Zinedrome #2 | Dieci autoproduzioni che vi verrà voglia di acquistare grazie a questo titolo accattivante

Zinedrome è una rubrica su autoproduzioni, zine, collettivi e queste robe qui. Esce quando ne ha voglia.


NECTAR
di Davide Bart. Salvemini (Sciame, 2017) 
                         
Lo stile visivo vicino a quello di Jesse Jacobs e Michael DeForge potrebbe far sembrare Nectar un downgrade rispetto all’idea di fantascienza portata avanti dai due autori. Certo, siamo in territori più classici rispetto a Safari Honeymoon o Mars is my last hope, ma la scelta di Davide Bart. Salvemini di vivacizzare le loro gabbie rigide con trovate più dinamiche e ricche si rivela vincente (soprattutto nell’uso di vignette diagonali). Nectar così diventa un buon fumetto d’avventura che forse poco aggiunge a livello tematico rispetto ad altri lavori del genere, ma stupisce per la narrazione energica e piacevolmente eccessiva di Salvemini.
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THE MATCH
di Bianca Bagnarelli (autoproduzione, 2017)
Leggo The Match di Bianca Bagnarelli (potete leggerlo in digitale iscrivendovi al suo Patreon) e mi fisso sul movimento del tennista, una posa stupida e lirica che traccia lo spazio temporale del racconto. Non è un movimento congelato, che espande il tempo e lo rallenta per dare la possibilità al protagonista di farsi spazio tra i pensieri, ma è un frame estrapolato da un movimento fluido, è un’interruzione che semmai comprime la narrazione, la rende essenziale e veloce per rispecchiare scelte e ripensamenti del personaggio. L’introspezione va veloce, diventa un affanno e ci fa tirare il fiato solo nella vignetta finale che fa da specchio a quella che apriva il racconto: laddove il naso del protagonista puntava determinato verso la sua decisione, qui sembra essersi lasciato il passato alle spalle mettendosi a indicare un inevitabile futuro tutto da costruire fuori dallo spazio bianco della pagina. 

ARMATA SPAGHETTO #3
di aa.vv. (Sciame, 2017)
Lo Stivale vermicioso di Maicol e Mirco che campeggia in copertina ci accompagna nel terzo numero di Armata Spaghetto, in cui il collettivo Sciame (+ ospiti) prosegue la sua avventura nel racconto di un’Italia diversa, fatta di fake-western, fantasy reatino, avventure surreali e mafia post-apocalittica. Apre il numero Simone Pace, come sempre bravo nel saper mischiare il presente con il passato con un’epica capace di fomentare il lettore.
Arrivato al suo secondo episodio, non sono ancora riuscito a inquadrare bene Draconte di Raffaele Sorrentino. Questa storia di un meridione post-apocalittico e mezzadrile, ha qualcosa di interessante che giace ancora sotto la superficie e che in parte già emerge con questo secondo episodio.
Maicol e Mirco è come sempre sintetico e letale, qui con una storia che ricorda i suoi primi lavori.
Spugna scrive e disegna invece quello che spero diventi il prologo di una serie a fumetti: un uomo di mezza età con un maglione orrendo e la faccia rincagnata va a pisciare in un autogrill (anzi, Turbogrill). Viene improvvisamente risucchiato dalla fuga delle piastrelle e finisce in un mondo fantasy supermatto in cui veste i panni di un guerriero.
Kevin Scauri ci racconta invece la giornata tipo di un poliziotto. È una satira feroce che Scauri gestisce con iperboli sempre più esagerate, cosa che gli riesce dannatamente bene. Irene Coletto mischia la vita degli studenti universitario con quella degli studenti di Hogwarts e ne esce fuori un fumetto simpatico (che vi farà ridere ancora di più se conoscete bene la saga della Rowling, non come il sottoscritto). Chiude il volume Il John Ford Point di Lacavalla e Bolzani. Pare un numero sottotono rispetto ai due precedenti e invece nel finale ti spacca in due lo stomaco.
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IMMATERIAL ISSUES 2016-2017
di Andrea De Franco (De Press, 2017)
Immaterial issues 2016-2017 raccoglie una selezione delle storie brevi scritte e disegnate da Andrea De Franco. La produzione del 2016 si contraddistingue per la deriva deforgiana cui a tratti De Franco si rifà. A volte la cosa funziona bene proponendo interessanti varianti del modello di origine (Walnut kernels happy people), altre volte il racconto è meno convincente, non tanto a causa dei disegni volutamente meno pop e accomodanti, quanto di testi scritti in maniera un poco anonima che faticano a creare nei lettori i caratteri della voce narrante.
Nel 2017 le cose si fanno più interessanti. DeForge pare essere un riferimento meno invadente e De Franco ne contamina i residui con il racconto di genere. Ne escono fuori tre fumetti interessanti: un racconto di fantascienza ambientato in un letto, una storia post-apocalittica con vedute astratte di una città e un horror minimalista su una penna maledetta. Qui De Franco riesce mantenersi quasi sempre in equilibrio tra il racconto di genere e la riflessione intimista, riuscendo anche a cominciare la costruzione di una voce riconoscibile.
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DIO DI ME STESSO
di Alessandro Galatola (Just Indie Comics – Co.Co., 2017)
Interferenze, emoji, periferie gotiche, amori disperati, fiumi di vomito, platform ed escape room: è questo il mondo che Alessandro Galatola ci racconta in Dio di me stesso, raccolta di tre fumetti brevi estratti dall’ancora inedito Safe Space #2. L’autore ci racconta malattie e ossessioni del nostro vivere e non ci pensa nemmeno a proporci una cura. Semmai ci fa abituare a esse come a quel fastidioso dolore che ci accompagna giorno dopo giorno sino a diventare una parte indispensabile della nostra vita, quella fitta che ci ricorda quotidianamente cos’è il dolore. La narrazione di Galatola sorpassa la fascinazione per trame e intrecci e punta dritto a storie semplici la cui portata emotiva viene amplificata da un disegno elettrico e viscido e da una narrazione che si muove tra suggestioni visive e interferenze. Ma queste non sono voli pindarici o gallerie di allucinazioni, la capacità di Galatola è quella di non perdere mai il contatto con la storia e con i temi che vuole affrontare e che riesce a fare emergere con raffinata prepotenza e un immaginario mai banale. Qui la mia recensione per Fumettologica.
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MY BEAUTIFUL QUITE EMPTY FANTASY
di Andrea De Franco (De Press, 2017)
Interessante questa raccolta di Andrea De Franco, all’apparenza una sorta di artbook con illustrazioni astratte o quasi che però si trasformano man mano in fumetti atipici che eliminano qualsiasi tipo di gabbia in favore di ammassi confusionari di scarabocchi, schizzi e frasi slegate. Da lì non emergono storie, ma frammenti di emozioni, divagazioni annoiate, ricordi rimossi che riverberano inconsapevoli nelle linee che compongono questi strani oggetti narrativi.
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LOKzine #8 – Piante / Plan(t)s
di aa.vv. (LOKzine, 2017)
Provo per la prima volta LOKzine partendo da questo ottavo numero tutto dedicato alle piante. La cosa che più mi ha convinto dell’albo è il suo non volere tirare le fila di un discorso, non avere una visione comune del tema e strutturarci attorno una tesi con fumetti, illustrazioni e testi. C’è più la volontà di sfruttare le singole visioni degli autori e sottoporre il lettore a quante più suggestioni possibili (anche grafiche) tant’è che forse una lettura tutta d’un fiato della rivista rischia di non farcela apprezzare appieno. Meglio forse procedere per gradi e gustarsi giorno dopo giorno i lavori pubblicati. Vi segnalo per esempio il bel fumetto di Chester Holme, un’illustrazione cupa ed evocativa sul disboscamento di David Gromilovic, quella di Martoz (sempre così profondo e così meravigliosamente superficiale) e infine il fumetto che più mi ha convinto, quello di Anna Wieszczyk.
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GUERRIERO PSICHICO 74/BIS – Raccolta prima
di z.Wax (Sbucciaginocchi, 2017)
La prima cosa che salta all’occhio in questa prima raccolta delle avventure di Guerriero Psichico 74/bis, è la grande cura che z.Wax ha riposto nella character design. Capita raramente di trovarsi davanti un personaggio non umano né aninale dai movimenti e dalle espressioni così ben pensate. z.Wax le utilizza per dare il maggior numero possibile di sfumature al suo personaggio e lo fa per ora in un’ottica umoristica, ma la sicurezza con cui si muove mi fa sperare che in futuro possa tentare qualcosa di più “serio” (perdonatemi l’orrida semplificazione del concetto). Altra cosa interessante: gli oggetti tridimensionali sono disegnati in modo da sembrare tridimensionali, mentre gli sfondi spaziali invece che suggerire profondità, sembrano piatte scenografie. Il risultato è visivamente interessante e convince anche quando a metterlo in pratica sono gli artisti ospitati nel volume. Ci sono un paio di scelte di regia davvero buone (come la partita da ping pong) e un sacco di cose che fanno ridere. Ah giusto, con Guerriero Psichico si ride di gusto e lo si fa lontano dai soliti riferimenti (su tutti Dr. Pira).
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DE ARTIFICUM ALCHEMIA
di aa.vv. (Marengo Autoproduzioni, 2017)
Il primo lavoro del collettivo Marengo è una raccolta di illustrazioni a tema alchemico che porta avanti una doppia riflessione sul lavoro dell’artista e sulla sua capacità di modellare la natura delle cose. Gli artisti coinvolti modellano l’immaginario alchemico secondo il loro stile, con risultati interessanti anche se non di completa rottura con l’iconografia classica. Molto belle le mani e le ossa di Novilonium Eyes, inquietante l’illustrazione in apertura di Daniel Lavrano (ricorda molto il Lycnh pittore), mentre Giusi Lo Piccolo e Blue Luna propongono lavori più tradizionali. Chiudono il volume due poesie di Paola Oliviero: qui me ne tiro fuori che non è proprio il campo d’azione, ma vi dico solo che la seconda poesia ha anche una interessante trovata grafica.
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NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI ’80
di Simone Angelini (This is not a love song, 2017)
Quando ero piccolo c’era l’AIDS. Adesso sembra non esista più, ma una volta se ne parlava veramente ovunque. C’era quella pubblicità con le persone fosforescenti, le battute dei comici italiani, gli oggetti finiti per terra chiaramente imbevuti di AIDS e la regola fondamentale di non toccare mai le siringhe che si trovavano in giro. A pensarci bene credo che anche il mio primo pensiero complesso sia dovuto all’AIDS: ricordo perfettamente la fatica che feci per capire che risultare positivo al test dell’HIV era una cosa negativa.
L’AIDS era ovunque ma non la si vedeva. L’unico modo per capire chi l’aveva contratta era l’herpes, me l’aveva insegnato Philadelphia (prima TV Canale 5). Quello stesso herpes che campeggia sui volti di questa illustrazione realizzata da Simone Angelini per il nuovo progetto di TINALS, una serie di ritratti di personaggi celebri morti di AIDS. Mi piace allontanarmi dal foglio e vedere i loro volti normali e poi piano piano avvicinarmi per scorgere i segni della malattia sui volti. Perché Angelini non rende evidente l’herpes in maniera esagerata, ma lo inserisce come elemento disturbante sulla tranquillità dei volti dei personaggi. Sono piccoli puntini, a volte c’è qualche escrescenza, ma nulla di vistoso: la malattia è invisibile, impercettibile, e Angelini ce la racconta così, incrinando la perfezione di queste icone.
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The squirrel machine | Invenzione, esplorazione, iniziazione

Quando ci si trova davanti a fumetti strani diventa spesso automatico interrogarsi in quale livello di realtà sia ambientata la storia, in modo da potersi dare spiegazioni su quel che accade e avere un punto di vista sulla narrazione per costruirsi un guida sicura che sappia scortarci all’interno del racconto. Nel prologo di The squirrel machine, Hans Rickheit affida la narrazione alla voce fuori campo del protagonista. La prima frase è: Gli occhi si aprirono riluttanti. Il protagonista, addormentatosi in un bosco, si rialza e si avvia verso la sua abitazione.

Pochi dubbi: in The squirrel machine tutto è reale. Inutile arrabattarsi attorno al significato delle immagini criptiche, degli oggetti inquietanti o della strana planimetria della casa attorno a cui ruotano le vicende, sarebbe come buttare via il proprio tempo. Molto meglio farsi affascinare dai macchinari senza rivestirli di significato, meglio farsi confondere dalla scenografia mobile invece che tentare di ricostruirne e azzardarne un senso. Il fumetto di Rickheit non è fatto di simboli e di metafore, di sogni e allucinazioni: quello che vediamo non rappresenta altro di fuori di quello che già è. Anche le sporadiche scene oniriche acquistano nel tessuto del racconto una solidità che le riporta con forza in una dimensione terrena e umana, diventano indistinguibili dalla realtà in quanto guidate dai medesimi principi e dalla medesima percezione. Per questo è importante cominciare a leggere The squirrel machine con in testa queste coordinate per  non lasciarsi distrarre dal desiderio di avvicinare questa storia al nostro mondo e alla nostra forma di pensiero, o si rischia di ridurre la portata emotiva e il lavoro dell’autore solo per la nostra abitudine di cercare sempre un significato in ciò che non comprendiamo.

A Rickheit d’altronde non interessa nemmeno per un istante tessere un legame tra il nostro mondo e quello dei fratelli Torpor, semmai ogni suo sforzo è volto a sottolinearne l’esclusività, a tagliarci fuori dalle molteplici pareti della loro abitazione. Ne è un esempio lampante il modo in cui Rickheit racconta allo spettatore la sperimentazione musicale che impegna i fratelli Torpor per buona parte del libro: non ne conosciamo l’ispirazione, le motivazioni, l’idea dal quale è scaturito il tutto. Conosciamo solo in parte come vengono costruiti gli strani strumenti musicali e possiamo solo immaginarne il suono (quelle poche volte che vengono suonati) perché invece che alle onomatopee Rickheit si affida al semplice disegno di una nota. Questo è il mondo dei fratelli Torpor e noi siamo ospiti indiscreti e indesiderati che cercano di dare un senso a cose non riescono a comprendere. Ne esce fuori una narrazione stranamente intima, che inquieta il lettore non solo per gli accadimenti ma per il perpetuo e insondabile mistero in cui tutto è avvolto.

A inquietarci nel fumetto di Rickheit infatti, non è tanto l’aspetto grafico (seppur anch’esso costantemente volto a perturbare la lettura), quanto il costante alone di mistero che avvolge le azioni e i pensieri dei due protagonisti. Di più: che avvolge tutta la loro esistenza. Il mistero più grande è infatti l’invisibile figura paterna costantemente evocata, una presenza ingombrante che sembra influenzare ancora le vite dei Torpor. Di lui sappiamo solo che è morto, che era un militare, che ha voluto un’educazione rigida per i suoi figli e che ha sacrificato tutto per costruire la grande casa in cui abitano. Man mano che i due fratelli scoprono nuove zone, nuove stanze e corridoi, nuove ali dell’edificio sembrano venire in contatto con qualcosa che loro padre teneva loro nascosto. Perché quei passaggi segreti, quelle stanze misteriose, quelle enormi aree nascoste dai muri? Non ci è dato saperlo, mai. Anche il mistero stesso dell’abitazione è una cosa che Rickheit suggerisce con continuità evitando però di metterla in primo piano, come a voler fabbricare una backstory per i due protagonisti ma con la volontà espressa di non portarne mai a termine la costruzione: rimane solo un inquietante scheletro alle loro spalle che veglia e manipola le loro vite nel silenzio.

Le frequenti esplorazioni dell’abitazione diventano quindi il modo per i due fratelli di riappropriarsi delle loro vite, ed è per questo motivo che in fondo The squirrel machine non è altro che una storia di iniziazione in cui tutti gli elementi del fumetto (la creatività, la sessualità, il rapporto con la città, quello con la madre, la pressione della figura paterna) convergono per creare una complessa saga familiare e il conseguente cammino dei due protagonisti verso l’indipendenza.

Scansando qualsiasi allegoria e metafora portando tutto sul duro piano del reale, Rickheit costruisce un fumetto grottesco con una narrazione inaspettatamente intima nel suo costruire l’adolescenza dei Torpor.

The squirrel machine
di Hans Rickheit
Traduzione di Valerio Stivè
Eris Edizioni, 2017

Gigahorse #19 | Agosto 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo. Se non avete voglia di aspettare un mese per leggerle, fate un giro sul profilo Instagram. 

THE COMPLETE D.R. & QUINCH
di Alan Moore e Alan Davis – Traduzione di Leonardo Rizzi (Editoriale Cosmo, 2017)
D.R. e Quinch sono due adolescenti folli e senza freni che hanno solo in mente di combinare casini. Ah, e sono anche due alieni con la passione per le armi da fuoco. Alan Moore usa questi due balordi per mettere in scena una fantascienza punk dove nulla funziona come dovrebbe e tutto viene distrutto e maciullato senza troppe implicazioni. È chiaramente l’ennesima occasione per Moore di distruggere gli Stati Uniti e la loro morale: le due storie più belle del volume attaccano in maniera caustica la retorica della guerra e lo sbriluccicante mondo di Hollywood. Alan Davis si diverte un mondo a creare personaggi strampalati, eccidi di massa è un design degli oggetti di scena che rimanda sottilmente al nazismo.

BIG BABY di Charles Burns – Traduzione di Irene Bozzeda/Comma22 (Coconino Press, 2009)
In un mondo che cerca di preservare l’innocenza infantile con la menzogna, Charles Burns ci ricorda sempre che l’unico modo per rimanere puri è aprire sempre gli occhi davanti alla realtà, anche quando questa si fa mostruosa e inconcepibile. Proprio come accade a Big Baby che reagisce con improbabile tranquillità ai mostri, agli alieni e agli assassini chiamati in rassegna da Burns per minare le fragili fondamenta di una società che crede alle bugie ma non ai mostri che gli vivono in giardino.

DEADPOOL #22-23-24
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
Deadpool e i mercenari per soldi sono ancora in giro a recuperare dei tizi per la Umbral Dynamics. Solito numero: blablabla Deadpool ci tratta male andiamocene / oh no abbiamo la missione / entrata carismatica del cattivo / battutine e scena d’azione basic / blabla Deadpool cattivo imprenditore / combatti combatti / l’unione fa la forza ma ci sono diversità insuperabili / che cosa losca la Umbral Dynamics / finale pensieroso. BASTA.
Gwenpool fa il suo ingresso in Civil War II con questo primo episodio che sembra la versione pezzotta di un numero delle W.I.T.C.H. con Miles Morales. Disegni da fumetto per ragazzine, sceneggiatura stanca e rapporto tra i due personaggi che regge il tutto nonostante sia tutto molto prevedibile. Insopportabile, a partire da quei disegni che certo, sono perfetti per una tredicenne, ma io purtroppo tengo trent’anni, perdo capelli e mi godo un principio di obesità.
Il numero #23 della testata è invece tutto dedicato al crossover Civil War 2 di cui non so nulla. Poco male, visto che grosse differenze non si vedono: Deadpool è sempre in rotta di collisione con i suoi mercenari, si menano, dicono battutine è morta lì.
Si conclude sul numero #24 la prima misera saga della testata Spider-Man/Deadpool, conclusione che in realtà dà il via a una nuova avventura. Solita scrittura dozzinale ma perlomeno ci stanno un paio di mostri mutanti. Speriamo che ci siano anche nei prossimi numeri.

CINEMA PURGATORIO – Volume 2
di aa.vv. – Traduzione di Leonardo Rizzi (Panini Comics, 2017)
Si torna al Cinema Purgatorio e a questo giro la sala gestita da Moore e O’Neill ci propone il famoso fumetto in cui i fratelli Warner prendono il posto dei fratelli Marx. Se dei secondi conosco bene film e storia, dei primi non so praticamente nulla, cosa che probabilmente mi ha tolto tre quarti di piacere della lettura. Da rileggere dopo essersi documentati per bene. Per fortuna Moore non ci lascia a bocca asciutta e ci regala un emozionante biopic di Willis O’Brien (pioniere dell’animazione in stop-motion) recitato dalla sua creatura più famosa: King Kong.
Codice Pru di Garth Ennis invece convince sempre di più. Con tutta probabilità si entrerà nel vivo della vicenda col prossimo volume, ma per ora quello che sembrava un procedurale, sta sviluppando una trama orizzontale che pare interessante. Rimaniamo in attesa.
Al Pokémon post-apocalittico di Kieron Gillen manca invece ancora qualcosa di originale, speriamo che lo trovi nei personaggi visto che lo scenario è abbastanza banale.
Una più perfetta unione è per me indigeribile. Sulla carta era forse l’idea più intrigante ma tra disegni orrendi è una sceneggiatura senza un vero focus, l’ho odiato sin dalla prima pagina. E mi sa che continuerò a farlo.
Il volume si chiude con L’immenso di Christos Gage e stai a vedere che magari viene fuori qualcosa di interessante da questa idea dei kaiju addomesticati.

MERCURIO LOI #2-3
di Alessandro Bilotta, Giampiero Casertano e Onofrio Catacchio (Sergio Bonelli Editore, 2017)
La Bonelli ha subito trovato un modo per farmi calare l’iniziale e meritato entusiasmo nei confronti del primo numero di Mercurio Loi: i disegni di Giampiero Casertano. Tralascio ormai le scontate lamentele riguardo le fisionomie sommarie e una recitazione davvero grossolana, e concentro le mie lamentele su una regia incapace di gestire i giochi di specchi (e quando ci prova i risultati sono imbarazzanti) e rendere vive le suggestioni visive e intellettuali dei riflessi che Bilotta semina in tutto il numero, in primis quelli relativi al villain di turno. Ne esce un numero notevolmente depotenziato che si regge solo grazie a una scrittura solida e inclusiva, di cui sottolineo nuovamente il grande merito di dare per scontati legami e fatti del passato creandoci attorno mitologia e mistero e non insoddisfazione. Per ora l’unica nota dolente della scrittura è la scelta poco coraggiosa di mostrarci i pensieri del Capitano Farnese, un personaggio che sarebbe risultato più interessante se fosse costretto (così come nella vita) a comunicare solamente tramite una lavagnetta.
Con Il piccolo palcoscenico Bilotta ci ricorda che gli piace prendersi dei rischi, e così dopo soli tre numeri inscena la prima crisi del suo protagonista, facendo affidamento sul bagaglio di esperienza passate mai mostrate ma di cui ci ha fatto sentire la presenza sin dal primo numero. È una crisi più filosofica che esistenziale, quasi un vezzo che il protagonista si concede ponendo sé stesso al centro della vicenda principale, con un egocentrismo che fa passare tutto in secondo piano. Non c’è quindi una vera partecipazione emotiva del lettore nei confronti della crisi di Mercurio Loi, semmai il consolidamento di quell’affascinante antipatia che Bilotta usa per caratterizzare il personaggio.
Il tasto dolente sono ancora una volta i disegni (in questo numero realizzati da Onofrio Catacchio) che sembrano non riuscire a cogliere tutte le sfumature della scrittura di Bilotta. Catacchio si dimostra molto ricettivo nel cogliere l’umorismo dello sceneggiatore (la scena di Ottone che entra nella casa colma di maggiordomi mi ha strappato più di una risata) ma fatica a rendersi interessante nelle parti più drammatiche e riflessive.

SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #4-5-6
di aa.vv. (RCS Quotidiani, 2009)
Il bacio del Ragno
è una raccolta antologica che raccoglie alcune storie a tema romantico e patemi d’amore comparse negli anni sulle testate dedicate a Spider-Man. Ho sempre del pregiudizio su queste cose perché tanti anni di DC mi hanno insegnato che quando nelle storie c’è di mezzo l’amore spesso è noia e ancora più spesso è filler. E invece in Spider-Man no, perché questi sentimenti vengono raccontati in maniera molto naturale, senza una costruzione soap-operistica ma evidenziando invece i dubbi, gli slanci e i fremiti dei due innamorati. Si finisce così a essere quasi infastiditi dai combattimenti che inframezzano i problemi di cuore, tant’è che in un paio di occasioni nemmeno ce ne sono e tutto funziona in maniera così perfetta da far arrossire dall’invidia storie che se la sentono un po’ troppo (tipo Blankets). Chiude il volume una storia divertentissima di Darwyn Cooke (l’uomo che ha il potere di farvi innamorare di ogni donna che disegna) tratta dalla serie antologica Spider-Man’s tangled web: a proposito, non sarebbe ora di riproporla integralmente?
L’ultima caccia di Kraven è inevece una seduta psicologica mascherata da comic book. Kraven uccide, sostituisce e poi restituisce il suo ruolo a un Uomo Ragno spaesato, indebolito, incapace di comprendere il piano folle e la richiesta di aiuto del suo nemico. È forse uno dei fumetti più disperati e cupi che abbia letto, che non si preoccupa di mascherare la sua vera natura dietro mossette e tutine, ma anzi ce la spiattella davanti agli occhi in tutta la sua tragica ed elaborata pianificazione.
Dopo cinque numeri che mi hanno stupito come mai avrei immaginato, ci volevo quello che mi smorzava un po’ l’entusiasmo. Divertenti ma con poca ciccia attaccata le prime storie con il team-up tra l’Uomo Ragno e gli X-Men, con un episodio ambientato tutto in un aereo che svetta sugli altri grazie a una bella regia. Dalla fine degli anni Sessanta facciamo un salto temporale nel 2003 con la miniserie Duri a morire, con protagonisti Spider-Man e Wolverine. Storia noiosa, dialoghi fastidiosi pieni di battutine e soprattutto dei disegni pessimi ulteriormente rovinati da una colorazione digitale ancora molto immatura. In realtà Mavlian indovina anche un paio di belle vignette con un Wolverine animalesco, ma tra volti deformati e anatomie incerte è davvero difficile arrivare alla fine della storia. Passo al prossimo volume che è meglio.

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN RINASCITA #4-5-6
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Termina su quarto numero l’incursione aliena a Coney Island, forse una delle parentesi più deboli della lunga gestione Palmiotti-Conner di Harley Quinn. Non che i classici elementi della serie (violenza esagerata, sotto testi sessuali, soluzioni bislacche a problemi assurdi) siano mancati, ma a questo giro il meccanismo sembrava meno oliato del solito. Lo scontro tra la Suicide Squad e Zod si sta rivelando più interessante del previsto grazie soprattutto agli effetti che la presenza del kryptoniano sta avendo sui membri del gruppo (che ricordiamo finalmente affidato a uno scrittore capace di gestire le singole unità così come l’intera squadra). Seguono a ruota le solite due storielle piangine con i momenti del passato di due membri della Suicide Squad. A ‘sto giro tocca ad Harley Quinn e ad Hack. Speriamo che questa tortura finisca presto.
Quinto numero sottotono per Harley Quinn, sia dal punto di vista della scrittura (la storia è davvero bruttina) sia da quello dei disegni, troppo rigidi e per nulla dinamici. Passiamo oltre e vediamo cosa succede su Suicide Squad. La gestione Williams-Lee si sta rivelando interessante soprattutto per come riesce a far convivere le esplosioni e i combattimenti con quel minimo di approfondimento psicologico che ci si aspetta dalle tutine. La testata si mantiene sempre su un livello di divertimento alto, offrendo anche qualche punto di vista diverso sui personaggi: nei prossimi numeri leggeremo una Harley Quinn rinsavita. Che effetto farà? Deathstroke convince invece sempre di più, soprattutto ora che la trama si sta avvicinando al suo nucleo. Nei prossimi numeri probabilmente ci sarà il salto di qualità. Speriamo.
Sul numero sei ad Harley Quinn tocca una missione da infiltrata, ma tutta a modo suo. E infatti la ragazza deve infiltrarsi in una band punk responsabile di furti, razzie e soprattutto della morte del suo postino. Numero divertente dopo la precedente run un poco noiosetta. A questo giro sembra che la storia porti anche da qualche parte, tra legami col Joker e il rapporto con Harry Spoonsdale che potrebbe dare il via a qualcosa di interessante. E niente, questa prima run della Suicide Squad di Williams e Lee si è rivelata essere una lettura piacevole e per fortuna, visto che la testata navigava da anni in acque non troppo buone. Certo, ci sono un paio di cose un po’ forzate (il ritorno di Boomerang, la love Story tra due dei membri) ma la storia convince. Convince anche il lavoro di Lee sulla testata: avevo paura che l’indigestione fatta una quindicina di anni fa del suo stile mi avrebbe portato alla nausea e invece funziona tutto, grazie anche alla colorazione. Chiude l’albo la solita storia strappalacrime sul cattivo di turno (Incantatrice), e il preludio alla miniserie JL vs. Suicide Squad, che non leggerò e quindi stiamo a posto così.

NECRON #2
di Magnus e Ilaria Volpe (Editoriale Cosmo, 2017)
L’horror erotico (e comico) di Magnus prosegue con due nuovi episodi che affinano ulteriormente l’interazione tra i tre generi. Tra robot infoiati e lesbo-aracnidi siamo nei territori del b-movie più puro, che Magnus arricchisce con la cattiveria sopra le righe di Frieda Boher, crudelissima e perversa nelle sue macchinazioni. La regia di Magnus è praticamente perfetta, con la sua griglia a due vignette che insieme al tratto spesso e a scenografie con pochi particolari, restituisce un senso di perfetta essenzialità. 

PARKER #1 – Il cacciatore
di Darwyn Cooke (Editoriale Cosmo, 2017)
Se c’è una lezione che Darwyn Cooke ha imparato da Will Eisner (maestro che non ha mai smesso di omaggiare e studiare) è la capacità di far ricadere le ombre su volti e corpi, con quel doppio intento che è in primis drammaturgico ma anche e soprattutto psicologico. In questo primo episodio di Parker, che trasuda The Spirit da tutti i pori, Cooke costruisce un noir atipico fatto contemporaneamente di lunghe sequenze mute (o quasi) e lunghe sequenze narrate dalla voce fuori campo, creando una strana architettura il cui unico punto di appoggio è il carisma del personaggio (nemmeno la missione che deve compiere). 

ALIENS #1-4
di aa.vv. – Traduzione di Andrea Toscani  (SaldaPress, 2017)
Alien
era un b-movie così asciutto e preciso da essere riconosciuto quasi istantaneamente come il grande film che è. Prometheus e Alien: covenant partono invece col voler essere grandi film sul senso della vita, ma la loro ambizione si infrange contro una scrittura così cattiva da renderli quel tipo di b-movie che si sentono in colpa per il loro essere film di genere e cercano di nobilitarsi con due o tre pipponi filosofici che servono a poco o nulla. Aliens: defiance, miniserie di Brian Wood, sta a metà tra i due opposti, dando grande attenzione alla parte horror e action, che condisce con quel tanto di speculazione filosofica che le serve per tenere in piedi il rapporto tra i due protagonisti, una marines con problemi di salute e un sintetico che vorrebbe diventare uomo. Anche se non originalissimo (soprattutto il finale del terzo albo), l’intreccio per ora regge bene proprio grazie al rapporto tra i due, stiamo a vedere come Wood intenderà giocare le proprie carte. Fortunatamente Brian Wood non perde troppo tempo dietro al falso mistero che chiude il terzo albo e nel quarto ci piazza subito un bel parto cesareo (che ricorda quello di Prometheus) che si trasforma in una lunga sequenza muta davvero buona. Si sta molto in silenzio anche nel numero successivo grazie a un bell’agguato spaziale, peccato per i flashback di Zula Hendricks che trovo sempre abbastanza scontati e noiosi.

ALACK SINNER – L’età del disincanto #2
di Carlos Sampayo e José Munoz (Editoriale Cosmo, 2017)
Il finale di Alack Sinner scava sotto ai piedi del personaggio, toglie terra da sotto quel macigno di ideali manifesti e sentimenti nascosti creato da Munoz e Sampayo. È un finale tremendo, orrorifico, in cui Sinner viene del tutto privato della parola e della possibilità di dare una morale alla propria storia, semplicemente perché da essere umano non può farlo. A farlo sono due burocrati che decidono le sorti del mondo, che sbeffeggiano un Alack Sinner pacificato intento a giocare con il nipotino. Se le parole mettono paura, è il disegno a ridare la libertà al personaggio, con una vignetta finale commuovente in cui le rughe ispessite e profonde di Alack Sinner sembrano cullare come onde del mare il volto del bambino che il detective stringe a sé con inedita e innocente dolcezza. 

COCCOBILL E IL MEGLIO DI JACOVITTI #1
di Benito Jacovitti (Hachette, 2017)
Come per molti, con Jacovitti è stato amore a prima vista sin da quando cominciai a leggerlo sulle pagine de Il Giornalino per poi recuperarlo qua e là tra i vecchi numeri del Corriere dei Piccoli e del Diario Vitt dei miei genitori, fortunatamente conservati dai nonni disposofobici. Questa nuova raccolta di Hachette è l’occasione giusta per rinfrescare i ricordi di un innamoramento di cui conservo molte sensazioni e poche memorie. I colpi al cuore li sento ancora tutti, a partire da quei dialoghi ricchissimi di parole strane e quindi divertenti, un lessico evocativo che da bambino mi pareva l’incrocio tra i film di John Wayne e il giocatori di briscola al circolo del paese. Ci sono poi le migliori onomatopee che il fumetto abbia mai visto, gli SVOOONZ, gli SFLOMPT, gli SDÀK, suoni non omologati che stanno proprio alla base di quella ricercatezza lessicale (e musicale) che contraddistingue il lavoro di Jacovitti. 

FRANK
di Jim Woodring (Freeboks, 2005)
Jim Woodring racconta il senso delle cose senza senso, costruisce una narrazione surreale governata da oggetti alchemici, varchi dimensionali e finali che ci riportano allo status quo, e la fa attraversare da personaggi percorsi dagli umani sentimenti e dalle umane tentazioni. Semplice dire che sono avventure senza significato, divagazioni grafiche di un Topolino sotto acidi: il Frank di Woodring è una raccolta di fiabe cupe e stravaganti sul desiderio, l’ambizione, la curiosità. Basta seguire il flusso delle immagini che l’autore gestisce con una regia che predilige i personaggi a figura intera e le ampie panoramiche, per scoprire quale strambo insegnamento abbiamo appreso da quell’essere antropomorfo generico che è Frank.

TEX #682
di Mauro Boselli e Alessandro Piccinelli (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Per Tex Willer questa è una stagione di ricordi. Dopo il Texone, Boselli fa sedere nuovamente attorno al fuoco il nostro eroe e i suoi pard per un lungo flashback che ci porterà nuovamente negli anni della sua giovinezza. Rispetto a Il magnifico fuorilegge qui Tex non è uno scavezzacollo sprovveduto, quanto un uomo distrutto dalla recente perdita di Lylith e un padre insicuro che medita la fuga. Boselli approfondisce la psicologia del personaggio con delle veloci pennellate che nasconde abilmente in una storia di assedio e vendetta che stranamente mette in risalto le gesta dell’intrepida Lupe invece che quelle di Tex. Ai disegni Piccinelli fa un lavoro classico e solido, dando il suo meglio nell’intensa sequenza finale, la cui portata emotiva viene però smorzata da un brusco ritorno al presente.

REVIVAL Vol. 5 – In acque oscure
di Tim Seeley e Mike Norton – Traduzione di Marilisa Pollastro (SaldaPress, 2017)
Ho un problema con le serie a fumetti (e non): non mi piacciono quando perdono tempo, quando allungando il brodo, quando aggiungono personaggi e sotto trame da soap, procrastinando l’arrivo del finale e perdendo di vista tema e storia. Revival è però una felice eccezione e Tim Seeley è uno scrittore attento, capace di dosare col contagocce gli elementi e i misteri della storia principale (in questo numero però cominceremo a scoprire qualcosa di importante) senza però mai darci l’impressione di farlo per nascondere la mancanza di idee. Certo, Seeley usa tutti i trucchetti che poco sopporto (in primis gli elementi da soap), ma lo fa sempre rimanendo attaccato alle tematiche del suo fumetto e allargandone spesso l’orizzonte. Anche gli aspetti più umoristici non vengono mai banalizzati, basta prendere a esempio il gruppo di risorti cristiani che fino a questo numero hanno rappresentato una parentesi a volte divertente e a volte folle nella storia, e invece assumono qui un improvviso spessore drammatico che ci mette ancora una volta davanti a importanti questioni morali. In quello stesso capitolo Mike Norton abbandona il suo tratto patinato per uno stile più ruvido ed espressivo ai limiti del cartoonesco, con risultati molto più interessanti rispetto a quelli visti finora. Speriamo che la svolta grafica venga sviluppata anche nei prossimi numeri. 

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Laser #19 | Luglio – agosto 2017

Laser è l’elenco delle recensioni che ho pubblicato durante il mese. Di solito sono molto poche perché sono pigro.

CRY ME A RIVER di Alice Socal (Coconino Press, 2017)
Cry me a river abbandona presto la sfera terrena e ne abbraccia una quasi totalmente spirituale, dove la realtà è marginale in quanto conseguenza di un percorso interiore, e dove non esiste alcuna terapia di coppia e nessun agente esterno ma solo un percorso parallelo dei due protagonisti fatto di rivelazioni mistiche, allucinazioni, visioni oniriche, animali guida che cominciano a popolare la loro vita quotidiana e piano piano li portano a prendere coscienza della loro situazione.
Leggi la recensione su Duluth Comics.

VIVONO IN ME di Jesse Jacobs – Traduzione di Valerio Stivè (Hollow Press, 2017)
Si potrebbe dire che nel lavoro di Jacobs è il contenitore a sviluppare e dare forma al contenuto, ponendo regole proprie nell’incedere della storia e nel dispiegamento delle tematiche. Non è un caso che, sovvertendo le regole del genere, la casa protagonista rivela sin dalla prima tavola la sua natura maligna: a Jacobs preme anzitutto definire ciò che è il suo contenitore, stabilirne i confini e le caratteristiche e difatti investe gran parte delle pagine a sua disposizione proprio a descriverci l’abitazione.
Leggi la recensione su Duluth Comics.

DIO DI ME STESSO di Alessandro Galatola (Just Indie Comics – Co.Co., 2017)
La stanza rappresenta l’elemento chiave della poetica dell’autore. I personaggi di Galatola sembrano definiti da ciò che li costringe, che sia per l’appunto una stanza o una gabbia: cominciano a vivere (e quindi a soffrire) solo dal momento in cui sono rinchiusi dentro qualcosa, prima non esistono. Solo in quel momento (che non a caso coincide con l’inserimento visivo della terza dimensione) i personaggi acquistano paure e speranze, incubi e sogni, diventano tridimensionali quando scoprono l’abisso della loro umanità.
Leggi la recensione su Fumettologica.

Gigahorse #18 | Luglio 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo. Se non avete voglia di aspettare un mese per leggerle, fate un giro sul profilo Instagram. 

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN RINASCITA #2-3
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Il rebirth di Harley Quinn comincia con un attacco alieno che trasforma gli abitanti di Coney Island in morti viventi. Nelle mani di Palmiotti e della Conner questa invasione di zombie si trasforma in una commedia degli equivoci violenta e quasi romantica. A conti fatti la storia è un po’ quella che è, ma perlomeno dà la possibilità a Chad Hardin e John Timms di sfogarsi con tavole spettacolari e ricche di azione.
La Suicide Squad di Williams e Lee parte col piede giusto, anzitutto dal punto di vista grafico. Depurato dalla colorazione digitale degli inizi e della sovraesposizione (più del suo stile che della sua persona) di inizio duemila, Jim Lee dimostra di avere ancora qualcosa da dire e da insegnare, a partire da tavole realmente dinamiche e da una narrazione compatta capace di dare il giusto spazio a ogni membro del gruppo. La storia parte da premesse interessanti, vediamo un po’ dove andrà a finire, anche se il problema rimane Rob Williams che fatica ancora a far convivere le voci di tutti i personaggi e tirarne fuori un’unica anima.
Chiudono i due spillati un breve one shot dedicato a Captain Boomerang e uno a Katana. Tanto inutili quanto brevi: se mi devo sorbire in ogni spillato la storiella del passato di ogni membro della Suicide Squad per farmi capire che è un balordo ma ha anche un cuore grande così, ecco ne faccio volentieri a meno.

AMERICAN MONSTER Vol. 1 – Dolce casa
di Brian Azzarello e Juan Doe – Traduzione di Stefano Formiconi (Saldapress, 2017)
La mia ragazza si compra un sacco di albi originali che accumula e rimane indietro con le letture. Albi che io vorrei leggere ma siccome sono un uomo d’onore, non leggerei mai per primo un libro pagato da qualcun altro. E così un sacco di roba figa che potrei recensire per ricavarne milioni, giace sugli scaffali e nelle scatole. A luglio mi sono trasferito da lei per un paio di settimane e con la scusa del tetto in comune, quei fumetti sono diventati anche miei. Ho cominciato con i primi cinque numeri di American Monster, nuova serie di Azzarello edita da Aftershock. Nel frattempo è uscita anche in Italia, l’ho letto in italiano e il caso vuole che abbia pure scritto una recensione per Fumettologica. Eccola qui.

CRY ME A RIVER
di Alice Socal (Coconino Press, 2017)
Giunto alla terza rilettura, oramai Cry me a river di Alice Socal ha smesso di essere un fumetto ed è diventata un’infiltrazione. Farsi inzuppare dalle lacrime della protagonista e dalla narrazione liquida della Socal è d’altronde l’unica strada percorribile per apprezzare questo graphic novel all’apparenza smilzo e minimale ma che rivela grande profondità e ambizione negli intenti. Dopo Sandro, Alice Socal prende una situazione resa banale da anni di sfruttamento al cinema e in letteratura e cerca di darle nuova vita attraverso un approccio inconsueto e rischioso, fatto di simboli, suggestioni e allucinazioni, cercando nuovi sentieri. Leggete la recensione così capite pure quali sono.

BIRDS OF PREY Vol. 1
di aa.vv. (Dc Comics, 2016)
Il primo volume della riproposta in ordine cronologica del primo ciclo delle Birds of Prey, non è altro che una raccolta delle storie precedenti alla formazione del gruppo. Per ora a collaborare sono solo Black Canary e Oracle: la prima è un agente segreto, la seconda gestisce le sue missioni dopo aver dovuto appendere al chiodo il costume di Batgirl dopo quella sventura di cui tutti siete a conoscenza (e che popola ancora i suoi incubi). A patto di chiudere gli occhi davanti alla colorazione e alle volte anche ai disegni, queste storie pre-Birds of Prey sono piacevoli ben congegnate (basti vedere la scena di apertura del volume, a metà tra Refn e Bret Easton Ellis), e lasciano già intravvedere i rapporti e i legami che faranno da filo conduttore a tutta la lunga run gestita da Chuck Dixon. 

THE STEAM MAN #1-5
di Joe R. Lansdale, Mark Alan Miller e Piotr Kowalski  (Dark Horse Comics, 2016)
“Benvenuti nel West. Qua fuori è freddo come la tetta di una strega. Liberi di non crederci, ma è perfino gradevole”. C’è poco da fare: bastano due righe e Lansdale mi fotte sempre. Anche quando la qualità della sua scrittura non è sempre al massimo, anche quando scrive fumetti. The Steam Man (il soggetto è del Vecchio Joe, la sceneggiatura di Mark Alan Miller) è un weird western steampunk, con protagonista la ciurma che fa muovere e combattere Steam Man, un robottone di ferro e vapore costruito a fine ‘800 per arginare un’invasione aliena, e ora impiegato per scovare l’entità che pare aver dato il via a tutto.
Il primo numero mette tutte le carte in tavola ma convince soprattutto per le interazioni tra i membri dell’equipaggio e le colorite metafore partorite da Lansdale (che se avete letto qualcosa di suo, saprete sicuramente quanto aggiungono alla narrazione). Piotr Kowalski pare invece il disegnatore perfetto per la miniserie, capace di rendere l’imponenza e la legnosità dei movimenti del robot restituendoci comunque l’eroismo e l’epicità delle sue imprese. Si prosegue con un secondo numero decisamente sottotono, tutto dedicato al villain, il Dark Rider. All’inizio la cosa dei viaggi del tempo pareva interessante, poi però viene fatta sprofondare nella banalità della solita storia d’amore finita male male male che ha così dato origine alla malvagità del cattivone. Una digressione che forse arriva anche troppo presto sulla tabella di marcia, visto che abbiamo appena cominciato a conoscere i protagonisti e la loro missione. Il terzo e quarto numero confermano i toni lenti della miniserie: pensavo di lamentarmi della lentezza della narrazione e poi mi sono accorto che ad andare piano è sì la narrazione, ma soprattutto il robottone protagonista, che nel giro di tre numeri avrà percorso poche centinaia di chilometri nella foresta. La sceneggiatura di Mark Alan Miller segue la pesante camminata di un gigante di ferro alimentato da una caldaia a vapore e a ogni passo ce ne restituisce l’imponenza. Anche Kowalski tiene ben presente la cosa e infatti il combattimento che chiude il numero è ben coreografato in modo da evidenziare sì la forza e la stazza letale, ma anche la goffaggine e la lentezza del mostro meccanico. L’ultimo numero di The Steam Man si apre con una lunga scena di tortura, un uomo che cerca di liberarsi dopo essere stato crocifisso a testa in giù e un cattivo che dice cose cattive. Cosa volere di più? Forse un finale più soddisfacente sarebbe stato meglio. Mi spiego: il quinto numero è forse il migliore della miniserie, folle e cupo anche in un finale che fa di tutto per vestirsi da lieto fine. Il problema è tutto pare accelerato nelle ultime pagine, con un villain interessante liquidato con poche righe di dialogo che a volte suonano anche un poco ridicole nella loro funzione redentrice.
Insomma, The Steam Man è una discreta miniserie d’avventura che spesso va perde il focus di ciò che vuole raccontare. Peccato.

PROMETHEA Vol. 2
di Alan Moore e J.H. Williams III – Traduzione di Leonardo Rizzi (Rw Edizioni, 2017)
Il cammino verso Dio di Promethea è una Divina Commedia misterica e divulgativa, con Alan Moore che spiegandoci l’immateria ci racconta l’uomo e lo straordinario potere delle sue idee, delle sue parole e delle sue emozioni. È così che con la lettura di Promethea ci si sente pervasi da una naturale felicità, un ottimismo puro e assoluto nei confronti della vita che riesce a rimetterci nel posto giusto dell’Universo e della nostra mente (come se ci fosse una reale differenza) raccontandoci il percorso per raggiungerne i confini. Commuovente, anche solo per come riesce ad allargare i nostri piccoli orizzonti.

IS THIS TOMORROW
di aa.vv. (Canton Street Press, 2015)
Immaginate di essere americani negli anni Cinquanta. Orgogliosamente americani, come se fosse possibile non esserlo quando vivi nella migliore nazione del mondo. Quella con le auto più belle, le televisioni più belle, le dive più belle, le famiglie più belle, la bandiera più bella. Pensate alla cosa peggiore, quella che può togliervi di punto in bianco ogni tipo di felicità e di libertà. Pensate per esempio al comunismo.
Is this tomorrow è un fumetto di propaganda anti-sovietica del 1947, una di quelle cose che lette oggi fa un sacco ridere per i toni esagerati, gli allarmismi e tutto che va a rotoli a una velocità impressionante (dagli scioperi pilotati ai campi di concentramento in meno di un anno). Dietro l’iniziale ironia fa però capolino il terrore di pensare a una nazione che indica un nemico e mette in moto una macchina per farlo diventare lo spauracchio dei suoi abitanti, sino a estirparlo del tutto dal suo suolo. Prima divertente, poi terrificante.

TERMINARCH
di Jordan Hart e Terry Huddleston (OSSM Comics, 2016)
Terminarch
parte con un concept interessante: quando gli androidi si accorgono di essere bravi in tutto tranne nella creatività, decidono di prendere il comando e ammazzare il 95% degli esseri umani, ovvero la percentuale di umani non-artisti calcolata da un apposito logaritmo. Il restante 5% è invece confinato in un luogo protetto dove può creare con tutta la libertà e gli agi necessari. Martin Allerton è invece un’anomalia, l’ultimo uomo non-artista sulla faccia della Terra a causa di un obbligato isolamento che l’ha tenuto lontano dalla società per trent’anni.
Dicevo, il concept è interessante ma merita più di questa cinquantina di pagine per essere sviluppato. Il volume si regge bene sulle sue gambe ma resta comunque la voglia la voglia a fine lettura di leggere un finale più soddisfacente o vedere altre vicende legate a questo universo. Spero che Jordan Hart riesca a trovare le condizioni per sviluppare al meglio questa sua idea, magari con al fianco un narratore più esperto di Terry Huddleston che nelle sequenze di dialogo spesso mostra tutti i suoi limiti.

SPACE RIDERS – Volumen uno
di Alexis Zirrit e Fabian Rangel Jr (Black Mask, 2017)
La sensazione che si può avere dopo aver sfogliato per la prima volta Space riders, è quella di un fumetto volutamente trash e citazionista, forse persino hipster nel suo voler replicare ingialliture, macchie e piegatura della carta. A leggerlo invece si cambia idea quasi subito, merito inizialmente del lavoro di Zirrit ai disegni, capace di smarcarsi dai suoi modelli (il Kirby più psichedelico in primis) per proporci una narrazione folle fatta di colori accesi, volti deformati, simulazione di difetti tipografici e strane creature. Il tutto è retto bene dalla sceneggiatura di Fabian Rangel Jr., una storia di avventura classica con un protagonista spaccone che non si può non invidiare.

DEADPOOL #20-21
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
Miracolo: un numero di Deadpool che non mi porta al suicidio causa sconforto. Non che ci siano cose eccezionali, ma perlomeno c’è più impegno del solito, a partire dalla noiosissima Spider-Man/Deadpool, l’unico team-up che se ne frega del legame tra i due protagonisti e mette in scena esclusivamente il loro narcisismo. A questo giro Duggan si è inventato il ritrovamento di una storia del 1968, mai pubblicata a causa dei temi troppo caldi, e la trovata post-moderna funziona. La storia è divertente e Koblish con questo stile vintage fa rimpiangere i suoi disegni di sempre.
Ricominciano dal numero 1 anche i Mercenari per soldi scritti da Cullen Bunn, e a questo giro la storia pare perlomeno interessante. Sai mai che dopo un anno e passa riescono anche a capire come far funzionare questo team abbastanza insulso.
Questa settimana ho riletto le ultime cose che ho scritto su questa testata giusto per fare il punto della situazione. Ora io mi chiedo: quanto cazzo deve fare schifo Deadpool per farmi dire che una cosa come Gwenpool è carina? Ma io mi rincoglionisco e voi non dite niente? Ok, ok, i disegni sono sopra la media rispetto a quelli di Deadpool e anche la regia è più briosa, però i risultati sono davvero anonimi, anche in un episodio tutto azione come quello contenuto qui.

ALACK SINNER – L’età del disincanto #1
di Carlos Sampayo e José Munoz (Editoriale Cosmo, 2017)
Alack Sinner si fa meno noir e si mette a raccontare la vita e le botte del protagonista e di quel mondo che spesso lo mette in secondo piano. Anche il tratto di Munoz si adatta alle atmosfere e se rimane pressoché invariato rispetto al passato quando deve raccontare in Nicaragua il grottesco e doloroso teatrino politico del Sud America, si fa più vicino alla linea chiara quando si mette a seguire le storie personali di Sinner. Tra vita reale e momenti onirici, la sceneggiatura di Sampayo si muove sempre su un dolente intimismo che sfocia in una libertà selvatica e sofferta. Il giusto prezzo da pagare.

DIARIO DI UN FANTASMA
di Nicolas De Crécy – Traduzione di Fay R. Ledvinka (Eris Edizioni, 2017)
Attorno alla realizzazione di due carnet de voyage (uno ambientato in Giappone e l’altro in Brasile), Nicolas De Crécy costruisce due storie che sono il pretesto per riflettere sul suo lavoro e sul ruolo dell’artista. Diario di un fantasma è forse troppo verboso e risente troppo di uno squilibrio tra una prima parte affascinante e piena di idee originali e una seconda che invece si perde dietro i pensieri (non sempre interessanti) dell’autore pur mantenendo un livello grafico che riesce comunque a salvare la situazione. Il risultato è un fumetto poco convenzionale e volutamente fuori fuoco, in cui De Crécy riversa pensieri, impressioni e critiche verso sé stesso. Si merita più di una lettura, giusto per farsi scappare nulla ed entrare meglio nei pensieri dell’autore. Io sono ancora fermo alla prima, ci si risente più avanti con una recensione più approfondita.

NECRON #1
di Magnus e Ilaria Volpe (Editoriale Cosmo, 2017)
Non so cosa cazzo salti in testa alla gente. Sono settimane che leggo recensioni e commenti che dicono: “Bello Necron, Magnus va oltre lo splatter”. Oppure: “Necron mica è un fumetto erotico”. Io non vi capisco. Necron è un fumetto splatter, Necron è un fumetto erotico, ed è bello per questo motivo. Magnus non trascende né l’horror né tantomeno l’erotismo. Semmai ci sguazza in mezzo per creare una storia che è anch’essa un mostro di Frankenstein fatto cucendo assieme generi, influenze letterarie e suggestioni diversissime tra loro. Ci troviamo quindi davanti una storia che è al contempo una commedia, un porno e un horror e che riesce a farci inorridire, eccitare e sorridere facendoci sentire ridicoli dinnanzi a queste emozioni incongruenti. È questa sensazione di sentirsi coinvolti nella storia sempre per il motivo sbagliato che rende Necron davvero imprescindibile.

SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #3 – Fermate l’Uomo Sabbia
di aa.vv. – Traduzione di aa.vv. (RCS, 2009)
Volume antologico con il meglio delle storie dedicate all’Uomo Sabbia. Niente di davvero notevole in termini di scrittura (la metà Delle storie finiscono con l’Uomo Sabbia risucchiato da un qualche tipo di aspirapolvere) mentre l’unica cosa che mi ha davvero colpito nei disegni è il lavoro di Steve Ditko sul volto di Flint Marko, che il disegnatore caratterizza con un tratteggio fitto rendendone i lineamenti quasi provvisori, come se fossero soggetti a piccole frane o a uno sbriciolamento continuo. Rimane la curiosità di leggere la run in cui si trasforma nell’Uomo Fango a seguito dell’unione forzata con l’Uomo Acqua. Lo spunto iniziale va oltre la più normale stupidità, ma da quel che ho letto negli editoriali parrebbe avere qualche spunto interessante. C’è qualcuno di voi che l’ha letto per confermarmi o meno queste impressioni?

VIVONO IN ME
di Jesse Jacobs – Traduzione di Valerio Stivè (Hollow Press, 2017)
Il topos della casa stregata è per Jesse Jacobs un doppio binario su cui inscenare parallelamente il deteriorarsi della vita coniugale e la vendetta della natura nei confronti dell’uomo. Jacobs gioca ancora con lo spazio e con il tempo, deformandoli a proprio piacere sino a trasformarli entrambi in un trappola mortale. Vivono in me è un horror atipico ma puro, spesso inquietante in cui le consuete parentesi geometriche di Jacobs si fanno ancora più sintetiche del solito, sino a trasformarsi in terrificanti geroglifici che sembrano la scheda di programmazione Delle nostre vite. L’autore si trova a suo agio nel formato breve e riesce così a realizzare una storia fulminante e letale. Qui ve ne parlo meglio.

THEY’RE NOT LIKE US Vol. 2 – Noi contro voi
di Eric Stephenson e Simon Gane (saldaPress, 2017)
Qualche settimana fa Gnomo Speleologo ha scritto una recensione in due parole del primo volume di They’re not like us: “Brutto + Poser”. Non riesco a dargli torto, sebbene la serie di Stephenson mi stia persino piaciucchiando. Ammetto che l’unico punto di vero interesse del fumetto è capire come l’autore pensa di gestire la marea di personaggi stronzi e distanti che mette in campo senza provare a dar loro un po’ di carisma, come a voler sfidare la nostra pazienza. E infatti il problema è che raramente si viene ricompensati, soprattutto in questo secondo volume che si affolla di personaggi (stronzi) e gruppetti, ma sostanzialmente non porta avanti la storia di un millimetro. Non so dove Stephenson voglia andare a parare e tutto sommato la cosa mi incuriosisce. Porterò pazienza ancora per un poco.

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In silenzio | Storia di un corpo immerso in un fluido

In silenzio è la storia di un corpo. Certo, nella trama ci sono anche una coppia, un’escursione, persone che si perdono per un istante e poi ricompaiono, ma più che altro il fumetto di Audrey Spiry è la storia di un corpo, quello di Juliette. Capito questo è bene abbandonare la trama, lasciarla scorrere in sottofondo e non darle troppe attenzioni, così da concentrare la lettura su quel corpo che la Spiry immerge in un elemento che non solo gli è estraneo, ma nei cui confronti prova una certa avversione: l’acqua.

Sin dalle prime pagine l’autrice trasforma i corpi di tutti i personaggi in un materiale malleabile che la natura che li circonda si diverte a modificare, plasmare e stravolgere. Così il vento scompiglia le loro carni, il sole le sovraespone sino a renderle bianche e infine l’acqua le rende liquide. Nella descrizione di come questa natura giocosa e implacabile modifica i corpi dei personaggi, la Spiry monta sul suo segno realistico un registro quasi cartoonesco pieno di deformazioni e aberrazioni, ed è questo il punto di partenza in cui comincia a scomporre i corpi sino ad astrarli completamente e renderli sono scie e macchie di colore tra i flutti del fiume. Lo scopo della Spiry però non è solo quello di raccontare gli effetti della natura sul corpo umano, quanto utilizzare lo stesso come una scultura con cui può dare forma e movimento alle sensazioni interiori di Juliette.

Non a caso i due momenti migliori del graphic novel riguardano proprio due sensazioni che l’acqua amplifica, due momenti in cui Juliette smette di essere umana e diventa pura e cieca emozione. Nel primo caso Juliette deve tuffarsi in acqua da una sporgenza abbastanza alta. Mentre si prepara per il tuffo sente la paura e sente il vento, il suo corpo comincia a sfilacciarsi nell’aria e infine spicca un salto nel vuoto. Per una intera pagina la Spiry rinuncia a qualsiasi gabbia e simmetria e crea una tavola sbilanciata e sgraziata, con un sacco di spazio bianco al margine sinistro mentre dall’altro lato il corpo di Juliette esplode e viene deformato per poi ricomporsi (insieme alla gabbia) soltanto nella pagina successiva. Più avanti Juliette si perde invece all’interno di una grotta. Qui l’acqua come l’abbiamo vista finora scompare: diventa una superficie nera lucida dove i corpi mutano in terrificanti rifrazioni e non esistono punti di riferimento. Allo smarrimento di Juliette la Spiry innesta un ricordo e l’acqua scura diventa una notte.

In fondo questo In silenzio è bello leggerselo senza badare alle parole. La Spiry costruisce una regia solida con alcune idee davvero centrate e una propensione non scontata al racconto puro delle emozioni. Peccato che anche lei sembra ancora poco consapevole delle proprie capacità narrative e usa come inutile rete di salvataggio una storia scontata che nulla aggiunge. Poco male, ignoratela e seguite le immagini, fatevi trasportare dalla corrente.

In silenzio
di Audrey Spiry
Traduzione di Elisabetta Tramacere
Diabolo Edizioni, 2016

Malloy: gabelliere spaziale | L’epica del capo chino

Non avete sempre trovato molto divertente il fatto che la parola più celebre pronunciata dal più celebre degli eroi italiani sia stata “Obbedisco”? L’atto eroico su cui venne fondata la nostra nazione è una frase urlata a capo chino da uno che voleva l’Italia repubblicana e invece l’ha consegnata senza troppi problemi alla monarchia. Ricordate l’iconografia classica del Garibaldi, quei ritratti con lo sguardo ispirato, la barba severa, il viso rivolto all’orizzonte infinito, e poi mettetegli in bocca quella parola da cui spira l’olezzo di un compromesso. Garibaldi obbedisce e qui sta il suo atto eroico: dimenticare i propri ideali per fare ciò che gli veniva richiesto.

Da questo primo “Obbedisco!”, per l’uomo italico è stato un cammino tutto in discesa: il suo corpo si è piegato, arrotondato, incurvato per rispondere in maniera aerodinamica alle sollecitazioni e agli ordini non più di un Re ma di un direttore. Così Garibaldi divenne Fantozzi, e fu il compimento di un’evoluzione naturale e inevitabile. L’eroe italiano definitivo non solo obbedisce, non solo prende sberle ma ringrazia anche. Si bea della sua patetica vita impiegatizia, si ritaglia qualche momento di superficiale felicità e passa tutto il tempo a mitigare il Garibaldi che ancora gli pulsa dentro ma che vede bene di non liberare perché sa che ogni moto di orgoglio porta con sé l’ennesimo e inevitabile rientro nei ranghi al grido (poco nobile) di “Obbedisco!”.

Il Malloy: gabelliere spaziale di Taddei e Angelini sta a metà strada tra Garibaldi e Fantozzi. Del primo conserva lo spirito d’avventura, la spavalderia e un certo esotismo, del secondo invece condivide il lavoro da impiegato, il totale asservimento al suo superiore e un amore puro per la sua mostruosa famiglia. È questa forse l’operazione più coraggiosa di un libro che si prende già tantissimi rischi: fare dell’eroico protagonista un servo puro, uno scaltro collaborazionista del Potere Forte pronto a fare di tutto pur di portare al termine la missione assegnatagli ed esaudire qualsiasi richiesta gli venga fatta dai piani alti dell’Impero. Taddei e Angelini inseriscono questo aspetto fondamentale nel personaggio, tenendocelo quasi nascosto: il servilismo di Malloy non è mai totalmente manifesto e sicuramente non adombra il carisma del personaggio che anzi, svincolandosi dal classico viscidume del ruolo, si arricchisce di questo contrasto e ne fa la sua caratteristica principale. E infatti il lettore per tutto il tempo non può che stare dalla parte di un crudele e spietato esattore delle tasse, nei cui confronti non riesce mai a provare un odio reale e giustificato, semmai ne ammira la determinazione, l’abnegazione sul posto di lavoro, le gesta eroiche. E gli invidia forse più di ogni altra cosa, la sua radicata mediocrità. Malloy è un protagonista ambiguo, un mercenario che assurto al ruolo di personaggio principale, si trasforma in eroe in quanto ci è impossibile non condividere il suo sistema di valori.

Al termine della sua avventura Malloy scopre tutti i segreti dell’Universo. Fosse un personaggio di Lovecraft ora il prode avventuriero si troverebbe delirante e incatenato nella cella di un manicomio, e invece lui come niente fosse torna a casa, abbraccia la moglie e si mette a giocare coi figli come un normale impiegato. La mediocrità è il premio finale per il lavoro svolto e l’unico approdo possibile per ogni essere vivente dedito alla sopravvivenza, e questo per Malloy è giusto e normale. Se anche Anubi finiva con l’abbracciare un futuro mediocre da essere umano facendosi però carico di tutta la sofferenza che ne derivava, Malloy non soffre della sua condizione e dimentica senza troppi patemi la complessità delle meccaniche celesti per trovare finalmente la pace tra le mura domestiche. Che sia forse questa la “divina stupidità dell’eroe” di cui parlava Alfred Tennyson descrivendo Garibaldi, l’affrontare il campo di battaglia, sopravvivergli e poi tornare alla vita quotidiana senza sindrome post-traumatica? Che sia forse questo il segreto per una vita felice?

Anzi, meglio dire “l’illusione di una vita felice”, visto che la genesi che apre il fumetto è un incipit oscuro in cui Taddei cancella il libero arbitrio dall’Universo rendendo tutti i personaggi marionette manovrate da qualcuno più grande e potente di loro. Questa intuizione si riflette sulla struttura della prima parte del libro, che infatti si appoggia su una narrazione a matrioska inversa, con Malloy che parte dal nucleo e allarga la propria visuale in un movimento a zoom potenzialmente infinito quando si tratta di definire i livelli intermedi, ma che vede comunque sopra tutto e tutti il potere del Paravantz come grande involucro che contiene e soprintende a ogni cosa. E’ sorprendente in questa prima parte il ritmo forsennato con cui Taddei e Angelini gestiscono la narrazione, non tanto con la regia della tavola (pressoché uniforme) ma con cambiamenti continui che modificano il corso della storia. La frequenza con cui i due attuano questi cambi di rotta è vertiginosa, così come l’avvicendarsi continuo di nuove ambientazioni e nuovi personaggi ci restituisce l’idea di un mondo precario e di esistenze se non fasulle, sicuramente poggiate su un piano instabile.

Ancora una volta Simone Angelini si rivela la scelta giusta e meno scontata per descriverci un mondo agonizzante e un’umanità alla deriva, anche se con  Malloy può finalmente mettersi alla prova su un universo graficamente più ricco rispetto al microcosmo rinsecchito e sintetico di Anubi. Il disegnatore mantiene il suo tratto semplice e incartapecorito pur arricchendolo nei dettagli, nelle scenografie e nei costumi, ottenendo così delle immagini che ci riportano sia a una certa essenzialità sovietica, sia al ruvido dinamismo della Marvel degli inizi. E mentre Angelini riduce tutto al necessario, Marco Taddei spinge l’acceleratore sui barocchismi di un linguaggio che si divide tra lo spaventoso burocratese e un grammelot picaresco che pare preso di peso dall’Armata Brancaleone e trasportato in queste disastrate galassie.

Ma il bello deve ancora venire. Dicevamo appunto che i primi due capitolo sono un turbine di eventi, personaggi e luoghi narrati a una velocità così spaventosa da desiderare quasi un rallentamento (ho fatto una prova dividendo questi capitoli in episodi più brevi e niente: Malloy sarebbe una serie mensile perfetta). Arrivati al climax, Taddei e Angelini frenano ma a modo loro, ovvero eliminando qualsiasi tipo di azione: da questo punto in poi ci aspetta un monologo di venti tavole che in una situazione normale si bollerebbe come un noioso e interminabile spiegone. Lo è. È titanico, mastodontico, un monolite di parole che mette le vertigini. Doveva essere così per rendere ancora più evidente il senso di oppressione che vuole trasmettere. Le parole di Taddei hanno una forza evocativa (e una inaspettata chiarezza nonostante la complessità della struttura del monologo, dei temi trattati e del linguaggio utilizzato) fuori dal comune, ti si siedono in petto e spingono fino a farti respirare quel tanto che basta per ricordarti che sei ancora vivo. Qui Angelini mostra i muscoli e gestisce i wall of text di Taddei con una regia perfetta che non ci fa mai perdere la concentrazione sul testo, ci alleggerisce la lettura e la arricchisce con una recitazione ancora più straniante rispetto alla prima parte del fumetto.

Tra un parlamento di giocatori di ping pong che pare un incrocio tra Nanni Moretti e Veroheven, scheletri dorati, maiali, banchieri e rivoluzionari con il nome di multinazionali, Malloy: gabelliere spaziale non conferma solamente il coraggio di Taddei e Angelini nell’affrontare un genere a loro apparentemente distante, ma anche la loro capacità di adattare quel genere non tanto alle proprie capacità espressive quanto ai temi che sono a loro più cari. E infatti Malloy: gabelliere spaziale diverte come una space opera un po’ weird ma è anche l’ennesimo tassello della ricerca esistenziale che i due autori stanno conducendo sin dal loro esordio.

Malloy: gabelliere spaziale
di Marco Taddei e Simone Angelini
Panini 9L, 2017