The Rust Kingdom | Una recensione che non parla di spadate

Mi smentisco subito: questa recensione parlerà anche delle spadate. All’inizio non volevo farlo perché quasi tutte le recensioni che ho letto di The Rust Kingdom parlavano giustamente di fendenti, affondi, lame e tagli e come mio solito volevo prendere il fumetto di Spugna da un’altra angolazione. Il problema è che con The Rust Kingdom non si può proprio prescindere dalle spadate. Replicando la formula alla base di Una brutta storia in cui i pugni (e di come si ricevono) diventavano il perno attorno a cui ruotavano l’universo visivo e il ritmo narrativo, Spugna aggiunge complessità cercando per questo The Rust Kingdom di connettere alle spadate anche il nucleo tematico del suo fumetto. E quindi i colpi, i fendenti e le spade sguainate non possono essere isolate e messe in un angolo.

Questo dice molto su Spugna, uno che con quei disegni potrebbe sfruttare l’ondata di banalità citazioniste e nostalgiche, e invece sceglie di prendere una strada più complessa, che non rinnega mai le proprie fonti di ispirazione e non sfrutta il genere come semplice costume di scena o macchinario per far avanzare la propria storiella. Lo Sword and Sorcery per Spugna non è un fondale su cui ambientare la sua storia, ma la pozzanghera in cui ribolle il brodo primordiale del genere, con le sue regole, i suoi personaggi, i suoi temi e i suoi modi narrativi. Prende quella materia e ne estrae gli elementi che gli interessano, li affina in base al proprio gusto e alle proprie necessità, rimettendola poi a ribollire nel calderone che sta rimestando. È un processo questo a cui Spugna ha evidentemente dedicato molto tempo e molta cura: il risultato infatti è, prima di ogni altra cosa, l’imporsi di una narrazione che non si accontenta esclusivamente della solidità, del tenere tutto in piedi fino all’ultima pagina minimizzando i traballamenti, ma che mira a una perfezione monolitica.

La partenza è un modulo da tre vignette orizzontali che Spugna utilizza come base, già suggerendoci uno sviluppo latitudinale dei movimenti. È un’inquadratura che ci introduce lentamente, con un’attesa da cinema western: una landa desolata, un’esplosione controllata nel terreno ed ecco il nostro protagonista sbucare dal nulla per vagare nel nulla. Controcampo sull’orda di nemici e poi si va sul primo piano del nostro eroe, ignaro che alle sue spalle un esercito di mostri affamati lo sta per raggiungere. Fate attenzione al mostro con la scure, a come Spugna lo rende improvvisamente il vero punto focale di questa scena: sin dalla prima inquadratura quando il suo corpo è poco più che una silhouette, l’autore comincia a disegnare la traiettoria della rotazione dell’ascia finché – arrivata nei pressi della testa del protagonista – Spugna blocca quel movimento armonico prima dell’impatto, zooma improvvisamente sull’occhio del protagonista e poi si scatena. Dalla tavola successiva in poi, difficilmente troverete in The Rust Kingdom due moduli di tavola del tutto simili (a esclusione della struttura di partenza) perché Spugna àncora la sua regia ai movimenti e cerca di spremerne fuori ogni goccia di potenza espressiva. Più che le inquadrature vere e proprie (che sono in fondo solo il risultato di una riflessione), è interessante notare la scelta dei movimenti che le influenzano, perché Spugna evita di essere banalmente spettacolare evitando di fare affidamento solo sui movimenti del personaggio principale e delle sue armi, ma li alterna ai colpi mancati dei nemici, ai fiotti di sangue, ai balzelli e alle cadute, agli atterraggi gradassi e alle spade conficcate. L’occhio di Spugna seleziona i movimenti migliori per creare una perfetta sinfonia tamarra fatta di improvvise frenesie create con tavole che cambiano continuamente struttura, e spaventosi vuoti d’aria non appena la linea dell’orizzonte viene quasi del tutto annullata dalle terrificanti splash page verticali che, modificando temporaneamente l’orientamento latitudinale delle vignette, irrompono nella narrazione con maestosità e imponenza.

La storia avanza con una fluidità sbalorditiva proprio perché emerge dai movimenti e dalle azioni, non dai dialoghi (rarefatti, essenziali) o da un setup del contesto che, come spesso accade altrove, in un paio di capitoli ci spiega tutto quanto e poi pretende pure di essere credibile. L’autore ci consegna le coordinate della sua storia tavola dopo tavola, svelandoci poco per volta gli intenti e la missione del protagonista, preservando dallo sguardo del lettore le parti migliori della sua storia. Senza mai rendere subito chiaro del tutto il percorso tracciato per The Rust Kingdom, Spugna riesce a preservarne un senso di meraviglia capace di stupirci e coglierci di sorpresa continuamente.

In The Rust Kingdom la quest arriva prima della storia, ma quando (praticamente sul finale) la storia irrompe finalmente nella narrazione, non ce n’è più per nessuno: all’improvviso questo fumetto gradasso e tecnicamente perfetto si trasforma in un dramma prepotente e disperato. La rivelazione finale è deflagrante non tanto per la svolta della trama in sé, quanto per il peso che riesce ad avere su tutto quello che abbiamo visto finora. Lo si nota soprattutto dal cambio di prospettiva che subiscono quei dialoghi spezzettati del protagonista, quelle parole dure ed essenziali che sembrano messe lì per accentuare il suo distacco eroico, ma che alla fine assumono una tragicità devastante per come riescono a raccontarci follia e fragilità.

C’è questo senso di tragedia ineluttabile che aleggia per tutto il libro e che non ci si sa spiegare. Quando emergono i motivi (anche questa volta Spugna fa la scelta raffinata di non spiattellarci tutto sul foglio ma accenna solo alle cose che ci servono, lasciando il grosso della storia a scalpitare nell’ombra) si arriva alla consapevolezza che The Rust Kingdom è nel suo nucleo un dramma shakespeariano cupissimo sul potere nefasto della famiglia. Quelle emozioni nette che Spugna ha raccontato con precisione, cominciano così ad assumere contorni più sfumati e con loro i personaggi assumono una tridimensionalità tale da renderli misteriosamente complessi. Così l’eroismo è obbligato a contaminarsi con il fallimento più duro e cupo, la spavalderia con la cieca disperazione, e la forza fisica con il disfacimento del corpo.

E tutto questo senza mai rinnegare nemmeno un fendente, un sorrise ebete di un mostro o qualsiasi altra smargiassata.

The Rust Kingdom
di Spugna
Hollow Press, 2017

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Gigahorse #22 | Novembre 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo. Se non avete voglia di aspettare un mese per leggerle, fate un giro sul profilo Instagram. 

DEADPOOL #29-30-31
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)

Sul numero #29 Deadpool per il sociale: il mercenario chiacchierone aiuta una ragazza depressa a evitare il suicidio. Peccato Duggan non riesca a evitare quello dei suoi lettori, che non solo devono sopportare la solita azione di basso livello e l’umorismo di bassa lega, ma ora devono pure sobbarcarsi il tema importante. Ma anche no. Comincia la nuova run, che porta avanti lo scontro tra Deadpool e Madcap. Duggan fa il riassuntone di quello successo finora, vedremo dove andrà a parare. Per fortuna ai disegni di entrambe le storie c’è Matteo Lolli, che è un bel passo avanti rispetto al solito.
Sul #30 Spider-Man e Deadpool per sfuggire all’attacco di Itsy Bitsy si teletrasportano a Weirdworld, un luogo che voi lettori Marvel conoscete bene e invece io non ho mai sentito nominare, infatti almeno un paio di cose divertenti ci sono anche ma non le ho capite fino in fondo causa citazioni a me incomprensibili. Il resto è la solita verbosa caciara. Su L’inverosimile Gwenpool che succede invece? Flashback sul cattivone che farà felici i fan di Spider-Man, pem-pem-pim-pum, battutine, tenerezze, cliffhanger, sbadigli.
Si finisce col numero #31: Duggan costruisce la sua storia di Deadpool come un mosaico. Ogni episodio è una piccola tessera che andrà poi a comporre un’immagine più grande è complessa. Il problema è che i mosaici sono molto belli visti nell’insieme, ma a fissare una tessera alla volta ci si rompe veramente troppo i coglioni. Ai nuovi Mercenari per soldi toccano invece i consueti intrighi e la consueta retorica del gruppo scalcagnato ma con un cuore grande così. Davvero difficile sopportare uno schema che si ripete sulla testata da così tanto tempo e con così poche varianti.

DYLAN DOG SPECIALE #31 – Il pianeta dei morti: nemico pubblico n.1
di Alessandro Bilotta e Sergio Gerasi (Sergio Bonelli Editore, 2017)

Che bello dimenticarsi di Dylan Dog, tagliarlo fuori quasi del tutto dalle 160 pagine dell’albo e lasciare spazio alla follia e al dramma di Xabaras. Bilotta fa entrare in scena Dylan solo quando è indispensabile e infatti il cuore del racconto appartiene tutto a Xabaras tant’è che anche durante l’intenso finale stiamo dalla sua parte, condividendo con lui la disperazione, il fallimento, l’amarezza di una vita gettata al vento. Sergio Gerasi sfodera un tratto secco e tagliente, perfetto per raccontare un’umanità al capolinea, i corpi rinsecchiti, la pelle aderente alle ossa.

SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #8 – Notti di paura
SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #9 – Tornando a casa
di aa.vv. – Traduzione di aa.vv. (RCS Quotidiani, 2009)
Non si può dire che questo Notti di paura sia una raccolta di storie horror con protagonista il nostro Uomo Ragno di quartiere. È davvero difficile trovare qualcosa di puramente horror, tutto è declinato in salsa Spider-Man non tanto per il supereroismo (che ha comunque il suo bel peso nelle storie) quanto per la prospettiva umana con cui gli autori raccontano questi mostri. Davvero toccante la storia di origini di Morbius (il cui volto è forse la cosa più da horror classico qui presente), ma si viene coinvolti maggiormente dal dramma umano di JJJ che non vi svelo per evitare spoiler. Chiudono il volume due storie più recenti visivamente molto cronenberghiane ma troppo melodrammatiche per i miei gusti.
Capisco che la rilettura in chiave esoterica delle origini di Spider-Man in Tornando a casa possa aver fatto arricciare il naso a molti fan del Ragno, però ho la fortuna di non essere un fan e di aver letto talmente poco del personaggio da riuscirmi a godere questa storia discreta. Straczynski fa su un mischione ma non perde mai di vista il personaggio, la cui ricostruzione avviene tramite una crisi causata da un nemico troppo forte da sconfiggere. Romita Jr. di conseguenza tira fuori un Uomo Ragno il cui corpo è costantemente martoriato e innervato dal dolore. Sebbene la consueta mancanza di voglia nel disegnare le sequenze di dialogo, Romita Jr. descrive con grande partecipazione il dolore del personaggio, e infonde energia alle sequenze d’azione.

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN RINASCITA #14
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Come sospettavo alla fine questa run che doveva tirare le somme del rapporto tra il Joker e Harley Quinn si è rivelata una burletta deludente. Certo, ci si diverte sempre a leggerla e quando ci sono Timms e Hardin ai disegni ci vengono tolte varie soddisfazioni, il problema però è che la testata naviga da un po’ di tempo senza una vera direzione. Questa era l’occasione giusta per tracciare un nuovo percorso e invece il cazzo.
Inaspettatamente la cosa migliore di Suicide Squad è il lavoro di un Romita Jr che pare stia poco a poco rinascendo. La regia delle tavole mi pare ancora un poco pigra, ma quando si mette d’impegno tira fuori vignette davvero suggestive che, guarda caso, riguardano tutte Deadshot, protagonista dei momenti visivamente più interessanti della testata. Date a Romita Jr. una bella miniserie sul personaggio e lasciatelo sfogare un poco. (C’è anche la solita coda sensibile di sette pagine, a questo giro particolarmente disegnata di merda). Deathstroke sta diventando la mia soap-opera preferita, e non è un insulto. Mi piace la narrazione frammentata di Priest, il modo con cui gestisce un personaggio stronzo facendogli distruggere ogni particella della sua famiglia che, nel frattempo, cerca di resistere ai suoi attacchi. E poi ci sono i combattimenti, quindi stiamo a posto.

PARKER #3 – Il colpo
di Darwyn Cooke – Traduzione di Valeria Gobbato (Editoriale Cosmo, 2017)
C’è sempre qualcosa che fa andare storto un colpo. Parker lo sa bene, lui che pianifica e lubrifica gli ingranaggi delle malefatte, complessi meccanismi di personalità e capacità che Darwyn Cooke si diverte a scomporre e a rimettere insieme sfruttando il fumetto. Il suo lavoro su Parker sembra quasi quello di un fumetto didattico, dove il medium viene utilizzato per schematizzare eventi e legami, metterli su una griglia e tracciarne i collegamenti. Più che narrazione, quella di Cooke sembra una ricostruzione di fatti e moventi su cui si muove il suo protagonista, a volte pedina a volte burattinaio, ma sempre pronto a uscirne se non sano, perlomeno salvo.
PARKER #4 – Luna Parker
Ogni piano per il Parker di Cooke è una strategia di contenimento del caos. Ridurre gli imprevisti, prevedere i tradimenti, le controffensive, mettere in conto di dover prendere decisioni difficili affinché tutto fili liscio. Alle volte funziona e alle volte no, ma è per quello che esistono i piani B. Questa volta è andato tutto storto così Parker è costretto a rifugiarsi in un Luna Park abbandonato. Cooke mette in scena un assedio del forte in cui i toni western sono sostituiti da frivole atmosfere Tiki, e in cui come sempre la preparazione delle trappole non è meno interessante rispetto a quando le trappole entrano in funzione. Regia come sempre perfetta al millimetro, soprattutto nella prima parte che ho trovato davvero affascinante.

NECRON #3 – Nobiltà depravata / Strage in vagone letto
di Magnus e Ilaria Volpe (Editoriale Cosmo, 2017)
Trovo davvero difficile spiegarvi come mai Necron mi piace davvero tanto, probabilmente perché anche io non l’ho ancora capito bene. Una delle ragioni è sicuramente la serietà con cui Magnus confezione un prodotto che parrebbe essere becero e volgare. Una serietà che emerge dai costumi (quelli delle nobili della prima storia sono spettacolari), dalla caratterizzazione mai scontata dei personaggi, dalle strutture narrative che usa per incastrarci dentro due o tre scopate (la seconda storia tutta ambientata sul treno è esemplare in questo senso). Una serietà che investe per forza di cose anche un erotismo meno grossolano di quel che sembra, che sfocia spesso in una pornografia gaudente e divertita, a metà tra la goliardia e l’eccitazione (un discorso che peraltro può essere esteso anche alla componente horror). 

MEGG & MOOG IN AMSTERDAM AND OTHER STORIES
di Simon Hanselmann (Fantagraphics, 2016)
Quell’aspetto da sit-com anni ’90 che hanno le avventure di Megg e Moog, sta facendo emergere qualcosa di interessante che avevo inizialmente ignorato. Hanselmann intrappola i suoi personaggi in quegli stilemi fatti di stereotipi, personaggi ricorrenti, trame già viste, scenografie che si ripetono, li rinchiude e ci butta dentro il dramma che è quasi inevitabilmente nascosto sotto le stronzate e le risate registrate. I personaggi vengono lasciati a combattere contro questo dramma che non possono affrontare perché il mondo che gli sta attorno (e che sì, lo ha fatto Hanselmann ma in fondo se lo sono costruiti loro) non può e non deve cambiare, così come loro non possono crescere e maturare perché devono rimanere nel personaggio. È inquietante, fa paura, mette addosso una tristezza a cui riusciamo fin troppo facilmente a dare un nome.

BRITANNIA VOL. 1
di Peter Milligan e José Juan Ryp – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2017)
Quello di Britannia è un Milligan meno complesso e profondo del solito, che si mette al servizio di una storia semplice e lineare a cui riesce però a donare piccole sfumature che la rendono meno banale del previsto. C’è il tormento misterioso che affligge il protagonista, un mostro lovecraftiano che sembra funestare l’Impero, e un’ambientazione molto suggestiva. Milligan porta avanti il tutto col pilota automatico ma mai in maniera svogliata: il suo racconto è prevedibile ma coinvolgente sia nella componente umana che in quella orrorifica. Davvero buono il lavoro di Ryp ai disegni, grazie soprattutto a una regia efficace nonostante l’uso frequente di tagli arditi. Infine i colori di Jordie Bellaire aggiungono la giusta atmosfera malsana al racconto, con quella perenne foschia pestilenziale che ammanta l’accampamento e rafforza la parte fantastica del racconto. Vediamo se col secondo volume Milligan riuscirà a dare più profondità alla storia, in caso contrario ci ritroveremo tra le mani “solo” una lettura davvero piacevole.

ALIENS #7
di aa.vv. – Traduzione di Andrea Toscani  (SaldaPress, 2017)
Numero di transizione tra la nuova miniserie che comincerà nel prossimo albo e la precedente Aliens: defiance, di cui ci tocca un rimasuglio insipido e facilmente dimenticabile. Le cose migliorano con Aliens: Fast track to Heaven, storia autoconclusiva scritta e disegnata da Liam Sharp. Pur con un accumulo ingiustificato di personaggi stereotipati e una trama i cui snodi sono facilmente prevedibili, la storia di Sharp si dimostra essere interessante grazie all’inedita ambientazione dell’ascensore che collega la base spaziale alla nave che contiene lo xenomorfo. Con una narrazione quasi esclusivamente sviluppata verticalmente, Sharp mette la sua attenzione nella carne deteriorabile degli esseri umani, la illumina con monocromie claustrofobiche al neon e rifiuta di costruire gli spazi scenografici gettando noi e i personaggi nella confusione più assoluta.

LA SAGGEZZA DELLE PIETRE
di Thomas Gilbert – Traduzione di Elisabetta Tramacere (Diabolo Edizioni, 2017)
Abito in mezzo a un bosco, in quella che fino alla mia adolescenza era la fattoria di famiglia. Avendo vissuto quotidianamente a contatto con il buon odore del fieno e il buon odore della merda di vacca, ho con la natura un rapporto di cordiale diffidenza, tipico dei legami da cui si sono ricevute molte soddisfazioni e molte fregature. Di conseguenza mi fanno solitamente schifo tutte quelle stronzate sulla natura che risveglia i sensi, sull’infante selvaggio, sulla natura madre benevola e generosa. Per fortuna non ci crede nemmeno Thomas Gilbert che con La saggezza delle pietre ci racconta il risveglio di un corpo con brutalità, calore materno e spigolosa sensualità. Non c’è nulla di banale nel suo racconto, nessuna concessione alla facile poesia sulla natura: ci sono le cose belle e le cose brutte, quelle che ti accarezzano e quelle che ti mordono. Ve le spiego bene in questa recensione per Fumettologica.

BATTAGLIA – Ragazzi di morte
di Luca Vanzella, Valerio Befani e Pierluigi Minotti (Editoriale Cosmo, 2017)
Se lo scopo di questo Battaglia – Ragazzi di morte era quello di eliminare l’aura di santo martire con cui l’Italia ha illuminato Pier Paolo Pasolini per lavarsi la propria coscienza, l’esperimento si può dire pienamente riuscito. Vanzella restituisce a Pasolini l’umanità perduta rivestendolo di torpilocquio e dolcezza, violenza e parole, dubbi e certezze che contribuiscono a creare un personaggio più interessante rispetto all’icona a cui siamo abituati. Certo, non aspettatevi una scrittura che sappia scavare a fondo nel personaggio, d’altronde questo è Battaglia e tutto sommato una scrittura del personaggio fatta per estremi è la strada giusta per restituire a PPP carne e carnalità. Dopo una prima parte con Pasolini assoluto protagonista, Pietro Battaglia si prende i suoi spazi regalando la vendetta al protagonista è rivelando gli intrighi (ma non i nomi) nascosti dietro la sua morte.

STORIE BREVI E SENZA PIETA’ – L’integrale
di Marco Taddei e Simone Angelini (Panini 9L, 2017)
Tornano in versione rimasterizzata (e definitiva) le Storie brevi e senza pietà di Taddei e Angelini. Riletti a distanza di qualche anno, i racconti non hanno perso la lucidità e la spietatezza con cui raccontano un’umanità sbandata che cerca maldestramente di tornare nei ranghi di una normalità ormai perduta. Taddei concede il minimo sindacale di pietà solo ai matti, custodi di una follia pura, mentre Angelini traccia i contorni dei personaggi rinsecchendo loro i connotati, riducendoli all’osso per trasformarli poi in fossili da esporre nel museo dell’umanità derelitta. All’epoca dell’uscita del secondo volume avevo scritto una recensione per Critica Letteraria: la trovate qui come se fosse un reperto archeologico.

BLOODSHOT REBORN VOL.4 – Bloodshoot island
di Jeff Lemire e Mico Suayan – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2017)
Arrivati al quarto capitolo della lunga saga che Jeff Lemire sta dedicando alla ricostruzione di Bloodshot, abbiamo ormai ben chiara la direzione intrapresa dallo scrittore canadese. La sua idea è quella di restituire l’umanità al personaggio e per farlo costruisce una storia articolata che intreccia il passato, il presente e il futuro di Bloodshot, portando avanti su un doppio binario sia i segreti relativi alla sua creazione, sia i legami sentimentali che lo hanno portato dov’è ora. In questo terzo volume però i due elementi vengono portati su un unico piano, così botte e lacrime, sentimenti e sparatorie, sono finalmente uniti in un’unica soluzione drammaturgica che convince fino in fondo. Sempre all’altezza i disegni di Mico Suayan, capaci di cogliere le sfumature drammatiche del racconto e con una narrazione più solida rispetto alla prima run che aveva disegnato su per la serie. In più di un’occasione si ha la sensazione di trovarsi davanti a un war comic per come Suayan riesce a bilanciare il racconto spettacolare degli scontri e le intime tragedie di questi super soldati.

THE RUST KINGDOM
di Spugna (Hollow Press, 2017)
Se Una brutta storia traeva la sua immediatezza dai pugni monolitici dalle ossa frantumate, The Rust Kingdom è un racconto sostenuto dalla brezza mortale di cui le spade si fanno portatrici. E il nuovo fumetto di Spugna inizia così, con un lieve refolo di vento che smuove la nebbia misteriosa sopra una pianura di nulla. Invisibile, letale, silenziosa: Spugna racconta questa storia così come il suo protagonista muove la spada. Entrambi procedono disperati, determinati e folli verso il loro scopo, che ci rimane oscuro fino alla fine. Se quello del protagonista non ve lo svelo, lo scopo di Spugna è quello di innestare in questa storia di lame e mostroni, un dramma puro e cieco che, una volta svelato, è capace di dare un inaspettato spessore emotivo alla storia.

MANIFEST DESTINY VOL.5 – Mnemophobia e Chronophobia
di Chris Dingess e Matthew Roberts – Traduzione di Stefano Menchetti (Saldappres, 2017)
Dopo aver fatto affrontare ai nostri esploratori un numero infinito di creature mostruose, Chris Dingess comincia a tirare le fila di Manifest Destiny con un quinto volume che ha il chiaro scopo di far venire tutti i nodi al pettine. Lo fa mettendo i protagonisti di fronte a una minaccia invisibile (una fitta nebbia la cui origine ci è chiaramente sconosciuta) che fa materializzare davanti agli occhi le loro paure più profonde. Così Mnemophobia e chronophobia diventa quasi una lunga galleria in cui non solo rivediamo tutti i mostri che hanno funestato la missione di Lewis e Clark, ma vengono riassunti tutti i legami creatisi finora per portare a galla i misteri e i tradimenti che si celano dietro alleanze, amicizie e storie d’amore. Dingess fa il punto della situazione nel migliore dei modi, con una storia capace di riassumere storyline e tematiche senza per questo dimenticare il coinvolgimento emotivo. Questo quinto volume fa il punto della situazione per introdurre il primo grosso punto di svolta dall’inizio della serie. Siamo solo a metà del cammino però, e di terre da esplorare e mostri da scoprire ne avremo ancora un bel po’.

SKIM
di Mariko Tamaki e Jillian Tamaki (Groundwood Books – House of Anansi Press, 2008)
Difficile trovare qualcuno che sappia raccontare l’adolescenza meglio delle cugine Tamaki. Lo fanno senza idealizzare quell’età, evitando così di banalizzarla o semplificarla magari a favore di una storia di genere che sappia renderla più accessibile. E infatti anche questo Skim si rivela essere una storia profonda che racconta l’adolescenza in tutta la sua naturale complessità e seria stupidità, senza mai tralasciare le infinite contraddizioni, i problemi apparentemente insormontabili e la loro naturale risoluzione. Lo fanno attraverso una protagonista silenziosa e svogliata il cui volto assorto è la maschera perfetta per raccontare un’adolescenza segretamente inquieta e turbolenta. Alla loro prima.prova di coppia, Mariko offre una buona sceneggiatura, mentre le tavole di Jillian dimostrano ancora qualche incertezza compositiva. 

KILL THEM ALL
di Kyle Starks (Oni Press, 2017)
Cartoon network + Shane Black + Quentin Tarantino. Questa simpatica addizione dovrebbe darvi la giusta idea di quello che è Kill them all, graphic novel action e tutto matto di Kyle Starks. Insomma, avete capito che dentro di troverete le battutacce e i dialoghi da badass, sequenze action ben dirette e tempi comici perfetti, botte da orbi e smargiassate di vario genere. Starks scrive e disegna un fumetto dal ritmo perfetto, che avanza inarrestabile seguendo l’avanzare (verticale) dei due protagonisti verso il boss finale. Non ci vengono risparmiati un paio di colpi di scena discretamente assestati e anche una buona dose di emozioni (mascherate alla maniera del cinema action anni ’90, quindi cazzo bellissime). Kill them all è un fumetto orgogliosamente superficiale e per questo gli si vuole immensamente bene.


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The book of heads | Spugna presenta il suo campionario degli orrori

Questa recensione è stata pubblicata precedentemente su WildWood.


È davvero facile vedere in The book of heads, l’ultima fatica di Spugna, un artbook lombrosiano contenente tutte le scorciatoie per mettere al gabbio brutti ceffi e mostri di varia natura. Ma basta aver letto il suo primo graphic novel, Una brutta storia, perché l’idea che questo libro sia un semplice catalogo frenologico abbandoni la nostra mente. Una brutta storia nascondeva infatti tra le pieghe di un racconto d’avventura, il cammino di formazione del protagonista che da anonimo e sfigato marinaio diventa l’idolo di tutte le bettole del porto. E lo diventa proprio grazie alla brutta storia in cui si ritrova invischiato e che lo porta ad affrontare mostri, mutazioni e mutilazioni, tutte cose che lasciano un segno indelebile sulla sua pelle. Rocky il Rosso muore e lascia spazio a Rocky il Guercio: sfigurato ma con una brutta storia da raccontare.

The book of heads può quindi essere visto come un’appendice tematica di Una brutta storia, un sorta di terzo braccio con cui Spugna continua a percuotere il suo lettore per metterlo davanti all’evidenza: i mostri, le creature deformi, i mutanti e i brutti ceffi hanno qualcosa da raccontare, tu no (come ci ha raccontato qui). Questo è il suo campionario da commesso viaggiatore, una grandguignolesca collezione autunno/inverno di teste mozzate che il lettore potrà indossare al posto della sua solita testa inventando e immaginando le brutte storie che quelle cicatrici, quei tumori e quelle malformazioni si portano appresso.

Per Spugna invece questo libro è la parete dei trofei piena di teste imbalsamate, con cui può dimostrare le sue grandi capacità nel character designer. Al contempo è anche il suo album completo delle figurine degli Sgorbions per il divertimento infantile e anarchico che si cela dietro ogni illustrazione.

A Spugna piace disegnare i mostri, e più sono brutti più diventano belli. Più sono ripugnanti e più viene voglia di conoscerli.

The book of heads
di Spugna
Autoproduzione, 2015

Gigahorse #10 | Novembre 2016

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo.


sandman5SANDMAN: LIBRO QUINTO – Il gioco della vita
di Neil Gaiman e AA.VV. – Traduzione di Leonardo Rizzi (RW Edizioni, 2016)
Il gioco della vita
non è tra i miei cicli preferiti di Sandman, colpa di una parte centrale (quella con Barbie nel suo mondo dei sogni) meno divertente di quello che vorrebbe sembrare. Però tutta la parte iniziale è praticamente perfetta nel modo in cui Neil Gaiman caratterizza il gruppo di protagonisti (Wanda su tutti) e come fa irrompere il paranormale nelle loro vite. La parte conclusiva contiene invece la sequenza potentissima della distruzione del regno di Barbie, e un capitolo finale davvero toccante. .

diciottovoltevirgolatreDICIOTTOVOLTEVIRGOLATRE (Il tonno, la tigre, il tempo)
di Stefano Simeone (Bao Publishing, 2016)

Diciottovoltevirgolatre è praticamente illeggibile: storia inesistente, struttura soporifera, dialoghi mal scritti. Il peggio però è tutto nel comparto grafico, tra disegni da wannabe Bastien Vivès (senza il suo controllo e la sua capacità di sintesi) e una colorazione le cui scelte mi sembrano inconcepibili. Si può aggiungere altra benzina sul fuoco? Sì. In più di un’occasione il volume è illeggibile nel vero senso della parola. Ogni volta che le vignette si sviluppano in orizzontale sulle due pagine, si perde sempre qualche pezzo di narrazione nella piega della legatura (che sia qualche linea di dialogo oppure la protagonista piazzata proprio lì in mezzo). Errori evitabilissimi com’è evitabilissimo anche questo libro.

aw25ADAM WILD #25 – La fossa dei diamanti
di Gianfranco Manfredi e Gabriele Parma (Sergio Bonelli Editore, 2016)
Numero migliore rispetto al precedente, ma si sente la fretta nel dover chiudere la storia. Che non è un male, visto che la compressione degli eventi rende più dinamico il racconto insieme a un villain una spanna sopra agli altri che ai sono succeduti sulle pagine di Adam Wild. Disegni di Gabriele Parma troppo statici, persino nella recitazione dei personaggi.

danieletraglialberiDANIELE TRA GLI ALBERI
di Francesco Saresin (Canicola, 2016)
Esordisce in casa Canicola edizioni la nuova collana Henry Darger, ovvero spillati con storie brevi di autori esordienti.
Quella di Saresin è la narrazione delicata di una tensione. L’autore nasconde nel sottobosco di un’atmosfera bucolica di pace e noia, una tensione sessuale segretamente totalizzante. Il segno classico e pulito di Saresin aumenta il contrasto tra i due elementi, ma al contempo li integra su un solo piano.

larabbiaLA RABBIA
a cura di Luca Raffaelli e Valerio Bindi (Giulio Einaudi Editore, 2015)
Al netto delle performance dei singoli autori (la mia classifica personale: Hurricane Ivan, Ratigher, Vincenzo Filosa-Giusy Noce), La Rabbia soffre come tutte le antologie del complesso di chi vuole ridurre a un concetto o a un sentimento le angherie e i sogni di una generazione. Pur se declinata in maniera diversa da ogni autore (e alcuni non sembrano trovarsi proprio a loro agio con il tema), questa rabbia fatica a diventare davvero il filtro attraverso cui gli autori guardano il mondo.
La qualità dei fumetti è sempre buona, meno convincente invece la visione politica che i due curatori appioppano al volume. L’introduzione di Luca Raffaelli ha un tono ridicolo e l’epilogo di Valerio Bindi in cui si cerca di giustificare (quando non serve) la collaborazione tra il Crack! ed Einaudi con inutili paroloni e una buona dose di paraculismo sessantottino è davvero irritante. Bene gli autori, meno bene i curatori.

spiderman1SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #1 – L’arrivo di Venom
di AA.VV. (Panini – RCS, 2007)
A gennaio compirò trent’anni e oggi per la prima volta nella mia vita ho letto l’Uomo Ragno. Dire che mi sono divertito è dire poco. Certo, ci sono i muscoli e le curve di Todd McFarlane che mi hanno rintontito da quanto sono eccessivi eppure così integrati e normali, ma la cosa che mi ha stupito di più è scoprire di avere più punti in comune con Spidey-Peter Parker di quanto immaginassi. Qui si affanna continuamente a cercare soldi per l’affitto, soffre nell’avere una fidanzata non solo più bella di lui ma anche più realizzata nel mondo del lavoro e insomma, tutti quei patemi lì che ogni tanto ci rovinano la giornata.

divinityDIVINITY
di Matt Kindt, Trevor Hairsine, Ryan Winn e David Baron – Traduzione di Fiorenzo Delle Rupi e Arancia Studio (Edizioni Star Comics, 2016)
Il mio primo contatto col mondo Valiant è da considerarsi più che positivo. Questo Divinity è uno dei comics più interessanti letti quest’anno a partire da una sceneggiatura (firmata da Matt Kindt) davvero notevole, che gioca emotivamente con la dilatazione e restringimento della percezione del tempo, riuscendo anche a trovare il tempo di inserire un paio di scene d’azione che si sviluppano proprio attorno a questo concetto. Disegni sopra la media dei prodotti simili delle grandi major. Molto interessante anche il lungo approfondimento del colorist David Baron che ci permette di apprezzare gli stadi di lavorazione di qualche tavola.

brianthebrainBRIAN THE BRAIN – L’integrale
di Miguel Angel Martin – Traduzione di Nicola Pesce (Edizioni NPE, 2015)
Uno dei fumetti più tristi che abbia mai letto. E anche uno dei meno ruffiano. Brian the Brain non somministra tristezza di quart’ordine venendo incontro al lettore, rispettando i suoi limiti e la sua pazienza, ma prende una strada opposta, più complessa e articolata che Martín però porta avanti con una precisione chirurgica impressionante. Brian the brain trasuda innocenza da ogni vignetta, eppure non c’è nemmeno un briciolo di vittimismo. Un libro inaspettatamente denso, dolente e triste.

southernbastards2SOUTHERN BASTARDS #2 – Griglia
di Jason Aaron e Jason Latour – Traduzione di Andrea Toscani (Panini Comics, 2016)
Chi da questo secondo volume di Southern Bastards aspettava sangue e vendetta, dovrà ancora attendere un poco. Invece che proseguire in maniera lineare con la storyline precedente, Jason Aaron fa una deviazione per raccontarci il passato di Coach Boss. Questi flashback non servono per farcelo apparire più umano, semmai ci raccontano come ha ucciso la propria umanità. È ancora una volta una storia di odio e violenza, di un mondo dove le donne non esistono né come forza riappacificante né come motivo di rissa. Qui ci sono solo muscoli e denti storti, occhi gonfi e barbe sfatte, ci sono animali senza speranza, bestie senza un orizzonte che non sia quello di un campo da football.

draculaesercitodeimostri2DRACULA: L’ESERCITO DEI MOSTRI #2 – Guerra totale
di Kurt Busiek, Daryl Gregory, Scott Godlewski e Damian Couceiro – Traduzione di Valeria Gobbato (Editoriale Cosmo, 2016)
Da mostro succhiasangue a vampiro della finanza, il Dracula moderno di Busiek diverte e intrattiene miscelando buone sequenze d’azione a intrighi familiari ed economici. Il tutto è ben equilibrato e l’idea è portata avanti con decisione. Certo, non è un capolavoro di raffinatezza, ma una storia ben scritta non si butta mai via. La stampa in scala di grigi mortifica un po’ il lavoro dei disegnatori, ma non appesantisce la lettura come in altre occasioni.

west2W.E.S.T. #2 – El santero
di Xavier Dorison, Fabien Nury e Christian Rossi – Traduzione di Valeria Gobbato (Editoriale Cosmo, 2016)
Meglio questo volume rispetto al primo. La storia (c’entrano Roosevelt, Cuba, la Santeria e un bel gruppo di zombie) non è confusa, non ci sono spiegoni e l’intreccio tra politica e paranormale è meglio gestito, soprattutto nella parte finale. Meglio anche i disegni di Christian Rossi, che evita i virtuosismi del primo volume per concentrarsi su una narrazione più compatta e meno barocca.

dylandogcolorferst19DYLAN DOG COLOR FEST #19 – Favole nere
di AA.VV. (Sergio Bonelli Editore, 2016)
Dopo i tre passi nel delirio del numero 16, torna la sperimentazione sul Dylan Dog Color Fest con tre favole nere. Apre l’albo La ragazza che moriva ogni notte, storia poco interessante scritta da Mauro Uzzeo che si fa notare giusto per le tavole di Alberto Pagliaro (comunque meno affascinanti di quello che sembrano all’inizio, soprattutto perché la gestione della regia non sempre regge).
Si continua con La regina di polvere e stracci che si fa notare per la sceneggiatura di Federico Rossi Edrighi, non perfetta ma con un’interessante svolta politica e sociale che l’autore inserisce in maniera naturale e mai banale. I disegni di Isabella Mazzanti e i colori di Annalisa Leoni contrastano con l’atmosfera sottilmente violenta della sceneggiatura creando un effetto straniante.
Chiude il volume Il tuo amore, il mio odio di Nicolò Pellizzon. Un vero peccato che la storia non sia così riuscita come avrei voluto, perché Pellizzon riesce sin dall’inizio a infondere inquietudine e a giocare con l’erotismo del personaggio, ma poi sembra che sia stato costretto a seguire binari a lui poco adatti. L’inseguimento di una spiegazione, di una logica all’interno di un fatto inspiegabile, fanno deragliare una storia che ha chiaramente perso qualche pezzo per strada (a naso manca un po’ di delirio, di onirismo, di strade che non portano a nulla ma aggiungono mistero al già misterioso), visto quel finale che dovrebbe stravolgerci e invece non lo fa nemmeno un poco. E in più trovo davvero stupido chiamare a lavorare autori con identità forti e piazzare lì quel lettering anonimo. Come già successo con AkaB
, Pellizzon senza il suo lettering pare aver perso la sua voce.

arustedtaleA RUSTED TALE
di Spugna (Hollow Press, 2016)
The rust Kingdom
sarà il prossimo fumetto di Spugna. Dato che ci toccherà aspettare ancora un anno prima di leggerlo, il suo editore ha deciso di pubblicare questo A rusted tale, un artbook che ha nella sua principale funzione, quella di farci assaggiare la ruggine. Se prendete il tetano le cose si faranno più divertenti.
All’interno ci trovate qualche bozzetto del character design (qualcosa avevamo già intravisto in The Book of Heads) ma la cosa più interessante sono sicuramente i colori, che finora Spugna ha usato solo su storie brevi e mai in maniera così elaborata. Sarà una bella sorpresa scoprire cosa ci riserverà visivamente. Per quanto riguarda la storia è ancora tutto avvolto nel mistero, ma a me va bene così, che fretta non ne ho.

harleyquinn17SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN #17
di AA.VV. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2016)
Dopo venticinque numeri è finalmente arrivato il primo incontro tra Harley Quinn e il suo ex Puddin’. In netta controtendenza rispetto al lavoro dei loro colleghi, Palmiotti e la Conner hanno preparato l’ingresso in scena del Joker seminando il personaggio nella storyline di Harley Quinn, ma eliminandolo quasi del tutto, aumentando così quell’idea di libertà e maturazione che volevano dare al loro personaggio. E questo incontro è pura dinamite: i due autori scrivono un duello verbalmente violento, dove le battutine a sfondo sessuale che hanno da sempre caratterizzato Harley Quinn, trovano una controparte viscida e maschilista in un Joker che da tempo non risultava così fastidioso e cattivo.
Comincia qui la New Suicide Squad scritta da Tim Seeley e disegnata da Juan Ferreyra. Niente di originalissimo, ma questi primi due numeri fanno ben sperare almeno in un poco di divertimento in più rispetto alla precedente gestione. Peccato per i disegni di Ferreyra, troppo pittorici e statici per una serie dinamica come questa.
I Segreti Sei di Gail Simone paiono usciti dritti dritti dagli anni Novanta, sia come scrittura che come disegni. Se vi piacciono quelle cose (ingenuità, sequenze sopra le righe, trama inutilmente ingarbugliata) potrebbe essere la serie che fa per voi; a me annoi un pochettino. 

Laser #2 | Febbraio 2016

Laser è l’elenco delle recensioni che ho pubblicato durante il mese. Di solito sono molto poche perché sono pigro.


teste21THE BOOK OF HEADS di Spugna (Autoproduzione, 2015)
E’ davvero facile vedere in The book of heads, l’ultima fatica di Spugna, un artbook lombrosiano contenente tutte le scorciatoie per mettere al gabbio brutti ceffi e mostri di varia natura. Ma basta aver letto però il suo primo graphic novel, Una brutta storia, perché l’idea che questo libro sia un semplice catalogo frenologico abbandoni la nostra mente.
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b-comics-gnamB COMICS – FUCILATE A STRISCE. GNAM!  a cura di Maurizio Ceccato (Ifix, 2015)
Come sempre Maurizio Ceccato propone un menu variegato dove non c’è nulla di biologico: tutto è stato trattato, pompato di steroidi, geneticamente modificato per aumentarne la conservazione, arricchito di coloranti e polifosfati per rendere la forma bella come la sostanza. Ceccato è un editor contro il chilometro zero perché spinge gli autori ad andare lontano, a mettersi alla prova per farsi assaggiare anche da chi non mastica i fumetti.
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RemiTotREMI TOT IN STUNT di Martoz (MalEdizioni, 2015)
In tutto questo Martoz dimostra di essere un autore che non ha paura di gettarsi con spavalderia nelle stesse imprese impossibili del suo personaggio. Martoz non si tira indietro e sale in sella insieme a Remi Tot affrontando sfide e imprese simili, sgommando sull’orlo della catastrofe e rischiando la pelle. Tutto per qualcosa di misterioso che possiamo solamente immaginare.
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KorenShadmiLOVE ADDICT – Confessioni di un seduttore seriale di Koren Shadmi (BaoPublishing, 2016)
La poca incisività della messa in scena sembra quasi un suo voler evitare non solo una presa di posizione sull’argomento, ma proprio un punto di vista sulle vicende del suo personaggio. Impegnato com’è a rendere K. un personaggio simpatico e perfetto da compatire, Shadmi dimentica di far vibrare le contraddizioni del suo personaggio, di mettere in mostra le sue pulsioni nella maniera più umana possibile. Tra battutine, cordialità e simpatici pensieri erotici, K. rimane sempre un personaggio positivo, puro, bidimensionale.
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Brundlefly #1 | TESTETUMORI – Spugna e Cammello al Circolo Gagarin

Brundlefly raccoglie i resoconti degli eventi e degli incontri a cui partecipo. Dal vivo sembro più grasso.


Durante la serata organizzata dal Circolo Gagarin di Busto Arsizio con ospiti Spugna e Cammello, sono successe molteplici cose. Alcune ve le racconterò, altre invece rimarranno segrete, perché se volevate conoscere la data di uscita del nuovo fumetto di Spugna o le mire espansionistiche di Cammello per il suo Tumorama, dovevate venire all’incontro. Se non avete partecipato quindi potete sucare e venire a conoscenza di queste informazioni solo quando gli gnomi di internet le renderanno disponibili.

Dopo il live-painting a quattro mani dove i due fumettisti hanno disegnato l’incontro spaziale tra un astronauta pasticcione e uno xenomorfo con tanto di bombetta, abbiamo parlato con Spugna e Cammello delle loro recenti autoproduzioni, The Book of Head e Tumorama.

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Raccontandoci la genesi del suo web-comic, Cammello ci ha svelato il metodo di lavoro che lo porta a scrivere per esempio, una storia che parte con due disperati che cercano spicci tra i cuscini del divano e finisce con Hitler che cavalca un tirannosauro. Come un accumulatore seriale, Cammello ammassa idee, elementi e trovate pazzerelle finché queste non si incollano tra loro a formare una storia. Per dire, Cammello accumula da così tanto tempo che il geniale e dislessico cane Plutarco era già co-protagonista in un fumetto che aveva disegnato da ragazzino (se siete curiosi il protagonista era invece un investigatore incapace che arrestava e faceva condannare innocenti). Questo tipo di narrazione disposofobica gli permette di unire elementi estranei tra loro non solo con un’inaspettata armonia e logica, ma soprattutto mantenendo un realismo del racconto che è una delle cose davvero interessanti di Tumorama.

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Disegnetti (fig.1) e chiacchiericcio (fig.2)

Per Spugna invece è stato l’acquisto di un blocco da disegno con fogli quadrati a dare il via alla lavorazione a The Book of Heads. Sollevato dall’obbligo di disegnare corpi grazie al formato quadrato, Spugna ha cominciato a sfogarsi disegnando solamente teste deformi e facce mostruose. Solo dopo averne accumulate un centinaio è nata l’idea di stamparne una raccolta.

Siamo poi passati a discutere il legame tra l’artbook e il suo graphic novel Una Brutta Storia, giusto per avallare la stramba teoria che avevo già enunciato nella mia recensione a The Book of Heads. Dopo la dichiarazione d’amore di Spugna verso tutto ciò che è deforme e mostruoso, il fumettista ci ha raccontato il suo processo di scrittura, che si sviluppa in continue scritture e riscritture della sceneggiatura fino ad arrivare a concentrare nel minor spazio possibile il maggiore quantitativo di esplosivo.

La serata si è conclusa con una sessione di dediche, l’esaurimento della prima tiratura di Tumorama e la certezza che la Pimpa/Akira di Spugna è piaciuta un sacco. Meglio di qualsiasi lieto fine.

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La dedica di Spugna (in realtà me l’ha fatta durante il BilBolBul, però voi fate finta di niente)
La dedicazione bislessica di Camell'o
La dedicazione bislessica di Camell’o

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