The Rust Kingdom | Una recensione che non parla di spadate

Mi smentisco subito: questa recensione parlerà anche delle spadate. All’inizio non volevo farlo perché quasi tutte le recensioni che ho letto di The Rust Kingdom parlavano giustamente di fendenti, affondi, lame e tagli e come mio solito volevo prendere il fumetto di Spugna da un’altra angolazione. Il problema è che con The Rust Kingdom non si può proprio prescindere dalle spadate. Replicando la formula alla base di Una brutta storia in cui i pugni (e di come si ricevono) diventavano il perno attorno a cui ruotavano l’universo visivo e il ritmo narrativo, Spugna aggiunge complessità cercando per questo The Rust Kingdom di connettere alle spadate anche il nucleo tematico del suo fumetto. E quindi i colpi, i fendenti e le spade sguainate non possono essere isolate e messe in un angolo.

Questo dice molto su Spugna, uno che con quei disegni potrebbe sfruttare l’ondata di banalità citazioniste e nostalgiche, e invece sceglie di prendere una strada più complessa, che non rinnega mai le proprie fonti di ispirazione e non sfrutta il genere come semplice costume di scena o macchinario per far avanzare la propria storiella. Lo Sword and Sorcery per Spugna non è un fondale su cui ambientare la sua storia, ma la pozzanghera in cui ribolle il brodo primordiale del genere, con le sue regole, i suoi personaggi, i suoi temi e i suoi modi narrativi. Prende quella materia e ne estrae gli elementi che gli interessano, li affina in base al proprio gusto e alle proprie necessità, rimettendola poi a ribollire nel calderone che sta rimestando. È un processo questo a cui Spugna ha evidentemente dedicato molto tempo e molta cura: il risultato infatti è, prima di ogni altra cosa, l’imporsi di una narrazione che non si accontenta esclusivamente della solidità, del tenere tutto in piedi fino all’ultima pagina minimizzando i traballamenti, ma che mira a una perfezione monolitica.

La partenza è un modulo da tre vignette orizzontali che Spugna utilizza come base, già suggerendoci uno sviluppo latitudinale dei movimenti. È un’inquadratura che ci introduce lentamente, con un’attesa da cinema western: una landa desolata, un’esplosione controllata nel terreno ed ecco il nostro protagonista sbucare dal nulla per vagare nel nulla. Controcampo sull’orda di nemici e poi si va sul primo piano del nostro eroe, ignaro che alle sue spalle un esercito di mostri affamati lo sta per raggiungere. Fate attenzione al mostro con la scure, a come Spugna lo rende improvvisamente il vero punto focale di questa scena: sin dalla prima inquadratura quando il suo corpo è poco più che una silhouette, l’autore comincia a disegnare la traiettoria della rotazione dell’ascia finché – arrivata nei pressi della testa del protagonista – Spugna blocca quel movimento armonico prima dell’impatto, zooma improvvisamente sull’occhio del protagonista e poi si scatena. Dalla tavola successiva in poi, difficilmente troverete in The Rust Kingdom due moduli di tavola del tutto simili (a esclusione della struttura di partenza) perché Spugna àncora la sua regia ai movimenti e cerca di spremerne fuori ogni goccia di potenza espressiva. Più che le inquadrature vere e proprie (che sono in fondo solo il risultato di una riflessione), è interessante notare la scelta dei movimenti che le influenzano, perché Spugna evita di essere banalmente spettacolare evitando di fare affidamento solo sui movimenti del personaggio principale e delle sue armi, ma li alterna ai colpi mancati dei nemici, ai fiotti di sangue, ai balzelli e alle cadute, agli atterraggi gradassi e alle spade conficcate. L’occhio di Spugna seleziona i movimenti migliori per creare una perfetta sinfonia tamarra fatta di improvvise frenesie create con tavole che cambiano continuamente struttura, e spaventosi vuoti d’aria non appena la linea dell’orizzonte viene quasi del tutto annullata dalle terrificanti splash page verticali che, modificando temporaneamente l’orientamento latitudinale delle vignette, irrompono nella narrazione con maestosità e imponenza.

La storia avanza con una fluidità sbalorditiva proprio perché emerge dai movimenti e dalle azioni, non dai dialoghi (rarefatti, essenziali) o da un setup del contesto che, come spesso accade altrove, in un paio di capitoli ci spiega tutto quanto e poi pretende pure di essere credibile. L’autore ci consegna le coordinate della sua storia tavola dopo tavola, svelandoci poco per volta gli intenti e la missione del protagonista, preservando dallo sguardo del lettore le parti migliori della sua storia. Senza mai rendere subito chiaro del tutto il percorso tracciato per The Rust Kingdom, Spugna riesce a preservarne un senso di meraviglia capace di stupirci e coglierci di sorpresa continuamente.

In The Rust Kingdom la quest arriva prima della storia, ma quando (praticamente sul finale) la storia irrompe finalmente nella narrazione, non ce n’è più per nessuno: all’improvviso questo fumetto gradasso e tecnicamente perfetto si trasforma in un dramma prepotente e disperato. La rivelazione finale è deflagrante non tanto per la svolta della trama in sé, quanto per il peso che riesce ad avere su tutto quello che abbiamo visto finora. Lo si nota soprattutto dal cambio di prospettiva che subiscono quei dialoghi spezzettati del protagonista, quelle parole dure ed essenziali che sembrano messe lì per accentuare il suo distacco eroico, ma che alla fine assumono una tragicità devastante per come riescono a raccontarci follia e fragilità.

C’è questo senso di tragedia ineluttabile che aleggia per tutto il libro e che non ci si sa spiegare. Quando emergono i motivi (anche questa volta Spugna fa la scelta raffinata di non spiattellarci tutto sul foglio ma accenna solo alle cose che ci servono, lasciando il grosso della storia a scalpitare nell’ombra) si arriva alla consapevolezza che The Rust Kingdom è nel suo nucleo un dramma shakespeariano cupissimo sul potere nefasto della famiglia. Quelle emozioni nette che Spugna ha raccontato con precisione, cominciano così ad assumere contorni più sfumati e con loro i personaggi assumono una tridimensionalità tale da renderli misteriosamente complessi. Così l’eroismo è obbligato a contaminarsi con il fallimento più duro e cupo, la spavalderia con la cieca disperazione, e la forza fisica con il disfacimento del corpo.

E tutto questo senza mai rinnegare nemmeno un fendente, un sorrise ebete di un mostro o qualsiasi altra smargiassata.

The Rust Kingdom
di Spugna
Hollow Press, 2017

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Il regno artificiale | Il Lovecraft catodico di Francesco Marrello

Un’astronave svetta su una scogliera. La sua forma è una geometria drastica fatta di angoli precisi e rette che separano brutalmente la struttura dall’ambiente che la circonda, un paesaggio low-fi i cui contorni sfumano in pixel sgranati. Una voce fuori campo ci informa del guasto della navicella. Il pilota mette piede sul pianeta alieno e comincia a esplorarlo. Non incontrerà nessuna forma di vita.

A metà tra la cronaca di un’esplorazione finita male e il carnet de voyage di un pianeta alieno, Il regno artificiale di Francesco Marrello (lo potete leggere gratuitamente sul sito di Retina Comics) mette al centro del suo racconto il terrore, la curiosità, lo stupore e il senso di riverenza che l’essere umano prova dinanzi a ciò che non conosce e che non riesce a spiegarsi. Marrello ci racconta di una spedizione scientifica su un pianeta ignoto, e lo fa inizialmente con un lessico non esclusivamente scientifico, quanto divulgativo. A leggere le prime righe del monologo che ci accompagna durante la lettura (e che l’autore inserisce strategicamente a fondo pagina, quasi come una didascalia giornalistica) l’impressione che si ha è quella di trovarsi di fronte a un documentario di Folco Quilici, con quella voce fuori campo dai toni colloquiali che si ritagliava sia momenti scientifici che riflessioni personali su ciò che accadeva. A Il regno artificiale manca però il contrappunto musicale di Morricone, rimane solo la registrazione in bassa qualità (un suono piatto della voce, a volte gracchiante), che si fa colonna audio del fumetto con quei piccoli fruscii di sottofondo, con quei rari momenti di silenzio in cui la voce dello speaker lasciava spazio a un rumore di fondo lievemente fastidioso. Con l’avanzare della narrazione però, il tono divulgativo del monologo sembra sgretolarsi davanti all’evidenza che la conoscenza scientifica del protagonista non basta per spiegare e comprendere un mondo così differente dal nostro. La prosa si fa prima intima, da evocativa diventa poi sconclusionata e infine incomprensibile.Le nostre attrezzature e i nostri sensi, la nostra scienza e il nostro intuito, sono strumenti inutili davanti al pianeta alieno su cui l’autore ci fa atterrare: l’ignoto non è un buco nero, ma una natura che ci è sconosciuta e che ci risulta impenetrabile sotto ogni punto di vista. Marrello ne crea infatti una versione ambigua, con forme e regole che spesso richiamano alla natura che siamo abituati a osservare e vivere, ma visivamente se ne discosta in maniera profonda. I suoi paesaggi sono glitch, video-interferenze, texture digitali in bassa qualità, forme perfettamente squadrate e altre che si perdono in una foschia digitale. Marrello è ossessionato dalla creazione di questa natura nuova e infonde in ogni immagine un fervore descrittivo per il paesaggio tale da ridurre la figura umana a una silhouette, un’ombra bidimensionale senza nulla da dire, che si aggira in un ambiente con una storia misteriosa ancora da raccontare.

Vagando tra questa natura aberrante e seguendo il delirante peregrinare del protagonista, è inevitabile pensare a Lovecraft e a quel terrore cosmico che percorre la sua produzione letteraria. Il regno artificiale – pur non essendo un adattamento diretto – è un fumetto lovecraftiano puro, capace non solo di distillare i temi dello scrittore di Providence, ma è anche uno dei rarissimi esempi in cui il comparto grafico non si piega a mera illustrazione della pagina scritta. Marrello vuole ricreare coi suoi disegni lo stesso tipo di orrore e disorientamento che la scrittura labirintica di Lovecraft provoca nel lettore con le sue descrizioni dettagliatissime e illogiche, precise eppure così bizzare da rendere quasi del tutto impossibile la creazione di un’immagine mentale.

Leggere Il regno artificiale è come tuffarsi in quelle pagine di Alle montagne della follia in cui Lovecraft descrive la città-labirinto con così tanti particolari da farci credere di poterne tracciare una planimetria eppure, messi davanti al compito, ci è praticamente impossibile farlo. Ogni racconto di Lovecraft è impregnato dalla paura della perdita di punti di riferimento, e quindi i suoi pianeti alieni e le sue città primitive vengono eretti da una scrittura che ricrea un punto di vista umano (fatto di descrizioni minuziose ma sostanzialmente incapace di una visione coerente d’insieme), ma mette in evidenza tutti i limiti della parola scritta (e del sapere umano) nel raccontare quei luoghi.

Francesco Marrello traduce le suggestioni lovecraftiane con coraggio e precisione, trasferendo nell’utilizzo delle gabbie l’ambiguità e i limiti voluti della scrittura. Inizialmente l’autore divide le vignette semplicemente accostandole l’una all’altra, senza lasciare nessuno spazio bianco tra loro. Si creano in questo modo paesaggi confinanti, stacchi continui e fluidi che vannno una creare una narrazione compatta i cui spazi però non sono ben definiti. C’è ancora una parvenza di logica, un appiglio scientifico su cui il personaggio può fare ancora affidamento, e infatti cominciano a comparire qualche pagina più avanti le prime griglie vere e proprie. Delle piccole linee nere si fanno spazio tra il paesaggio, cercano di delimitare dei confini, di trovare un senso alle distese di glitch, di farcele leggere come montagne, pianure, distese acquitrinose. Da qui in poi si alternano in maniera scostante questi due modi narrativi, alla ricerca di un senso che riusciamo a intravvedere ma mai a cogliere davvero. Il nostro occhio si abitua a questo andamento discontinuo, comincia in un certo modo a fidarsi anche delle bugie che questa narrazione gli propone per tranquillizzarlo. A questo punto Marrello parte con il delirio vero e proprio e inanella una dietro l’altra una serie di tavole senza griglia: riusciamo a distinguere le vignette, ma siamo davvero sicuri che lo siano?

Quella riga così netta (ma non così tanto da essere riconoscibile come tale) è il confine tra una vignetta e l’altra oppure il declivio che divide un monte da una pianura? Quella linea dell’orizzonte divide il mare e una parete rocciosa oppure è lo spazio bianco che delimita la distanza tra una vignetta e l’altra? Marrello gioca con la percezione dello spettatore, crea paesaggi aberranti con linee che sono tali (e naturali) o forse no, forse sono semplice narrazione e suggestione. Viene naturale perdersi in quelle tavole alla ricerca di punti di riferimento, di un orientamento che possa svelarci la vera natura di quell’immagine.

In uno scritto del 1934 intitolato Alcuni appunti sulla narrativa interplanetaria, H.P. Lovecraft stilava una serie di regole che lo scrittore esordiente che voleva cimentarsi con il racconto fantastico avrebbe dovuto seguire per fare della vera letteratura (da contrapporre allo sci-fi delle riviste pulp che Lovecraft tanto odiava). Verso la fine del saggio, lo scrittore di Providence scrive:

Ma il vero nucleo della storia dovrebbe risultare qualcosa ben lungi dai particolari costumi e aspetto di un’ipotetica razza d’un altro mondo. Dovrebbe trattarsi, in altre parole, della pura e semplice meraviglia nel trovarsi lontano dalla Terra.
[Traduzione di Massimo Berruti e Claudio De Nardi]

Con il suo Lovecraft catodico, Marrello riesce a restituirci questo strano e non confortevole senso di meraviglia. Lo fa in maniera viscerale, prediligendo l’atmosfera e non l’azione (sempre citando il saggio di cui sopra) e, caso più unico che raro, utilizzando tutti gli strumenti che il fumetto mette a disposizione, per ricreare la complessità emotiva della scrittura di Lovecraft.

Il regno artificiale
di Francesco Marrello
Retina Comics, 2016

 

The squirrel machine | Invenzione, esplorazione, iniziazione

Quando ci si trova davanti a fumetti strani diventa spesso automatico interrogarsi in quale livello di realtà sia ambientata la storia, in modo da potersi dare spiegazioni su quel che accade e avere un punto di vista sulla narrazione per costruirsi un guida sicura che sappia scortarci all’interno del racconto. Nel prologo di The squirrel machine, Hans Rickheit affida la narrazione alla voce fuori campo del protagonista. La prima frase è: Gli occhi si aprirono riluttanti. Il protagonista, addormentatosi in un bosco, si rialza e si avvia verso la sua abitazione.

Pochi dubbi: in The squirrel machine tutto è reale. Inutile arrabattarsi attorno al significato delle immagini criptiche, degli oggetti inquietanti o della strana planimetria della casa attorno a cui ruotano le vicende, sarebbe come buttare via il proprio tempo. Molto meglio farsi affascinare dai macchinari senza rivestirli di significato, meglio farsi confondere dalla scenografia mobile invece che tentare di ricostruirne e azzardarne un senso. Il fumetto di Rickheit non è fatto di simboli e di metafore, di sogni e allucinazioni: quello che vediamo non rappresenta altro di fuori di quello che già è. Anche le sporadiche scene oniriche acquistano nel tessuto del racconto una solidità che le riporta con forza in una dimensione terrena e umana, diventano indistinguibili dalla realtà in quanto guidate dai medesimi principi e dalla medesima percezione. Per questo è importante cominciare a leggere The squirrel machine con in testa queste coordinate per  non lasciarsi distrarre dal desiderio di avvicinare questa storia al nostro mondo e alla nostra forma di pensiero, o si rischia di ridurre la portata emotiva e il lavoro dell’autore solo per la nostra abitudine di cercare sempre un significato in ciò che non comprendiamo.

A Rickheit d’altronde non interessa nemmeno per un istante tessere un legame tra il nostro mondo e quello dei fratelli Torpor, semmai ogni suo sforzo è volto a sottolinearne l’esclusività, a tagliarci fuori dalle molteplici pareti della loro abitazione. Ne è un esempio lampante il modo in cui Rickheit racconta allo spettatore la sperimentazione musicale che impegna i fratelli Torpor per buona parte del libro: non ne conosciamo l’ispirazione, le motivazioni, l’idea dal quale è scaturito il tutto. Conosciamo solo in parte come vengono costruiti gli strani strumenti musicali e possiamo solo immaginarne il suono (quelle poche volte che vengono suonati) perché invece che alle onomatopee Rickheit si affida al semplice disegno di una nota. Questo è il mondo dei fratelli Torpor e noi siamo ospiti indiscreti e indesiderati che cercano di dare un senso a cose non riescono a comprendere. Ne esce fuori una narrazione stranamente intima, che inquieta il lettore non solo per gli accadimenti ma per il perpetuo e insondabile mistero in cui tutto è avvolto.

A inquietarci nel fumetto di Rickheit infatti, non è tanto l’aspetto grafico (seppur anch’esso costantemente volto a perturbare la lettura), quanto il costante alone di mistero che avvolge le azioni e i pensieri dei due protagonisti. Di più: che avvolge tutta la loro esistenza. Il mistero più grande è infatti l’invisibile figura paterna costantemente evocata, una presenza ingombrante che sembra influenzare ancora le vite dei Torpor. Di lui sappiamo solo che è morto, che era un militare, che ha voluto un’educazione rigida per i suoi figli e che ha sacrificato tutto per costruire la grande casa in cui abitano. Man mano che i due fratelli scoprono nuove zone, nuove stanze e corridoi, nuove ali dell’edificio sembrano venire in contatto con qualcosa che loro padre teneva loro nascosto. Perché quei passaggi segreti, quelle stanze misteriose, quelle enormi aree nascoste dai muri? Non ci è dato saperlo, mai. Anche il mistero stesso dell’abitazione è una cosa che Rickheit suggerisce con continuità evitando però di metterla in primo piano, come a voler fabbricare una backstory per i due protagonisti ma con la volontà espressa di non portarne mai a termine la costruzione: rimane solo un inquietante scheletro alle loro spalle che veglia e manipola le loro vite nel silenzio.

Le frequenti esplorazioni dell’abitazione diventano quindi il modo per i due fratelli di riappropriarsi delle loro vite, ed è per questo motivo che in fondo The squirrel machine non è altro che una storia di iniziazione in cui tutti gli elementi del fumetto (la creatività, la sessualità, il rapporto con la città, quello con la madre, la pressione della figura paterna) convergono per creare una complessa saga familiare e il conseguente cammino dei due protagonisti verso l’indipendenza.

Scansando qualsiasi allegoria e metafora portando tutto sul duro piano del reale, Rickheit costruisce un fumetto grottesco con una narrazione inaspettatamente intima nel suo costruire l’adolescenza dei Torpor.

The squirrel machine
di Hans Rickheit
Traduzione di Valerio Stivè
Eris Edizioni, 2017

In silenzio | Storia di un corpo immerso in un fluido

In silenzio è la storia di un corpo. Certo, nella trama ci sono anche una coppia, un’escursione, persone che si perdono per un istante e poi ricompaiono, ma più che altro il fumetto di Audrey Spiry è la storia di un corpo, quello di Juliette. Capito questo è bene abbandonare la trama, lasciarla scorrere in sottofondo e non darle troppe attenzioni, così da concentrare la lettura su quel corpo che la Spiry immerge in un elemento che non solo gli è estraneo, ma nei cui confronti prova una certa avversione: l’acqua.

Sin dalle prime pagine l’autrice trasforma i corpi di tutti i personaggi in un materiale malleabile che la natura che li circonda si diverte a modificare, plasmare e stravolgere. Così il vento scompiglia le loro carni, il sole le sovraespone sino a renderle bianche e infine l’acqua le rende liquide. Nella descrizione di come questa natura giocosa e implacabile modifica i corpi dei personaggi, la Spiry monta sul suo segno realistico un registro quasi cartoonesco pieno di deformazioni e aberrazioni, ed è questo il punto di partenza in cui comincia a scomporre i corpi sino ad astrarli completamente e renderli sono scie e macchie di colore tra i flutti del fiume. Lo scopo della Spiry però non è solo quello di raccontare gli effetti della natura sul corpo umano, quanto utilizzare lo stesso come una scultura con cui può dare forma e movimento alle sensazioni interiori di Juliette.

Non a caso i due momenti migliori del graphic novel riguardano proprio due sensazioni che l’acqua amplifica, due momenti in cui Juliette smette di essere umana e diventa pura e cieca emozione. Nel primo caso Juliette deve tuffarsi in acqua da una sporgenza abbastanza alta. Mentre si prepara per il tuffo sente la paura e sente il vento, il suo corpo comincia a sfilacciarsi nell’aria e infine spicca un salto nel vuoto. Per una intera pagina la Spiry rinuncia a qualsiasi gabbia e simmetria e crea una tavola sbilanciata e sgraziata, con un sacco di spazio bianco al margine sinistro mentre dall’altro lato il corpo di Juliette esplode e viene deformato per poi ricomporsi (insieme alla gabbia) soltanto nella pagina successiva. Più avanti Juliette si perde invece all’interno di una grotta. Qui l’acqua come l’abbiamo vista finora scompare: diventa una superficie nera lucida dove i corpi mutano in terrificanti rifrazioni e non esistono punti di riferimento. Allo smarrimento di Juliette la Spiry innesta un ricordo e l’acqua scura diventa una notte.

In fondo questo In silenzio è bello leggerselo senza badare alle parole. La Spiry costruisce una regia solida con alcune idee davvero centrate e una propensione non scontata al racconto puro delle emozioni. Peccato che anche lei sembra ancora poco consapevole delle proprie capacità narrative e usa come inutile rete di salvataggio una storia scontata che nulla aggiunge. Poco male, ignoratela e seguite le immagini, fatevi trasportare dalla corrente.

In silenzio
di Audrey Spiry
Traduzione di Elisabetta Tramacere
Diabolo Edizioni, 2016

Malloy: gabelliere spaziale | L’epica del capo chino

Non avete sempre trovato molto divertente il fatto che la parola più celebre pronunciata dal più celebre degli eroi italiani sia stata “Obbedisco”? L’atto eroico su cui venne fondata la nostra nazione è una frase urlata a capo chino da uno che voleva l’Italia repubblicana e invece l’ha consegnata senza troppi problemi alla monarchia. Ricordate l’iconografia classica del Garibaldi, quei ritratti con lo sguardo ispirato, la barba severa, il viso rivolto all’orizzonte infinito, e poi mettetegli in bocca quella parola da cui spira l’olezzo di un compromesso. Garibaldi obbedisce e qui sta il suo atto eroico: dimenticare i propri ideali per fare ciò che gli veniva richiesto.

Da questo primo “Obbedisco!”, per l’uomo italico è stato un cammino tutto in discesa: il suo corpo si è piegato, arrotondato, incurvato per rispondere in maniera aerodinamica alle sollecitazioni e agli ordini non più di un Re ma di un direttore. Così Garibaldi divenne Fantozzi, e fu il compimento di un’evoluzione naturale e inevitabile. L’eroe italiano definitivo non solo obbedisce, non solo prende sberle ma ringrazia anche. Si bea della sua patetica vita impiegatizia, si ritaglia qualche momento di superficiale felicità e passa tutto il tempo a mitigare il Garibaldi che ancora gli pulsa dentro ma che vede bene di non liberare perché sa che ogni moto di orgoglio porta con sé l’ennesimo e inevitabile rientro nei ranghi al grido (poco nobile) di “Obbedisco!”.

Il Malloy: gabelliere spaziale di Taddei e Angelini sta a metà strada tra Garibaldi e Fantozzi. Del primo conserva lo spirito d’avventura, la spavalderia e un certo esotismo, del secondo invece condivide il lavoro da impiegato, il totale asservimento al suo superiore e un amore puro per la sua mostruosa famiglia. È questa forse l’operazione più coraggiosa di un libro che si prende già tantissimi rischi: fare dell’eroico protagonista un servo puro, uno scaltro collaborazionista del Potere Forte pronto a fare di tutto pur di portare al termine la missione assegnatagli ed esaudire qualsiasi richiesta gli venga fatta dai piani alti dell’Impero. Taddei e Angelini inseriscono questo aspetto fondamentale nel personaggio, tenendocelo quasi nascosto: il servilismo di Malloy non è mai totalmente manifesto e sicuramente non adombra il carisma del personaggio che anzi, svincolandosi dal classico viscidume del ruolo, si arricchisce di questo contrasto e ne fa la sua caratteristica principale. E infatti il lettore per tutto il tempo non può che stare dalla parte di un crudele e spietato esattore delle tasse, nei cui confronti non riesce mai a provare un odio reale e giustificato, semmai ne ammira la determinazione, l’abnegazione sul posto di lavoro, le gesta eroiche. E gli invidia forse più di ogni altra cosa, la sua radicata mediocrità. Malloy è un protagonista ambiguo, un mercenario che assurto al ruolo di personaggio principale, si trasforma in eroe in quanto ci è impossibile non condividere il suo sistema di valori.

Al termine della sua avventura Malloy scopre tutti i segreti dell’Universo. Fosse un personaggio di Lovecraft ora il prode avventuriero si troverebbe delirante e incatenato nella cella di un manicomio, e invece lui come niente fosse torna a casa, abbraccia la moglie e si mette a giocare coi figli come un normale impiegato. La mediocrità è il premio finale per il lavoro svolto e l’unico approdo possibile per ogni essere vivente dedito alla sopravvivenza, e questo per Malloy è giusto e normale. Se anche Anubi finiva con l’abbracciare un futuro mediocre da essere umano facendosi però carico di tutta la sofferenza che ne derivava, Malloy non soffre della sua condizione e dimentica senza troppi patemi la complessità delle meccaniche celesti per trovare finalmente la pace tra le mura domestiche. Che sia forse questa la “divina stupidità dell’eroe” di cui parlava Alfred Tennyson descrivendo Garibaldi, l’affrontare il campo di battaglia, sopravvivergli e poi tornare alla vita quotidiana senza sindrome post-traumatica? Che sia forse questo il segreto per una vita felice?

Anzi, meglio dire “l’illusione di una vita felice”, visto che la genesi che apre il fumetto è un incipit oscuro in cui Taddei cancella il libero arbitrio dall’Universo rendendo tutti i personaggi marionette manovrate da qualcuno più grande e potente di loro. Questa intuizione si riflette sulla struttura della prima parte del libro, che infatti si appoggia su una narrazione a matrioska inversa, con Malloy che parte dal nucleo e allarga la propria visuale in un movimento a zoom potenzialmente infinito quando si tratta di definire i livelli intermedi, ma che vede comunque sopra tutto e tutti il potere del Paravantz come grande involucro che contiene e soprintende a ogni cosa. E’ sorprendente in questa prima parte il ritmo forsennato con cui Taddei e Angelini gestiscono la narrazione, non tanto con la regia della tavola (pressoché uniforme) ma con cambiamenti continui che modificano il corso della storia. La frequenza con cui i due attuano questi cambi di rotta è vertiginosa, così come l’avvicendarsi continuo di nuove ambientazioni e nuovi personaggi ci restituisce l’idea di un mondo precario e di esistenze se non fasulle, sicuramente poggiate su un piano instabile.

Ancora una volta Simone Angelini si rivela la scelta giusta e meno scontata per descriverci un mondo agonizzante e un’umanità alla deriva, anche se con  Malloy può finalmente mettersi alla prova su un universo graficamente più ricco rispetto al microcosmo rinsecchito e sintetico di Anubi. Il disegnatore mantiene il suo tratto semplice e incartapecorito pur arricchendolo nei dettagli, nelle scenografie e nei costumi, ottenendo così delle immagini che ci riportano sia a una certa essenzialità sovietica, sia al ruvido dinamismo della Marvel degli inizi. E mentre Angelini riduce tutto al necessario, Marco Taddei spinge l’acceleratore sui barocchismi di un linguaggio che si divide tra lo spaventoso burocratese e un grammelot picaresco che pare preso di peso dall’Armata Brancaleone e trasportato in queste disastrate galassie.

Ma il bello deve ancora venire. Dicevamo appunto che i primi due capitolo sono un turbine di eventi, personaggi e luoghi narrati a una velocità così spaventosa da desiderare quasi un rallentamento (ho fatto una prova dividendo questi capitoli in episodi più brevi e niente: Malloy sarebbe una serie mensile perfetta). Arrivati al climax, Taddei e Angelini frenano ma a modo loro, ovvero eliminando qualsiasi tipo di azione: da questo punto in poi ci aspetta un monologo di venti tavole che in una situazione normale si bollerebbe come un noioso e interminabile spiegone. Lo è. È titanico, mastodontico, un monolite di parole che mette le vertigini. Doveva essere così per rendere ancora più evidente il senso di oppressione che vuole trasmettere. Le parole di Taddei hanno una forza evocativa (e una inaspettata chiarezza nonostante la complessità della struttura del monologo, dei temi trattati e del linguaggio utilizzato) fuori dal comune, ti si siedono in petto e spingono fino a farti respirare quel tanto che basta per ricordarti che sei ancora vivo. Qui Angelini mostra i muscoli e gestisce i wall of text di Taddei con una regia perfetta che non ci fa mai perdere la concentrazione sul testo, ci alleggerisce la lettura e la arricchisce con una recitazione ancora più straniante rispetto alla prima parte del fumetto.

Tra un parlamento di giocatori di ping pong che pare un incrocio tra Nanni Moretti e Veroheven, scheletri dorati, maiali, banchieri e rivoluzionari con il nome di multinazionali, Malloy: gabelliere spaziale non conferma solamente il coraggio di Taddei e Angelini nell’affrontare un genere a loro apparentemente distante, ma anche la loro capacità di adattare quel genere non tanto alle proprie capacità espressive quanto ai temi che sono a loro più cari. E infatti Malloy: gabelliere spaziale diverte come una space opera un po’ weird ma è anche l’ennesimo tassello della ricerca esistenziale che i due autori stanno conducendo sin dal loro esordio.

Malloy: gabelliere spaziale
di Marco Taddei e Simone Angelini
Panini 9L, 2017

Vivono in me | Case stregate e vite programmate

Ho sempre trovato che l’inserimento nei fumetti di Jesse Jacobs di temi relativi all’ambiente, al vegetarianesimo e più in generale al rapporto etico e mistico tra uomo e natura, fossero inevitabili. Non li ho mai percepiti come temi realmente sentiti dall’autore, quanto più come frutti dello sviluppo organico del racconto. È una cosa che Jacobs non può evitare, le sue storie lo portano lì e lui non può farci niente. Anzi, non le sue storie, ma i luoghi in cui le ambienta. È da lì che nasce tutto.

Ogni libro di Jacobs è un microcosmo che risponde a regole proprie, che sia un’aliena meta turistica, un Eden capriccioso o la casa stregata protagonista di Vivono in me, il suo ultimo fumetto edito da Hollow Press. Sono habitat che, come nella realtà, sviluppano forme di vita, reazioni sociali, tracciano le coordinare spazio-temporali di un mondo che non ha nulla a che fare con nessun altro già esistente. Si potrebbe dire che nel lavoro di Jacobs è il contenitore a sviluppare e dare forma al contenuto, ponendo regole proprie nell’incedere della storia e nel dispiegamento delle tematiche. Non è un caso che, sovvertendo le regole del genere, la casa protagonista rivela sin dalla prima tavola la sua natura maligna: a Jacobs preme anzitutto definire ciò che è il suo contenitore, stabilirne i confini e le caratteristiche e difatti investe gran parte delle pagine a sua disposizione proprio a descriverci l’abitazione.

Lo fa con intelligenza, obbligandoci a seguire la visita della casa che un agente immobiliare sta presentando a una giovane coppia, ancora ignara di ciò che le spetta. Qui comincia il vero divertimento di Jacobs che tra architettura escheriana, cucine pieghevoli, mobili che prendono vita e stanze immateriali, catapulta marito e moglie in un incubo al flash forward in cui consumano la loro intera esistenza da coniugi all’interno di quelle quattro mura e della finestra temporale in cui avviene la visita. Più che una riflessione sulla vita di coppia, questo terrificante flash forward è la piastra di Petri in cui Jacobs osserva il naturale svolgimento della vita con uno sguardo all’apparenza leggero ma che risulta quasi immediatamente inquietante.

E’ un tipo di orrore quello trasmesso da Vivono in me, che nasce dal dubbio dell’esistenza di uno schema prestabilito nelle nostre vite, di una forza superiore che ci ha messo su binari da cui ci è impossibile deragliare. E se Jacobs usa all’inizio lo schema rigido della visita e l’accelerazione temporale, la sensazione di essere realmente oppressi da un’entità misteriosa arriva quando compaiono le digressioni geometriche che sono ormai diventate il marchio di fabbrica della narrazione dell’autore canadese. In Vivono in me la geometria si fa più sintetica ed essenziale trasformandosi in una sorta di geroglifico, una scrittura astratta e abietta che sembra regolare le nostre vite, una sorta di scheda di programmazione del destino personale di ogni uomo.

Vivono in me è un racconto nero che nasconde sotto un’apparente leggerezza un’idea cupa della vita umana, ma al contempo ci affascina e ci meraviglia mostrandoci lo spettacolo di una natura continuamente rigenerata da una forza mistica e organica che l’uomo sembra ormai avere perduto.

Vivono in me
di Jesse Jacobs
Traduzione di Valerio Stivè
Hollow Press, 2017

Cry me a river | Aggiustare le tubature di un amore agli sgoccioli

La cosa più spaventosa che possa capitare a una coppia è accorgersi che il legame sentimentale si è rotto senza una reale motivazione. Nessun tradimento e nessuna colpa, solo un rapporto che si è ormai usurato ed è (forse) destinato a finire. Per uscire da questa impasse la soluzione più comoda è creare un problema che possa essere utilizzato come scusa, portare fino al punto di rottura e vedere cosa succede. È una soluzione immatura, persino crudele a volte, ma rende le cose molto più semplici per la gestione immediata, e molto meno cupe perché sembriamo suggerirci che un nuovo futuro è possibile in un momento in cui davvero no, al futuro nemmeno ci si crede.

Non è un caso che nel loro appartamento i due protagonisti di Cry me a river abbiano appeso un poster che recita la frase The future will be astounding, proprio in un momento in cui una crisi di coppia li ha impelagati in un presente molle, confortevole e soffocante come gelatina. Nelle prime pagine del suo nuovo fumetto, Alice Socal ci mostra il patetismo di quella scritta motivazionale, che fa da contrappunto (quasi) ironico all’amore in fase terminale che ha appena cominciato a raccontarci, come se la dichiarazione di intenti stampata su carta e appesa su una parete possa davvero portarci a immaginare un futuro sbalorditivo. Qualche pagina dopo la Socal rincara la dose facendo dire al suo protagonista parole altrettanto cariche di significato e così vuote negli intenti reali: Una svolta ci aiuterà a capire. Sì certo, come se una svolta non servisse – per l’appunto – semplicemente a cambiare strada ma a capire cosa non va.

Così come accadeva in Sandro, Alice Socal sfrutta inizialmente le banalità con cui anni di letteratura scarsa e di cinema dozzinale ci hanno abituato a trattare la fine di un rapporto, per poi intraprendere un percorso autonomo lontano dai consueti meccanismi narrativi. In Cry me a river la fine di un amore non è la scena di un delitto con gli investigatori alla ricerca di un movente, di prove e collegamenti, non diventa mai un gioco di logica alla ricerca di uno o più colpevoli. Per la Socal l’amore è immateriale e inspiegabile e sfugge quindi alle regole di causa-effetto che governano il mondo reale, svincolandosi così dalla ricerca di colpe, vendette e assoluzioni utilizzate per risolvere la crisi sentimentale. Cry me a river abbandona presto la sfera terrena e ne abbraccia una quasi totalmente spirituale, dove la realtà è marginale in quanto conseguenza di un percorso interiore, e dove non esiste alcuna terapia di coppia e nessun agente esterno ma solo un percorso parallelo dei due protagonisti fatto di rivelazioni mistiche, allucinazioni, visioni oniriche, animali guida che cominciano a popolare la loro vita quotidiana e piano piano li portano a prendere coscienza della loro situazione.

Mentre il resto del mondo rimane impermeabile ai sentimenti che animano i protagonisti, il tratto della Socal subisce forti infiltrazioni e si fa liquido prendendo in parola l’esortazione del titolo: piangi un fiume per me, e così accade. Per ogni lacrima versata dai protagonisti, il tratto della Socal toglie loro tridimensionalità, ne prosciuga le espressioni sino a sintetizzare al massimo i loro volti riducendoli a un minimo comune denominatore fatto di espressioni delineate con quattro righe e nessun reale segno distintivo sul volto (come hanno invece tutti gli altri personaggi). I due personaggi diventano quindi due ectoplasmi che abitano una casa di emozioni, rimorsi, futuri possibili, come se l’autrice volesse renderli forze invisbili ma palpabili all’interno del fumetto.

È quando ci accorgiamo della totale noncuranza che proviamo per i protagonisti che figuriamo per la prima volta lo sforzo che la Socal richiede a noi lettori: pensare a questa storia d’amore in dirittura d’arrivo come a un racconto che segue l’andamento delle emozioni e non quello di una trama. Lo scopriamo nel modo più drastico possibile, ovvero quando ci scopriamo privati dei personaggi, l’unico appiglio che credevamo possibile. Ci aggrappiamo così allo scheletro di quel che resta: i disegni, la composizione della tavola, l’interazione tra le varie sequenze. La nostra ancora di salvezza diventa il Fumetto stesso.

Man mano che la distanza tra reale e immaginario si assottiglia,  permane solamente l’emozione con tutta la sua mancanza di logica e di coerenza, una latitanza che la Socal utilizza come base per la struttura del suo fumetto che si fa via via sempre più immateriale con un movimento che non definirei dissolvenza quanto rarefazione. Non c’è infatti nella regia alcuna fluidità perché Cry me a river non è fatto della materia morbida e malleabile di cui sono fatti i sogni, ma della violenza e del lirismo di cui sono fatte le allucinazioni. Prendete la sequenza in cui Lei e L’Altro si rotolano nella neve e vengono inghiottiti. A questo punto dovremmo immaginarci una vignetta complementare (non so, i due sbucano da qualche altra parte) oppure una che ci dia l’idea di un cambio di scena netto. La Socal invece ci piazza una lunga sequenza in soggettiva con la protagonista sepolta nel letto che guarda il soffitto mentre Lui esce di casa. Mentre il suo sguardo si fissa su quell’angolo di appartamento, la percezione dell’ambiente che la ricorda si fa sempre meno acuta: si perdono particolari sino a conservare solo poche linee, tratti portanti di un’architettura che perde significato sino a trasformarsi nell’abbozzo di un cuore sciancato che si rivela poi essere nelle sequenze successiva il copricapo de L’Altro. In questa lunga scena non c’è grazia, non c’è fluidità, non c’è armonia. Come la protagonista, il tratto della Socal vorrebbe essere dolce e leggiadro ma rivela una gravità e una brutalità con cui siamo obbligati a fare i conti. L’atmosfera non è onirica ma febbrile, non è dolce ma angosciata, e così la narrazione ci mette davanti agli occhi l’emozione spogliata di qualsiasi positività, il cadavere martoriato e depredato di un amore finito.

Cry me a river è un racconto di emozioni non filtrate, che private di un background mostrano tutta la loro fragilità, l’incoerenza ma anche la forza con cui cercano di sopravvivere nonostante tutto. Una forza che Alice Socal fa manifestare attraverso le numerose creature che popolano il libro: il verme del caos, i due cani, il gamberone e l’uomo-cane. Se nel precedente fumetto Sandro era l’ingombrante spettro del passato, qui gli animali (reali o immaginari, poco conta) sono fantasmi del Natale presente che mostrano ai due protagonisti il sentimento che li lega oggi e ora, escludendo dall’orizzonte l’angoscia nei confronti di quel futuro che era diventato per loro il luogo dove confinare le paure e i timori in modo da non affrontarle nel presente.

Succede così che quando, con stupida semplicità, i due cascano nuovamente dentro il presente del loro rapporto, l’architettura terrificante di quel  futuro angoscioso crolla sotto il loro sguardo bonificato dalle lacrime e ora lucido al punto giusto per fissare l’orizzonte, scostare le macerie e pensare a domani.

Cry me a river
di Alice Socal
Coconino Press, 2017

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