In silenzio | Storia di un corpo immerso in un fluido

In silenzio è la storia di un corpo. Certo, nella trama ci sono anche una coppia, un’escursione, persone che si perdono per un istante e poi ricompaiono, ma più che altro il fumetto di Audrey Spiry è la storia di un corpo, quello di Juliette. Capito questo è bene abbandonare la trama, lasciarla scorrere in sottofondo e non darle troppe attenzioni, così da concentrare la lettura su quel corpo che la Spiry immerge in un elemento che non solo gli è estraneo, ma nei cui confronti prova una certa avversione: l’acqua.

Sin dalle prime pagine l’autrice trasforma i corpi di tutti i personaggi in un materiale malleabile che la natura che li circonda si diverte a modificare, plasmare e stravolgere. Così il vento scompiglia le loro carni, il sole le sovraespone sino a renderle bianche e infine l’acqua le rende liquide. Nella descrizione di come questa natura giocosa e implacabile modifica i corpi dei personaggi, la Spiry monta sul suo segno realistico un registro quasi cartoonesco pieno di deformazioni e aberrazioni, ed è questo il punto di partenza in cui comincia a scomporre i corpi sino ad astrarli completamente e renderli sono scie e macchie di colore tra i flutti del fiume. Lo scopo della Spiry però non è solo quello di raccontare gli effetti della natura sul corpo umano, quanto utilizzare lo stesso come una scultura con cui può dare forma e movimento alle sensazioni interiori di Juliette.

Non a caso i due momenti migliori del graphic novel riguardano proprio due sensazioni che l’acqua amplifica, due momenti in cui Juliette smette di essere umana e diventa pura e cieca emozione. Nel primo caso Juliette deve tuffarsi in acqua da una sporgenza abbastanza alta. Mentre si prepara per il tuffo sente la paura e sente il vento, il suo corpo comincia a sfilacciarsi nell’aria e infine spicca un salto nel vuoto. Per una intera pagina la Spiry rinuncia a qualsiasi gabbia e simmetria e crea una tavola sbilanciata e sgraziata, con un sacco di spazio bianco al margine sinistro mentre dall’altro lato il corpo di Juliette esplode e viene deformato per poi ricomporsi (insieme alla gabbia) soltanto nella pagina successiva. Più avanti Juliette si perde invece all’interno di una grotta. Qui l’acqua come l’abbiamo vista finora scompare: diventa una superficie nera lucida dove i corpi mutano in terrificanti rifrazioni e non esistono punti di riferimento. Allo smarrimento di Juliette la Spiry innesta un ricordo e l’acqua scura diventa una notte.

In fondo questo In silenzio è bello leggerselo senza badare alle parole. La Spiry costruisce una regia solida con alcune idee davvero centrate e una propensione non scontata al racconto puro delle emozioni. Peccato che anche lei sembra ancora poco consapevole delle proprie capacità narrative e usa come inutile rete di salvataggio una storia scontata che nulla aggiunge. Poco male, ignoratela e seguite le immagini, fatevi trasportare dalla corrente.

In silenzio
di Audrey Spiry
Traduzione di Elisabetta Tramacere
Diabolo Edizioni, 2016

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Malloy: gabelliere spaziale | L’epica del capo chino

Non avete sempre trovato molto divertente il fatto che la parola più celebre pronunciata dal più celebre degli eroi italiani sia stata “Obbedisco”? L’atto eroico su cui venne fondata la nostra nazione è una frase urlata a capo chino da uno che voleva l’Italia repubblicana e invece l’ha consegnata senza troppi problemi alla monarchia. Ricordate l’iconografia classica del Garibaldi, quei ritratti con lo sguardo ispirato, la barba severa, il viso rivolto all’orizzonte infinito, e poi mettetegli in bocca quella parola da cui spira l’olezzo di un compromesso. Garibaldi obbedisce e qui sta il suo atto eroico: dimenticare i propri ideali per fare ciò che gli veniva richiesto.

Da questo primo “Obbedisco!”, per l’uomo italico è stato un cammino tutto in discesa: il suo corpo si è piegato, arrotondato, incurvato per rispondere in maniera aerodinamica alle sollecitazioni e agli ordini non più di un Re ma di un direttore. Così Garibaldi divenne Fantozzi, e fu il compimento di un’evoluzione naturale e inevitabile. L’eroe italiano definitivo non solo obbedisce, non solo prende sberle ma ringrazia anche. Si bea della sua patetica vita impiegatizia, si ritaglia qualche momento di superficiale felicità e passa tutto il tempo a mitigare il Garibaldi che ancora gli pulsa dentro ma che vede bene di non liberare perché sa che ogni moto di orgoglio porta con sé l’ennesimo e inevitabile rientro nei ranghi al grido (poco nobile) di “Obbedisco!”.

Il Malloy: gabelliere spaziale di Taddei e Angelini sta a metà strada tra Garibaldi e Fantozzi. Del primo conserva lo spirito d’avventura, la spavalderia e un certo esotismo, del secondo invece condivide il lavoro da impiegato, il totale asservimento al suo superiore e un amore puro per la sua mostruosa famiglia. È questa forse l’operazione più coraggiosa di un libro che si prende già tantissimi rischi: fare dell’eroico protagonista un servo puro, uno scaltro collaborazionista del Potere Forte pronto a fare di tutto pur di portare al termine la missione assegnatagli ed esaudire qualsiasi richiesta gli venga fatta dai piani alti dell’Impero. Taddei e Angelini inseriscono questo aspetto fondamentale nel personaggio, tenendocelo quasi nascosto: il servilismo di Malloy non è mai totalmente manifesto e sicuramente non adombra il carisma del personaggio che anzi, svincolandosi dal classico viscidume del ruolo, si arricchisce di questo contrasto e ne fa la sua caratteristica principale. E infatti il lettore per tutto il tempo non può che stare dalla parte di un crudele e spietato esattore delle tasse, nei cui confronti non riesce mai a provare un odio reale e giustificato, semmai ne ammira la determinazione, l’abnegazione sul posto di lavoro, le gesta eroiche. E gli invidia forse più di ogni altra cosa, la sua radicata mediocrità. Malloy è un protagonista ambiguo, un mercenario che assurto al ruolo di personaggio principale, si trasforma in eroe in quanto ci è impossibile non condividere il suo sistema di valori.

Al termine della sua avventura Malloy scopre tutti i segreti dell’Universo. Fosse un personaggio di Lovecraft ora il prode avventuriero si troverebbe delirante e incatenato nella cella di un manicomio, e invece lui come niente fosse torna a casa, abbraccia la moglie e si mette a giocare coi figli come un normale impiegato. La mediocrità è il premio finale per il lavoro svolto e l’unico approdo possibile per ogni essere vivente dedito alla sopravvivenza, e questo per Malloy è giusto e normale. Se anche Anubi finiva con l’abbracciare un futuro mediocre da essere umano facendosi però carico di tutta la sofferenza che ne derivava, Malloy non soffre della sua condizione e dimentica senza troppi patemi la complessità delle meccaniche celesti per trovare finalmente la pace tra le mura domestiche. Che sia forse questa la “divina stupidità dell’eroe” di cui parlava Alfred Tennyson descrivendo Garibaldi, l’affrontare il campo di battaglia, sopravvivergli e poi tornare alla vita quotidiana senza sindrome post-traumatica? Che sia forse questo il segreto per una vita felice?

Anzi, meglio dire “l’illusione di una vita felice”, visto che la genesi che apre il fumetto è un incipit oscuro in cui Taddei cancella il libero arbitrio dall’Universo rendendo tutti i personaggi marionette manovrate da qualcuno più grande e potente di loro. Questa intuizione si riflette sulla struttura della prima parte del libro, che infatti si appoggia su una narrazione a matrioska inversa, con Malloy che parte dal nucleo e allarga la propria visuale in un movimento a zoom potenzialmente infinito quando si tratta di definire i livelli intermedi, ma che vede comunque sopra tutto e tutti il potere del Paravantz come grande involucro che contiene e soprintende a ogni cosa. E’ sorprendente in questa prima parte il ritmo forsennato con cui Taddei e Angelini gestiscono la narrazione, non tanto con la regia della tavola (pressoché uniforme) ma con cambiamenti continui che modificano il corso della storia. La frequenza con cui i due attuano questi cambi di rotta è vertiginosa, così come l’avvicendarsi continuo di nuove ambientazioni e nuovi personaggi ci restituisce l’idea di un mondo precario e di esistenze se non fasulle, sicuramente poggiate su un piano instabile.

Ancora una volta Simone Angelini si rivela la scelta giusta e meno scontata per descriverci un mondo agonizzante e un’umanità alla deriva, anche se con  Malloy può finalmente mettersi alla prova su un universo graficamente più ricco rispetto al microcosmo rinsecchito e sintetico di Anubi. Il disegnatore mantiene il suo tratto semplice e incartapecorito pur arricchendolo nei dettagli, nelle scenografie e nei costumi, ottenendo così delle immagini che ci riportano sia a una certa essenzialità sovietica, sia al ruvido dinamismo della Marvel degli inizi. E mentre Angelini riduce tutto al necessario, Marco Taddei spinge l’acceleratore sui barocchismi di un linguaggio che si divide tra lo spaventoso burocratese e un grammelot picaresco che pare preso di peso dall’Armata Brancaleone e trasportato in queste disastrate galassie.

Ma il bello deve ancora venire. Dicevamo appunto che i primi due capitolo sono un turbine di eventi, personaggi e luoghi narrati a una velocità così spaventosa da desiderare quasi un rallentamento (ho fatto una prova dividendo questi capitoli in episodi più brevi e niente: Malloy sarebbe una serie mensile perfetta). Arrivati al climax, Taddei e Angelini frenano ma a modo loro, ovvero eliminando qualsiasi tipo di azione: da questo punto in poi ci aspetta un monologo di venti tavole che in una situazione normale si bollerebbe come un noioso e interminabile spiegone. Lo è. È titanico, mastodontico, un monolite di parole che mette le vertigini. Doveva essere così per rendere ancora più evidente il senso di oppressione che vuole trasmettere. Le parole di Taddei hanno una forza evocativa (e una inaspettata chiarezza nonostante la complessità della struttura del monologo, dei temi trattati e del linguaggio utilizzato) fuori dal comune, ti si siedono in petto e spingono fino a farti respirare quel tanto che basta per ricordarti che sei ancora vivo. Qui Angelini mostra i muscoli e gestisce i wall of text di Taddei con una regia perfetta che non ci fa mai perdere la concentrazione sul testo, ci alleggerisce la lettura e la arricchisce con una recitazione ancora più straniante rispetto alla prima parte del fumetto.

Tra un parlamento di giocatori di ping pong che pare un incrocio tra Nanni Moretti e Veroheven, scheletri dorati, maiali, banchieri e rivoluzionari con il nome di multinazionali, Malloy: gabelliere spaziale non conferma solamente il coraggio di Taddei e Angelini nell’affrontare un genere a loro apparentemente distante, ma anche la loro capacità di adattare quel genere non tanto alle proprie capacità espressive quanto ai temi che sono a loro più cari. E infatti Malloy: gabelliere spaziale diverte come una space opera un po’ weird ma è anche l’ennesimo tassello della ricerca esistenziale che i due autori stanno conducendo sin dal loro esordio.

Malloy: gabelliere spaziale
di Marco Taddei e Simone Angelini
Panini 9L, 2017

Vivono in me | Case stregate e vite programmate

Ho sempre trovato che l’inserimento nei fumetti di Jesse Jacobs di temi relativi all’ambiente, al vegetarianesimo e più in generale al rapporto etico e mistico tra uomo e natura, fossero inevitabili. Non li ho mai percepiti come temi realmente sentiti dall’autore, quanto più come frutti dello sviluppo organico del racconto. È una cosa che Jacobs non può evitare, le sue storie lo portano lì e lui non può farci niente. Anzi, non le sue storie, ma i luoghi in cui le ambienta. È da lì che nasce tutto.

Ogni libro di Jacobs è un microcosmo che risponde a regole proprie, che sia un’aliena meta turistica, un Eden capriccioso o la casa stregata protagonista di Vivono in me, il suo ultimo fumetto edito da Hollow Press. Sono habitat che, come nella realtà, sviluppano forme di vita, reazioni sociali, tracciano le coordinare spazio-temporali di un mondo che non ha nulla a che fare con nessun altro già esistente. Si potrebbe dire che nel lavoro di Jacobs è il contenitore a sviluppare e dare forma al contenuto, ponendo regole proprie nell’incedere della storia e nel dispiegamento delle tematiche. Non è un caso che, sovvertendo le regole del genere, la casa protagonista rivela sin dalla prima tavola la sua natura maligna: a Jacobs preme anzitutto definire ciò che è il suo contenitore, stabilirne i confini e le caratteristiche e difatti investe gran parte delle pagine a sua disposizione proprio a descriverci l’abitazione.

Lo fa con intelligenza, obbligandoci a seguire la visita della casa che un agente immobiliare sta presentando a una giovane coppia, ancora ignara di ciò che le spetta. Qui comincia il vero divertimento di Jacobs che tra architettura escheriana, cucine pieghevoli, mobili che prendono vita e stanze immateriali, catapulta marito e moglie in un incubo al flash forward in cui consumano la loro intera esistenza da coniugi all’interno di quelle quattro mura e della finestra temporale in cui avviene la visita. Più che una riflessione sulla vita di coppia, questo terrificante flash forward è la piastra di Petri in cui Jacobs osserva il naturale svolgimento della vita con uno sguardo all’apparenza leggero ma che risulta quasi immediatamente inquietante.

E’ un tipo di orrore quello trasmesso da Vivono in me, che nasce dal dubbio dell’esistenza di uno schema prestabilito nelle nostre vite, di una forza superiore che ci ha messo su binari da cui ci è impossibile deragliare. E se Jacobs usa all’inizio lo schema rigido della visita e l’accelerazione temporale, la sensazione di essere realmente oppressi da un’entità misteriosa arriva quando compaiono le digressioni geometriche che sono ormai diventate il marchio di fabbrica della narrazione dell’autore canadese. In Vivono in me la geometria si fa più sintetica ed essenziale trasformandosi in una sorta di geroglifico, una scrittura astratta e abietta che sembra regolare le nostre vite, una sorta di scheda di programmazione del destino personale di ogni uomo.

Vivono in me è un racconto nero che nasconde sotto un’apparente leggerezza un’idea cupa della vita umana, ma al contempo ci affascina e ci meraviglia mostrandoci lo spettacolo di una natura continuamente rigenerata da una forza mistica e organica che l’uomo sembra ormai avere perduto.

Vivono in me
di Jesse Jacobs
Traduzione di Valerio Stivè
Hollow Press, 2017

Cry me a river | Aggiustare le tubature di un amore agli sgoccioli

La cosa più spaventosa che possa capitare a una coppia è accorgersi che il legame sentimentale si è rotto senza una reale motivazione. Nessun tradimento e nessuna colpa, solo un rapporto che si è ormai usurato ed è (forse) destinato a finire. Per uscire da questa impasse la soluzione più comoda è creare un problema che possa essere utilizzato come scusa, portare fino al punto di rottura e vedere cosa succede. È una soluzione immatura, persino crudele a volte, ma rende le cose molto più semplici per la gestione immediata, e molto meno cupe perché sembriamo suggerirci che un nuovo futuro è possibile in un momento in cui davvero no, al futuro nemmeno ci si crede.

Non è un caso che nel loro appartamento i due protagonisti di Cry me a river abbiano appeso un poster che recita la frase The future will be astounding, proprio in un momento in cui una crisi di coppia li ha impelagati in un presente molle, confortevole e soffocante come gelatina. Nelle prime pagine del suo nuovo fumetto, Alice Socal ci mostra il patetismo di quella scritta motivazionale, che fa da contrappunto (quasi) ironico all’amore in fase terminale che ha appena cominciato a raccontarci, come se la dichiarazione di intenti stampata su carta e appesa su una parete possa davvero portarci a immaginare un futuro sbalorditivo. Qualche pagina dopo la Socal rincara la dose facendo dire al suo protagonista parole altrettanto cariche di significato e così vuote negli intenti reali: Una svolta ci aiuterà a capire. Sì certo, come se una svolta non servisse – per l’appunto – semplicemente a cambiare strada ma a capire cosa non va.

Così come accadeva in Sandro, Alice Socal sfrutta inizialmente le banalità con cui anni di letteratura scarsa e di cinema dozzinale ci hanno abituato a trattare la fine di un rapporto, per poi intraprendere un percorso autonomo lontano dai consueti meccanismi narrativi. In Cry me a river la fine di un amore non è la scena di un delitto con gli investigatori alla ricerca di un movente, di prove e collegamenti, non diventa mai un gioco di logica alla ricerca di uno o più colpevoli. Per la Socal l’amore è immateriale e inspiegabile e sfugge quindi alle regole di causa-effetto che governano il mondo reale, svincolandosi così dalla ricerca di colpe, vendette e assoluzioni utilizzate per risolvere la crisi sentimentale. Cry me a river abbandona presto la sfera terrena e ne abbraccia una quasi totalmente spirituale, dove la realtà è marginale in quanto conseguenza di un percorso interiore, e dove non esiste alcuna terapia di coppia e nessun agente esterno ma solo un percorso parallelo dei due protagonisti fatto di rivelazioni mistiche, allucinazioni, visioni oniriche, animali guida che cominciano a popolare la loro vita quotidiana e piano piano li portano a prendere coscienza della loro situazione.

Mentre il resto del mondo rimane impermeabile ai sentimenti che animano i protagonisti, il tratto della Socal subisce forti infiltrazioni e si fa liquido prendendo in parola l’esortazione del titolo: piangi un fiume per me, e così accade. Per ogni lacrima versata dai protagonisti, il tratto della Socal toglie loro tridimensionalità, ne prosciuga le espressioni sino a sintetizzare al massimo i loro volti riducendoli a un minimo comune denominatore fatto di espressioni delineate con quattro righe e nessun reale segno distintivo sul volto (come hanno invece tutti gli altri personaggi). I due personaggi diventano quindi due ectoplasmi che abitano una casa di emozioni, rimorsi, futuri possibili, come se l’autrice volesse renderli forze invisbili ma palpabili all’interno del fumetto.

È quando ci accorgiamo della totale noncuranza che proviamo per i protagonisti che figuriamo per la prima volta lo sforzo che la Socal richiede a noi lettori: pensare a questa storia d’amore in dirittura d’arrivo come a un racconto che segue l’andamento delle emozioni e non quello di una trama. Lo scopriamo nel modo più drastico possibile, ovvero quando ci scopriamo privati dei personaggi, l’unico appiglio che credevamo possibile. Ci aggrappiamo così allo scheletro di quel che resta: i disegni, la composizione della tavola, l’interazione tra le varie sequenze. La nostra ancora di salvezza diventa il Fumetto stesso.

Man mano che la distanza tra reale e immaginario si assottiglia,  permane solamente l’emozione con tutta la sua mancanza di logica e di coerenza, una latitanza che la Socal utilizza come base per la struttura del suo fumetto che si fa via via sempre più immateriale con un movimento che non definirei dissolvenza quanto rarefazione. Non c’è infatti nella regia alcuna fluidità perché Cry me a river non è fatto della materia morbida e malleabile di cui sono fatti i sogni, ma della violenza e del lirismo di cui sono fatte le allucinazioni. Prendete la sequenza in cui Lei e L’Altro si rotolano nella neve e vengono inghiottiti. A questo punto dovremmo immaginarci una vignetta complementare (non so, i due sbucano da qualche altra parte) oppure una che ci dia l’idea di un cambio di scena netto. La Socal invece ci piazza una lunga sequenza in soggettiva con la protagonista sepolta nel letto che guarda il soffitto mentre Lui esce di casa. Mentre il suo sguardo si fissa su quell’angolo di appartamento, la percezione dell’ambiente che la ricorda si fa sempre meno acuta: si perdono particolari sino a conservare solo poche linee, tratti portanti di un’architettura che perde significato sino a trasformarsi nell’abbozzo di un cuore sciancato che si rivela poi essere nelle sequenze successiva il copricapo de L’Altro. In questa lunga scena non c’è grazia, non c’è fluidità, non c’è armonia. Come la protagonista, il tratto della Socal vorrebbe essere dolce e leggiadro ma rivela una gravità e una brutalità con cui siamo obbligati a fare i conti. L’atmosfera non è onirica ma febbrile, non è dolce ma angosciata, e così la narrazione ci mette davanti agli occhi l’emozione spogliata di qualsiasi positività, il cadavere martoriato e depredato di un amore finito.

Cry me a river è un racconto di emozioni non filtrate, che private di un background mostrano tutta la loro fragilità, l’incoerenza ma anche la forza con cui cercano di sopravvivere nonostante tutto. Una forza che Alice Socal fa manifestare attraverso le numerose creature che popolano il libro: il verme del caos, i due cani, il gamberone e l’uomo-cane. Se nel precedente fumetto Sandro era l’ingombrante spettro del passato, qui gli animali (reali o immaginari, poco conta) sono fantasmi del Natale presente che mostrano ai due protagonisti il sentimento che li lega oggi e ora, escludendo dall’orizzonte l’angoscia nei confronti di quel futuro che era diventato per loro il luogo dove confinare le paure e i timori in modo da non affrontarle nel presente.

Succede così che quando, con stupida semplicità, i due cascano nuovamente dentro il presente del loro rapporto, l’architettura terrificante di quel  futuro angoscioso crolla sotto il loro sguardo bonificato dalle lacrime e ora lucido al punto giusto per fissare l’orizzonte, scostare le macerie e pensare a domani.

Cry me a river
di Alice Socal
Coconino Press, 2017

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Misdirection| Farsi distrarre e scoprirsi moralisti

La misdirection è una tecnica usata dagli illusionisti per direzionare l’attenzione del loro pubblico. Tramite i movimenti del corpo, il tono della voce e alcune tecniche psicologiche, i prestigiatori riescono a indirizzare la traiettoria del nostro sguardo su particolari che ci distraggono da ciò che sta accadendo realmente sotto i nostri occhi. Così, concentrati sui movimenti sinuosi della mano sinistra, non ci accorgiamo quel che fa la mano destra.

Sin dal titolo del suo fumetto Lucia Biagi ci mette in guardia da questo fenomeno. Lo piazza addirittura in copertina come un avvertimento, dicendoci chiaro e tondo di leggere Misdirection avendo ben presente le alte probabilità che il nostro sguardo possa essere indirizzato dove meglio crede l’autrice. E come nei migliori giochi di prestigio, la cosa è anzitutto piacevole. L’idea di rendere il fumetto una sorta di thriller investigativo con protagonisti una ragazzina pedante e un ragazzo albino, funziona e tiene in piedi senza difficoltà la struttura narrativa. Non solo, le indagini diventano per la Biagi l’occasione perfetta per costruire i rapporti sociali tra gli abitanti e tracciare un loro profilo che a conti fatti ci tornerà più utile per avere un’idea generale dell’aria che si respira in paese invece che per scovare il colpevole del misfatto.

Il verde acqua e il viola che campeggiano sulla copertina, diventano anche all’interno gli unici due colori con cui Lucia Biagi dà forma a questa cittadina di montagna di cui riusciamo a respirare l’atmosfera statica e noiosa tipica delle località montane nei mesi estivi. Da qui si innesta un meccanismo narrativo dall’incedere lento ma progressivo che Federica, la protagonista, sembra voler velocizzare con i suoi spostamenti. Ma i suoi tentativi sono vani e la città sembra una gelatina che rallenta i suoi movimenti. Le uniche interferenze all’incedere del racconto sono dei piccoli riassunti degli accadimenti che simulano le animazioni in stop-motion realizzate da Federica. Questi sono forse i momenti meno convincenti del racconto, che trovano una loro utilità esclusivamente come intermezzo ma non riescono a dimostrare di avere una reale rilevanza all’interno della narrazione.

Ma andiamo oltre. Il secondo modo con cui la Biagi ci distrae dal suo vero intento è dirottare la nostra attenzione su una tematica dichiarata: la percezione della donna (anzi, in maniera ancora più specifica, la percezione che si ha delle ragazze) nella società. È un tema che viene reso volutamente manifesto in un più di un passaggio del fumetto, e spesso anche con una capacità di sintesi davvero potente. Come ad esempio quel Credo di aver capito che una ragazza sbaglia sempre, che pur arrivando nelle ultime pagine, si impunta nella storia come un perno attorno a cui far ruotare tutto. E infatti è la frase che campeggia anche in quarta di copertina, nella maggior parte delle recensioni e delle condivisioni sui social. È giusto. D’altronde la frase è potente e non è un imbroglio: Misdirection parla davvero di questa percezione, solo che la Biagi per renderla ancora più efficace allarga ulteriormente lo spettro dell’analisi e con coraggio va a colpire il nostro sguardo moralista. Lo fa imprimendo più forza possibile nel colpo, per farci rendere conto dei nostri limiti, per farci più male.

Lucia Biagi lo fa anzitutto tradendo la fiducia instauratasi tra il lettore e la protagonista, un rapporto basato quasi esclusivamente sulla condivisione di un universo morale. Federica fa sempre la cosa moralmente più corretta: per aiutare l’amica si mette in pericolo, rinuncia al proprio smartphone, toglie tempo alle proprie vacanze, rompe persino un’amicizia. Ci è impossibile non stare dalla parte di questo personaggio dal cuore puro pronto a tutto pur di trovare Noemi e di salvarla. Quando però le due si incontrano, hanno un dialogo fulmineo e secco, dove Noemi ridimensiona l’eroismo di Federica in un ribaltamento dove la moralità che fino a poco prima invidiavamo al personaggio, rivela delle sfumature moraliste che inevitabilmente finiamo nostro malgrado col condividere. La Biagi mette in atto un ribaltamento di prospettiva sconvolgente per il lettore, che di punto in bianco si ritrova a empatizzare con un personaggio che fino a qualche minuto prima magari non arrivava a disprezzare, ma sicuramente compativa a causa dei suoi comportamenti.

È un cambio prospettico che ci costringe non solo a rivalutare il nostro rapporto con la storia raccontata, ma ci obbliga in un certo qual modo a cambiare la forma del nostro pensiero. Passare dalla parte di Noemi (perdonate la semplificazione, in realtà un’altra cosa importante di Misdirection è proprio quella di non fare divisioni tra buoni e cattivi) vuol dire anzitutto fare uno sforzo interiore prima per rivedere i propri giudizi e poi per sospenderli a tempo indeterminato. Perché è troppo facile attaccare Noemi, giudicare i suoi abiti, il suo trucco, le sue amicizie, la sua famiglia. Noemi rivendica il suo diritto di fare ciò che vuole, di pensare quello che vuole in un mondo e in un contesto sociale che invece le continua a suggerire come comportarsi, come vestirsi e con chi uscire. Quella di Noemi (e di Misdirection) è una storia di libertà, di errori e della possibilità di compierli fregandosene non tanto delle conseguenze, quanto del chiacchiericcio paesano di sottofondo.  È una storia di libertà anche per Federica. Anzi, soprattutto per lei che si scopre improvvisamente moralista e colma degli stessi pregiudizi che criticava. E la Biagi non le nega una sorta di lieto fine sommesso ma capace di scaldare il cuore per come descrive un ritorno a una normalità più giusta e consapevole. Nella stessa misura Misdirection pare augurarsi con molta umiltà che questa storia possa diventare anche per noi l’inizio di una demolizione dei nostri pregiudizi e dei nostri moralismi.

Misdirection
di Lucia Biagi
Eris Edizioni, 2017

Tumorama | Disposofobia narrativa (che titolo intelligente!)

In questo articolo di un anno fa basato sulla lettura dei primi quattro episodi di Tumorama (che all’epoca era un webcomic, poi è diventato un volume autoprodotto e ora approda in libreria con Shockdom e completo dei primi dodici episodi), paragonavo il lavoro di Cammello a quello di un accumulatore seriale, che accatasta personaggi, suggestioni, elementi narrativi, per poi svelarci non tanto la logica che c’è dietro l’accumulo, quanto come tutti gli elementi contribuiscono a costruire una struttura che miracolosamente non ci crolla affosso. Non è un caso che ogni episodio di Tumorana cominci come una classica sit-com tra coinquilini ma finisca col catapultarci sempre in situazioni inaspettate e svolta narrative impossibili da prevedere. Questo tipo di narrazione disposofobica rende i primi quattro episodi della serie ricchi di idee e raccordi bislacchi, con elementi all’apparenza distanti che trovano un’armonia capace di far convivere il quotidiano con l’assurdità degli avvenimenti, in un modo che mi ha ricordato i racconti e i romanzi di Kilgore Trout, lo scrittore di fantascienza squattrinato e di poco successo creato da Kurt Vonnegut (qui potete leggerli tutti grazie al lavoro immenso di Michele Orti Manara).

E sono proprio quei raccordi tra un momento assurdo e l’altro, il modo in cui Cammello fa ridere il suo lettore. In Tumorama l’umorismo è un labirinto di curve cieche, di tornanti che il lettore prende a tutta velocità sino a svoltare bruscamente per sorprendersi con qualcosa di inaspettato. Trovandoci improvvisamente sulla nuova strada, non ridiamo per una gag o una battuta, e nemmeno per il surreale che scardina la realtà dal suo posto. In Tumorama ridiamo per il surreale che viene fagocitato dal reale agglomerandosi attorno alla logica del racconto: è il collegamento tra reale e surreale a farci sorridere, ed è il risultato che Cammello ottiene la base su cui costruisce un universo complesso che gli permetta di esprimersi con tutto il suo eclettismo.

Perché dal sesto episodio Cammello aggiunge spessore al suo fumetto e non tanto perché cominciano a intravvedersi gli elementi di una narrazione orizzontale, quanto perché ci propone inaspettati momenti drammatici che risultano davvero convincenti. A un certo punto Cammello comincia a trattare i suoi personaggi con rispetto: Tumorboy e Rubens rimangono gli stessi cazzoni di sempre ma con le scelte sbagliate, le paure e le paranoie con cui Cammello li riveste, tendono a raggiungere una complessità molto umana che ci coglie inaspettatamente. Con l’undicesimo e il dodicesimo episodio Tumorama raggiunge il suo massimo potenziale narrativo. La storia di una pizza è a tutti gli effetti uno spin-off dove non compaiono i protagonisti ma viene raccontato il passaggio all’età adulta di una fetta di pizza. Cammello usa qui un tono volutamente melodrammatico con cui ironicamente si fa scudo, lo sfotte ma in fondo lo sfrutta anche per fare una riflessione per nulla scontata sulla vita e sulle comodità che diventano le nostre prigioni. Il finale della storia dà poi l’occasione a Cammello di concludere il volume con un episodio denso di accadimenti che getta nuove ombre sulla vita è il passato di Tumorboy.

E all’improvviso Tumorama diventa anche un fumetto di supereroi, e la cosa non suona mai come pretestuosa: ancora una volta ci sembra una svolta folle, ma coerente e interessante. Perche Cammello è capace di fomentarci quando fa tirar cazzotti a Tumorboy, di coinvolgerci quando decide di far diventare Tumorama anche una storia di origini e di renderci partecipi dei patemi dei suoi protagonisti senza però farli diventare mai il centro assoluto del suo racconto: ci sono ma vengono utilizzati solo quando servono, proprio come accade con tutti gli altri elementi che Cammello mette sul piatto. Tutto è tangenziale in Tumorama, gli elementi vorticano ai margini mentre al centro si crea una forza invisibile che miracolosamente tiene tutto in piedi: l’umorismo, lo spessore drammatico, la surrealtà, i toni da stoner comedy e quelli da fumetto supereroistico. Cammello ha costruito un habitat che la scienza non riesce a spiegare ma che risulta essere l’ambiente perfetto per poter lasciare libero il suo eclettismo di esprimersi in qualsiasi direzione esso voglia.

Tumorama
di Cammello
Shockdom, 2017

Princesse Suplex | Una storia di amicizia e dropkick

Una texture zebrata riempie la tavola. Grida di incitamento, la voce microfonata di un commentatore e poi una vignetta crea lo spazio adatto per permettere a Jungle Laura e Princesse Suplex di stringersi in un groviglio di muscoli e nervi. Il combattimento tra le due wrestler continua nelle pagine successive fino a quando Princesse Suplex e Jungle Laura si ritrovano ai lati opposti del ring, prendono la rincorsa cercando lo scontro diretto con l’avversario. I corpi si avvicinano, lo scontro è imminente, giriamo la pagina e finiamo in un grigio ufficio in cui Gabi aka Princesse Suplex sta lavorando.

Il lettore dovrà farci l’abitudine a questi salti improvvisi da banale quotidianità a sfavillante lotta corpo a corpo (e viceversa), perché Léonie Bischoff utilizza questo montaggio alternato come scheletro del suo Princesse Suplex, una narrazione fatta di impatti lasciati in sospeso che vengono cristallizzati nel loro punto di massima espressione (emotiva, atletica, estetica). Facile fare un paragone con la sequenza finale del film The Wrestler, in cui il protagonista interpretato da Mickey Rourke spicca il volo dalle corde, esce dall’inquadratura e Darren Aronofsky rimane fermo lì con la macchina da presa. Inquadra il vuoto e poi fa partire i titoli di coda senza farci sapere come finirà l’incontro perché non è quella la cosa che conta.

E il risultato non conta nemmeno in Princesse Suplex, tant’è che il finale dell’incontro nemmeno è disegnato. Anche qui, Princesse Suplex si lancia dalle corde per atterrare su Jungle Laura, ma la Bischoff dopo una splash page, riavvolge il nastro e ci riporta all’inizio dell’incontro con la presentazione e l’entrata in scena delle due wrestler. È una sequenza elettrizzante, in cui si respira davvero il senso di libertà che prova la protagonista a stare sul ring, una sorta di cerimonia pubblica condivisa con un pubblico schiamazzante ma al contempo un momento privato e quasi intimo che vive degli scontri corpo a corpo. Perché per la Bischoff è questo quello che conta, l’emozione distillata che Princesse Suplex trova sul ring e la forza che ne ricava per combattere nella vita reale.

Perché frammentando l’incontro tra le due lottatrici e proponendoci gli estratti della vita quotidiana della protagonista, la Bischoff costruisce anche un’atipica storia di amicizia e dropkick, che prende forma sul ring tra due donne che vogliono solo divertirsi e prendono la cosa dannatamente sul serio. Proprio come Léonie Bischoff, capace di realizzare un fumetto breve e divertente, con qualcosa da dire e le idee ben chiare sul come dirle. Nessun proclama, nessun moralismo, nessuna spiegazione: è la struttura stessa del racconto che ci rivela il suo contenuto.

Princesse Suplex
di Léonie Bischoff
Traduzione di Silvia Uberti
Introduzione di Sara Pavan
2016, MalEdizioni
45 pagine