Vivono in me | Case stregate e vite programmate

Ho sempre trovato che l’inserimento nei fumetti di Jesse Jacobs di temi relativi all’ambiente, al vegetarianesimo e più in generale al rapporto etico e mistico tra uomo e natura, fossero inevitabili. Non li ho mai percepiti come temi realmente sentiti dall’autore, quanto più come frutti dello sviluppo organico del racconto. È una cosa che Jacobs non può evitare, le sue storie lo portano lì e lui non può farci niente. Anzi, non le sue storie, ma i luoghi in cui le ambienta. È da lì che nasce tutto.

Ogni libro di Jacobs è un microcosmo che risponde a regole proprie, che sia un’aliena meta turistica, un Eden capriccioso o la casa stregata protagonista di Vivono in me, il suo ultimo fumetto edito da Hollow Press. Sono habitat che, come nella realtà, sviluppano forme di vita, reazioni sociali, tracciano le coordinare spazio-temporali di un mondo che non ha nulla a che fare con nessun altro già esistente. Si potrebbe dire che nel lavoro di Jacobs è il contenitore a sviluppare e dare forma al contenuto, ponendo regole proprie nell’incedere della storia e nel dispiegamento delle tematiche. Non è un caso che, sovvertendo le regole del genere, la casa protagonista rivela sin dalla prima tavola la sua natura maligna: a Jacobs preme anzitutto definire ciò che è il suo contenitore, stabilirne i confini e le caratteristiche e difatti investe gran parte delle pagine a sua disposizione proprio a descriverci l’abitazione.

Lo fa con intelligenza, obbligandoci a seguire la visita della casa che un agente immobiliare sta presentando a una giovane coppia, ancora ignara di ciò che le spetta. Qui comincia il vero divertimento di Jacobs che tra architettura escheriana, cucine pieghevoli, mobili che prendono vita e stanze immateriali, catapulta marito e moglie in un incubo al flash forward in cui consumano la loro intera esistenza da coniugi all’interno di quelle quattro mura e della finestra temporale in cui avviene la visita. Più che una riflessione sulla vita di coppia, questo terrificante flash forward è la piastra di Petri in cui Jacobs osserva il naturale svolgimento della vita con uno sguardo all’apparenza leggero ma che risulta quasi immediatamente inquietante.

E’ un tipo di orrore quello trasmesso da Vivono in me, che nasce dal dubbio dell’esistenza di uno schema prestabilito nelle nostre vite, di una forza superiore che ci ha messo su binari da cui ci è impossibile deragliare. E se Jacobs usa all’inizio lo schema rigido della visita e l’accelerazione temporale, la sensazione di essere realmente oppressi da un’entità misteriosa arriva quando compaiono le digressioni geometriche che sono ormai diventate il marchio di fabbrica della narrazione dell’autore canadese. In Vivono in me la geometria si fa più sintetica ed essenziale trasformandosi in una sorta di geroglifico, una scrittura astratta e abietta che sembra regolare le nostre vite, una sorta di scheda di programmazione del destino personale di ogni uomo.

Vivono in me è un racconto nero che nasconde sotto un’apparente leggerezza un’idea cupa della vita umana, ma al contempo ci affascina e ci meraviglia mostrandoci lo spettacolo di una natura continuamente rigenerata da una forza mistica e organica che l’uomo sembra ormai avere perduto.

Vivono in me
di Jesse Jacobs
Traduzione di Valerio Stivè
Hollow Press, 2017

Misdirection| Farsi distrarre e scoprirsi moralisti

La misdirection è una tecnica usata dagli illusionisti per direzionare l’attenzione del loro pubblico. Tramite i movimenti del corpo, il tono della voce e alcune tecniche psicologiche, i prestigiatori riescono a indirizzare la traiettoria del nostro sguardo su particolari che ci distraggono da ciò che sta accadendo realmente sotto i nostri occhi. Così, concentrati sui movimenti sinuosi della mano sinistra, non ci accorgiamo quel che fa la mano destra.

Sin dal titolo del suo fumetto Lucia Biagi ci mette in guardia da questo fenomeno. Lo piazza addirittura in copertina come un avvertimento, dicendoci chiaro e tondo di leggere Misdirection avendo ben presente le alte probabilità che il nostro sguardo possa essere indirizzato dove meglio crede l’autrice. E come nei migliori giochi di prestigio, la cosa è anzitutto piacevole. L’idea di rendere il fumetto una sorta di thriller investigativo con protagonisti una ragazzina pedante e un ragazzo albino, funziona e tiene in piedi senza difficoltà la struttura narrativa. Non solo, le indagini diventano per la Biagi l’occasione perfetta per costruire i rapporti sociali tra gli abitanti e tracciare un loro profilo che a conti fatti ci tornerà più utile per avere un’idea generale dell’aria che si respira in paese invece che per scovare il colpevole del misfatto.

Il verde acqua e il viola che campeggiano sulla copertina, diventano anche all’interno gli unici due colori con cui Lucia Biagi dà forma a questa cittadina di montagna di cui riusciamo a respirare l’atmosfera statica e noiosa tipica delle località montane nei mesi estivi. Da qui si innesta un meccanismo narrativo dall’incedere lento ma progressivo che Federica, la protagonista, sembra voler velocizzare con i suoi spostamenti. Ma i suoi tentativi sono vani e la città sembra una gelatina che rallenta i suoi movimenti. Le uniche interferenze all’incedere del racconto sono dei piccoli riassunti degli accadimenti che simulano le animazioni in stop-motion realizzate da Federica. Questi sono forse i momenti meno convincenti del racconto, che trovano una loro utilità esclusivamente come intermezzo ma non riescono a dimostrare di avere una reale rilevanza all’interno della narrazione.

Ma andiamo oltre. Il secondo modo con cui la Biagi ci distrae dal suo vero intento è dirottare la nostra attenzione su una tematica dichiarata: la percezione della donna (anzi, in maniera ancora più specifica, la percezione che si ha delle ragazze) nella società. È un tema che viene reso volutamente manifesto in un più di un passaggio del fumetto, e spesso anche con una capacità di sintesi davvero potente. Come ad esempio quel Credo di aver capito che una ragazza sbaglia sempre, che pur arrivando nelle ultime pagine, si impunta nella storia come un perno attorno a cui far ruotare tutto. E infatti è la frase che campeggia anche in quarta di copertina, nella maggior parte delle recensioni e delle condivisioni sui social. È giusto. D’altronde la frase è potente e non è un imbroglio: Misdirection parla davvero di questa percezione, solo che la Biagi per renderla ancora più efficace allarga ulteriormente lo spettro dell’analisi e con coraggio va a colpire il nostro sguardo moralista. Lo fa imprimendo più forza possibile nel colpo, per farci rendere conto dei nostri limiti, per farci più male.

Lucia Biagi lo fa anzitutto tradendo la fiducia instauratasi tra il lettore e la protagonista, un rapporto basato quasi esclusivamente sulla condivisione di un universo morale. Federica fa sempre la cosa moralmente più corretta: per aiutare l’amica si mette in pericolo, rinuncia al proprio smartphone, toglie tempo alle proprie vacanze, rompe persino un’amicizia. Ci è impossibile non stare dalla parte di questo personaggio dal cuore puro pronto a tutto pur di trovare Noemi e di salvarla. Quando però le due si incontrano, hanno un dialogo fulmineo e secco, dove Noemi ridimensiona l’eroismo di Federica in un ribaltamento dove la moralità che fino a poco prima invidiavamo al personaggio, rivela delle sfumature moraliste che inevitabilmente finiamo nostro malgrado col condividere. La Biagi mette in atto un ribaltamento di prospettiva sconvolgente per il lettore, che di punto in bianco si ritrova a empatizzare con un personaggio che fino a qualche minuto prima magari non arrivava a disprezzare, ma sicuramente compativa a causa dei suoi comportamenti.

È un cambio prospettico che ci costringe non solo a rivalutare il nostro rapporto con la storia raccontata, ma ci obbliga in un certo qual modo a cambiare la forma del nostro pensiero. Passare dalla parte di Noemi (perdonate la semplificazione, in realtà un’altra cosa importante di Misdirection è proprio quella di non fare divisioni tra buoni e cattivi) vuol dire anzitutto fare uno sforzo interiore prima per rivedere i propri giudizi e poi per sospenderli a tempo indeterminato. Perché è troppo facile attaccare Noemi, giudicare i suoi abiti, il suo trucco, le sue amicizie, la sua famiglia. Noemi rivendica il suo diritto di fare ciò che vuole, di pensare quello che vuole in un mondo e in un contesto sociale che invece le continua a suggerire come comportarsi, come vestirsi e con chi uscire. Quella di Noemi (e di Misdirection) è una storia di libertà, di errori e della possibilità di compierli fregandosene non tanto delle conseguenze, quanto del chiacchiericcio paesano di sottofondo.  È una storia di libertà anche per Federica. Anzi, soprattutto per lei che si scopre improvvisamente moralista e colma degli stessi pregiudizi che criticava. E la Biagi non le nega una sorta di lieto fine sommesso ma capace di scaldare il cuore per come descrive un ritorno a una normalità più giusta e consapevole. Nella stessa misura Misdirection pare augurarsi con molta umiltà che questa storia possa diventare anche per noi l’inizio di una demolizione dei nostri pregiudizi e dei nostri moralismi.

Misdirection
di Lucia Biagi
Eris Edizioni, 2017

Tumorama | Disposofobia narrativa (che titolo intelligente!)

In questo articolo di un anno fa basato sulla lettura dei primi quattro episodi di Tumorama (che all’epoca era un webcomic, poi è diventato un volume autoprodotto e ora approda in libreria con Shockdom e completo dei primi dodici episodi), paragonavo il lavoro di Cammello a quello di un accumulatore seriale, che accatasta personaggi, suggestioni, elementi narrativi, per poi svelarci non tanto la logica che c’è dietro l’accumulo, quanto come tutti gli elementi contribuiscono a costruire una struttura che miracolosamente non ci crolla affosso. Non è un caso che ogni episodio di Tumorana cominci come una classica sit-com tra coinquilini ma finisca col catapultarci sempre in situazioni inaspettate e svolta narrative impossibili da prevedere. Questo tipo di narrazione disposofobica rende i primi quattro episodi della serie ricchi di idee e raccordi bislacchi, con elementi all’apparenza distanti che trovano un’armonia capace di far convivere il quotidiano con l’assurdità degli avvenimenti, in un modo che mi ha ricordato i racconti e i romanzi di Kilgore Trout, lo scrittore di fantascienza squattrinato e di poco successo creato da Kurt Vonnegut (qui potete leggerli tutti grazie al lavoro immenso di Michele Orti Manara).

E sono proprio quei raccordi tra un momento assurdo e l’altro, il modo in cui Cammello fa ridere il suo lettore. In Tumorama l’umorismo è un labirinto di curve cieche, di tornanti che il lettore prende a tutta velocità sino a svoltare bruscamente per sorprendersi con qualcosa di inaspettato. Trovandoci improvvisamente sulla nuova strada, non ridiamo per una gag o una battuta, e nemmeno per il surreale che scardina la realtà dal suo posto. In Tumorama ridiamo per il surreale che viene fagocitato dal reale agglomerandosi attorno alla logica del racconto: è il collegamento tra reale e surreale a farci sorridere, ed è il risultato che Cammello ottiene la base su cui costruisce un universo complesso che gli permetta di esprimersi con tutto il suo eclettismo.

Perché dal sesto episodio Cammello aggiunge spessore al suo fumetto e non tanto perché cominciano a intravvedersi gli elementi di una narrazione orizzontale, quanto perché ci propone inaspettati momenti drammatici che risultano davvero convincenti. A un certo punto Cammello comincia a trattare i suoi personaggi con rispetto: Tumorboy e Rubens rimangono gli stessi cazzoni di sempre ma con le scelte sbagliate, le paure e le paranoie con cui Cammello li riveste, tendono a raggiungere una complessità molto umana che ci coglie inaspettatamente. Con l’undicesimo e il dodicesimo episodio Tumorama raggiunge il suo massimo potenziale narrativo. La storia di una pizza è a tutti gli effetti uno spin-off dove non compaiono i protagonisti ma viene raccontato il passaggio all’età adulta di una fetta di pizza. Cammello usa qui un tono volutamente melodrammatico con cui ironicamente si fa scudo, lo sfotte ma in fondo lo sfrutta anche per fare una riflessione per nulla scontata sulla vita e sulle comodità che diventano le nostre prigioni. Il finale della storia dà poi l’occasione a Cammello di concludere il volume con un episodio denso di accadimenti che getta nuove ombre sulla vita è il passato di Tumorboy.

E all’improvviso Tumorama diventa anche un fumetto di supereroi, e la cosa non suona mai come pretestuosa: ancora una volta ci sembra una svolta folle, ma coerente e interessante. Perche Cammello è capace di fomentarci quando fa tirar cazzotti a Tumorboy, di coinvolgerci quando decide di far diventare Tumorama anche una storia di origini e di renderci partecipi dei patemi dei suoi protagonisti senza però farli diventare mai il centro assoluto del suo racconto: ci sono ma vengono utilizzati solo quando servono, proprio come accade con tutti gli altri elementi che Cammello mette sul piatto. Tutto è tangenziale in Tumorama, gli elementi vorticano ai margini mentre al centro si crea una forza invisibile che miracolosamente tiene tutto in piedi: l’umorismo, lo spessore drammatico, la surrealtà, i toni da stoner comedy e quelli da fumetto supereroistico. Cammello ha costruito un habitat che la scienza non riesce a spiegare ma che risulta essere l’ambiente perfetto per poter lasciare libero il suo eclettismo di esprimersi in qualsiasi direzione esso voglia.

Tumorama
di Cammello
Shockdom, 2017

Princesse Suplex | Una storia di amicizia e dropkick

Una texture zebrata riempie la tavola. Grida di incitamento, la voce microfonata di un commentatore e poi una vignetta crea lo spazio adatto per permettere a Jungle Laura e Princesse Suplex di stringersi in un groviglio di muscoli e nervi. Il combattimento tra le due wrestler continua nelle pagine successive fino a quando Princesse Suplex e Jungle Laura si ritrovano ai lati opposti del ring, prendono la rincorsa cercando lo scontro diretto con l’avversario. I corpi si avvicinano, lo scontro è imminente, giriamo la pagina e finiamo in un grigio ufficio in cui Gabi aka Princesse Suplex sta lavorando.

Il lettore dovrà farci l’abitudine a questi salti improvvisi da banale quotidianità a sfavillante lotta corpo a corpo (e viceversa), perché Léonie Bischoff utilizza questo montaggio alternato come scheletro del suo Princesse Suplex, una narrazione fatta di impatti lasciati in sospeso che vengono cristallizzati nel loro punto di massima espressione (emotiva, atletica, estetica). Facile fare un paragone con la sequenza finale del film The Wrestler, in cui il protagonista interpretato da Mickey Rourke spicca il volo dalle corde, esce dall’inquadratura e Darren Aronofsky rimane fermo lì con la macchina da presa. Inquadra il vuoto e poi fa partire i titoli di coda senza farci sapere come finirà l’incontro perché non è quella la cosa che conta.

E il risultato non conta nemmeno in Princesse Suplex, tant’è che il finale dell’incontro nemmeno è disegnato. Anche qui, Princesse Suplex si lancia dalle corde per atterrare su Jungle Laura, ma la Bischoff dopo una splash page, riavvolge il nastro e ci riporta all’inizio dell’incontro con la presentazione e l’entrata in scena delle due wrestler. È una sequenza elettrizzante, in cui si respira davvero il senso di libertà che prova la protagonista a stare sul ring, una sorta di cerimonia pubblica condivisa con un pubblico schiamazzante ma al contempo un momento privato e quasi intimo che vive degli scontri corpo a corpo. Perché per la Bischoff è questo quello che conta, l’emozione distillata che Princesse Suplex trova sul ring e la forza che ne ricava per combattere nella vita reale.

Perché frammentando l’incontro tra le due lottatrici e proponendoci gli estratti della vita quotidiana della protagonista, la Bischoff costruisce anche un’atipica storia di amicizia e dropkick, che prende forma sul ring tra due donne che vogliono solo divertirsi e prendono la cosa dannatamente sul serio. Proprio come Léonie Bischoff, capace di realizzare un fumetto breve e divertente, con qualcosa da dire e le idee ben chiare sul come dirle. Nessun proclama, nessun moralismo, nessuna spiegazione: è la struttura stessa del racconto che ci rivela il suo contenuto.

Princesse Suplex
di Léonie Bischoff
Traduzione di Silvia Uberti
Introduzione di Sara Pavan
2016, MalEdizioni
45 pagine

E così conoscerai l’universo e gli dei | La cosmogonia di Jesse Jacobs

La cosmogonia di Jesse Jacob inizia con una frase lapidaria: il tempo e lo spazio sono morti ieri. Questa dichiarazione d’intenti è un primo elemento per comprendere la strana struttura narrativa di E così conoscerai l’universo e gli dei, primo graphic novel di Jacobs che arriva però in Italia a un anno di distanza dal suo ultimo lavoro, Safari Honeymoon. Una struttura narrativa che sembra infatti giocare con i cadaveri dello spazio e del tempo modellandoli a suo piacimento sino a ottenere una dimensione propria di racconto, dove lo spazio diventa un luogo esplorabile solamente in continui zoom in e zoom out, e il tempo è un parametro sostanzialmente inutile che Jacobs frammenta qua e là nel suo fumetto, senza il rispetto di alcuna cronologia e legandolo invece ai fili tematici del suo racconto.

L’universo per Jacobs parte dal cosmo e non-termina nell’atomo, perché il suo movimento da telescopico a microscopico (e viceversa) ci rivela un mondo fatto di cose che si aprono e ne escono fuori altre di più piccole, come recita la frase finale del libro, dove il punto più alto e vasto d’osservazione è quello divino mentre quello più basso e minuscolo è la chimica della natura. In mezzo ci stanno gli uomini, attratti e contesi dai due elementi, incapaci già allora di gestire carni e pensieri.

D’altronde  le tre divinità che danno inizio al tutto sono più umane di questi proto-uomini, impegnate come sono a sperimentare, invidiare, farsi ripicche, avere intuizioni, ritagliarsi momenti di assoluta crudeltà o di assoluta tenerezza, e cercare di compiacere qualcuno più in alto di loro. Di contro la natura rivela ben presto un’aspirazione se non divina perlomeno mistica, nel suo essere in grado di creare da zero nuove forme di vita proprio come una divinità. E l’umanità, incastrata tra queste due forze, cerca un suo ruolo nell’universo mentre tenta di scoprire ancora sé stessa. Jacobs porta avanti parallelamente e sullo stesso piano temporale le storie di Adamo ed Eva e di Caino e Abele. Il primo uomo e la prima donna (poco più che due primitivi) sono chiamati a guidarci alla scoperta del corpo e delle sue funzioni, che Jacobs ci svela indugiando sui fluidi corporei e sulle carni decadenti. I due fratelli invece ingaggiano tra loro una lotta morale che li porterà verso il finale conosciuto cui Jacobs dona sfumature paleo-vegane e una svolta inaspettatamente splatter.

E non è un caso che alla battaglia tra i due fratelli faccia subito seguito la battaglia tra due dei, che Jacobs trasforma in uno scontro tra kaiju creando un suggestivo flash-forward ambientale in cui il paesaggio teatro del duello progredisce vignetta dopo vignetta trasformandosi da landa desolata a metropoli. In questi due scontri che concludono il volume, l’autore racchiude un po’ il senso ultimo di questo suo Libro della Creazione. Quello di Jacobs è un universo che si è generato dall’unione di opposti, dalla contaminazione continua e indiscriminata che ha portato a una natura autonoma e mutante, quasi che questo libro fungesse da preludio al successivo Safari Honeymoon.

La regia di Jacobs è come sempre controllatissima grazie a una griglia modulare utilizzata con dinamismo e agli interventi psichedelici che qui diventano quasi momenti religiosi, con quelle geometrie escheriane che assumono un contorno mistico e spirituale. Quello che stupisce però è la capacità dell’autore di riuscire a realizzare un libro sulla creazione dell’universo divertente, spietato e capace di non banalizzare i temi che l’argomento si porta dietro ma anzi, apportando al discorso interessanti spunti di riflessione.

Jesse Jacobs ci racconta di un’umanità primitiva e dei due grandi misteri che la circondano, la guidano e la influenzano ogni giorno: quello della natura e quello del divino. Lo fa con grande precisione offrendoci una delle versioni più lucide e originali dell’inizio di tutto quanto, una cosmogonia delirante che cerca di indagare l’origine dell’uomo inscenando uno scontro tra natura e divinità.

E così conoscerai l’universo e gli dei
di Jesse Jacobs
Traduzione di Valerio Stivé
Eris Edizioni, 2017
84 pag.

 

 

Remi Tot in stunt | Martoz, stuntman della realtà

Questa recensione è stata pubblicata precedentemente su WildWood.


Remi Tot è un matematico impiegato presso una società che si occupa di calcoli statistici per le grandi aziende. O almeno, questo è la parte pubblica della sua vita, perché la sua grande passione per la matematica non si ferma di certo al suo lavoro. Remi Tot è uno stuntman della realtà: la sua capacità di calcolo è così potente che può prevedere il futuro. E così il matematico denuda la geometria delle catastrofi e si sostituisce a una vittima predestinata per diventarne l’unico superstite. Perché Remi decide di salvare solo una persona e non tutte le potenziali vittime? Quale teoria si nasconde dietro queste prove empiriche di tragedie annunciate?

Non è facile parlare con il giusto distacco di Remi Tot in stunt, primo graphic novel di Martoz, (MalEdizioni, 2015). Non è facile perché è impossibile che il lettore non venga abbagliato, ipnotizzato e sequestrato dallo straordinario talento grafico dell’autore. Poco importa se siete partiti dalla prima pagina o lo avete solamente sfogliato, Remi Tot in stunt si presenta con un reparto grafico non solo travolgente ma anche originale. Martoz restituisce l’irrequietezza del suo protagonista con un tratto dinamico, incapace di soffermarsi su un unico punto di vista, in cui le anatomie ricordano certe sperimentazioni di Frank Miller portate all’estremo per donare dinamismo ai corpi, sia per accentuarne la prorompente sensualità. Di conseguenza la composizione delle tavole è puro movimento, in un misto di cubismo, astrattismo e futurismo privo di qualsiasi vezzo intellettuale, compiacimento e vanto citazionista: tutto è al servizio del racconto, tutto si trasforma in pura forza espressiva, in muscoli e potenza.E così le sequenze di distruzione sono un concentrato narrativo di deflagrazioni e crolli, smottamenti ed esplosioni, dove lo sguardo dello spettatore è inizialmente disorientato come quello di un superstite, ma poi si ritrova a vagare tra le macerie cercando un senso, qualcosa a cui aggrapparsi. E in queste tavole non c’è confusione, c’è catastrofe. Nella confusione niente si può ricostruire, nella catastrofe invece si può risalire alle dinamiche dei crolli e degli schianti e trovare forse una ragione a tutto questo.Remi Tot in stunt rischiava di essere uno di quei fumetti soffocato dal suo straordinario apparato grafico. E invece Martoz dimostra anche le sue doti da sceneggiatore scrivendo una storia che poggia su tre elementi ben precisi. Il primo elemento, che è anche il più semplice e utile ai fini narrativi, sono le indagini che due poliziotti conducono su queste strane catastrofi e che li porteranno a inseguire il protagonista.

Il secondo elemento narrativo è invece la forma che Martoz dà al suo eroe, se così possiamo definire Remi Tot. Infatti il matematico non è né eroe né antieroe nelle vicende che lo vedono protagonista, ma è rivestito da una sorta di eroismo egoista, quasi da romanzo d’avventura ottocentesco, dove l’eroe è tale non per salvare il mondo o più persone possibili da un evento funesto, ma lo diventa solo per trarre in salvo una persona sola, possibilmente donna, possibilmente incline al bacio post-salvamento. È un romanticismo spavaldo accomunato anche dal tipo di ricerca scientifica che porta avanti Remi, che come un eroe romantico trova la prova empirica delle sue gesta solamente dopo aver enumerato i danni materiali o le vittime sul campo di battaglia.

Il terzo elemento è quello quello più invisibile, impalpabile. Sono le domande, i punti oscuri delle vicenda, le cose non dette e quelle che non si riusciranno mai a scoprire. Martoz riempie la sua storia di misteri senza soluzione, di interrogativi filosofici, di formule matematiche, di punti oscuri su cui non possiamo fare luce. Martoz non ci dà una soluzione agli enigmi, ma solo qualche indizio. Ci obbliga a farci delle domande, forse nel tentativo di spronarci a diventare coraggiosi e curiosi come Remi Tot.

In tutto questo Martoz dimostra di essere un autore che non ha paura di gettarsi con spavalderia nelle stesse imprese impossibili del suo personaggio. Martoz non si tira indietro e sale in sella insieme a Remi Tot affrontando sfide e imprese simili, sgommando sull’orlo della catastrofe e rischiando la pelle. Tutto per qualcosa di misterioso che possiamo solamente immaginare.

Remi Tot in stunt
di Martoz
MalEdizioni, 2015

Benvenuti a Cervellopoli | Esplorare il cervello con Matteo Farinella

Nel 2014 usciva per Rizzoli Lizard un libro interessante, capace di fondere avventura e divulgazione: si intitolava Neurocomic ed era realizzato da Matteo Farinella ed Hana Ros. Con la scusa di un racconto d’avventura, Neurocomic spiegava il funzionamento del cervello, senza limitarsi alle nozioni neurologiche ma sconfinando addirittura nella filosofia. Anzi, il fumetto di Farinella e della Ros non aveva proprio bisogno di nessuna scusa, perché non nascondeva gli intenti divulgativi dietro l’avventura e non utilizzava la scienza per nobilitare il puro intrattenimento. Neurocomic andava fiero della sua doppia natura di testo scientifico e racconto d’avventura, con i due elementi sfruttati al massimo delle loro capacità. Peccato che negli anni in pochi abbiano avuto il coraggio di replicare questa formula non semplice, adagiandosi sui triti stilemi del genere.

Benvenuti a Cervellopoli (Editoriale Scienza, 2017) è l’occasione per Matteo Farinella di tornare all’interno del cranio e spiegare il funzionamento del cervello a un pubblico più giovane rispetto a quello a cui Neurocomic si rivolgeva. Seguiamo così Ramon, un giovane neurone che visita per la prima volta Cervellopoli in modo da capire, una volta diventato adulto, qualche ruolo dovrà ricoprire all’interno del cervello. Sarà compito del maestro Camillo guidarlo a Cervellopoli e spiegargli funzioni e funzionamento di ogni sua parte.

La grande capacità di Farinella è quella di non subordinare il disegno alla divulgazione. In Benvenuti a Cervellopoli non c’è mai un istante in cui le illustrazioni danno la sensazione di essere state messe lì per trasformare dei concetti in un libro per bambini. Testo e illustrazioni sono per Farinella due elementi complementari che si sostengono a vicenda e aiutano la comprensione dei concetti espressi. Per esempio la tavola in cui il maestro Camillo spiega la formazione di un ricordo, è di una semplicità così disarmante che il concetto è chiaro anche senza la lettura delle didascalie esplicative. E non c’è nulla di schematico nella narrazione di Farinella, che invece avanza con un approccio esplorativo (difatti siamo spesso meravigliati dalle architetture e dalla natura immaginate dall’autore) basato su una serie di splash page che esaltano l’effetto panoramico e permettono anche al lettore visitare i luoghi concentrandosi anche sui particolari più nascosti. È qui  che si celano spesso le cose più divertenti e buffe del libro, che suppliscono egregiamente alla mancanza di una trama vera e propria alleggerendo il tono del racconto.

Tra Esplorando il corpo umano ed Escher, Benvenuti a Cervellopoli è un libro che non relega il suo aspetto educativo esclusivamente ai testi ma cerca una strada per farlo soprattutto con i disegni, riuscendo nella difficile impresa di sintetizzare in maniera simpatica e divertente cose non proprio semplici da spiegare. Una lettura perfetta per i bambini, ma interessante anche per gli adulti.

Benvenuti a Cervellopoli
di Matteo Farinella
Editoriale Scienza, 2017