Brundlefly #4 | Stare in silenzio con Franco Matticchio

L’estate a Milano è netta. Spunta gli angoli e gli spigoli dei palazzi, cancella qualsiasi residuo d’ombra. Milano sembra un miraggio d’estate, col caldo che fa tremare l’aria al livello dell’asfalto e i palazzi che si moltiplicano riflettendosi l’un l’altro. Sfogliare in metropolitana Jones e altri sogni di Franco Matticchio (Rizzoli Lizard, 2016) sembra rimettere tutto in equilibrio, diventa subito un rifugio contro tutta questa luce e questo caldo, come la penombra sonnacchiosa in cui piombano le case di campagna nei pomeriggi troppo caldi, sigillate con le veneziane da cui entra quel poco di luce necessaria per non sbattere contro i mobili e per confonderci tra i cuscini del divano.

Anche ne I giocatori di scacchi, una delle storie contenute nella raccolta, fuori fa caldo. Jones e l’amico Bull Dog sono barricati in casa a giocare pigramente a scacchi. L’inquadratura è quasi sempre la stessa: i due sono seduti al tavolo, muovono lentamente le pedine sulla scacchiera. Pensano, stanno in silenzio, annunciano le proprie mosse. Alla fine uno di loro vince, ma niente pare essere successo. Matticchio si concentra sulle fitte linee che tessono l’aria di quella stanza: man mano che la partita procede il nostro occhio diventa pigro, si confonde, unisce in un’unica massa leggermente vibrante tutte quelle linee. Sfondo, mobilio e personaggi sembrano diventare un’unica massa, si abbandonano mollemente all’atmosfera sino a farne parte.

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È il primo settembre ma a Milano è ancora piena estate. Se affronto la metropolitana e i marciapiedi soleggiati è solo per il firmacopie di Franco Matticchio. Mi lascio alle spalle un grattacielo, che alle 18.23 pare la lente di ingrandimento che nei film i bulli usano per bruciare i formicai, ed entro nella libreria della Galleria Carla Sozzani, giusto in tempo per non prender fuoco.

Franco Matticchio è già seduto dietro a un tavolo, con la testa china su una copia di Jones e altri sogni che sta dedicando. Crea un’atmosfera strana tutto questo silenzio a un firmacopie. Mi metto in fila e lo osservo. Risponde gentilmente alle domande, saluta con timidezza, chiede più di una volta il nome per la dedica con un leggero senso di colpa per esserselo dimentica ancora. Sorride a un certo punto quando dice che nella dedica che ha appena disegnato il suo Jones assomiglia a Matteo Renzi. Quando può Franco Matticchio sta in silenzio, e sembra che nella vita abbia fatto di tutto per starci il più possibile.

È per questo che non mi va di parlargli. D’altronde cosa dovrei dirgli? Quali domande dovrei fargli? Potrei giusto raccontargli del mio primo incontro con la sua arte, ma non è che sia questa gran storia. Sicuramente non così buona da interrompere questo silenzio, ma decente quel tanto che serve per raccontarla a voi. Il suo Sensa senso (prima raccolta delle storie di Jones, edita nel 1993 dalla Milano Libri) è stato uno dei fumetti che ho letto più volte nella mia vita. Non che alla tenera età di sette/otto anni avessi già questi gusti raffinati, più che altro ero obbligato a farlo perché Sensa senso era uno degli unici tre fumetti presenti nella biblioteca del mio paese (gli altri erano una raccolta della Famiglia Addams edita da Bompiani, e la prima edizione de La Compagnia della Forca). Lo leggevo tre, quattro volte all’anno perché mi faceva davvero ridere, era come leggere un cartone animato pieno di umorismo macabro e slapstick estremi, come una sorta di Jacovitti (altro amore fumettistico della mia infanzia) crepuscolare e solitario che faceva scaturire la sua ironia non dalla moltitudine di azioni su una tavola affollata, ma sulla singola azione espansa, analizzata, callibrata su più tavole consecutive. Se Jacovitti mi faceva venire le crisi epilettiche, Matticchio era l’anestetico del dentista che ti catapulta in uno stato di semi-incoscienza e ti fa venire le allucinazioni.

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E trovare nuovamente Jones dopo quasi quindici anni dal nostro ultimo incontro, è stato davvero come tornare a casa. Ho ritrovato un’atmosfera e delle sensazioni che nessun altro libro ha saputo darmi in questi anni: ho riso, ho sognato l’avventura, mi sono appisolato insieme a Jones e poi mi sono svegliato. Mi sono confuso tra le sue pagine, mimetizzato nelle linee di Matticchio, quelle linee così perfette nel dare corpo alle ombre, portatrici di sogni e freschetto.

Così me ne sto zitto e preferisco osservarlo mentre comincia a disegnare il suo Jones sulla mia copia del libro. Prima la testa, la benda, un sorrisetto. Poi la chitarra, le braccia, le gambe. Il sasso sotto il piede sinistro di Jones e per finire le corde della chitarra. Il silenzio pacifico si vela un poco di imbarazzo. Franco Matticchio alza lo sguardo, incrocia timidamente il mio sguardo e mi chiede ancora il nome. Si scusa se lo ha dimenticato nuovamente. Scrive A Matteo. Lo ringrazio, ci salutiamo. Ancora un secondo di silenzio e me ne vado.

Brundlefly #3 | Dai Peanuts alle chiappe di Daredevil: Terry Moore a Milano

Brundlefly raccoglie i resoconti degli eventi e degli incontri a cui partecipo. Dal vivo sembro più grasso.


Mercoledì 4 maggio, in occasione dell’uscita di SIP Kids, Terry Moore è stato ospite della Feltrinelli di Piazza Duomo. Questo è un collage fatto con le risposte che ha dato alle domande del pubblico e di Michele Foschini, direttore editoriale di Bao Publishing.

LE CHIAPPE DI DAREDEVIL
Immaginate di dover essere il disegnatore di Daredevil. Non solo dovete disegnare il suo corpo tutto il giorno per un numero molto alto di giorni, ma per farlo dovete conoscere quel corpo meglio del vostro. Ogni muscolo, ogni proporzione. Dovete sapere a memoria la forma del suo sedere scultoreo. È per questo motivo che mi piace disegnare le donne.
Poi ci sono un sacco di film e di fumetti che raccontano di quanto sia figo essere un maschio, quindi ho preferito concentrarmi sulle ragazze, creare figure femminili forti per mettere alle strette questi uomini. Le mie non sono donne con gli occhioni, la pelle di pesca e bisognose d’aiuto: sono più simili a Wonder Woman che a Marlyn Monroe.

SIPKIDS

DA DONALD TRUMP A CHARLIE BROWN
Penso che gli adulti non siano altro che dei bambini cresciuti e che crescendo manteniamo lo stesso carattere, gli stessi bisogni, lo stesso modo di reagire alle cose. Nessuno da bambino era molto diverso da com’è da adulto, nemmeno Donald Trump. Era solo più basso.
Così quando ho cominciato a pensare a SIP Kids, non ho fatto altro che trasferire nel mondo dell’infanzia i personaggi di Strangers in Paradise mantenendo inalterate le loro caratteristiche. È poi venuto naturale scegliere di raccontare questa storia attraverso le strips, sia perché volevo omaggiare i Peanuts e il loro creatore Charles Schultz (a cui ho sempre invidiato la capacità nel creare un mondo così complesso), sia perché le strips mi avrebbero permesso di essere più intuitivo e immediato nel disegno, cosa che raramente è capitato con i miei altri lavori. Solitamente quando disegno una mia serie, faccio le matite, cancello, ridisegno, inchiostro. Così per ogni tavola finché non ne sono convinto. Con le strips invece non dovevo far altro che cominciare a disegnare, puntando tutto su un tratto più libero ed espressivo.

BLOC-NOTES
Ogni creativo ha un quaderno per gli appunti. I miei contengono disegni, annotazioni, sketch, abbozzi di dialoghi, planimetrie, poesie, canzoni. Quando ho cominciato a disegnare Strangers in Paradise mi sono detto che tutto quello che c’era di buono dentro quei quaderni doveva finire dentro il mio fumetto. Così i miei dipinti sono diventati i quadri di Katchoo, i testi che scrivevo sono diventate le canzoni di Griffin Silver. Come se i protagonisti vivessero in un mondo reale ma differente dal nostro, con i propri artisti, libri, canzoni di riferimento.

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GLI SCARTI DEL MONTAGGIO
Ho lavorato per qualche tempo come montatore video per la televisione. Seguendo le indicazioni dei produttori, buttavo via tutto quello che c’era prima e dopo la scena che avrei dovuto inserire nel montaggio finale: le pause, gli errori, i respiri. Con Strangers in Paradise ho voluto lasciare anche queste parti considerate inutili e che invece credevo molto importanti per raccontare i miei personaggi, per avere oltre alla scena madre, anche le emozioni che la precedevano e le reazioni che ne erano conseguenza.

TRE PERSONE SU UNA PANCHINA
Quello che mi piace della scrittura sono le reazioni dei miei personaggi. Mi piace metterli in posizioni scomode, creare un conflitto perché è da lì che nasce una storia. Se dovessi far sedere su una panchina tre persone che vanno d’accordo, non ci sarebbe alcuna tensione, alcun racconto. Se invece una di queste persone avesse un’opinione differente dalle altre due, ecco che si crea la possibilità di assistere a qualcosa di interessante.

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I FUMETTI CHE LEGGO
Non leggo tanti fumetti, sono molto selettivo. Negli ultimo periodo mi ha emozionato davvero tanto il manga Spirit of Wonder, e non mi perdo mai tutto quello che scrivono Jimmy Palmiotti e Amanda Conner. Mi piacciono anche le cose pubblicate dai BOOM! Studios e dalla Dark Horse. Tra l’altro quest’ultima ha un approccio molto simile alla Bao Publishing: se hanno una buona storia poco conta se gliela sta proponendo un autore celebre o uno alle prime esperienze, perché quello che conta è l’idea. Della Dark Horse mi ha davvero colpito Il killer del Green River (pubblicato in Italia proprio da Bao, ndr.).

POLITICALLY CORRECT
Quando ho cominciato a scrivere Strangers in Paradise, i miei fumetti erano considerati soft se confrontati con quelli dei miei coetanei, come ad esempio Daniel Clowes o gli altri autori pubblicati da Fantagraphics che realizzavano lavori molto trasgressivi. Col tempo il dilagare di tutto questo politicamente corretto ha fatto si che emergessero tutti gli aspetti più trasgressivi di Strangers in Paradise. 

Brundlefly #2 | Corrado Roi e Paola Barbato presentano UT a Milano

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Esclusi i concerti di musica metal, le presentazioni dei fumetti Bonelli sono gli unici luoghi al mondo dove è possibile incontrare più di due uomini con la coda di cavallo. La presentazione di UT, il progetto della vita di Corrado Roi (scritto insieme a Paola Barbato), presentato martedì 22 marzo presso il Mondadori Megastore di Milano, è stato solo l’ennesima conferma di questa teoria: tre code di cavallo tra il pubblico (spero non me ne sia sfuggita nessuna).

La presentazione si apre con un’interminabile spiegazione di tutte le versioni del fumetto (edicola, fumetteria, variant Cartoomics), poi finalmente Paola Barbato e Corrado Roi prendono la parola, raccontandoci quello che più o meno abbiamo già letto in questi giorni sull’internet riguardo la genesi di UT (ergo non intendo ripeterlo che Google lo sapete usare tutti). È comunque un piacere sentire il racconto dalle vive voci dei due autori: Paola Barbato interviene brevemente e con grande umiltà, quasi a ridimensionare un lavoro che deve essere stato davvero enorme e impegnativo, per lasciare il giusto merito a Corrado Roi all’inizio forse leggermente intimidito per l’attenzione dedicatagli, ma poi ruvido e preciso nel ripercorrere tutte le tappe della creazione del fumetto e nel portare a galla le suggestioni e i temi dietro la storia (ad esempio con un bell’intervento suggerito dalla Barbato sull’architettura emozionale presente del fumetto).

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© Sergio Bonelli Editore

Successivamente Roi si concentra sul personaggio di Leopoldo, il gatto che il protagonista adotta nel primo numero. Apparentemente elemento di contorno, in realtà il gatto sembra essere fondamentale non solo per delineare il carattere di UT, ma per far emergere la narrazione disemozionale (come l’ha definita Paola Barbato) che permea il fumetto. In un mondo dove l’umanità è scomparsa, è scomparso anche l’amore. È rimasto solo l’affetto che rivive in UT proprio grazie al rapporto tra il gatto e il protagonista. Anche se sarebbe meglio dire gatti. Roi ha infatti rivelato che il gatto non sarà sempre lo stesso e nel corso dei vari numeri cambierà aspetto e razza, come a voler spersonalizzare il sentimento per ricondurlo a un valore più universale e meno soggettivo.

Quando si ha a che fare con la Bonelli provo sempre quella sensazione di ritrovarmi catapultato in un universo completamente scollegato dalla realtà con regole, riferimenti e valori propri. Per questo durante la presentazione si è continuamente cercato di tranquillizzare il Lettore Bonelli che UT è strano ma in linea con gli altri eroi della casa editrice. Roi dice che è un antieroe, che ammazza quattro persone nelle prime dieci pagine, che non ha ideali né morale. E che questa è una cosa nuova, mai vista. Forse loro non l’hanno mai vista, ma nei fumetti del mondo reale queste cose succedono da un cinquantennio (leggasi bene: 50 anni). Così come capisco l’onore aziendale di apprezzare il lavoro dei grafici, ma definire ben riuscito il lavoro grafico sulle copertine della serie mi pare davvero ridicolo, soprattutto per come il logo della serie si integra male (tranne nella variant di Camagni) o per quel pataccone che campeggia sulla cover della versione da edicola. Nulla da eccepire invece sulle ottime illustrazioni scelte per le copertine.

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© Sergio Bonelli Editore

Segue qualche anticipazione: Paola Barbato e Corrado Roi dicono che stanno pensando già a una seconda miniserie di UT, ma che la sua realizzazione dipenderà dalle vendite di questo primo ciclo. Se si farà, si concentrerà probabilmente sui Dimenticati ma non ci è dato sapere di più. Non è nemmeno chiaro se Roi continuerà a disegnare la serie o la lascerà in mano ai colleghi, sicuramente però tornerà nelle vesti di sceneggiatore.

Altri due elementi che non possono mancare a una conferenza Bonelli sono il Super Esperto e lo Spoileratore. Il primo chiede se il personaggio di Decio è un omaggio a Decio Canzio, cosa che dà la possibilità a Corrado Roi di ricordarlo con commozione e devozione. Invece con la scusa di descrivere il personaggio di Yersinia, lo Spoileratore (che ha già letto dodici volte il volume, quattro durante la presentazione) anticipa mezza trama del primo albo. Grazie, davvero.

Ringraziamenti. Applausi. E arriva il momento degli autografi. Ci mettiamo tutti in fila indiana, ordinatissimi. La tizia dietro di me mi appoggia le tette sulla schiena. Sono un po’ a disagio, non riesco a vederle la faccia e non vorrei mai ritrovarmi a fare pensieri erotici su una persona che magari non mi piace. Fortunatamente la fila si sfoltisce, lo spazio tra le persone si allarga e posso ritenermi salvo. Ed ecco qui le due firme.

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Brundlefly #1 | TESTETUMORI – Spugna e Cammello al Circolo Gagarin

Brundlefly raccoglie i resoconti degli eventi e degli incontri a cui partecipo. Dal vivo sembro più grasso.


Durante la serata organizzata dal Circolo Gagarin di Busto Arsizio con ospiti Spugna e Cammello, sono successe molteplici cose. Alcune ve le racconterò, altre invece rimarranno segrete, perché se volevate conoscere la data di uscita del nuovo fumetto di Spugna o le mire espansionistiche di Cammello per il suo Tumorama, dovevate venire all’incontro. Se non avete partecipato quindi potete sucare e venire a conoscenza di queste informazioni solo quando gli gnomi di internet le renderanno disponibili.

Dopo il live-painting a quattro mani dove i due fumettisti hanno disegnato l’incontro spaziale tra un astronauta pasticcione e uno xenomorfo con tanto di bombetta, abbiamo parlato con Spugna e Cammello delle loro recenti autoproduzioni, The Book of Head e Tumorama.

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Raccontandoci la genesi del suo web-comic, Cammello ci ha svelato il metodo di lavoro che lo porta a scrivere per esempio, una storia che parte con due disperati che cercano spicci tra i cuscini del divano e finisce con Hitler che cavalca un tirannosauro. Come un accumulatore seriale, Cammello ammassa idee, elementi e trovate pazzerelle finché queste non si incollano tra loro a formare una storia. Per dire, Cammello accumula da così tanto tempo che il geniale e dislessico cane Plutarco era già co-protagonista in un fumetto che aveva disegnato da ragazzino (se siete curiosi il protagonista era invece un investigatore incapace che arrestava e faceva condannare innocenti). Questo tipo di narrazione disposofobica gli permette di unire elementi estranei tra loro non solo con un’inaspettata armonia e logica, ma soprattutto mantenendo un realismo del racconto che è una delle cose davvero interessanti di Tumorama.

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Disegnetti (fig.1) e chiacchiericcio (fig.2)

Per Spugna invece è stato l’acquisto di un blocco da disegno con fogli quadrati a dare il via alla lavorazione a The Book of Heads. Sollevato dall’obbligo di disegnare corpi grazie al formato quadrato, Spugna ha cominciato a sfogarsi disegnando solamente teste deformi e facce mostruose. Solo dopo averne accumulate un centinaio è nata l’idea di stamparne una raccolta.

Siamo poi passati a discutere il legame tra l’artbook e il suo graphic novel Una Brutta Storia, giusto per avallare la stramba teoria che avevo già enunciato nella mia recensione a The Book of Heads. Dopo la dichiarazione d’amore di Spugna verso tutto ciò che è deforme e mostruoso, il fumettista ci ha raccontato il suo processo di scrittura, che si sviluppa in continue scritture e riscritture della sceneggiatura fino ad arrivare a concentrare nel minor spazio possibile il maggiore quantitativo di esplosivo.

La serata si è conclusa con una sessione di dediche, l’esaurimento della prima tiratura di Tumorama e la certezza che la Pimpa/Akira di Spugna è piaciuta un sacco. Meglio di qualsiasi lieto fine.

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La dedica di Spugna (in realtà me l’ha fatta durante il BilBolBul, però voi fate finta di niente)
La dedicazione bislessica di Camell'o
La dedicazione bislessica di Camell’o

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