto il pieno di fumetti strambi e poco conosciuti. Ne ho parlato in questo articolo qui, che tra l’altro inaugura anche una rubrica – Zinedrome – a cadenza casuale su fumetti indipendenti, autoproduzioni e collettivi.

Da qui in avanti invece trovate il resto delle mie letture mensili.

THE SPIDER – La regina degli zombie
di David Liss e Colton Worley – Traduzione di Valeria Gobbato (Editoriale Cosmo, 2017)
Psicopatico, stalker, gravato da un pesante disturbo post- traumatico, violento: come potrete immaginare The Spider non è un eroe equilibrato, una sorta di Batman meno afflitto e con meno regole da gestire sotto la maschera (maschera peraltro bellissima, così come le pistole). David Liss scrive una nuova avventura di questo personaggio dei fumetti pulp degli anni ’30, costruendo una storia semplice ma efficace, che diverte soprattutto per i bruschi modi del protagonista ma rimane minata da alcuni difetti fastidiosi (un cattivo incolore con tanto di noioso flashback, una certa prevedibilità nelle svolte della trama). I disegni di Worley non sono proprio quel che cerco in un fumetto, ma riescono a creare una loro atmosfera anche grazie a una buona regia. Copertina di Alex Ross fatta col pilota automatico, ma per fortuna dentro al volume sono raccolte tutte le variant realizzate da Francesco Francavilla. Peccato per la qualità di stampa dell’edizione Cosmo, che purtroppo sui neri perde molti dettagli, cosa che in un fumetto ambientato tutto di notte ha il suo bel peso.

LE LACRIME DELLA BESTIA
di Yoshihiro Tatsumi – Traduzione di Vincenzo Filosa (Coconino Press, 2017)
La visione morale di Yoshihiro Tatsumi emerge dai suoi personaggi, tutti fautori del loro destino, tutti falliti alla ricerca dell’unico riscatto a cui possono aspirare: la morte. Non possono incolpare il destino per i loro fallimenti, nemmeno qualche divinità, l’economia, la società o la Storia, nel Giappone di Yoshihiro Tatsumi le colpe sono sempre individuali e sempre incancellabili per quanto si cerchi di sfuggirgli o di nasconderle. Vengono così a galla le frustrazioni, i nervosismi, le paure, le perversioni, capaci di trasformare questi racconti quotidiani in un horror metropolitano in cui i protagonisti cercano di sfuggire al mostro che si portano dentro.

I BRIGANTI #1
di Magnus (Editoriale Cosmo, 2017)
I Briganti è un capolavoro di equilibrismo: Magnus costruisce un mondo in bilico tra la Cina del XV secolo e il futuro vintage di Flash Gordon, riuscendo a dargli una coerenza non solo visiva ma anche morale. I protagonisti sono cavalieri pulp, sostenuti da un credo di onore e dignità ma sveltissimi a menare le mani e squartare villain ambigui e doppiogiochisti. L’equilibrio di Magnus è stupefacente però quando la sua narrazione cambia di tono in maniera naturale, riuscendo a far convivere eroismo e umorismo come se fossero da sempre compagni di ventura.

NAMELESS – Senzanome
di Grant Morrison e Chris Burnham – Traduzione di Leonardo Rizzi (Saldapress, 2017)
Bel fumetto caciarone e tamarro di Grant Morrison, che l’autore cerca di nobilitare con tarocchi e cabala senza grossa fortuna. E menomale. Il risultato è una storia coinvolgente e spettacolare, che nasconde misteri e colpi di scena in una struttura intrigante che, anche dopo qualche rilettura, non smette di farsi apprezzare (merito anche di personaggi che non si svelano mai completamente). Lo sappiamo, Chris Burnham non è Frank Quitely e qui ogni tanto lo si sente (soprattutto nelle tavole con molti dettagli), ma la sua è una regia solida e dimostra in più di un’occasione di riuscire a dare corpo alle immagini partorite da Morrison. Nameless è una lettura divertente, non il miglior Morrison ma comunque una storia interessante capace di regalare più di un brivido.

PROMETHEA #1
di Alan Moore e J.H Williams III – Traduzione di Leonardo Rizzi (Rw Edizioni, 2017)
Della mia prima lettura di Promethea serbavo il ricordo di tutto l’apparato magico e misterico, di come Moore ce lo racconta in maniera accessibile (ma senza semplificarlo) rendendolo immediatamente non solo credibile ma reale in maniera assoluta. Avevo rimosso invece tutta la grandezza con cui Moore costruisce un racconto emozionante, ed è una cosa che con il bardo di Northampton mi accade spesso, chissà poi perché. JH Williams III tiene testa a Moore con un lavoro di storytelling mastodontico e ci fa capire che se sei un drago nemmeno la nefasta colorazione digitale di inizio millennio può rovinare il tuo lavoro.

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN #1
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni – Lion Comics, 2017)
Prende il via anche su Suicide Squad/Harley Quinn il Rebirth della DC. Per fortuna la Suicide Squad sembra avere un team degno di farla reggere in piedi: Rob Williams pare uno scrittore molto attento agli aspetti più intimi dei personaggi e già da questi due numeri si capisce che vuole imbastire un racconto emozionale, oltre le solite dosi di botte ed esplosioni che male non fanno. I disegni ancora non mi convincono, tolta l’Harley Quinn di Jim Lee che invece trovo molto bella. Chiude l’albo il primo numero della serie di Deathstroke. All’inizio la narrazione pare confusionaria e raffazzonata, poi però si scopre perché: non mi sono certo ribaltato dalla sedia ma la scelta mi ha stupito e ha tutto sommato migliorato una storia che mi stava infastidendo. Vedremo dove si andrà a parare, per ora i temi e la trama non mi attirano per niente (e figuriamoci i disegni).

SOLOMON KANE – I cavalieri della morte
di Scott Allie, Mario Guevara e Juan Ferreyra – Traduzione di G. Falletti (Editoriale Cosmo, 2017)
Prima di questo fumetto la mia conoscenza del personaggio di Howard si limitava al film di qualche anno fa, mio guilty pleasure per quelle serate in cui ho voglia di vedere film con mostri e uomini muniti di spada. Il fumetto mi ha divertito come il film, non tanto per la trama che è parecchio scontata, quanto per le reazioni del protagonista, che con fare molto pratico e sbrigativo pensa solo ad affettare i mostri e non alle conseguenze che questi scontri hanno su cose e persone. Bella anche la storia che chiude il volume, un racconto marinaresco horror ed evocativo con disegni che convincono di più rispetto a quelli della storia principale.

HARLEY QUINN: IL LIBRO NERO #1
di Jimmy Palmiotti, Amanda Conner, John Timms e Mauricet – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Questo primo TP del Libro nero di Harley Quinn raccoglie tre team-up con Wonder Woman, Lanterna Verde (la migliore del lotto) e Zatanna. Tre storie divertenti il cui ritmo è azzoppato da didascalie in forma di diario sin troppo prolisso e con quel tono à la Deadpool che risulta fastidioso dopo la prima pagina. Ai disegni stiamo sul sicuro quando c’è la Conner, Timms come sempre fa i fuochi d’artificio, mentre il resto si dimentica con grande facilità.

DIVINITY II
di Matt Kindt, David Baron, Trevor Hairsine e Ryan Wynn – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Star Comics – Valiant Universe, 2017)
Divinity II racconta l’inaspettato ritorno sulla Terra del secondo cosmonauta venuto a contatto nello spazio con qualcosa di misterioso che l’ha profondamente cambiato. Solo che a differenza di Abram Adams (il protagonista della prima miniserie) Myshka crede ancora negli ideali comunisti ed è disposta a tutto pur di far tornare la Russia la grande nazione di un tempo. Sarà proprio compito di Abram cercare di farle capire che il mondo è cambiato e che i suoi poteri possono essere utili per cause migliori. Matt Kindt ha la capacità di farci entrare subito in contatto con personaggi nuovi, senza nasconderci mai la loro complessità. Così nonostante l’eroe dell’albo sia chiaramente Abram, è impossibile non stare dalla parte di Myshka. Si può rimproverare però a Kindt una scrittura troppo affrettata: alcuni passaggi sono un poco frettolosi così come alcune soluzioni appaiono arrivare con eccessiva rapidità, soprattutto nel confronto tra i due cosmonauti (anche se la riflessione sul tempo è molto suggestiva). Nonostante questo però l’albo convince e coinvolge, e se siete propensi a morali facilone ma ben costruite, non rimarrete delusi. Bene David Baron, anche se meno ispirato rispetto alla precedente miniserie.

SOUTHERN BASTARDS #3 – Ritorno a casa
di Jason Aaron  e Jason Latour – Traduzione di Andrea Toscani (Panini, 2017)
Quando si è bravi e si ha qualcosa da raccontare, ci si può permettere di prendersela comoda e portare avanti la storia con ritmi che oggi apparirebbero lenti. Non è un caso ve molti lamentino a Southern Bastards una certa tendenza ad aggirare l’obiettivo, allontanarlo sempre di più mettendogli in mezzo morti improvvise, digressioni di una certa lunghezza e una storia che parrebbe cominciare solo in questo terzo volume. E chi se ne frega. Perché Southern Bastards è bellissimo e Jason Aaron espande i tempi narrativi non tanto per decomprimere una storia inconsistente, quanto per ampliare il più possibile la conoscenza del lettore degli abitanti, dei loro usi e costumi e delle loro follie. È come mettere piede in un paesino, tutti ci guardano storto e noi ci stiamo per ora solo ambientando (ma mai che ci salti in mente di essere prima o poi accettati per davvero in quel buco di culo che è Craw County). Se poi vi interessano le questioni relative alla traduzione del fumetto dei due Jason, ho intervistato per Fumettologica il traduttore della serie, Andrea Toscani. Trovate tutto quanto qui.

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Zinedrome #1 | AFA 2017: un report in ritardo di due mesi

Zinedrome è una rubrica su autoproduzioni, zine, collettivi e queste robe qui. Esce quando ne ha voglia.


La cosa bella di internet è l’immediatezza, quella facilità di pubblicazione che ci permette di partecipare a un evento la sera e di pubblicarne un report la mattina successiva. Poi condivisioni, commenti, pollici in su e via andare. Mi pare giusto sfruttare questa potenzialità pubblicando con due mesi di ritardo il resoconto dell’AFA 2017, il festival di autoproduzioni fichissime anderground che si è tenuto per il secondo anno al Leoncavallo di Milano.

Partiamo dalla cosa più bella e interessante: la retrospettiva dedicata alla Yellow Kim e del suo fondatore Aju Mesojin, conosciuto come il Bonelli coreano. Clandestina, caustica e ostacolata, la Yellow Kim si presenta per la prima volta all’occidente con una mostra, un documentario e un catalogo che ricoprono un trentennio di vita editoriale. Tutto il progetto Yellow Kim è così bello che poco ci importa se la casa editrice e Aju Mesojin non siano mai esistiti: la struttura narrativa messa in piedi dagli organizzatori è così convincente e ben architettata che mi auguro non finisca qui . Sinceramente spero il prossimo anno di trovare qualche fumetto della Yellow Kim che scampato dal macero è arrivato fino a noi. Purtroppo non sono riuscito ad accaparrarmi il catalogo della mostra. Spero di riuscire a rimediarlo da qualche parte.

In compenso ho acquistato un sacco di altra roba. Ve la metto tutta qui di seguito con un breve commento. Fatene buon uso.

TOX
di Aa.Vv. (autoproduzione, 2016)
Omicidi, stupri, coprofagia, bestemmie, razzismo, droga: la gabbia Bonelli non aveva mai contenuto così tante nefandezze prima di Tox, una versione riveduta e scorretta dell’eroe Bonelli per eccellenza. Il risultato è blasfemo, fastidioso, pieno di violenza e sesso esplicito, e quindi molto divertente. In un progetto volutamente folle come questo è ammirabile la buona qualità dei disegni e una scrittura che non si pone limiti di alcun tipo. Se siete stufi dei soliti eroi da Far West, Tox è il fumetto che fa per voi (ma non fateglielo sapere che quello è subito pronto a deflorare ogni orifizio disponibile del vostro corpo).

TUMORAMA 
di Cammello (Shockdom, 2017)
Tumorama parte come una serie umoristica, di un umorismo folle che accatasta elementi su elementi e li collega tra loro in maniera sempre inaspettata. Poi si trasforma e dall’assurdo emerge l’attenzione che Cammello ripone nella scrittura dei suoi personaggi, che si fanno via via più complessi senza però mai rinnegare la loro natura umoristica. E una volta stabilizzata l’armonia tra umorismo e personaggi tridimensionali, Cammello alza l’asticella e li getta dentro a una trama di cui leggiamo soltanto le premesse ma che si preannuncia essere interessante e, ancora una volta, inaspettata. Tumorama è un oggetto folle, che cambia continuamente ma sviluppa una coerenza interna e ci mostra in secondo piano anche le ambizioni di Cammello come narratore. Se volete saperne di più ho anche scritto la recensione.

GRAVEYARD KIDS #1 – Il boss della scuola
di Davide Minciaroni (Doner Club, 2017)
Il primo episodio di Graveyard Kids, miniserie scritta e disegnata da Davide Minciaroni, è una mina che vi esplode sotto i piedi. Si cammina tranquillamente dalle parti della classica storia di sfigati contro bulli, ma lo si fa con un’inquietudine di fondo che destabilizza sin dalle prime vignette, un nervosismo che serpeggia sfociando poi in sequenze la cui violenza è amplificata da uno stile cartoonesco, che in questo caso trasmette sia l’innocenza che la crudeltà dei personaggi. Ho grandi aspettative per i numeri successivi, anche per capire la direzione che prenderà la storia.

RADIATIONS
di Elena Pagliani (Nervi Cani, 2016)
Il mondo di Radiations è una Terra ridotta ai minimi termini, rinsecchita e sintetizzata da un olocausto atomico che ha creato desolazione e mutamenti. Elena Pagliani ci racconta questa storia quotidiana di mostri e di esseri umani con linee secche, nervose, che fanno emergere l’inquietudine e la fragilità dei personaggi e del loro mondo, ma che rappresentano anche la loro resistenza a esso, come fossero fili di ferro attorcigliati e rimasti ancorati nel cemento dopo che tutto è stato distrutto. Nelle pagine finali forse ci si affretta verso la morale che entra in scena con un po’ troppa facilità, ma è una leggerezza che si perdona facilmente anche grazie ad alcune emozioni che affiorano verso il finale. La Pagliani porta le suggestioni post-apocalittiche su nuovi territori, lontano da riferimenti pop e sentieri già tracciati, cercando una strada più intima e capace di raccontare in maniera diversa un mondo distrutto che sta ricominciando a vivere.

DOPPIA GOCCIA
di Joe1 (autoproduzione, 2017)
Joe1 racconta un trip lisergico, l’universo e tutto quanto utilizzando una gabbia da dodici vignette quadrate per pagina che frammentano il corpo della protagonista, lo moltiplicano, diventano finestre sull’universo o vetrini di un microscopio. Il risultato è suggestivo, quasi spirituale, e Joe1 coglie l’occasione per mostrare i muscoli e costruire un racconto di pura evocazione, centrando l’obiettivo.

BENVENUTI A LALALAND #2
di Lucio Passalacqua (Shockdom, 2017)
Immaginate di immergere il mondo pastelloso e perfetto di Richard Scarry in un barile di acido, di scaraventarlo nel microonde per farlo sciogliere e infine lasciarlo in una stanza umida per favorirne la decomposizione. La Lalaland di Luciop è il risultato di questi processi, un mondo pop e colorato che diventa all’improvviso folle, sciolto e marcio. Quello che stupisce di questo secondo volume della serie è lo straordinario ritmo che Luciop dà alla narrazione, cui dona un incedere circolare e sprofondante, facendoci entrare in una spirale che ci trascina nei gorghi carnali dei due protagonisti.

LAVARE A MANO
di Ritardo (Autoproduzione, 2017)
Immaginate un film di Todd Solondz con tutte le sue stranezze, i sentimenti singolari e quel modo che ha il regista per farceli apparire reali. Lavare a mano sembra un suo film: Ritardo ci racconta una storia intima e straniante che si concentra sui corpi normali e sui pensieri mai espressi della protagonista e forse nel suo tentativo di trovare un senso a quel che le accade. Cercando analogie ironiche tra la tipologia di lavaggio della biancheria intima e un sapone con la scritta Love sottratto in un motel, la protagonista insieme a noi lettori cerca un finale “completo” a una storia che l’ha disorientata lasciandola con più interrogativi di quelli che la attanagliavano all’inizio. Rimangono addosso strane sensazioni a cui è difficile dare un nome e quel tipo di pensieri che ti tengono sveglio la notte.

SPACE IS THE PLACE
di Dario Sostegni (Doner Club, 2017)
Dario Sostegni va avanti e indietro nel tempo per raccontarci una storia di sensi di colpa che vanno e vengono nella vita di tre adolescenti. È interessante la recitazione dei personaggi, fatta di occhi liquidi e macchie sulla pelle, ma ancora di più il modo con cui Sostegni cambia continuamente la griglia di vignette e usa questa continua mutazione (del numero, della loro dimensione, dei bordi che le delimitano) per costruire un racconto doloroso, ma anche intimamente vitale.

ANATOMICHE
di Zeta e z.Wax (Autoproduzione, 2017)
Zeta e z.Wax uniscono le forze per Anatomiche, un libro illustrato che fa a pezzi facce e oggetti. Ogni pagina è uno strato così ogni volta che voltiamo pagina ci ritroviamo ad affettare un volto per scoprire cosa c’è sotto o a sezionare una macchina inutile per svelarne l’arcano funzionamento. Anatomiche è un libro divertente e ben realizzato, che vi ritroverete a sfogliare più volte per il solo gusto di montare e smontare oggetti e teste.

DELIZIOSE CAROGNE
di aa.vv. (Lucha Libre, 2016)
Prendete un gioco surrealista e lasciate al sole giusto il tempo di farlo imputridire quel tanto che basta per dare alle carni morti l’inconfondibile odore dolce e ripugnante. E così dai cadaveri eccellenti di Breton & Co. si passa alle Deliziose carogne di Lucha Libre. Il procedimento è il medesimo, i risultati sono psichedelici, ironici e perturbanti per come riescono a frullare tra loro il mondo pop con il nostro quotidiano, le nostre dipendenze e perversioni, i nostri migliori incubi. Si ride e anche tanto, però attenti che l’inquietudine è sempre dietro l’angolo.

CHEMTRAILS
di Martin Lopez Lam (Ediciones Valientes, 2016)
Chemtrail è un fumetto piegato su sé stesso, un poster frazionato che rivela la sua storia non sfogliandolo come un libro ma aprendolo. Leggendo il fumetto di Martin Lopez Lam ci ritroviamo con uno spazio del racconto che aumenta continuamente, si espande insieme alle suggestioni apocalittiche che ci regala la storia, in una stratificazione di rimandi, ossessioni e visioni che colpiscono per la brutalità e il fascino che sprigionano. Avevo già parlato del lavoro di Martin Lopez Lam nella recensione di Cocktails anytime, l’antologia alcolica curata dallo Studio Pilar.

SUPERFLUO
di Ritardo (autoproduzione, 2016)
Superfluo è una raccolta di illustrazioni su tutto quello che cresce, si sviluppa e fuoriesce dal nostro corpo e che non riteniamo necessario. Ritardo però non vuole riabilitare cerume, muco, sudore, brufoli e peli di varia natura, non li abbellisce e non li rende fighi. Semmai ce li racconta nella loro quotidiana manifestazione e da lì ne estrae un fascino strambo, nonché l’intrinseca soddisfazione di scoprire l’affezione segreta che proviamo per quello che ogni giorno cerchiamo di nascondere, pulire ed estirpare.

SERGIO IL FUMETTO #1-8
di SERT (autoproduzione, 2016-2017)
Sergio il fumetto è una storia navigata a vista. Non che sia propriamente un difetto (l’unica cosa a risentirne davvero è solo la scansione degli eventi), soprattutto quando ci si trova davanti un lavoro così ricco di idee. Pur confezionando un lavoro che spesso appare schizofrenico (cosa che in realtà si normalizza negli ultimi numeri), SERT riesce a tenere le redini della narrazione e porta la storia a termine proponendoci sequenze efficaci (il lento avvicinamento di Giorgio a Monica nella Roccaforte, che insieme alla partita di tennis è uno dei miei momenti preferiti), e sfrutta questa navigazione a vista esplorando numero dopo numero anche le sue capacità e ambizioni di fumettista. La linea chiara usata da SERT costruisce un mondo sintetizzato che non ci appare mai vuoto, si rivela adatta anche per le sequenze d’azione (dove rivela persino un interessante deriva astratta) ed è un vettore preciso e semplice delle emozioni dei personaggi. Sergio il fumetto riesce persino a emozionare: anche qui le cose accadono forse un po’ bruscamente, ma c’entrano comunque il punto. Il fumetto di SERT è una lettura graficamente densa (vi sfido a trovare la stessa ricchezza visiva in un fumetto italiano recente), un esperimento di lunga serialità non del tutto riuscito ma che comunque non lascia di certo insoddisfatti.

I DON’T FIT IN ANYWHERE 
di Maria Melotti (Doner Club, 2017)
La narrazione di I don’t fit in anywhere non lascia scampo: sulla pagina sinistra una griglia di tre vignette orizzontali, su quella destra un’unica grande vignetta che ci mostra quel che accade sullo schermo del Mac della protagonista. Il ritmo è pigro come se i personaggi fossero circondati da gelatina, le cose succedono per inerzia e tutti gli urti vengono assorbiti dalla malavoglia del non riuscire ad affrontarne le conseguenze, nella speranza prima o poi di riuscire a farsi inghiottire dal materasso e sparire per sempre. Il fumetto di Maria Melotti coinvolge in maniera sorprendente con la sua struttura monotona e incessante (e infatti l’unico scivolone lo fa su una splash page poco convincente) e sviluppa tra la pagina sinistra e la destra un dialogo interessante, mai strettamente parallelo a ciò che accade o moraleggiante. I don’t fit in anywhere spiazza e colpisce duro raccontando un malessere in maniera originale e per nulla banale.

 

Misdirection| Farsi distrarre e scoprirsi moralisti

La misdirection è una tecnica usata dagli illusionisti per direzionare l’attenzione del loro pubblico. Tramite i movimenti del corpo, il tono della voce e alcune tecniche psicologiche, i prestigiatori riescono a indirizzare la traiettoria del nostro sguardo su particolari che ci distraggono da ciò che sta accadendo realmente sotto i nostri occhi. Così, concentrati sui movimenti sinuosi della mano sinistra, non ci accorgiamo quel che fa la mano destra.

Sin dal titolo del suo fumetto Lucia Biagi ci mette in guardia da questo fenomeno. Lo piazza addirittura in copertina come un avvertimento, dicendoci chiaro e tondo di leggere Misdirection avendo ben presente le alte probabilità che il nostro sguardo possa essere indirizzato dove meglio crede l’autrice. E come nei migliori giochi di prestigio, la cosa è anzitutto piacevole. L’idea di rendere il fumetto una sorta di thriller investigativo con protagonisti una ragazzina pedante e un ragazzo albino, funziona e tiene in piedi senza difficoltà la struttura narrativa. Non solo, le indagini diventano per la Biagi l’occasione perfetta per costruire i rapporti sociali tra gli abitanti e tracciare un loro profilo che a conti fatti ci tornerà più utile per avere un’idea generale dell’aria che si respira in paese invece che per scovare il colpevole del misfatto.

Il verde acqua e il viola che campeggiano sulla copertina, diventano anche all’interno gli unici due colori con cui Lucia Biagi dà forma a questa cittadina di montagna di cui riusciamo a respirare l’atmosfera statica e noiosa tipica delle località montane nei mesi estivi. Da qui si innesta un meccanismo narrativo dall’incedere lento ma progressivo che Federica, la protagonista, sembra voler velocizzare con i suoi spostamenti. Ma i suoi tentativi sono vani e la città sembra una gelatina che rallenta i suoi movimenti. Le uniche interferenze all’incedere del racconto sono dei piccoli riassunti degli accadimenti che simulano le animazioni in stop-motion realizzate da Federica. Questi sono forse i momenti meno convincenti del racconto, che trovano una loro utilità esclusivamente come intermezzo ma non riescono a dimostrare di avere una reale rilevanza all’interno della narrazione.

Ma andiamo oltre. Il secondo modo con cui la Biagi ci distrae dal suo vero intento è dirottare la nostra attenzione su una tematica dichiarata: la percezione della donna (anzi, in maniera ancora più specifica, la percezione che si ha delle ragazze) nella società. È un tema che viene reso volutamente manifesto in un più di un passaggio del fumetto, e spesso anche con una capacità di sintesi davvero potente. Come ad esempio quel Credo di aver capito che una ragazza sbaglia sempre, che pur arrivando nelle ultime pagine, si impunta nella storia come un perno attorno a cui far ruotare tutto. E infatti è la frase che campeggia anche in quarta di copertina, nella maggior parte delle recensioni e delle condivisioni sui social. È giusto. D’altronde la frase è potente e non è un imbroglio: Misdirection parla davvero di questa percezione, solo che la Biagi per renderla ancora più efficace allarga ulteriormente lo spettro dell’analisi e con coraggio va a colpire il nostro sguardo moralista. Lo fa imprimendo più forza possibile nel colpo, per farci rendere conto dei nostri limiti, per farci più male.

Lucia Biagi lo fa anzitutto tradendo la fiducia instauratasi tra il lettore e la protagonista, un rapporto basato quasi esclusivamente sulla condivisione di un universo morale. Federica fa sempre la cosa moralmente più corretta: per aiutare l’amica si mette in pericolo, rinuncia al proprio smartphone, toglie tempo alle proprie vacanze, rompe persino un’amicizia. Ci è impossibile non stare dalla parte di questo personaggio dal cuore puro pronto a tutto pur di trovare Noemi e di salvarla. Quando però le due si incontrano, hanno un dialogo fulmineo e secco, dove Noemi ridimensiona l’eroismo di Federica in un ribaltamento dove la moralità che fino a poco prima invidiavamo al personaggio, rivela delle sfumature moraliste che inevitabilmente finiamo nostro malgrado col condividere. La Biagi mette in atto un ribaltamento di prospettiva sconvolgente per il lettore, che di punto in bianco si ritrova a empatizzare con un personaggio che fino a qualche minuto prima magari non arrivava a disprezzare, ma sicuramente compativa a causa dei suoi comportamenti.

È un cambio prospettico che ci costringe non solo a rivalutare il nostro rapporto con la storia raccontata, ma ci obbliga in un certo qual modo a cambiare la forma del nostro pensiero. Passare dalla parte di Noemi (perdonate la semplificazione, in realtà un’altra cosa importante di Misdirection è proprio quella di non fare divisioni tra buoni e cattivi) vuol dire anzitutto fare uno sforzo interiore prima per rivedere i propri giudizi e poi per sospenderli a tempo indeterminato. Perché è troppo facile attaccare Noemi, giudicare i suoi abiti, il suo trucco, le sue amicizie, la sua famiglia. Noemi rivendica il suo diritto di fare ciò che vuole, di pensare quello che vuole in un mondo e in un contesto sociale che invece le continua a suggerire come comportarsi, come vestirsi e con chi uscire. Quella di Noemi (e di Misdirection) è una storia di libertà, di errori e della possibilità di compierli fregandosene non tanto delle conseguenze, quanto del chiacchiericcio paesano di sottofondo.  È una storia di libertà anche per Federica. Anzi, soprattutto per lei che si scopre improvvisamente moralista e colma degli stessi pregiudizi che criticava. E la Biagi non le nega una sorta di lieto fine sommesso ma capace di scaldare il cuore per come descrive un ritorno a una normalità più giusta e consapevole. Nella stessa misura Misdirection pare augurarsi con molta umiltà che questa storia possa diventare anche per noi l’inizio di una demolizione dei nostri pregiudizi e dei nostri moralismi.

Misdirection
di Lucia Biagi
Eris Edizioni, 2017

Laser #17 | Maggio 2017

Laser è l’elenco delle recensioni che ho pubblicato durante il mese. Di solito sono molto poche perché sono pigro.

A maggio poche recensioni ma un sacco di altre cose belle. Per esempio ho cominciato a collaborare con il neonato Banana Oil. Si parte con un articolo su Patreon e sul perché sganciare i soldi agli autori (e ai progetti) che ci garbano, tipo quello di Cristina Portolano).

PATREON: TRA AUTORI, LETTORI E FINANZATORI
Perché su Patreon non paghiamo per vedere o leggere quello che vogliamo e ci aspettiamo. Paghiamo per mettere un autore che ci piace nella condizione di fare quello che vuole senza l’affanno dei conti da saldare. Come si notava all’inizio, il mecenatismo a volte obbliga a compiacere i propri finanziatori, ma è anche vero che ogni autore ha i mecenati che si merita. Patronizzare un autore dovrebbe essere un atto di fiducia del lettore, che contribuisce al sostentamento dell’autore ma rimane ai margini del processo creativo e gode alla fine del risultato.
Leggi l’articolo su Banan Oil.

Altra cosa bella: per Fumettologica ho intervistato Andrea Toscani riguardo la sua traduzione di Southern Bastards. Ne sono uscite fuori cose interessanti.

TRADURRE SOUTHERN BASTARDS – Intervista ad Andrea Toscani
Non so se c’è stato un momento preciso, però hai ragione sul fatto che l’idea sia stata quella di cercare di creare un ponte che il lettore potesse attraversare per ritrovarsi in qualche misura lì, a Craw County. Un fumetto così linguisticamente connotato non ti lascia stabilire una strategia di traduzione unica a monte. Devi per forza conquistarti il suono e il senso balloon dopo balloon, cedendo a volta qualche yarda sul colore per poi recuperarla alla prima occasione, a volte anche infilando qualcosa dove l’originale è piuttosto tranquillo.
Leggi l’intervista su Fumettologica.

Poi però ho scritto anche un paio di recensioni:

YRAGAEL – L’integrale di Philippe Druillet e Michel Demuth – Traduzione di Sara Giovanna Gianoglio (Magic Press, 2017)
Eppure i libri di Druillet non sono degli artbook, nemmeno lontanamente. I difetti che gli vengono rimproverati sono semmai il percorso di ricerca verso una narrazione che vuole abbandonare gli schemi della narrazione umana e allargare l’orizzonte del racconto verso una visione cosmica, magniloquente, dove l’uomo è un atomo intrappolato in gigantesche architetture e narrazioni labirintiche. Da cui cerca di fuggire, naturalmente. Per raggiungere l’impossibile desiderio di crearsi il proprio destino.
Leggi la recensione su Fumettologica.

TUMORAMA di Cammello (Shockdom, 2017)
In Tumorama l’umorismo è un labirinto di curve cieche, di tornanti che il lettore prende a tutta velocità sino a svoltare bruscamente per sorprendersi con qualcosa di inaspettato. Trovandoci improvvisamente sulla nuova strada, non ridiamo per una gag o una battuta, e nemmeno per il surreale che scardina la realtà dal suo posto. In Tumorama ridiamo per il surreale che viene fagocitato dal reale agglomerandosi attorno alla logica del racconto.
Leggi la recensione su Duluth Comics.