Laser #20 | Autunno – Inverno 2017/2018

Laser è l’elenco delle recensioni che ho pubblicato durante il mese. Di solito sono molto poche perché sono pigro.

MALLOY: GABELLIERE SPAZIALE di Marco Taddei e Simone Angelini (Panini 9L, 2017)
Il Malloy: gabelliere spaziale di Taddei e Angelini sta a metà strada tra Garibaldi e Fantozzi. Del primo conserva lo spirito d’avventura, la spavalderia e un certo esotismo, del secondo invece condivide il lavoro da impiegato, il totale asservimento al suo superiore e un amore puro per la sua mostruosa famiglia. È questa forse l’operazione più coraggiosa di un libro che si prende già tantissimi rischi: fare dell’eroico protagonista un servo puro, uno scaltro collaborazionista del Potere Forte pronto a fare di tutto pur di portare al termine la missione assegnatagli ed esaudire qualsiasi richiesta gli venga fatta dai piani alti dell’Impero.
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BENVENUTI A LALAND #1-2 di Luciop (Shockdom, 2015-2017)
Lalaland non è un bel posto e il primo a pensarlo è Luciop, che in questa città fatta di melassa e caldo tropicale ci ha ambientato due fumetti – entrambi editi da Shockdom – che sono forse le due storie di pre-adolescenza più inconsuete e folli che il fumetto italiano ha raccontato negli ultimi anni.
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B COMICS – FUCILATE A STRISCE. SHHH! a cura di Maurizio Ceccato (Ifix, 2016)
Giunta al suo terzo volume, l’antologia a fumetti curata da Maurizio Ceccato (con la consulenza di Lina Monaco) si presenta questa volta come un gigantesca tablet, un touch-screen percorso da sottili linee in rilievo che sembrano alfabeto Braille o una pelle di serpente. Poco importa: Ceccato ci sta solo avvisando che a questo giro dobbiamo acuire i nostri sensi e dimenticarci per qualche ora della parola scritta. I rumori, quelli no. In Shhh! c’è silenzio perché non parla nessuno, non per limiti tecnici o per imposizione, e infatti si tratta di un silenzio naturale di cui percepiamo ogni sfumatura.Leggi la recensione su Critica Letteraria.

AMERICAN MONSTER VOL.1 – Dolce casa di Brian Azzarello e Juan Doe – Traduzione di Stefano Formiconi (saldaPress, 2017)
Al contrario del mostro di Shelley, però, quello di Azzarello non ci ispira alcuna pietà, nemmeno quando lo scrittore ci svela il suo passato e il suo ruolo di vittima. È una creatura di pura malvagità, senza un briciolo di pietà o compassione verso il genere umano, le cui caratteristiche morali ed emotive ha abbandonato nel momento in cui la sua trasformazione è avvenuta.
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IN SILENZIO di Audrey Spiry – Traduzione di Elisabetta Tramacere (Diabolo Edizioni, 2016)
In silenzio è la storia di un corpo. Certo, nella trama ci sono anche una coppia, un’escursione, persone che si perdono per un istante e poi ricompaiono, ma più che altro il fumetto di Audrey Spiry è la storia di un corpo, quello di Juliette. Capito questo è bene abbandonare la trama, lasciarla scorrere in sottofondo e non darle troppe attenzioni, così da concentrare la lettura su quel corpo che la Spiry immerge in un elemento che non solo gli è estraneo, ma nei cui confronti prova una certa avversione: l’acqua.
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THE SQUIRREL MACHINE di Hans Rickheit – Traduzione di Valerio Stivé (Eris Edizioni, 2017)
Le frequenti esplorazioni dell’abitazione diventano quindi il modo per i due fratelli di riappropriarsi delle loro vite, ed è per questo motivo che in fondo The squirrel machine non è altro che una storia di iniziazione in cui tutti gli elementi del fumetto (la creatività, la sessualità, il rapporto con la città, quello con la madre, la pressione della figura paterna) convergono per creare una complessa saga familiare e il conseguente cammino dei due protagonisti verso l’indipendenza.
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MARCH – Libro uno di John Lewis, Andrew Aydin e Nate Powell – Traduzione di Giovanni Zucca (Mondadori Oscar Ink, 2017)
Questo vorrebbe fare March: raccontare con la stessa semplicità e mitezza del suo protagonista una storia di grande eroismo personale e colletivo. Il risultato è desolante. Lo sceneggiatore Andrew Aydin evita qualsiasi tipo di enfasi e non fa altro che elencare i fatti, metterli in fila e ridurre il tutto a mera cronaca, come se bastasse riportare gli accadimenti per raccontare e descrivere una complessa situazione socio-politica e l’importanza del movimento per i diritti civili. Il risultato ottenuto è un fumetto istruttivo ma privo di qualsiasi mordente, una storia vuota che riesce coinvolgerci emotivamente tanto quanto una voce di Wikipedia.
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LA SAGGEZZA DELLE PIETRE di Thomas Gilbert – Traduzione di Elisabetta Tramacere (Diabolo Edizioni, 2017)
Per Gilbert la natura non è un’eterna primavera e la scoperta del proprio corpo non si rifà al banale motivetto del fiore che sboccia. Il corpo della protagonista acquista libertà e sensualità man mano che diventa sporco, peloso, rinsecchito, quando è pronto cioè a vivere la natura, accettando i suoi ritmi e i suoi cicli, la sua legge sorda e inesorabile a cui non possiamo fare appello.
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IL REGNO ARTIFICIALE di Francesco Marrello (Retina Comics, 2016)
Con il suo Lovecraft catodico, Marrello riesce a restituirci questo strano e non confortevole senso di meraviglia. Lo fa in maniera viscerale, prediligendo l’atmosfera e non l’azione e, caso più unico che raro, utilizzando tutti gli strumenti che il fumetto mette a disposizione, per ricreare la complessità emotiva della scrittura di Lovecraft.
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THE END OF THE FUCKING WORLD di Charles Forsman – Traduzione di Valerio Stivè (001 Edizioni, 2017)
È proprio per questa capacità che Forsman ha nel renderci partecipi dello sguardo esclusivo e intimo di due innamorati, che The End of the Fucking World non può essere altro che il racconto della loro storia d’amore. Tutte le tracce narrative che l’autore semina durante la storia (quell’accenno da thriller esoterico, l’impianto di storia on the road, il rapporto padre e figlio) infatti sono semplicemente accennate e mai sviluppate a dovere, proprio per inquinare il meno possibile il microcosmo sentimentale dei due protagonisti.
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I DILETTANTI di Conor Stechschulte – Traduzione di Elisabetta Mongardi (001 Edizioni, 2017)
Jim e Winston nel frattempo inciampano, scivolano, sanguinano dai tagli, fanno la conta dei denti saltati dalle gengive. Il fumetto di Stechschulte diventa senza preavviso una lunga e macabra sequenza di slapstick dove però non si ride mai, nemmeno per sbaglio. L’autore non mette in piedi un teatrino granguignolesco per prendersi gioco dei due protagonisti, ma fa diventare il meccanismo comico di cadute improvvise e botte in testa, una tremenda macchina del destino che non lascia nessuno scampo ai due protagonisti.
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Gigahorse #22 | Novembre 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo. Se non avete voglia di aspettare un mese per leggerle, fate un giro sul profilo Instagram. 

DEADPOOL #29-30-31
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)

Sul numero #29 Deadpool per il sociale: il mercenario chiacchierone aiuta una ragazza depressa a evitare il suicidio. Peccato Duggan non riesca a evitare quello dei suoi lettori, che non solo devono sopportare la solita azione di basso livello e l’umorismo di bassa lega, ma ora devono pure sobbarcarsi il tema importante. Ma anche no. Comincia la nuova run, che porta avanti lo scontro tra Deadpool e Madcap. Duggan fa il riassuntone di quello successo finora, vedremo dove andrà a parare. Per fortuna ai disegni di entrambe le storie c’è Matteo Lolli, che è un bel passo avanti rispetto al solito.
Sul #30 Spider-Man e Deadpool per sfuggire all’attacco di Itsy Bitsy si teletrasportano a Weirdworld, un luogo che voi lettori Marvel conoscete bene e invece io non ho mai sentito nominare, infatti almeno un paio di cose divertenti ci sono anche ma non le ho capite fino in fondo causa citazioni a me incomprensibili. Il resto è la solita verbosa caciara. Su L’inverosimile Gwenpool che succede invece? Flashback sul cattivone che farà felici i fan di Spider-Man, pem-pem-pim-pum, battutine, tenerezze, cliffhanger, sbadigli.
Si finisce col numero #31: Duggan costruisce la sua storia di Deadpool come un mosaico. Ogni episodio è una piccola tessera che andrà poi a comporre un’immagine più grande è complessa. Il problema è che i mosaici sono molto belli visti nell’insieme, ma a fissare una tessera alla volta ci si rompe veramente troppo i coglioni. Ai nuovi Mercenari per soldi toccano invece i consueti intrighi e la consueta retorica del gruppo scalcagnato ma con un cuore grande così. Davvero difficile sopportare uno schema che si ripete sulla testata da così tanto tempo e con così poche varianti.

DYLAN DOG SPECIALE #31 – Il pianeta dei morti: nemico pubblico n.1
di Alessandro Bilotta e Sergio Gerasi (Sergio Bonelli Editore, 2017)

Che bello dimenticarsi di Dylan Dog, tagliarlo fuori quasi del tutto dalle 160 pagine dell’albo e lasciare spazio alla follia e al dramma di Xabaras. Bilotta fa entrare in scena Dylan solo quando è indispensabile e infatti il cuore del racconto appartiene tutto a Xabaras tant’è che anche durante l’intenso finale stiamo dalla sua parte, condividendo con lui la disperazione, il fallimento, l’amarezza di una vita gettata al vento. Sergio Gerasi sfodera un tratto secco e tagliente, perfetto per raccontare un’umanità al capolinea, i corpi rinsecchiti, la pelle aderente alle ossa.

SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #8 – Notti di paura
SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #9 – Tornando a casa
di aa.vv. – Traduzione di aa.vv. (RCS Quotidiani, 2009)
Non si può dire che questo Notti di paura sia una raccolta di storie horror con protagonista il nostro Uomo Ragno di quartiere. È davvero difficile trovare qualcosa di puramente horror, tutto è declinato in salsa Spider-Man non tanto per il supereroismo (che ha comunque il suo bel peso nelle storie) quanto per la prospettiva umana con cui gli autori raccontano questi mostri. Davvero toccante la storia di origini di Morbius (il cui volto è forse la cosa più da horror classico qui presente), ma si viene coinvolti maggiormente dal dramma umano di JJJ che non vi svelo per evitare spoiler. Chiudono il volume due storie più recenti visivamente molto cronenberghiane ma troppo melodrammatiche per i miei gusti.
Capisco che la rilettura in chiave esoterica delle origini di Spider-Man in Tornando a casa possa aver fatto arricciare il naso a molti fan del Ragno, però ho la fortuna di non essere un fan e di aver letto talmente poco del personaggio da riuscirmi a godere questa storia discreta. Straczynski fa su un mischione ma non perde mai di vista il personaggio, la cui ricostruzione avviene tramite una crisi causata da un nemico troppo forte da sconfiggere. Romita Jr. di conseguenza tira fuori un Uomo Ragno il cui corpo è costantemente martoriato e innervato dal dolore. Sebbene la consueta mancanza di voglia nel disegnare le sequenze di dialogo, Romita Jr. descrive con grande partecipazione il dolore del personaggio, e infonde energia alle sequenze d’azione.

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN RINASCITA #14
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Come sospettavo alla fine questa run che doveva tirare le somme del rapporto tra il Joker e Harley Quinn si è rivelata una burletta deludente. Certo, ci si diverte sempre a leggerla e quando ci sono Timms e Hardin ai disegni ci vengono tolte varie soddisfazioni, il problema però è che la testata naviga da un po’ di tempo senza una vera direzione. Questa era l’occasione giusta per tracciare un nuovo percorso e invece il cazzo.
Inaspettatamente la cosa migliore di Suicide Squad è il lavoro di un Romita Jr che pare stia poco a poco rinascendo. La regia delle tavole mi pare ancora un poco pigra, ma quando si mette d’impegno tira fuori vignette davvero suggestive che, guarda caso, riguardano tutte Deadshot, protagonista dei momenti visivamente più interessanti della testata. Date a Romita Jr. una bella miniserie sul personaggio e lasciatelo sfogare un poco. (C’è anche la solita coda sensibile di sette pagine, a questo giro particolarmente disegnata di merda). Deathstroke sta diventando la mia soap-opera preferita, e non è un insulto. Mi piace la narrazione frammentata di Priest, il modo con cui gestisce un personaggio stronzo facendogli distruggere ogni particella della sua famiglia che, nel frattempo, cerca di resistere ai suoi attacchi. E poi ci sono i combattimenti, quindi stiamo a posto.

PARKER #3 – Il colpo
di Darwyn Cooke – Traduzione di Valeria Gobbato (Editoriale Cosmo, 2017)
C’è sempre qualcosa che fa andare storto un colpo. Parker lo sa bene, lui che pianifica e lubrifica gli ingranaggi delle malefatte, complessi meccanismi di personalità e capacità che Darwyn Cooke si diverte a scomporre e a rimettere insieme sfruttando il fumetto. Il suo lavoro su Parker sembra quasi quello di un fumetto didattico, dove il medium viene utilizzato per schematizzare eventi e legami, metterli su una griglia e tracciarne i collegamenti. Più che narrazione, quella di Cooke sembra una ricostruzione di fatti e moventi su cui si muove il suo protagonista, a volte pedina a volte burattinaio, ma sempre pronto a uscirne se non sano, perlomeno salvo.
PARKER #4 – Luna Parker
Ogni piano per il Parker di Cooke è una strategia di contenimento del caos. Ridurre gli imprevisti, prevedere i tradimenti, le controffensive, mettere in conto di dover prendere decisioni difficili affinché tutto fili liscio. Alle volte funziona e alle volte no, ma è per quello che esistono i piani B. Questa volta è andato tutto storto così Parker è costretto a rifugiarsi in un Luna Park abbandonato. Cooke mette in scena un assedio del forte in cui i toni western sono sostituiti da frivole atmosfere Tiki, e in cui come sempre la preparazione delle trappole non è meno interessante rispetto a quando le trappole entrano in funzione. Regia come sempre perfetta al millimetro, soprattutto nella prima parte che ho trovato davvero affascinante.

NECRON #3 – Nobiltà depravata / Strage in vagone letto
di Magnus e Ilaria Volpe (Editoriale Cosmo, 2017)
Trovo davvero difficile spiegarvi come mai Necron mi piace davvero tanto, probabilmente perché anche io non l’ho ancora capito bene. Una delle ragioni è sicuramente la serietà con cui Magnus confezione un prodotto che parrebbe essere becero e volgare. Una serietà che emerge dai costumi (quelli delle nobili della prima storia sono spettacolari), dalla caratterizzazione mai scontata dei personaggi, dalle strutture narrative che usa per incastrarci dentro due o tre scopate (la seconda storia tutta ambientata sul treno è esemplare in questo senso). Una serietà che investe per forza di cose anche un erotismo meno grossolano di quel che sembra, che sfocia spesso in una pornografia gaudente e divertita, a metà tra la goliardia e l’eccitazione (un discorso che peraltro può essere esteso anche alla componente horror). 

MEGG & MOOG IN AMSTERDAM AND OTHER STORIES
di Simon Hanselmann (Fantagraphics, 2016)
Quell’aspetto da sit-com anni ’90 che hanno le avventure di Megg e Moog, sta facendo emergere qualcosa di interessante che avevo inizialmente ignorato. Hanselmann intrappola i suoi personaggi in quegli stilemi fatti di stereotipi, personaggi ricorrenti, trame già viste, scenografie che si ripetono, li rinchiude e ci butta dentro il dramma che è quasi inevitabilmente nascosto sotto le stronzate e le risate registrate. I personaggi vengono lasciati a combattere contro questo dramma che non possono affrontare perché il mondo che gli sta attorno (e che sì, lo ha fatto Hanselmann ma in fondo se lo sono costruiti loro) non può e non deve cambiare, così come loro non possono crescere e maturare perché devono rimanere nel personaggio. È inquietante, fa paura, mette addosso una tristezza a cui riusciamo fin troppo facilmente a dare un nome.

BRITANNIA VOL. 1
di Peter Milligan e José Juan Ryp – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2017)
Quello di Britannia è un Milligan meno complesso e profondo del solito, che si mette al servizio di una storia semplice e lineare a cui riesce però a donare piccole sfumature che la rendono meno banale del previsto. C’è il tormento misterioso che affligge il protagonista, un mostro lovecraftiano che sembra funestare l’Impero, e un’ambientazione molto suggestiva. Milligan porta avanti il tutto col pilota automatico ma mai in maniera svogliata: il suo racconto è prevedibile ma coinvolgente sia nella componente umana che in quella orrorifica. Davvero buono il lavoro di Ryp ai disegni, grazie soprattutto a una regia efficace nonostante l’uso frequente di tagli arditi. Infine i colori di Jordie Bellaire aggiungono la giusta atmosfera malsana al racconto, con quella perenne foschia pestilenziale che ammanta l’accampamento e rafforza la parte fantastica del racconto. Vediamo se col secondo volume Milligan riuscirà a dare più profondità alla storia, in caso contrario ci ritroveremo tra le mani “solo” una lettura davvero piacevole.

ALIENS #7
di aa.vv. – Traduzione di Andrea Toscani  (SaldaPress, 2017)
Numero di transizione tra la nuova miniserie che comincerà nel prossimo albo e la precedente Aliens: defiance, di cui ci tocca un rimasuglio insipido e facilmente dimenticabile. Le cose migliorano con Aliens: Fast track to Heaven, storia autoconclusiva scritta e disegnata da Liam Sharp. Pur con un accumulo ingiustificato di personaggi stereotipati e una trama i cui snodi sono facilmente prevedibili, la storia di Sharp si dimostra essere interessante grazie all’inedita ambientazione dell’ascensore che collega la base spaziale alla nave che contiene lo xenomorfo. Con una narrazione quasi esclusivamente sviluppata verticalmente, Sharp mette la sua attenzione nella carne deteriorabile degli esseri umani, la illumina con monocromie claustrofobiche al neon e rifiuta di costruire gli spazi scenografici gettando noi e i personaggi nella confusione più assoluta.

LA SAGGEZZA DELLE PIETRE
di Thomas Gilbert – Traduzione di Elisabetta Tramacere (Diabolo Edizioni, 2017)
Abito in mezzo a un bosco, in quella che fino alla mia adolescenza era la fattoria di famiglia. Avendo vissuto quotidianamente a contatto con il buon odore del fieno e il buon odore della merda di vacca, ho con la natura un rapporto di cordiale diffidenza, tipico dei legami da cui si sono ricevute molte soddisfazioni e molte fregature. Di conseguenza mi fanno solitamente schifo tutte quelle stronzate sulla natura che risveglia i sensi, sull’infante selvaggio, sulla natura madre benevola e generosa. Per fortuna non ci crede nemmeno Thomas Gilbert che con La saggezza delle pietre ci racconta il risveglio di un corpo con brutalità, calore materno e spigolosa sensualità. Non c’è nulla di banale nel suo racconto, nessuna concessione alla facile poesia sulla natura: ci sono le cose belle e le cose brutte, quelle che ti accarezzano e quelle che ti mordono. Ve le spiego bene in questa recensione per Fumettologica.

BATTAGLIA – Ragazzi di morte
di Luca Vanzella, Valerio Befani e Pierluigi Minotti (Editoriale Cosmo, 2017)
Se lo scopo di questo Battaglia – Ragazzi di morte era quello di eliminare l’aura di santo martire con cui l’Italia ha illuminato Pier Paolo Pasolini per lavarsi la propria coscienza, l’esperimento si può dire pienamente riuscito. Vanzella restituisce a Pasolini l’umanità perduta rivestendolo di torpilocquio e dolcezza, violenza e parole, dubbi e certezze che contribuiscono a creare un personaggio più interessante rispetto all’icona a cui siamo abituati. Certo, non aspettatevi una scrittura che sappia scavare a fondo nel personaggio, d’altronde questo è Battaglia e tutto sommato una scrittura del personaggio fatta per estremi è la strada giusta per restituire a PPP carne e carnalità. Dopo una prima parte con Pasolini assoluto protagonista, Pietro Battaglia si prende i suoi spazi regalando la vendetta al protagonista è rivelando gli intrighi (ma non i nomi) nascosti dietro la sua morte.

STORIE BREVI E SENZA PIETA’ – L’integrale
di Marco Taddei e Simone Angelini (Panini 9L, 2017)
Tornano in versione rimasterizzata (e definitiva) le Storie brevi e senza pietà di Taddei e Angelini. Riletti a distanza di qualche anno, i racconti non hanno perso la lucidità e la spietatezza con cui raccontano un’umanità sbandata che cerca maldestramente di tornare nei ranghi di una normalità ormai perduta. Taddei concede il minimo sindacale di pietà solo ai matti, custodi di una follia pura, mentre Angelini traccia i contorni dei personaggi rinsecchendo loro i connotati, riducendoli all’osso per trasformarli poi in fossili da esporre nel museo dell’umanità derelitta. All’epoca dell’uscita del secondo volume avevo scritto una recensione per Critica Letteraria: la trovate qui come se fosse un reperto archeologico.

BLOODSHOT REBORN VOL.4 – Bloodshoot island
di Jeff Lemire e Mico Suayan – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2017)
Arrivati al quarto capitolo della lunga saga che Jeff Lemire sta dedicando alla ricostruzione di Bloodshot, abbiamo ormai ben chiara la direzione intrapresa dallo scrittore canadese. La sua idea è quella di restituire l’umanità al personaggio e per farlo costruisce una storia articolata che intreccia il passato, il presente e il futuro di Bloodshot, portando avanti su un doppio binario sia i segreti relativi alla sua creazione, sia i legami sentimentali che lo hanno portato dov’è ora. In questo terzo volume però i due elementi vengono portati su un unico piano, così botte e lacrime, sentimenti e sparatorie, sono finalmente uniti in un’unica soluzione drammaturgica che convince fino in fondo. Sempre all’altezza i disegni di Mico Suayan, capaci di cogliere le sfumature drammatiche del racconto e con una narrazione più solida rispetto alla prima run che aveva disegnato su per la serie. In più di un’occasione si ha la sensazione di trovarsi davanti a un war comic per come Suayan riesce a bilanciare il racconto spettacolare degli scontri e le intime tragedie di questi super soldati.

THE RUST KINGDOM
di Spugna (Hollow Press, 2017)
Se Una brutta storia traeva la sua immediatezza dai pugni monolitici dalle ossa frantumate, The Rust Kingdom è un racconto sostenuto dalla brezza mortale di cui le spade si fanno portatrici. E il nuovo fumetto di Spugna inizia così, con un lieve refolo di vento che smuove la nebbia misteriosa sopra una pianura di nulla. Invisibile, letale, silenziosa: Spugna racconta questa storia così come il suo protagonista muove la spada. Entrambi procedono disperati, determinati e folli verso il loro scopo, che ci rimane oscuro fino alla fine. Se quello del protagonista non ve lo svelo, lo scopo di Spugna è quello di innestare in questa storia di lame e mostroni, un dramma puro e cieco che, una volta svelato, è capace di dare un inaspettato spessore emotivo alla storia.

MANIFEST DESTINY VOL.5 – Mnemophobia e Chronophobia
di Chris Dingess e Matthew Roberts – Traduzione di Stefano Menchetti (Saldappres, 2017)
Dopo aver fatto affrontare ai nostri esploratori un numero infinito di creature mostruose, Chris Dingess comincia a tirare le fila di Manifest Destiny con un quinto volume che ha il chiaro scopo di far venire tutti i nodi al pettine. Lo fa mettendo i protagonisti di fronte a una minaccia invisibile (una fitta nebbia la cui origine ci è chiaramente sconosciuta) che fa materializzare davanti agli occhi le loro paure più profonde. Così Mnemophobia e chronophobia diventa quasi una lunga galleria in cui non solo rivediamo tutti i mostri che hanno funestato la missione di Lewis e Clark, ma vengono riassunti tutti i legami creatisi finora per portare a galla i misteri e i tradimenti che si celano dietro alleanze, amicizie e storie d’amore. Dingess fa il punto della situazione nel migliore dei modi, con una storia capace di riassumere storyline e tematiche senza per questo dimenticare il coinvolgimento emotivo. Questo quinto volume fa il punto della situazione per introdurre il primo grosso punto di svolta dall’inizio della serie. Siamo solo a metà del cammino però, e di terre da esplorare e mostri da scoprire ne avremo ancora un bel po’.

SKIM
di Mariko Tamaki e Jillian Tamaki (Groundwood Books – House of Anansi Press, 2008)
Difficile trovare qualcuno che sappia raccontare l’adolescenza meglio delle cugine Tamaki. Lo fanno senza idealizzare quell’età, evitando così di banalizzarla o semplificarla magari a favore di una storia di genere che sappia renderla più accessibile. E infatti anche questo Skim si rivela essere una storia profonda che racconta l’adolescenza in tutta la sua naturale complessità e seria stupidità, senza mai tralasciare le infinite contraddizioni, i problemi apparentemente insormontabili e la loro naturale risoluzione. Lo fanno attraverso una protagonista silenziosa e svogliata il cui volto assorto è la maschera perfetta per raccontare un’adolescenza segretamente inquieta e turbolenta. Alla loro prima.prova di coppia, Mariko offre una buona sceneggiatura, mentre le tavole di Jillian dimostrano ancora qualche incertezza compositiva. 

KILL THEM ALL
di Kyle Starks (Oni Press, 2017)
Cartoon network + Shane Black + Quentin Tarantino. Questa simpatica addizione dovrebbe darvi la giusta idea di quello che è Kill them all, graphic novel action e tutto matto di Kyle Starks. Insomma, avete capito che dentro di troverete le battutacce e i dialoghi da badass, sequenze action ben dirette e tempi comici perfetti, botte da orbi e smargiassate di vario genere. Starks scrive e disegna un fumetto dal ritmo perfetto, che avanza inarrestabile seguendo l’avanzare (verticale) dei due protagonisti verso il boss finale. Non ci vengono risparmiati un paio di colpi di scena discretamente assestati e anche una buona dose di emozioni (mascherate alla maniera del cinema action anni ’90, quindi cazzo bellissime). Kill them all è un fumetto orgogliosamente superficiale e per questo gli si vuole immensamente bene.


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Malloy: gabelliere spaziale | L’epica del capo chino

Non avete sempre trovato molto divertente il fatto che la parola più celebre pronunciata dal più celebre degli eroi italiani sia stata “Obbedisco”? L’atto eroico su cui venne fondata la nostra nazione è una frase urlata a capo chino da uno che voleva l’Italia repubblicana e invece l’ha consegnata senza troppi problemi alla monarchia. Ricordate l’iconografia classica del Garibaldi, quei ritratti con lo sguardo ispirato, la barba severa, il viso rivolto all’orizzonte infinito, e poi mettetegli in bocca quella parola da cui spira l’olezzo di un compromesso. Garibaldi obbedisce e qui sta il suo atto eroico: dimenticare i propri ideali per fare ciò che gli veniva richiesto.

Da questo primo “Obbedisco!”, per l’uomo italico è stato un cammino tutto in discesa: il suo corpo si è piegato, arrotondato, incurvato per rispondere in maniera aerodinamica alle sollecitazioni e agli ordini non più di un Re ma di un direttore. Così Garibaldi divenne Fantozzi, e fu il compimento di un’evoluzione naturale e inevitabile. L’eroe italiano definitivo non solo obbedisce, non solo prende sberle ma ringrazia anche. Si bea della sua patetica vita impiegatizia, si ritaglia qualche momento di superficiale felicità e passa tutto il tempo a mitigare il Garibaldi che ancora gli pulsa dentro ma che vede bene di non liberare perché sa che ogni moto di orgoglio porta con sé l’ennesimo e inevitabile rientro nei ranghi al grido (poco nobile) di “Obbedisco!”.

Il Malloy: gabelliere spaziale di Taddei e Angelini sta a metà strada tra Garibaldi e Fantozzi. Del primo conserva lo spirito d’avventura, la spavalderia e un certo esotismo, del secondo invece condivide il lavoro da impiegato, il totale asservimento al suo superiore e un amore puro per la sua mostruosa famiglia. È questa forse l’operazione più coraggiosa di un libro che si prende già tantissimi rischi: fare dell’eroico protagonista un servo puro, uno scaltro collaborazionista del Potere Forte pronto a fare di tutto pur di portare al termine la missione assegnatagli ed esaudire qualsiasi richiesta gli venga fatta dai piani alti dell’Impero. Taddei e Angelini inseriscono questo aspetto fondamentale nel personaggio, tenendocelo quasi nascosto: il servilismo di Malloy non è mai totalmente manifesto e sicuramente non adombra il carisma del personaggio che anzi, svincolandosi dal classico viscidume del ruolo, si arricchisce di questo contrasto e ne fa la sua caratteristica principale. E infatti il lettore per tutto il tempo non può che stare dalla parte di un crudele e spietato esattore delle tasse, nei cui confronti non riesce mai a provare un odio reale e giustificato, semmai ne ammira la determinazione, l’abnegazione sul posto di lavoro, le gesta eroiche. E gli invidia forse più di ogni altra cosa, la sua radicata mediocrità. Malloy è un protagonista ambiguo, un mercenario che assurto al ruolo di personaggio principale, si trasforma in eroe in quanto ci è impossibile non condividere il suo sistema di valori.

Al termine della sua avventura Malloy scopre tutti i segreti dell’Universo. Fosse un personaggio di Lovecraft ora il prode avventuriero si troverebbe delirante e incatenato nella cella di un manicomio, e invece lui come niente fosse torna a casa, abbraccia la moglie e si mette a giocare coi figli come un normale impiegato. La mediocrità è il premio finale per il lavoro svolto e l’unico approdo possibile per ogni essere vivente dedito alla sopravvivenza, e questo per Malloy è giusto e normale. Se anche Anubi finiva con l’abbracciare un futuro mediocre da essere umano facendosi però carico di tutta la sofferenza che ne derivava, Malloy non soffre della sua condizione e dimentica senza troppi patemi la complessità delle meccaniche celesti per trovare finalmente la pace tra le mura domestiche. Che sia forse questa la “divina stupidità dell’eroe” di cui parlava Alfred Tennyson descrivendo Garibaldi, l’affrontare il campo di battaglia, sopravvivergli e poi tornare alla vita quotidiana senza sindrome post-traumatica? Che sia forse questo il segreto per una vita felice?

Anzi, meglio dire “l’illusione di una vita felice”, visto che la genesi che apre il fumetto è un incipit oscuro in cui Taddei cancella il libero arbitrio dall’Universo rendendo tutti i personaggi marionette manovrate da qualcuno più grande e potente di loro. Questa intuizione si riflette sulla struttura della prima parte del libro, che infatti si appoggia su una narrazione a matrioska inversa, con Malloy che parte dal nucleo e allarga la propria visuale in un movimento a zoom potenzialmente infinito quando si tratta di definire i livelli intermedi, ma che vede comunque sopra tutto e tutti il potere del Paravantz come grande involucro che contiene e soprintende a ogni cosa. E’ sorprendente in questa prima parte il ritmo forsennato con cui Taddei e Angelini gestiscono la narrazione, non tanto con la regia della tavola (pressoché uniforme) ma con cambiamenti continui che modificano il corso della storia. La frequenza con cui i due attuano questi cambi di rotta è vertiginosa, così come l’avvicendarsi continuo di nuove ambientazioni e nuovi personaggi ci restituisce l’idea di un mondo precario e di esistenze se non fasulle, sicuramente poggiate su un piano instabile.

Ancora una volta Simone Angelini si rivela la scelta giusta e meno scontata per descriverci un mondo agonizzante e un’umanità alla deriva, anche se con  Malloy può finalmente mettersi alla prova su un universo graficamente più ricco rispetto al microcosmo rinsecchito e sintetico di Anubi. Il disegnatore mantiene il suo tratto semplice e incartapecorito pur arricchendolo nei dettagli, nelle scenografie e nei costumi, ottenendo così delle immagini che ci riportano sia a una certa essenzialità sovietica, sia al ruvido dinamismo della Marvel degli inizi. E mentre Angelini riduce tutto al necessario, Marco Taddei spinge l’acceleratore sui barocchismi di un linguaggio che si divide tra lo spaventoso burocratese e un grammelot picaresco che pare preso di peso dall’Armata Brancaleone e trasportato in queste disastrate galassie.

Ma il bello deve ancora venire. Dicevamo appunto che i primi due capitolo sono un turbine di eventi, personaggi e luoghi narrati a una velocità così spaventosa da desiderare quasi un rallentamento (ho fatto una prova dividendo questi capitoli in episodi più brevi e niente: Malloy sarebbe una serie mensile perfetta). Arrivati al climax, Taddei e Angelini frenano ma a modo loro, ovvero eliminando qualsiasi tipo di azione: da questo punto in poi ci aspetta un monologo di venti tavole che in una situazione normale si bollerebbe come un noioso e interminabile spiegone. Lo è. È titanico, mastodontico, un monolite di parole che mette le vertigini. Doveva essere così per rendere ancora più evidente il senso di oppressione che vuole trasmettere. Le parole di Taddei hanno una forza evocativa (e una inaspettata chiarezza nonostante la complessità della struttura del monologo, dei temi trattati e del linguaggio utilizzato) fuori dal comune, ti si siedono in petto e spingono fino a farti respirare quel tanto che basta per ricordarti che sei ancora vivo. Qui Angelini mostra i muscoli e gestisce i wall of text di Taddei con una regia perfetta che non ci fa mai perdere la concentrazione sul testo, ci alleggerisce la lettura e la arricchisce con una recitazione ancora più straniante rispetto alla prima parte del fumetto.

Tra un parlamento di giocatori di ping pong che pare un incrocio tra Nanni Moretti e Veroheven, scheletri dorati, maiali, banchieri e rivoluzionari con il nome di multinazionali, Malloy: gabelliere spaziale non conferma solamente il coraggio di Taddei e Angelini nell’affrontare un genere a loro apparentemente distante, ma anche la loro capacità di adattare quel genere non tanto alle proprie capacità espressive quanto ai temi che sono a loro più cari. E infatti Malloy: gabelliere spaziale diverte come una space opera un po’ weird ma è anche l’ennesimo tassello della ricerca esistenziale che i due autori stanno conducendo sin dal loro esordio.

Malloy: gabelliere spaziale
di Marco Taddei e Simone Angelini
Panini 9L, 2017