The squirrel machine | Invenzione, esplorazione, iniziazione

Quando ci si trova davanti a fumetti strani diventa spesso automatico interrogarsi in quale livello di realtà sia ambientata la storia, in modo da potersi dare spiegazioni su quel che accade e avere un punto di vista sulla narrazione per costruirsi un guida sicura che sappia scortarci all’interno del racconto. Nel prologo di The squirrel machine, Hans Rickheit affida la narrazione alla voce fuori campo del protagonista. La prima frase è: Gli occhi si aprirono riluttanti. Il protagonista, addormentatosi in un bosco, si rialza e si avvia verso la sua abitazione.

Pochi dubbi: in The squirrel machine tutto è reale. Inutile arrabattarsi attorno al significato delle immagini criptiche, degli oggetti inquietanti o della strana planimetria della casa attorno a cui ruotano le vicende, sarebbe come buttare via il proprio tempo. Molto meglio farsi affascinare dai macchinari senza rivestirli di significato, meglio farsi confondere dalla scenografia mobile invece che tentare di ricostruirne e azzardarne un senso. Il fumetto di Rickheit non è fatto di simboli e di metafore, di sogni e allucinazioni: quello che vediamo non rappresenta altro di fuori di quello che già è. Anche le sporadiche scene oniriche acquistano nel tessuto del racconto una solidità che le riporta con forza in una dimensione terrena e umana, diventano indistinguibili dalla realtà in quanto guidate dai medesimi principi e dalla medesima percezione. Per questo è importante cominciare a leggere The squirrel machine con in testa queste coordinate per  non lasciarsi distrarre dal desiderio di avvicinare questa storia al nostro mondo e alla nostra forma di pensiero, o si rischia di ridurre la portata emotiva e il lavoro dell’autore solo per la nostra abitudine di cercare sempre un significato in ciò che non comprendiamo.

A Rickheit d’altronde non interessa nemmeno per un istante tessere un legame tra il nostro mondo e quello dei fratelli Torpor, semmai ogni suo sforzo è volto a sottolinearne l’esclusività, a tagliarci fuori dalle molteplici pareti della loro abitazione. Ne è un esempio lampante il modo in cui Rickheit racconta allo spettatore la sperimentazione musicale che impegna i fratelli Torpor per buona parte del libro: non ne conosciamo l’ispirazione, le motivazioni, l’idea dal quale è scaturito il tutto. Conosciamo solo in parte come vengono costruiti gli strani strumenti musicali e possiamo solo immaginarne il suono (quelle poche volte che vengono suonati) perché invece che alle onomatopee Rickheit si affida al semplice disegno di una nota. Questo è il mondo dei fratelli Torpor e noi siamo ospiti indiscreti e indesiderati che cercano di dare un senso a cose non riescono a comprendere. Ne esce fuori una narrazione stranamente intima, che inquieta il lettore non solo per gli accadimenti ma per il perpetuo e insondabile mistero in cui tutto è avvolto.

A inquietarci nel fumetto di Rickheit infatti, non è tanto l’aspetto grafico (seppur anch’esso costantemente volto a perturbare la lettura), quanto il costante alone di mistero che avvolge le azioni e i pensieri dei due protagonisti. Di più: che avvolge tutta la loro esistenza. Il mistero più grande è infatti l’invisibile figura paterna costantemente evocata, una presenza ingombrante che sembra influenzare ancora le vite dei Torpor. Di lui sappiamo solo che è morto, che era un militare, che ha voluto un’educazione rigida per i suoi figli e che ha sacrificato tutto per costruire la grande casa in cui abitano. Man mano che i due fratelli scoprono nuove zone, nuove stanze e corridoi, nuove ali dell’edificio sembrano venire in contatto con qualcosa che loro padre teneva loro nascosto. Perché quei passaggi segreti, quelle stanze misteriose, quelle enormi aree nascoste dai muri? Non ci è dato saperlo, mai. Anche il mistero stesso dell’abitazione è una cosa che Rickheit suggerisce con continuità evitando però di metterla in primo piano, come a voler fabbricare una backstory per i due protagonisti ma con la volontà espressa di non portarne mai a termine la costruzione: rimane solo un inquietante scheletro alle loro spalle che veglia e manipola le loro vite nel silenzio.

Le frequenti esplorazioni dell’abitazione diventano quindi il modo per i due fratelli di riappropriarsi delle loro vite, ed è per questo motivo che in fondo The squirrel machine non è altro che una storia di iniziazione in cui tutti gli elementi del fumetto (la creatività, la sessualità, il rapporto con la città, quello con la madre, la pressione della figura paterna) convergono per creare una complessa saga familiare e il conseguente cammino dei due protagonisti verso l’indipendenza.

Scansando qualsiasi allegoria e metafora portando tutto sul duro piano del reale, Rickheit costruisce un fumetto grottesco con una narrazione inaspettatamente intima nel suo costruire l’adolescenza dei Torpor.

The squirrel machine
di Hans Rickheit
Traduzione di Valerio Stivè
Eris Edizioni, 2017

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