Gigahorse #20 | Settembre 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo. Se non avete voglia di aspettare un mese per leggerle, fate un giro sul profilo Instagram. 

ICE HAVEN
di Daniel Clowes – Traduzione di Isabella Zani (Coconino Press, 2007)

Era da un po’ che non rileggevo Ice Haven. Nel frattempo però la cittadina immaginaria di Daniel Clowes non è cambiata di una virgola: eccoli lì tutti gli abitanti così concentrati su loro stessi da considerarsi ognuno protagonista di questa storia. Ice Haven è d’altronde una Twin Peaks senza cose pazzerelle e senza alcun interesse per l’omicidio di Laura Palmer. D’altronde il vero protagonista del libro, David Goldbergs, è anche il personaggio più marginale e misterioso e di conseguenza anche quello più emarginato dai personaggi e dalla narrazione. A nessuno frega qualcosa del suo rapimento, di quello che faceva prima o quello che farà dopo, tutti sono focalizzati su loro stessi e su un dolore a cui non riescono a dare forma e che cercano di sopire con piccole manie, con l’amore, con il lavoro.

MENZ INSANA
di Christopher Fowler e John Bolton (Magic Press, 2001)
Nel mondo reale ci sono un uomo e una donna matti da legare e chiusi in un manicomio. Nel piano mentale le loro due coscienze prendono forma in Menz (un mad doctor che pare uscito da un cartoon) e Jaz, una bella ragazza che pare disegnata da Milo Manara. I due vorrebbero scoprire il motivo della loro degenza, ma le cose non sono così semplici, tra portali interdimensionali e strambi personaggi che mettono loro i bastoni tra le ruote.
Peccato che questo fumetto strambo sia affossato da una narrazione poco attenta che, soprattutto nei primi capitoli fatica a concentrarsi sulla missione dei personaggi, focalizzando l’attenzione su microstorie anche divertenti ma poco utili alla storia. E infatti il colpo di scena finale risulta un poco smorzato e troppo frettoloso, sebbene mantenga comunque le aspettative. Meglio forse dedicare la propria attenzione al buon lavoro di John Bolton, capace di dare forma a una narrazione schizofrenica con uno stile cartoonesco ma fastidioso, dove le esagerazioni dinamiche e caricaturali non risultano mai simpatiche e divertenti ma dissimulano angoscia e crudeltà. Il loro alternarsi poi nell’ultimo capitolo con un fotorealismo spinto, le rende ancora più tragiche e sofferenti.

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN RINASCITA #7-8
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Sul numero sette, albo di passaggio per l’avventura punk di Harley Quinn. Palmiotti e la Conner si preoccupano di mettere tutti gli agenti in gioco, con un’attenzione a preparare la strada (con un flashback ben disegnato da Jill Thompson) per l’ormai imminente ritorno del Joker. Chi ne esce veramente vincitore è ancora una volta John Timms: la sua Harley Quinn spigolosa, slanciata e con una espressione da cacciatrice tiene ancora una volta banco nonostante la storia sia un poco moscia. Invece sul numero 8 Harley Quinn salva il Natale facendosi rimpicciolire per essere mandata dritta nel cervello di Santa Claus in modo da uccidere i demoni che assillano il ciccione rosso e, già che c’è, anche i propri. Numero noiosetto e poco divertente, con un nutrito gruppo di disegnatori che proprio non convince quando è alle prese col personaggio. La sceneggiatura tralascia completamente la cosa più interessante della premessa (i medici la possono rimpicciolire ma non sanno come farla tornare a grandezza naturale) e quindi sono rimasto come uno scemo quando la fine è arrivata come nulla fosse.
Deathstroke è invece una gran bella sorpresa. Non avrei dato una lira alla serie (colpa anche di disegni non proprio di mio gradimento) eppure la serie di Christopher Priest si sta rivelando un solidissimo thriller familiare in cui le bugie, i misteri e gli imbrogli legano un padre è una figlia più di qualsiasi legame di sangue. La componente thriller e quella drammatica sono così ben intrecciate da essere quasi indistinguibili, un mix drammaturgico in cui una scena di combattimento vale tanto quanto un dialogo nel tinello.
La cosa migliore di un crossover è leggere solo l’epilogo e sentire sul tuo corpo la felicità nell’aver risparmiato i soldi per il solito evento inutile. Questo non ricordo nemmeno più come si chiama, ma nell’epilogo introduce i figli della Waller e la cosa pare una svolta abbastanza interessante.

TIM GINGER
di Julian Hanshaw (Top Shelf Productions, 2015)
L’esordio americano dell’inglese Julian Hanshaw è un graphic novel che miscela insieme la vita tranquilla dell’anziano Tim Ginger (vedovo, scrittore, ex pilota che testava aerei per il Governo, giocatore di cricket), il mondo delle teorie complottistiche e un paio di temi complessi che Hanshaw ha il coraggio di affrontare, primo tra tutti la scelta legittima di non avere figli. Hanshaw mette tutto in una trama che sta attaccata al suo protagonista (e spesso addirittura all’interno), raccontandoci un personaggio dalla psicologia complessa con cui arriviamo a condividere ogni dubbio e ogni incertezza. A tratti l’impianto generale scricchiola un poco, soprattutto a causa di un paio di scelte non molto centrate (la parentesi “fantastica” troppo poco sviluppata per rendere davvero emozionante una delle sequenze più importanti, il fumetto di Anna disegnato come il fumetto che stiamo leggendo) ma Hanshaw tiene così tanto al suo protagonista che si fa perdonare questi piccoli sbandamenti e alcune lungaggini nei dialoghi. Più in generale il vero problema del fumetto è una regia che troppo spesso sottolinea concetti e situazioni già chiari, come la lunga sequenza in cui Tim Ginger blasta un cospirazionista, in cui una chiusura scolastica e poco necessaria toglie forza drammatica a una delle scene migliori del fumetto.

DEADPOOL #25-26-27
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
A chi legge o ha letto tanti fumetti di supereroi capita prima o poi di avere la sensazione con qualche testata di trovare giusto un paio di numeri passabili in un’intera annata. La Marvel con Deadpool 2099 ha aggirato il problema e ha isolato quei due numeri passabili in una sotto-testata a cadenza semestrale così il lettore non fa fatica a individuarli. Peccato si sia già arrivati al penultimo numero perché è davvero l’unica cosa che su questa testata riesco a leggere con un minimo di piacere, merito soprattutto dei disegni di Koblish (anche se qui risulta confusionario nella regia). Alla fine il problema di Deadpool è che mette in scena conflitti ma non gli interessa minimamente, non dico approfondirli, ma almeno raccontarli decentemente. Prendete la prima storia del n.25, un lungo combattimento tra Deadpool e sua moglie in cui i due affrontano la loro crisi coniugale. Dovrebbe essere una cosa divertente il giusto per tenere in piedi le venti pagine dell’albo eppure ci si stufa dopo appena due tavole per colpa di combattimenti senza fantasia, le solite battutine di merda e due personaggi che discutono sul nulla. Poi così, di punto in bianco, tutto termina perché bisogna introdurre il nuovo story-arc e quindi si passa oltre senza farsi troppi problemi.
Fatico ancora a comprendere il senso di questo team-up tra l’Arrampicamuri e il Mercenario Chiacchierone, visto che Joe Kelly fatica ancora a creare dinamiche interessanti nella coppia. Per ora si è limitato a far dire brutte battute a Spider-Man per farlo prendere in giro da Deadpool, le cui battute sono invece…beh, sono brutte pure quelle. Se non altro almeno qui l’ombra di una storia la si scorge, nella speranza che sia almeno leggibile. Il numero dei Mercenari per Soldi si apre con una sequenza di tre tavole mute che su Deadpool sono tipo la pace dei sensi. Peccato che poi comincino le chiacchiere e le solite botte banali con due buffi avversari. L’albo si conclude con l’ingresso della nuova squadra dei Mercenari per Soldi, l’ennesimo reset nell’arco di questi ultimi due anni. Sai mai che tutte queste sostituzioni, illudano i lettori nel credere che succeda veramente qualcosa nella storia.
Passato l’ingenuo divertimento iniziale, Gwenpool si è rivelata con un nulla di rosa vestito. La trama avanza lentamente e si perde dietro ai vaneggiamenti della protagonista, cosa che non diverte ormai più nessuno. Gwenpool è sempre un poco più sopportabile, facile quando non si pretende da un personaggio di dover fare una battuta ogni due vignette.

TEX #683
di Mauro Boselli e Alessandro Piccinelli (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Davvero deludente la parte finale di questa storia estiva in due numeri firmata da Boselli e Piccinelli. La sceneggiatura di Boselli pare inutilmente intricata a fronte di uno sviluppo tutto sommato lineare (strano a dirsi visto che invece il numero precedente convinceva proprio per la gestione dell’intreccio e dei flashback) ma delude soprattutto per la sua incapacità di dare il giusto pathos a quei tre momenti centrali dell’albo. Non aiutano nemmeno i tanti momenti interlocutori usati da Boselli per risolvere i conflitti. I disegni di Piccinelli sono spesso sommersi dalle parole, e quando se ne libera ci consegna tavole che godono finalmente di un respiro narrativo più potente (basti vedere pagina 52 e 53). A quando in Bonelli si metteranno da parte questi inutili dialoghi telefonati e si consegneranno le redini della narrazione ai disegni?

IL CONGRESSO DEGLI ANIMALI
di Jim Woodring (Coconino Press, 2017)
È impossibile non rimanere stupefatti davanti a qualsiasi lavoro di Jim Woodring, colpa probabilmente della naturale semplicità con cui racconta le sue storie senza utilizzare nemmeno una parola. Ma finire nel mondo di Frank e compagnia, non è una semplice gita fuori porta in una terra con regole proprie, e infatti Woodring non tratta mai il lettore come un turista. Gli interessa semmai immergerlo in quel mondo, farlo diventare parte di esso per cambiare la sua prospettiva sulle cose, strabiliare i suoi sensi e riordinare il suo pensiero, insomma, una sorta di riallineamento spirituale volto a portare il lettore a guardare il suo mondo da un differente punto di vista. E qui ritorna quella naturale semplicità di Woodring, che gli permette di fare tutto ciò attraverso personaggi che sembrano usciti da cartoni animati degli anni Trenta e da quadri di Bosch, e un meccanismo narrativo che è il vero protagonista (anche filosofico) del fumetto.

THE SQUIRREL MACHINE
di Hans Rickheit – Traduzione di Valerio Stivè (Eris Edizioni, 2017)
Leggere The Squirrel Machine non è un’esperienza molto diversa dall’esplorazione che i due fratelli protagonisti del fumetto compiono dell’immensa casa vittoriana in cui abitano. Un edificio di cui è impossibile ricostruire una planimetria, quasi che i numerosi passaggi segreti, le infinite stanze e gli angoli misteriosi che continuamente si moltiplicano durante la lettura, appartenessero a un’altra dimensione. Forse è proprio così o forse no, ma di questo ci importa fino a un certo punto. Se lasciamo da parte per un attimo il nostro bisogno di una logica e ci abbandoniamo alla narrazione di Rickheit, ci si para davanti uno strambo dramma familiare e un’interessante riflessione sulla creatività. Trovate la mia recensione qui

TEX – IL VENDICATORE
di Mauro Boselli e Stefano Andreucci (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Il vendicatore si apre con una bellissima quasi del tutto muta. Basterebbero anche solo queste quindici pagine per convincervi a leggere questa nuova avventura di Tex, eppure vale la pena continuare grazie a uno Stefano Andreucci particolarmente ispirato che inanella nel corso della storia almeno altre due sequenze davvero riuscite. La foliazione della collana Tex Stella d’oro (50 pagine in meno rispetto alla collana da edicola) giova sia al disegnatore che a Mauro Boselli, alle prese con una storia non molto interessante ma cui riesce a conferire una tensione continua e a far emergere la grande personalità del giovane Tex (cui spero vivamente venga dedicata una collana a parte). Mi piacerebbe leggere più spesso avventure di Tex più brevi, silenziose e ricche di tensioni, dove la moralità del personaggio emerge esclusivamente dalle sue azioni senza inutili sottolineature di verboso dialoghi. Belli i colori di Matteo Vattani, anche se ho avuto la sensazione che nelle ultime tavole si sia fatto un lavoro più sommario rispetto alle prime pagine.

ALIENS #5
di aa.vv. – Traduzione di Andrea Toscani  (SaldaPress, 2017)
Non pensavo che Aliens: defiance avesse ancora delle frecce nel suo arco, e invece questo penultimo albo riesce a sorprendere. Bella l’idea dei pirati spaziali (peccato solo per il design un poco poverello) e divertente il contrattacco dell’equipaggio dell’Europa, anche se forse troppo frettoloso. Più interessante il numero successivo in cui Brian Wood trova il giusto equilibrio tra introspezione e azione che ricercava sin dal primo capitolo. Il voice over di Zula non risulta ridondante e le sue riflessioni (che tirano già le fila del discorso) ben si integrano con le azioni di Davis 1 e le scelte prese dall’equipaggio. Mancano ancora due numeri e il cliffhanger di questo albo ci fa presumere che ci saranno altre sorprese, ma spero più che altro in un finale soddisfacente a livello “umano”.

MERCURIO LOI #5
di Alessandro Bilotta e Sergio Gerasi (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Ogni volta che finisco di leggere Mercurio Loi mi sento pervaso da un senso di soddisfazione: è una cosa che mi capita raramente e quasi mai quando si tratta del numero singolo di un fumetto seriale. Permane in me una sensazione di completezza la cui origine penso vada ricercata oltre la perfezione di una trama ben congegnata e di una regia vivace che usa un linguaggio fumettistico “colto” (mi si passi la semplificazione) pur rimanendo nel solco della tradizione bonelliana. Forse parte del merito va al rapporto che Bilotta ha instaurato con i suoi lettori, che lo sceneggiatore romano tratta da esseri senzienti. Ciò gli permette di non dare spiegazioni, di non essere mai esaustivo ma sempre elusivo. La storia si dispiega davanti al lettore senza alcuna premessa, ed è un piacere scoprirla pagina dopo pagina, vederla emergere dalla moltitudine di elementi che Bilotta affastella nel corso della narrazione. Molto spesso poi ciò che normalmente nel fumetto seriale italiano viene relegato sullo sfondo (i ricordi, le emozioni) viene qui elevato a elemento primario del racconto, cosa che Bilotta si diverte a evidenziare in questo numero con una sequenza dall’umorismo surreale in cui i nostri eroi fanno a cazzotti con i membri di una setta senza che ci siano dati elementi per contestualizzare la scena. Insomma, la “vera” avventura viene messa in un angolo per cercarne di nuovi tipi. Non necessariamente migliori, semplicemente diversi, e la cosa non può che farci bene. 

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Gigahorse #17 | Giugno 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo.

MERCURIO LOI #1 – Roma dei pazzi
di Alessandro Bilotta e Matteo Mosca (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Non mi capita molto spesso di essere entusiasta per un albo Bonelli quindi per me questo primo numero della serie di Mercurio Loi è un piccolo evento. Cominciamo col dire che la sceneggiatura di Bilotta tratta sempre il suo lettore con intelligenza, evitando tutti quegli accorgimenti e facilitazioni per andare incontro al lettore che col tempo hanno logorato parte della produzione bonelliana. Mercurio Loi comincia invece nel bel mezzo dell’azione, non presenta i suoi personaggi in maniera classica ma lo fa attraverso azioni e dialoghi, costruisce dinamiche interessanti tra di loro, l’ambientazione è perfetta e soprattutto non ti dà mai la sensazione che la storia sia partita dal numero uno: un sacco di cose sono già successe, la nemesi di Mercurio Loi ne ha già combinate a bizzeffe e i rapporti tra i personaggi sono tutti pre-esistenti al numero 1. La sensazione che ho avuto è quella di quando ho cominciato a leggere Batman (ma potrebbe essere qualsiasi comics): buttarmi in mezzo a un oceano infinito di storie, varianti e personaggi che esistevano precedentemente al mio ingresso in quel mondo e che gli autori davano per scontato conoscessi (anche solo per sentito dire). L’unica differenza è che queste storie in Mercurio Loi non sono state ancora raccontate. E quando vengono elencate le malefatte del villain, vi giuro che mi sono gasato al solo pensiero di così tanto passato esplorabile. Oppure no. Sarei contento lo stesso.

DYLAN DOG #369 – Graphic horror novel
di Ratigher, Paolo Bacilieri, Giuseppe Montanari ed Ernesto Grassani (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Ratigher porta su Dylan Dog la sua classica frammentazione del racconto, da una parte rendendola meno drastica rispetto ai suoi fumetti, dall’altra donandole un aspetto meta-narrativo potente e non scontato (regala anche qualche piacevole sorpresa) che riporta alla mente il lavoro di Sclavi.
La sceneggiatura di Ratigher vive soprattutto della felice intuizione che il passato del protagonista sia il fumetto da lui appena concluso e che, riflettendo la perdita del potere che gli donava il talento, quel fumetto sia mediocre e impreciso. E le cose vanno proprio così: la parte disegnata da Montanari e Grassani è una storiella di felice e ricercata mediocrità, che specchiandosi però nella parte disegnata da un Bacilieri in grandissima forma, trova un senso è un compimento che vanno oltre il valore effettivo di racconto a sé stante. Ratigher dà il massimo per costruire una storia banale, la cura nei minimi dettagli e si diverte come un matto a detonare ogni battuta di Groucho, mettendo addirittura in scena una gag patetica e tanto lunga da risultare deliziosamente fastidiosa.
L’albo regala poi momenti visivi di assoluto valore (le piastrelle del cesso che diventano la gabbia bonelliana è forse l’immagine più potente letta quest’anno in un fumetto italiano) e un finale metafisico da groppo in gola. Forse avrei preferito una maggiore alternanza tra le due linee narrative, ma sono minuzie. Graphic Horror Novel non è solo un bell’albo di Dylan Dog, è un bel fumetto. 

CINEMA PURGATORIO #1
di aa.vv. – Traduzione di Leonardo Rizzi (Panini Comics, 2017)
CINEMA PURGATORIO di Alan Moore e Kevin O’Neill

Godo quando si vede che Alan Moore si diverte a scrivere una cosa, e in questo caso sembra essersi divertito un botto. Ironia a mille, angoscia a mille: pare un episodio di Ai confini della realtà scritto da Moore (il mio preferito: quello dei due romani).
CODICE PRU di Garth Ennis e Raúlo Cáceres
L’idea non mi fa impazzire ma mi piace questa atmosfera da sit-com splatter. Non ho idea di come possa evolversi quindi sono molto curioso. Caceres fa una roba super anni ’70 e la fa bene.
MOD di Kieron Gillen e Ignacio Calero Carina questa versione iperreale dei Pokemon, però l’ambientazione post-apocalittica mi annoia. Nonostante tutto la storia potrebbe avere interessanti sviluppi.
UNA PIÙ PERFETTA UNIONE di Max Brooks e Michael DiPascale
Noiosissima. Pare una versione meno affascinante di Manifest Destiny. Poco affascinanti i disegni di DiPascale, ulteriormente peggiorati dalla stampa in scala di grigi.
L’IMMENSO di Christos Gage e Gabriel Andrade
Anche qui ambientazioni e idee per me un po’ noiosette. I disegni salvano ogni tanto la situazione ma non bastano.

MANIFEST DESTINY #4 – Sasquatch
di Chris Dingess e Matthew Roberts – Traduzione di Stefano Manchetti (saldaPress, 2017)
Cosa bisogna fare per convincervi a leggere Manifest Destiny? Attualmente è forse la migliore serie d’avventura a fumetti, e gran parte del merito va a Chris Dingess e alla sua scrittura. Dingess allarga i misteri della parte fantastorica (ma lentamente si avvicina alla loro soluzione) e nel frattempo sfrutta la presenza dei mostri per raccontare la vita del gruppo. In questo quarto TP poi porta avanti una narrazione su due linee temporali diverse, raccontandoci la storia della spedizione precedente a quella di Lewis e Clark. Matthew Roberts perfetto come sempre nel descrivere le emozioni amplificate dei membri della spedizione, e truculento quando deve disegnare i mostri, trova qui la possibilità di unire le due anime del suo disegno.

INQUIETUDINE
di Noah Van Sciver – Traduzione di Stefano Sacchitella (Coconino Press, 2017)
Se volete cominciare a leggere qualcosa di Noah Van Scrivere, Inquietudine è il volume che fa per voi. Saint Cole e Fante Bukowski (entrambi editi da Coconino) erano forse troppo diversi e ognuno strano a modo suo per poter dare l’idea delle capacità e dell’eclettismo di Van Sciver. Inquietudine ci riesce benissimo, fosse anche solo il materiale variegato che raccoglie: biografie di patrioti, momento di vita minimalisti, punk contro lucertole, favole rivisitate, giustizieri della notte e storie semplici semplici che sarebbero potute accadere anche a noi. La cosa strana però è che tutto sembra fare parte dello stesso discorso. Ma per sapere di cosa sto parlando vi tocca leggere la mia recensione per Fumettologica.

MARCH – Libro primo
di John Lewis, Andrew Aydin e Nate Powell – Traduzione di G. Zucca (Mondadori Oscar Ink, 2017)
March
è ben documentato, preciso e ricco di dettagli come una voce di Wikipedia scritta dal diretto interessato. Se non bastasse offre più o meno la medesima capacità di coinvolgimento per colpa di una narrazione fiacca e senza un vero punto di vista sulla storia, aggravata ulteriormente da un patetismo d’accatto. Dopo tutte le recensioni entusiaste lette in giro pensavo a qualcosa di meglio, ma è chiaro che si sia valutata la storia personale di Lewis e non come questa storia ci viene raccontata. Un premio però se lo merita: miglior agiografia dell’anno. 

ALIENS – 30° anniversario
di Mark Verheiden e Mark A. Nelson – Traduzione di Giorgio Saccani (saldaPress, 2017)
Sulla scia dell’Aliens di Cameron (di cui è un sequel diretto) il fumetto di Verheiden e Nelson è più una storia d’azione che un film horror. Poco male: la cosa funziona anche grazie ad ambientazioni suggestive (tutte le claustrofobiche sequenze ospedaliere) e agli ottimi disegni di Nelson, che danno il loro meglio nelle parentesi puramente horror. Purtroppo la storia soffre degli stessi problemi della recente trilogia prequel guidata da Ridley Scott: nel momento in cui deve cercare una spiegazione sull’origine degli alieni ci si ritrova con situazioni poco convincenti, qui aggravate ulteriormente dal character design delle creature che non vi dico niente se spoiler, che non ha retto il tempo che passa e rende il tutto involontariamente ridicolo.

MALLOY: GABELLIERE SPAZIALE
di Marco Taddei e Simone Angelini (Panini Comics – 9L, 2017)
Comincio subito col togliervi il dubbio: Malloy è meno preciso di Anubi ma ha il triplo delle ambizioni (e molte vanno a segno). A partire da una struttura azzardata con una prima parte da infarto per come inanella fatti, personaggi e viaggi uno dietro l’altro, senza possibilità di riprendere mai il fiato, e una seconda parte che è un lunghissimo e potente dialogo sull’umanità. Se nella prima parte avventurosa e spericolata i due autori dimostrano di saperci fare con il genere (a cui aggiungono la consueta vena nichilista e ironica), è nella seconda parte che dimostrano in realtà di aver raggiunto una maturità lontana da strade già tracciate. La scrittura di Taddei si fa qui profonda, spaventosa e vibrante, mentre la regia di Angelini regge il tutto con un ritmo perfetto e calibratissimo. Lo so, ci sono altre mille cose da dire su Malloy, ma per quelle dovrete aspettare la recensione.

FUNGHI DI YUGGOTH E ALTRE COLTURE
di Alan Moore e aa.vv. – Traduzione di Elena Cecchini (Panini Comics, 2017)
Volume per super-completisti dell’opera di Moore, visto che la maggior parte dei fumetti qui raccolti sono tratti da suoi soggetti mentre lascia firmare le sceneggiature da Antony Johnston. Il volume rimane comunque un’interessante ricostruzione del legame tra Moore e Lovecraft e del tentativo del bardo di Northampton di raccontare l’orrore cosmico (e in questo senso Funghi di Yuggoth è un’appendice perfetta a Providence perché traccia le tappe di una ricerca continua e approfondita da parte di Moore). Ottime anche le interviste e i saggi. Tolto l’interesse storico però, i fumetti contenuti in Funghi di Yuggoth non sono poi granché: se nella prima parte del volume salta fuori qualcosa di interessante, Le creature di Yuggoth e relativi sequel si rivelano essere deludenti sotto ogni punto di vista.

MISDIRECTION
di Lucia Biagi (Eris Edizioni, 2017)
Il secondo graphic novel di Lucia Biagi ci indica continuamente di guardare da un’altra parte, come se la verità non possa mai essere quella cruda semplice che abbiamo sotto al naso. Succede così che quando i personaggi la scoprono (insieme a noi) si ritrovino spiazzati da essa e cercano quasi di modificarla forzatamente per giustificare le proprie reazioni ed evidenziare il loro “eroismo”. E non essendo un racconto di genere, Misdirection ridimensiona l’intenzione salvifica della protagonista colpendola nella sua visione morale della vita, in un finale spiazzante per come aggiusta con consapevolezza tutte le esagerazioni della vicenda raccontata, facendola diventare un racconto sulla scoperta della libertà come forma individuale di scelta, svincolata dalle logiche sociali, amicali e sentimentali. Qui potete leggere la mia recensione.

DEADPOOL #19
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
Di Deadpool mi stupisce sempre il fatto che è quasi sempre molto deludente dal punto di vista dell’azione. In questo numero per esempio c’è uno scontro tra lui e Pantera Nera gestito in maniera così goffa da essere noioso e imbarazzante, otto tavole di coreografie banali peggiorate ulteriormente da una regia stanca che pensava forse che le quattro battute del cazzo dette da Deadpool potessero salvare la sequenza. Di tutt’altra pasta è fatto invece Gwenpool, di cui nutrivo zero aspettative e invece si sta rivelando essere un personaggio interessante con una storia che comincia finalmente a entrare nel vivo. In questo numero però non tutto fila liscio, come per esempio l’incontro con Doctor Strange.

DAY OF THE FLYING HEAD #1
di Shintaro Kago (Hollow Press, 2017)
Difficile giudicare da questo primo numero la direzione che potrebbe prendere la nuova serie di Shintaro Kago. Per ora sembra che a fianco delle consuete viscere (che questa volta abbandonano volontariamente i corpi) ci siano tematiche ambientaliste nuove per l’autore giapponese. Kago si conferma nuovamente a suo agio con un fumetto completamente muto e non si risparmia come narratore con un susseguirsi di eventi che rendono sorprendentemente ricche di eventi queste poche pagine. Attendo con curiosità i futuri sviluppi della storia.

LOVECRAFT E ALTRE STORIE
di Dino Battaglia (Nicola Pesce Editore, 2017)
Meno completa e quadrata della raccolta dedicata a Poe, questo Lovecraft e altre storie soffre purtroppo della sua natura di libro assemblato per tematica e non per un reale filo conduttore. Il risultato è altalenante nei toni del racconto, ma la qualità delle storie singole rimane indiscutibile. Sebbene gli adattamenti de Il Golem e del racconto di Stevenson siano davvero suggestivi, la perla della raccolta è rappresentata dall’omaggio a Lovecraft: la storia è semplice e prevedibile, ma la visione degli uomini pesce è intimamente perturbante e riesce a sconvolgerci. Un piccolo appunto all’introduzione di Angelo Nencetti: è inutile giustificare un titolo stupido e inutilmente catchy definendo 50 sfumature di grigio un “acclamato film noir odierno, ritenuto originale per la sua trama e per le sue inquadrature”. Mi piacerebbe proprio sapere chi ne ha parlato in questi termini. Detto questo, la prefazione pur partendo da idee interessanti si rivela inconsistente (e l’iconografia minuscola non aiuta alla comprensione).

RITORNO ALLA TERRA
di Manu Larcenet e Jean-Yves Ferri – Traduzione di Francesca Sala (Coconino Press, 2017)
Si sa, quando i francesi si danno all’autofiction non ce n’è per nessuno, persino nel momento in cui decidono anche di farci sopra dell’ironia. Non è da meno Manu Larcenet che con Ritorno alla terra firma (in coppia con lo sceneggiatore Jean-Yves Ferrì) una divertente striscia umoristica del passaggio da animale metropolitano ad abitante di un paesino di campagna. Il libro è divertente e si partecipa volentieri alle disavventure e paranoie del personaggio. Il problema in questo caso non è del libro ma tutto mio: queste sketch comedy non sono proprio il mio genere e non riesco a trovare molti punti di interesse né e ad appassionarmici fino in fondo. Quindi se siete amanti del genere leggete Ritorno alla terra senza paura perché avrete modo di ridere, commuovervi e ridere ancora. Se siete come me, saltatelo senza farvi troppi problemi.

HARLEY QUINN: AMORE FOLLE
di aa.vv. – Traduzione di Stefano Mozzi (Rw Edizioni – Lion Comics, 2017)
Invecchiando mi diverto molto a mettere insieme i pezzi che hanno composto il mio immaginario erotico. Immagino non sia una cosa che vi interessi molto, ma mi serve giusto per farvi capire che qui quando si tratta di donne disegnate da Bruce Timm non si capisce più niente. E rileggere Amore folle me l’ha riconfermato per l’ennesima volta. Colpa probabilmente delle ginocchia puntute che bilanciano i poderosi polpacci, delle tettine all’insù, di quegli sguardi di sbieco e quelle palpebre a metà. Conta sicuramente anche il fatto che siano donne dal carattere forte, molto più intelligenti, spiritose e furbe degli uomini che le circondano. Venendo alle storie vere e proprie, Amore folle non ha perso nemmeno un poco di smalto: è una storia di origini matta e coinvolgente, capace di passare da una sequenza slapstick a una melodrammatica con una naturalezza invidiabile. I fumetti brevi che chiudono il volume sono invece spesso vittime di disegni non all’altezza di quelli di Timm (nonostante i nomi coinvolti), ma le storie risultano sempre ben scritte e attente al divertimento così come all’introspezione dei personaggi.

LA BALLATA DI HALO JONES
di Alan Moore e Ian Gibson – Traduzione di Leonardo Rizzi (Editoriale Cosmo, 2017)
È complicato entrare in contatto con La ballata di Halo Jones in tempi brevi. Anzitutto perché Alan Moore non contestualizza il futuro distopico in cui è ambientato il fumetto, ma ce lo mostra come un dato di fatto, dando per scontati millenni di storia del Pianeta Terra. In realtà la scelta è affascinante e, passato lo shock iniziale, ci porta a dare per scontate molte cose e a trovare naturale il sistema sociale e il linguaggio figli di millenni di evoluzione. Con il racconto delle tre fughe di Halo Jones dall’ambiente che l’ha accolta a uno nuovo e inizialmente ostile, bisogna avere un poco di pazienza perché le cose iniziano a farsi interessanti solo col terzo capitolo, quando la protagonista diventa un soldato. Se nei primi due capitoli Moore ci aveva raccontato un mondo folle che ancora serbava qualche umana frivolezza, con il capitolo finale mette in piedi un folle teatro bellico, che si divide tra buone trovate narrative (i combattimenti con il tempo rallentato dalla gravità) e una critica ferocia alla guerra. Bene Gibson, che affina la precisione del suo tratto con l’avanzare del racconto e propone una regia controllata ma capace di dinamismo. Peccato solo per il formato ridotto che non rende giustizia al suo lavoro. A proposito, l’edizione Cosmo non mi ha convinto. Qua non ci si lamenta mai dei prezzi perché le cose fatte bene si pagano sempre volentieri, ma € 19.90 per duecento pagine in bianco e nero, con una brossura leggera, dei neri non sempre pieni e una carta che risulta ondulata (non si sa se per la legatura o per la straordinaria capacità della carta di assorbire tutta l’umidità del mondo) non mi sembrano soldi ben spesi.

TEX SPECIALE #32 – Il magnifico fuorilegge
di Mauro Boselli e Stefano Andreucci (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Il Texone è un appuntamento imprescindibile della mia estate, e quest’anno va di gran lusso con una sceneggiatura di Boselli che racchiude quasi tutti gli elementi narrativi del western. Il risultato è una storia ricchissima di eventi e personaggi che spezzettata sarebbe potuta diventare una miniserie annuale e nessuno se ne sarebbe lamentato, ma che in questo caso diventa un racconto quasi frenetico di un giovane Tex sprovveduto e braccato. A discapito di una copertina un poco moscia, Andreucci fa un ottimo lavoro sulla recitazione dei personaggi e convince soprattutto nelle sequenze d’azione che ha la capacità di rendere chiare senza rinunciare mai a una originale spettacolarità.

I BRIGANTI #2
di Magnus (Editoriale Cosmo, 2017)
Avete presente il suono che fanno gli occhi di un lettore di fumetti che esplodono nel momento in cui ci si accorge che l’edizione in lettura non rende onore al lavoro del disegnatore? Se non lo sapete, avreste dovuto essermi vicino quando, leggendo il secondo volume dell’edizione Cosmo de I briganti di Magnus, questa sensazione cresceva dentro me sino alla certezza che porta all’esplosione oculare. Guardare le bellissime tavole delle battaglie ridotte in formato bonellide mi ha fatto male: avrei voluto buttarmici dentro, guardare ogni dettaglio e invece mi sono dovuto accontentare di una visione d’insieme che non mi ha permesso di apprezzare pienamente il lavoro di Magnus. Del suo modo di sceneggiare invece mi ha affascinato la capacità di utilizzare con una semplicità fuori dal comune le ellissi narrative, tecnica che proprio nelle scene di battaglia trova il suo compimento, con il risultato di un montaggio molto cinematografico attento sia ai personaggi (di entrambe le fazioni) sia a ciò che accade sul campo di battaglia. Peccato anche per i due editoriali presenti nel volume, davvero poco interessanti e ripetitivi. Facciamo così, appena riesco mi recupero l’edizione Rizzoli Lizard e mi metto l’anima in pace.

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