Misdirection| Farsi distrarre e scoprirsi moralisti

La misdirection è una tecnica usata dagli illusionisti per direzionare l’attenzione del loro pubblico. Tramite i movimenti del corpo, il tono della voce e alcune tecniche psicologiche, i prestigiatori riescono a indirizzare la traiettoria del nostro sguardo su particolari che ci distraggono da ciò che sta accadendo realmente sotto i nostri occhi. Così, concentrati sui movimenti sinuosi della mano sinistra, non ci accorgiamo quel che fa la mano destra.

Sin dal titolo del suo fumetto Lucia Biagi ci mette in guardia da questo fenomeno. Lo piazza addirittura in copertina come un avvertimento, dicendoci chiaro e tondo di leggere Misdirection avendo ben presente le alte probabilità che il nostro sguardo possa essere indirizzato dove meglio crede l’autrice. E come nei migliori giochi di prestigio, la cosa è anzitutto piacevole. L’idea di rendere il fumetto una sorta di thriller investigativo con protagonisti una ragazzina pedante e un ragazzo albino, funziona e tiene in piedi senza difficoltà la struttura narrativa. Non solo, le indagini diventano per la Biagi l’occasione perfetta per costruire i rapporti sociali tra gli abitanti e tracciare un loro profilo che a conti fatti ci tornerà più utile per avere un’idea generale dell’aria che si respira in paese invece che per scovare il colpevole del misfatto.

Il verde acqua e il viola che campeggiano sulla copertina, diventano anche all’interno gli unici due colori con cui Lucia Biagi dà forma a questa cittadina di montagna di cui riusciamo a respirare l’atmosfera statica e noiosa tipica delle località montane nei mesi estivi. Da qui si innesta un meccanismo narrativo dall’incedere lento ma progressivo che Federica, la protagonista, sembra voler velocizzare con i suoi spostamenti. Ma i suoi tentativi sono vani e la città sembra una gelatina che rallenta i suoi movimenti. Le uniche interferenze all’incedere del racconto sono dei piccoli riassunti degli accadimenti che simulano le animazioni in stop-motion realizzate da Federica. Questi sono forse i momenti meno convincenti del racconto, che trovano una loro utilità esclusivamente come intermezzo ma non riescono a dimostrare di avere una reale rilevanza all’interno della narrazione.

Ma andiamo oltre. Il secondo modo con cui la Biagi ci distrae dal suo vero intento è dirottare la nostra attenzione su una tematica dichiarata: la percezione della donna (anzi, in maniera ancora più specifica, la percezione che si ha delle ragazze) nella società. È un tema che viene reso volutamente manifesto in un più di un passaggio del fumetto, e spesso anche con una capacità di sintesi davvero potente. Come ad esempio quel Credo di aver capito che una ragazza sbaglia sempre, che pur arrivando nelle ultime pagine, si impunta nella storia come un perno attorno a cui far ruotare tutto. E infatti è la frase che campeggia anche in quarta di copertina, nella maggior parte delle recensioni e delle condivisioni sui social. È giusto. D’altronde la frase è potente e non è un imbroglio: Misdirection parla davvero di questa percezione, solo che la Biagi per renderla ancora più efficace allarga ulteriormente lo spettro dell’analisi e con coraggio va a colpire il nostro sguardo moralista. Lo fa imprimendo più forza possibile nel colpo, per farci rendere conto dei nostri limiti, per farci più male.

Lucia Biagi lo fa anzitutto tradendo la fiducia instauratasi tra il lettore e la protagonista, un rapporto basato quasi esclusivamente sulla condivisione di un universo morale. Federica fa sempre la cosa moralmente più corretta: per aiutare l’amica si mette in pericolo, rinuncia al proprio smartphone, toglie tempo alle proprie vacanze, rompe persino un’amicizia. Ci è impossibile non stare dalla parte di questo personaggio dal cuore puro pronto a tutto pur di trovare Noemi e di salvarla. Quando però le due si incontrano, hanno un dialogo fulmineo e secco, dove Noemi ridimensiona l’eroismo di Federica in un ribaltamento dove la moralità che fino a poco prima invidiavamo al personaggio, rivela delle sfumature moraliste che inevitabilmente finiamo nostro malgrado col condividere. La Biagi mette in atto un ribaltamento di prospettiva sconvolgente per il lettore, che di punto in bianco si ritrova a empatizzare con un personaggio che fino a qualche minuto prima magari non arrivava a disprezzare, ma sicuramente compativa a causa dei suoi comportamenti.

È un cambio prospettico che ci costringe non solo a rivalutare il nostro rapporto con la storia raccontata, ma ci obbliga in un certo qual modo a cambiare la forma del nostro pensiero. Passare dalla parte di Noemi (perdonate la semplificazione, in realtà un’altra cosa importante di Misdirection è proprio quella di non fare divisioni tra buoni e cattivi) vuol dire anzitutto fare uno sforzo interiore prima per rivedere i propri giudizi e poi per sospenderli a tempo indeterminato. Perché è troppo facile attaccare Noemi, giudicare i suoi abiti, il suo trucco, le sue amicizie, la sua famiglia. Noemi rivendica il suo diritto di fare ciò che vuole, di pensare quello che vuole in un mondo e in un contesto sociale che invece le continua a suggerire come comportarsi, come vestirsi e con chi uscire. Quella di Noemi (e di Misdirection) è una storia di libertà, di errori e della possibilità di compierli fregandosene non tanto delle conseguenze, quanto del chiacchiericcio paesano di sottofondo.  È una storia di libertà anche per Federica. Anzi, soprattutto per lei che si scopre improvvisamente moralista e colma degli stessi pregiudizi che criticava. E la Biagi non le nega una sorta di lieto fine sommesso ma capace di scaldare il cuore per come descrive un ritorno a una normalità più giusta e consapevole. Nella stessa misura Misdirection pare augurarsi con molta umiltà che questa storia possa diventare anche per noi l’inizio di una demolizione dei nostri pregiudizi e dei nostri moralismi.

Misdirection
di Lucia Biagi
Eris Edizioni, 2017

Laser #17 | Maggio 2017

Laser è l’elenco delle recensioni che ho pubblicato durante il mese. Di solito sono molto poche perché sono pigro.

A maggio poche recensioni ma un sacco di altre cose belle. Per esempio ho cominciato a collaborare con il neonato Banana Oil. Si parte con un articolo su Patreon e sul perché sganciare i soldi agli autori (e ai progetti) che ci garbano, tipo quello di Cristina Portolano).

PATREON: TRA AUTORI, LETTORI E FINANZATORI
Perché su Patreon non paghiamo per vedere o leggere quello che vogliamo e ci aspettiamo. Paghiamo per mettere un autore che ci piace nella condizione di fare quello che vuole senza l’affanno dei conti da saldare. Come si notava all’inizio, il mecenatismo a volte obbliga a compiacere i propri finanziatori, ma è anche vero che ogni autore ha i mecenati che si merita. Patronizzare un autore dovrebbe essere un atto di fiducia del lettore, che contribuisce al sostentamento dell’autore ma rimane ai margini del processo creativo e gode alla fine del risultato.
Leggi l’articolo su Banan Oil.

Altra cosa bella: per Fumettologica ho intervistato Andrea Toscani riguardo la sua traduzione di Southern Bastards. Ne sono uscite fuori cose interessanti.

TRADURRE SOUTHERN BASTARDS – Intervista ad Andrea Toscani
Non so se c’è stato un momento preciso, però hai ragione sul fatto che l’idea sia stata quella di cercare di creare un ponte che il lettore potesse attraversare per ritrovarsi in qualche misura lì, a Craw County. Un fumetto così linguisticamente connotato non ti lascia stabilire una strategia di traduzione unica a monte. Devi per forza conquistarti il suono e il senso balloon dopo balloon, cedendo a volta qualche yarda sul colore per poi recuperarla alla prima occasione, a volte anche infilando qualcosa dove l’originale è piuttosto tranquillo.
Leggi l’intervista su Fumettologica.

Poi però ho scritto anche un paio di recensioni:

YRAGAEL – L’integrale di Philippe Druillet e Michel Demuth – Traduzione di Sara Giovanna Gianoglio (Magic Press, 2017)
Eppure i libri di Druillet non sono degli artbook, nemmeno lontanamente. I difetti che gli vengono rimproverati sono semmai il percorso di ricerca verso una narrazione che vuole abbandonare gli schemi della narrazione umana e allargare l’orizzonte del racconto verso una visione cosmica, magniloquente, dove l’uomo è un atomo intrappolato in gigantesche architetture e narrazioni labirintiche. Da cui cerca di fuggire, naturalmente. Per raggiungere l’impossibile desiderio di crearsi il proprio destino.
Leggi la recensione su Fumettologica.

TUMORAMA di Cammello (Shockdom, 2017)
In Tumorama l’umorismo è un labirinto di curve cieche, di tornanti che il lettore prende a tutta velocità sino a svoltare bruscamente per sorprendersi con qualcosa di inaspettato. Trovandoci improvvisamente sulla nuova strada, non ridiamo per una gag o una battuta, e nemmeno per il surreale che scardina la realtà dal suo posto. In Tumorama ridiamo per il surreale che viene fagocitato dal reale agglomerandosi attorno alla logica del racconto.
Leggi la recensione su Duluth Comics.

Gigahorse #15 | Aprile 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo.


SANDMAN – Libro sesto
di Neil Gaiman e aa.vv. – Traduzione di Matteo Mezzanotte (Rw Edizioni, 2017)
Favole e riflessi non è uno dei miei cicli preferiti di Sandman: sento troppo la mancanza di una trama orizzontale e queste storie brevi mi hanno convinto meno rispetto ad altre della serie, risultando meno coinvolgenti ed emozionanti. Eppure Favole​ e riflessi è uno dei volumi più rappresentativi della serie e forse quello più adatto per spiegare il ruolo di Sandman all’interno della storia, così marginale eppure onnipresente

MEGAHEX
di Simon Hanselmann – Traduzione di Betta Bertozzi (Coconino Press, 2016)
Megahex
è un grande libro e non fa nulla per fartelo notare. Cazzeggia senza vergognarsene e al contempo descrive in maniera precisa la mia generazione di trentenni inconcludenti e l’atmosfera di eterna adolescenza che li circonda. Hanselmann lo fa con una comicità volutamente disinnescata e un ritmo da sit-com degli anni Novanta, incessante e monotono nel suo procedere verso il finale della storia. Il risultato è stupefacente, straniante e traccia un nuovo percorso per il racconto generazionale.
Unica nota dolente è la traduzione non all’altezza, che compie il passo falso di un approccio alla traduzione degli insulti e delle parolacce troppo meccanico per restituirci il colore dei dialoghi.

DEADPOOL #17-18
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
Dei collegamenti con Civil War II non ci ho capito molto visto che non leggo altre testate Marvel. Certo è che questa battaglia di quattro paginette goffa e senza una reale narrazione non mi ha convinto per niente. Pare invece che il rapporto con i Mercenari per Soldi andrà a farsi più interessante. Speriamo bene. Gwenpool continua a stupirmi in meglio. Nulla di che, ma il personaggio è scritto bene e risulta meno banale di quel che sembra dalla sinossi. I disegni superteen di Gurihiro non sono proprio cosa mia, ma sono praticamente perfetti per la serie. E poi il suo M.O.D.O.K. giocattoloso è davvero bello.
Sul numero 18 invece, Spider-Man e Deadpool volano a Hollywood sul set del film di Deadpool. A patto di sopportare battutine referenziali e sequenze d’azione incolori, l’albo riesce anche a non farti addormentare. 

R
di Atsushi Kaneko (d/books, 2009)
Che bello farsi friggere il cervello già di primo mattino da R, raccolta di fumetti supermatti scritti e disegnati da Atsushi Kaneko, nove racconti pulp (se vi piacciono le definizioni) pieni di intuizioni grafiche e narrative che un autore normale si sarebbe fatto bastare per tutta una carriera. E invece Atsushi Kaneko porta avanti le sue storie senza perdere mai nulla di vista: bei personaggi incastrati in trame ben architettate che sviluppano i temi con celata leggerezza, il tutto narrato con una regia folle e sincopata. Atsushi Kaneko è un Paul Pope che non si fa le seghe su quanto sia bravo a disegnare e poi perde di vista storia e narrazione, è un narratore preciso e pragmatico che però sembra divertirsi davvero un casino.

GROSSO GUAIO A CHINATOWN / FUGA DA NEW YORK – Jena vs Jack
di Greg Pak e Daniel Bayliss – Traduzione de I Cosmonauti (Editoriale Cosmo, 2017)
Aspettative zero e invece questo crossover tra i due personaggi di Carpenter mi ha divertito un sacco. Greg Pak prende Jack Burton e lo scaraventa negli Stati Uniti disastrati di Snake Plissken, con il risultato che i toni tamarri e sbruffoni del primo film vanno a innestarsi nello scenario cupo del secondo. La miscela è strana ma inaspettatamente funziona bene, grazie a una scrittura attenta ai personaggi e illuminata da qualche idea folle (tipo tutta la questione del Multiverso Plissken). I disegni di Bayliss sono in linea con il resto, molto cartooneschi ma con una recitazione precisa e un certo gusto per l’esagerazione. Una lettura davvero spassosa, con la sola pretesa di intrattenere (e lo fa più che bene).

BATMAN ANNO DUE
di Mike W. Barr, Alan Davis e Todd McFarlane – Traduzione di S. Formiconi (Rw Edizioni – Lion Comics, 2017)
Quando lessi Batman Anno due la prima volta avrò avuto una decina di anni e il fumetto di Barr mi fece abbastanza schifo tranne ovviamente per il Mietitore, villain sui generis abbastanza banale ma con un costume che colmava la mancanza di personalità. Riletto a distanza di una ventina di anni la mia opinione cambia pochissimo: alcuni errori mi risultano più evidenti (soprattutto alcune intuizioni un po’ sempliciotte che ha Batman), ci sono delle cose che ho trovato strane ma interessanti (il rapporto tra Batman e Chill) e altre che invece trovo ancora abbastanza ridicole. Per fortuna il Mietitore continua ad avere quel costume tamarro. (Se potete evitate l’edizione DC Deluxe della Lion che è stampata davvero di merda).

LE AVVENTURE DI TINTIN
Il segreto del Liocorno – Il tesoro di Rackham il Rosso
di Hergé – Traduzione di Giovanni Zucca (allegato RCS, 2017)
Sulle avventure di Tintin nessuna anticipazione perché sto realizzando un diario di lettura. Non sono recensioni ma solo pensieri sparsi, appunti, azzardi e arrampicate sugli specchi per cercare di tirare fuori qualcosa di nuovo e di diverso da un personaggio che ha prodotto più saggistica che merchandising. Trovate tutti i tentativi qui.

ALACK SINNER – L’eta dell’innocenza #2
di José Munoz e Carlos Sampayo – Traduzione di Fiorella di Carlantonio (Editoriale Cosmo, 2017)
Più che nel precedente albo, qui Munoz e Sampayo gettano Alack Sinner in una città caotica, brulicante e piena di voci. Il risultato è che spesso, pur mantenendo il focus sulla vicenda principale, i due autori portano in primo piano la vita che solitamente è relegata sullo sfondo. Ne escono fuori microstorie fulminanti, ritratti sfuggevoli e polaroid scattate all’improvviso, con il risultato che la città in cui Sinner vive e fatica pare effettivamente reale. In realtà questi fugaci cambi prospettici penso abbiano anche il compito di ridimensionare un personaggio carismatico, di fargli perdere la sicurezza di essere il protagonista e gettarlo al fondo della vignetta come se fosse una comparsa, uno dei tanti abitanti del mondo che, come tutti, si crede al centro dello stesso.

L’ESTATE SCORSA
di Paolo Cattaneo (Canicola, 2015)
In attesa di Manuelone (il nuovo libro di Paolo Cattaneo, sempre edito da Canicola edizioni) rileggo questa storia di adolescenza sudaticcia e brufolosa. L’estate scorsa è una specie di Goonies spogliato degli orpelli hollywoodiani e intessuto con il ritmo pigro e inquieto di quelle esplorazioni estive che dovrebbero svelare un mistero e invece niente. Invece sono solo passeggiate nei boschi dove si litiga, ci si innamora, si ride e si ha paura, e l’epica del racconto ce la si crea tutta dentro la nostra testa per fingere che l’avventura sia stata veramente tale e non una semplice perdita di tempo.

PRINCESSE SUPLEX
di Léonie Bischoff  – Traduzione di Silvia Uberti (MalEdizioni, 2016)
Tolte le etichette femministe di cui sinceramente non me ne frega nulla, Princesse Suplex si rivela essere una storia d’amicizia e botte tra due donne. La Bischoff gestisce molto bene l’alternarsi delle sequenze di combattimento con quelle più intime, riuscendo a raccontarci due personaggi alle prese con la parte ordinaria e straordinaria della propria vita. Peccato che la breve durata del fumetto non le consenta di sviluppare a dovere una narrazione più coinvolgente, rimanendo un fugace ritratto di lotta e amicizia che mette in mostra due caratteri interessanti ma non trova purtroppo lo spazio per approfondirli. Qui la mia recensione. 

BLOODSHOT REBORN #3 – L’uomo analogico
di Jeff Lemire e Lewis Larosa – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2017)

Inaspettata svolta post-apocalittica per Bloodshot Reborn: Jeff Lemire ci catapulta trent’anni nel futuro in una Los Angeles in stile Mad Max piena di sabbia, auto scassate, predoni e tutta la mitologia Valiant rivista in toni distopici. L’uomo analogico regala per più della metà un divertimento sano e caciarone, ben sorretto dai disegni di Lewis Larosa, così truculenti da dedicare una tavola intera alla testa di un cattivo sfracellata dallo scarpone di Bloodshot. E poi, quando meno te l’aspetti, ecco spuntare fuori un colpo di scena emotivamente fortissimo, una di quelle cose che riescono particolarmente bene a Lemire.

K.O. A TEL AVIV #3
di Asaf Hanuka – Traduzione di Michele Foschini (Bao Publishing, 2016)
In qualsiasi altra occasione la retorica e l’auto-compatimento che spesso fanno capolino nel diario a fumetti di Asaf Hanuka, mi avrebbero fatto terminare la lettura dopo poche pagine. Con Hanuka mi è impossibile farlo, prima di tutto perché è un narratore precisissimo (come spiegavo in questo pezzo pubblicato da Critica Letteraria), capace di calcolare i tempi di reazioni del lettore e portarlo sempre e comunque dalla sua parte. È infatti impossibile non empatizzare con il personaggio, persino con i suoi aspetti che meno ci accomunano (nel mio caso per esempio un approccio un po’ ruffiano nel criticare mode e modernità), anche merito della sincerità con cui l’autore racconta la sua vita e i suoi sentimenti. Quella di KO a Tel Aviv non è una lettura che cerco e attendo, eppure ogni volta Hanuka mi convince e riesce a coinvolgermi emotivamente nel racconto spezzettato della sua esistenza. 

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN #22
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (RW Edizioni, 2016)
Il trentesimo episodio di Harley Quinn vede il personaggio alle prese con un cattivo atipico: la gentrificazione. Numero con una bella regia (la tavola escheriana nel multisala è inaspettata e divertente) e una storia piccola piccola che però i due sceneggiatori sanno valorizzare grazie al buon utilizzo del cast. Bella scoperta la disegnatrice Elsa Charretier: la sua Poison Ivy sembra quasi disegnata da Miguel Angel Martin. Un bel numero di merda invece per la New Suicide Squad, con protagonista assoluta ancora Harley Quinn. Psicologia dozzinale, disegni inguardabili, storia inutile. Passiamo oltre che è meglio. Il meglio (se così possiamo definirlo) è il finale dei Segreti Sei. Per Gail Simone è ancora una volta un’occasione persa: dopo un inizio interessante la storia si è persa dietro a scelte poco felici (tutta la run lovecraftiana) e a una gestione del team attenta ma in fin dei conti inconcludente. La Simone ha la mano pesante della scrittura di fine ’90 e inizio Duemila, e la cosa non gioca quasi mai a suo favore.

L’ALTRO TOPO #1 – Topolino racconta l’arte
di Roberto Gagnor, Paolo De Lorenzi e Vitale Mangiatordi (Panini Comics, 2017)
Nemmeno da bambino sono mai stato un lettore abituale di Topolino Magazine, più per le contingenze che mi hanno portato a essere un lettore fedele de Il Giornalino che per una scelta vera e propria. E quindi che ci fa queste pagine il primo volume della serie antologica L’altro Topo, dedicata a questo giro al mondo dell’arte? Semplicemente perché Roberto Gagnor, l’autore di queste storie, è stato mio professore di sceneggiatura e gli devo quindi due anni di infinita pazienza nei miei confronti. Debiti a parte, la lettura si è rivelata piacevole e interessante. Anzitutto perché le storie sono meno superficiali, meno “per bambini” di quel che pensavo: la struttura del racconto ha sempre una sua originalità, ci sono più livelli di lettura e l’arte non è mai un pretesto ma il vero motore narrativo. Non tutte le storie sono allo stesso livello, ma è difficile superare i buoni risultati delle storie ambientate nell’Antico Egitto e nel Medioevo. La prima è una commedia degli equivoci atipica e romantica, mentre la seconda nasconde interessanti riflessioni e diverte per i suoi giochi linguistici. Insomma, superato il trauma dei dialoghi che finiscono tutti col punto esclamativo, L’altro Topo si è rivelato essere una lettura divertente e ricca di spunti di riflessione. E chi se l’aspettava.

L’UOMO DELLA LEGIONE
di Dino Battaglia (Edizioni NPE, 2016)
Nonostante un paio di riletture nel corso degli anni, l’ultima tavola de L’uomo della Legione mi mette ancora addosso un senso di profonda angoscia e infelicità. Nel posto in cui dovrebbe esserci il trionfo dell’eroe che ha compiuto la sua vendetta ristabilendo anche un ordine morale nel mondo, trova spazio una tavola desolante dove l’eroe torna a essere un uomo mettendo in discussione ciò in cui crede e ciò che ha fatto, delineando un orizzonte senza felicità alcuna, nemmeno quella della vendetta. Dal punto di vista grafico è invece un piacere vedere la gabbia bonelliana rinnovata, sfruttata e decostruita dalla regia di Battaglia, capace di soluzioni grafiche dal forte impatto narrativo.

BOOK OF DEATH – Il Libro della Morte
di Robert Venditti, Robert Gill e Dough Braithwaite – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2017)

Sarò stupido, ma una delle cose che apprezzo di più dell’Universo Valiant è che a un certo punto c’è quasi sempre una scena gore che Marvel e DC se la sognano. In questa miniserie-evento a un certo punto escono fuori degli animali (orso, cervo, cani) mezzi putrefatti che attaccano Gilad.
Messe da parte le stupidate, Book of Death è una storia solida e tradizionale che non regala grande sorprese ma fa il suo dovere. Venditti lavora bene sul rapporto tra Gilad e Tana, si diverte con i comprimari (divertenti le didascalie di presentazione) ma fa un mezzo passo falso con un cattivo un po’ sui generis e difatti il finale risulta smorzato rispetto alle aspettative create.

YRAGAEL – L’integrale
di Philippe Druillet e Michel Demuth- Traduzione di Sara Giovanna Gianoglio (Magic Press, 2016)
Quando Druillet prende tra le mani il fantasy, lo piega ai bisogni della sua arte. Di conseguenza questo integrale di Yragael (che contiene anche il “sequel” Urm il pazzo) è un fantasy che visivamente rinnega qualsiasi cosa fatta prima e va così avanti che quello venuto dopo non è riuscito ancora a raggiungere la complessità e la ricchezza visiva del lavoro di Druillet. Il lavoro più interessante però Druillet lo fa sui testi, innalzando a voce divina le didascalie narranti, e declassando i dialoghi a stupido e ambiguo accessorio. Qui ve lo spiego meglio.


Tumorama | Disposofobia narrativa (che titolo intelligente!)

In questo articolo di un anno fa basato sulla lettura dei primi quattro episodi di Tumorama (che all’epoca era un webcomic, poi è diventato un volume autoprodotto e ora approda in libreria con Shockdom e completo dei primi dodici episodi), paragonavo il lavoro di Cammello a quello di un accumulatore seriale, che accatasta personaggi, suggestioni, elementi narrativi, per poi svelarci non tanto la logica che c’è dietro l’accumulo, quanto come tutti gli elementi contribuiscono a costruire una struttura che miracolosamente non ci crolla affosso. Non è un caso che ogni episodio di Tumorana cominci come una classica sit-com tra coinquilini ma finisca col catapultarci sempre in situazioni inaspettate e svolta narrative impossibili da prevedere. Questo tipo di narrazione disposofobica rende i primi quattro episodi della serie ricchi di idee e raccordi bislacchi, con elementi all’apparenza distanti che trovano un’armonia capace di far convivere il quotidiano con l’assurdità degli avvenimenti, in un modo che mi ha ricordato i racconti e i romanzi di Kilgore Trout, lo scrittore di fantascienza squattrinato e di poco successo creato da Kurt Vonnegut (qui potete leggerli tutti grazie al lavoro immenso di Michele Orti Manara).

E sono proprio quei raccordi tra un momento assurdo e l’altro, il modo in cui Cammello fa ridere il suo lettore. In Tumorama l’umorismo è un labirinto di curve cieche, di tornanti che il lettore prende a tutta velocità sino a svoltare bruscamente per sorprendersi con qualcosa di inaspettato. Trovandoci improvvisamente sulla nuova strada, non ridiamo per una gag o una battuta, e nemmeno per il surreale che scardina la realtà dal suo posto. In Tumorama ridiamo per il surreale che viene fagocitato dal reale agglomerandosi attorno alla logica del racconto: è il collegamento tra reale e surreale a farci sorridere, ed è il risultato che Cammello ottiene la base su cui costruisce un universo complesso che gli permetta di esprimersi con tutto il suo eclettismo.

Perché dal sesto episodio Cammello aggiunge spessore al suo fumetto e non tanto perché cominciano a intravvedersi gli elementi di una narrazione orizzontale, quanto perché ci propone inaspettati momenti drammatici che risultano davvero convincenti. A un certo punto Cammello comincia a trattare i suoi personaggi con rispetto: Tumorboy e Rubens rimangono gli stessi cazzoni di sempre ma con le scelte sbagliate, le paure e le paranoie con cui Cammello li riveste, tendono a raggiungere una complessità molto umana che ci coglie inaspettatamente. Con l’undicesimo e il dodicesimo episodio Tumorama raggiunge il suo massimo potenziale narrativo. La storia di una pizza è a tutti gli effetti uno spin-off dove non compaiono i protagonisti ma viene raccontato il passaggio all’età adulta di una fetta di pizza. Cammello usa qui un tono volutamente melodrammatico con cui ironicamente si fa scudo, lo sfotte ma in fondo lo sfrutta anche per fare una riflessione per nulla scontata sulla vita e sulle comodità che diventano le nostre prigioni. Il finale della storia dà poi l’occasione a Cammello di concludere il volume con un episodio denso di accadimenti che getta nuove ombre sulla vita è il passato di Tumorboy.

E all’improvviso Tumorama diventa anche un fumetto di supereroi, e la cosa non suona mai come pretestuosa: ancora una volta ci sembra una svolta folle, ma coerente e interessante. Perche Cammello è capace di fomentarci quando fa tirar cazzotti a Tumorboy, di coinvolgerci quando decide di far diventare Tumorama anche una storia di origini e di renderci partecipi dei patemi dei suoi protagonisti senza però farli diventare mai il centro assoluto del suo racconto: ci sono ma vengono utilizzati solo quando servono, proprio come accade con tutti gli altri elementi che Cammello mette sul piatto. Tutto è tangenziale in Tumorama, gli elementi vorticano ai margini mentre al centro si crea una forza invisibile che miracolosamente tiene tutto in piedi: l’umorismo, lo spessore drammatico, la surrealtà, i toni da stoner comedy e quelli da fumetto supereroistico. Cammello ha costruito un habitat che la scienza non riesce a spiegare ma che risulta essere l’ambiente perfetto per poter lasciare libero il suo eclettismo di esprimersi in qualsiasi direzione esso voglia.

Tumorama
di Cammello
Shockdom, 2017

Laser #16 | Aprile 2017

Laser è l’elenco delle recensioni che ho pubblicato durante il mese. Di solito sono molto poche perché sono pigro.


E COSI’ CONOSCERAI L’UNIVERSO E GLI DEI di Jesse Jacobs – Traduzione di Valerio Stivé (Eris Edizioni, 2017)
L’universo per Jacobs parte dal cosmo e non-termina nell’atomo, perché il suo movimento da telescopico a microscopico (e viceversa) ci rivela un mondo fatto di cose che si aprono e ne escono fuori altre di più piccole, come recita la frase finale del libro, dove il punto più alto e vasto d’osservazione è quello divino mentre quello più basso e minuscolo è la chimica della natura. In mezzo ci stanno gli uomini, attratti e contesi dai due elementi, incapaci già allora di gestire carni e pensieri.
Clicca qui per leggere la recensione.

PRINCESSE SUPLEX di Léonie Bischoff – Traduzione di Silvia Uberti (MalEdizioni, 2016)
Perché frammentando l’incontro tra le due lottatrici e proponendoci gli estratti della vita quotidiana della protagonista, la Bischoff costruisce anche un’atipica storia di amicizia e dropkick, che prende forma sul ring tra due donne che vogliono solo divertirsi e prendono la cosa dannatamente sul serio. Proprio come Léonie Bischoff, capace di realizzare un fumetto breve e divertente, con qualcosa da dire e le idee ben chiare sul come dirle. Nessun proclama, nessun moralismo, nessuna spiegazione: è la struttura stessa del racconto che ci rivela il suo contenuto.
Clicca qui per leggere la recensione.

Infine continua la serie in quattro parti, Tintin a trent’anni, una sorta di diario di lettura della serie di Hergé scritto da uno che la legge per la prima volta a trent’anni suonati. Non è una recensione, sia ben chiaro, ma solo appunti sparsi, idee, punti di vista. Quindi materiale assai discutibile, ma corredato dalle bellissime illustrazioni di Pablo Dalas. Qui trovate il secondo episodio, mentre per il primo dovete cliccare qui.

Princesse Suplex | Una storia di amicizia e dropkick

Una texture zebrata riempie la tavola. Grida di incitamento, la voce microfonata di un commentatore e poi una vignetta crea lo spazio adatto per permettere a Jungle Laura e Princesse Suplex di stringersi in un groviglio di muscoli e nervi. Il combattimento tra le due wrestler continua nelle pagine successive fino a quando Princesse Suplex e Jungle Laura si ritrovano ai lati opposti del ring, prendono la rincorsa cercando lo scontro diretto con l’avversario. I corpi si avvicinano, lo scontro è imminente, giriamo la pagina e finiamo in un grigio ufficio in cui Gabi aka Princesse Suplex sta lavorando.

Il lettore dovrà farci l’abitudine a questi salti improvvisi da banale quotidianità a sfavillante lotta corpo a corpo (e viceversa), perché Léonie Bischoff utilizza questo montaggio alternato come scheletro del suo Princesse Suplex, una narrazione fatta di impatti lasciati in sospeso che vengono cristallizzati nel loro punto di massima espressione (emotiva, atletica, estetica). Facile fare un paragone con la sequenza finale del film The Wrestler, in cui il protagonista interpretato da Mickey Rourke spicca il volo dalle corde, esce dall’inquadratura e Darren Aronofsky rimane fermo lì con la macchina da presa. Inquadra il vuoto e poi fa partire i titoli di coda senza farci sapere come finirà l’incontro perché non è quella la cosa che conta.

E il risultato non conta nemmeno in Princesse Suplex, tant’è che il finale dell’incontro nemmeno è disegnato. Anche qui, Princesse Suplex si lancia dalle corde per atterrare su Jungle Laura, ma la Bischoff dopo una splash page, riavvolge il nastro e ci riporta all’inizio dell’incontro con la presentazione e l’entrata in scena delle due wrestler. È una sequenza elettrizzante, in cui si respira davvero il senso di libertà che prova la protagonista a stare sul ring, una sorta di cerimonia pubblica condivisa con un pubblico schiamazzante ma al contempo un momento privato e quasi intimo che vive degli scontri corpo a corpo. Perché per la Bischoff è questo quello che conta, l’emozione distillata che Princesse Suplex trova sul ring e la forza che ne ricava per combattere nella vita reale.

Perché frammentando l’incontro tra le due lottatrici e proponendoci gli estratti della vita quotidiana della protagonista, la Bischoff costruisce anche un’atipica storia di amicizia e dropkick, che prende forma sul ring tra due donne che vogliono solo divertirsi e prendono la cosa dannatamente sul serio. Proprio come Léonie Bischoff, capace di realizzare un fumetto breve e divertente, con qualcosa da dire e le idee ben chiare sul come dirle. Nessun proclama, nessun moralismo, nessuna spiegazione: è la struttura stessa del racconto che ci rivela il suo contenuto.

Princesse Suplex
di Léonie Bischoff
Traduzione di Silvia Uberti
Introduzione di Sara Pavan
2016, MalEdizioni
45 pagine

Tintin a trent’anni #2 | Di mezzi di trasporto e sbronze epiche

Non penso che la mia mente di fanciullo sia mai riuscita a elaborare una teoria convincente riguardo alla reale motivazione per cui i bambini francesi preferissero i cartoni animati di Tintin alle Tartarughe Ninja. Che problemi avevano per poter provare una reale attrazione verso quel bambino precisino dalle guanciotte rosse e col ciuffo biondo costretto a vivere in un mondo che era quello che raccontavano i miei nonni la domenica a tavola rompendomi le palle? Nemmeno oggi so darmi una risposta.

C’è da dire però che non ho più nove anni, ora ne ho trenta. Non che ne abbia preso effettivamente coscienza, e difatti l’unica decisione importante che ho preso finora è quella di leggere per intero Tintin e riportare qui le mie impressioni. Nessuna recensione, nessuna ricostruzione storica: solo gli appunti sparsi di un lettore da: L’isola nera, Lo scettro di Ottokar, Il granchio d’oro, La stella misteriosa, Il segreto del Liocorno e Il tesoro di Rackham il rosso.

Le illustrazioni a corredo dell’articolo sono di PABLO DALAS. Qui trovate il suo sito, la sua pagina Facebook e il suo account instagram.


CONNETTERSI CON IL MONDO
Idrovolanti, treni, automobili, barche, motociclette, locomotive, aeroplani, camionette, biciclette, transatlantici. E i piedi, non dimentichiamoci dei piedi, che siano utilizzati per correre o per camminare pigramente in attesa che qualcosa accada. Fatto sta che Tintin nelle sue avventure utilizza ogni mezzo possibile per raggiungere un nuovo obiettivo geografico. I mezzi di trasporto per Tintin non sono solo lo strumento che utilizza per rimanere collegato al mondo, ma gli permettono di essere connesso a ciò che vi accade. Hergé sfrutta lo sviluppo dei trasporti degli inizi del Novecento per allargare l’orizzonte del suo personaggio che pur mantenendo una visione franco-centrica, espande il proprio punto di vista sul mondo intero. In questo senso Tintin è il primo eroe della globalizzazione, un proto-James Bond che insegue gli intrighi internazionali, un eroe moderno la cui epopea non è raccontata tramite un solo importante e lunghissimo viaggio (come accadeva nei racconti d’avventura ottocenteschi), ma attraverso la somma di tutti quegli spostamenti e di tutti quei chilometri.

I MOTORI DEL RACCONTO
Pare scontato far notare come i tempi della narrazione siano basati sulla velocità e le caratteristiche dei mezzi di trasporto. Quando Tintin è alla guida di un aeroplano, Hergé costruisce sequenze dinamiche e velocissime, piene di acrobazie in cui l’aereo  può muoversi nello spazio tridimensionale della vignetta. Spazio che diventa bidimensionale ogni qualvolta l’azione si svolge a bordo di un treno, seguendo così il movimento lineare del mezzo. Bidimensionalità che Hergé utilizza anche per dare dinamismo alle automobili, che riprese di lato, appiattite e allungate restituiscono un’idea di velocità folle ed elegante. Il mezzo di trasporto per Hergé non modifica solo la durata del viaggio, ma ne modella la nostra percezione, sino a plasmare il mondo a immagine e somiglianza del mezzo con cui lo si attraversa.

EPICHE BATTAGLIE ED EPICHE SBRONZE
Superata l’introduzione,  Il segreto del Liocorno spicca il volo con una sequenza in cui Hergé mette in mostra tutte le sue abilità registiche. L’occasione è data dalla necessità di rendere più dinamico il classico racconto nel racconto, in cui il Capitano Haddock deve raccontare a Tintin le gesta eroiche del suo antenato, il Cavaliere Francois de Hadoque. Hergé disponde tutti gli elementi nella prima tavola: Haddock che indossa il cappello e brandisce la spada dell’antenato, il whiskey a fare da carburante, il diario di bordo a fare da guida e Tintin ignaro spettatore di quel che accadrà. Subito dopo Hergé dà uno stacco come a prendere le distanze dalla pagina successiva e occupa lo spazio superiore della tavola con una grande vignetta con la nave di Hadoque. Sembra dirci che da qui in poi cambiano i ritmi del racconto, cambia la storia, che ci troviamo in un altro mondo. E così succede per un paio di pagine, almeno finché i continui cicchetti alcolici di Haddock non prendono il sopravvento sul tono del racconto. Haddock, quasi in preda alle allucinazioni, immagina di essere de Hadoque e replica le azioni dell’antenato nell’angusto stanzino in cui è rinchiuso con Tintin. Da qui in poi è un’escalation al contempo comica e drammatica, in cui i due piani di racconto (l’epica battaglia e l’epica sbronza) si uniscono sino a diventare quasi indistinguibili. Per esempio la somiglianza tra Haddock e de Hadoque è utilizzata da Hergé per creare una sorta di unica coreografia in cui i due personaggi si sostituiscono continuamente l’un l’altro senza però interrompere le dinamiche dei movimenti. La stanza in cui stazionano Haddock e Tintin e la stiva della barca sono poi dipinte con gli stessi toni, come a creare un unico spazio scenico teatro della battaglia. Il tutto si conclude con un’esplosione e il passato si dissolve in un presente pieno di misteri.

ALLUNGARE IL BRODO E SBROGLIARE LA MATASSA
Albi come Lo scettro di Ottokar o Il granchio d’oro soffrono di un’eccessiva compressione delle vicende. Hergé per stare dietro al ritmo vorticoso della trama, comincia a sacrificare il contorno: le sequenze slapstick si fanno più brevi, il ruolo di Milou è ridimensionato, la storia non prende mai un attimo di respiro e prosegue verso il finale senza badare troppo ai fronzoli. Il problema è che i fronzoli di Tintin sono parte fondamentale di quell’equilibrio narrativo che Hergé ricercava nei primi volumi della serie. L’unica soluzione è spezzare la storia in più episodi per dare così spazio a tutti quei momenti minori che però ispessivano la narrazione. Hergé comincia così a costruire storie che si sviluppano su più albi, dimostrandosi uno scrittore davvero attento nel riuscire a lasciare in sospeso il racconto senza per questo lasciare a bocca asciutta il lettore. Sbrogliata l’intricata matassa del racconto, a Hergé non resta che ricomporre ordinatamente il gomitolo.