Non bisogna dare attenzioni alle bambine che urlano | Le piccole donne degli anni ’90

Arrivato all’ultima pagina di Non bisogna dare attenzioni alle bambine che urlano, non ho potuto fare a meno che ripensare a Piccole Donne. O meglio: all’incipit di Piccole Donne. Non mi posso definire un amante del romanzo della Alcott ma ho sempre trovato quel primo capitolo un piccolo capolavoro di sintesi: quello che vediamo in superficie è la semplice notte di Natale tra quattro sorelle che scherzano in attesa di aprire i doni. È un dialogo che la Alcott usa per tracciare velocemente i profili delle sue protagoniste, e infatti sono subito chiari il carattere e la visione del mondo di ognuna di loro. Non solo: la Alcott riesce anche a raccontarci della loro famiglia e delle sue angosce legate al periodo storico. E tutto questo con un dialogo leggero, spesso divertito nei toni (anche se si ritaglia piccolissimi momenti di malinconia) e veloce nel botta e risposta, con un ritmo narrativo che pare quasi quello di una sitcom.

C’è poi una scena particolare che rafforza il legame con il fumetto di Eleonora Antonioni e Francesca Ruggiero. A un certo punto le sorelle cominciano a battibeccare tra loro per i comportamenti da maschiaccio di Jo che, di tutta risposta, dice:

[…] e se il tirarmi su i capelli mi fa diventare una signorina, porterò la treccia giù, fino a venti anni! — gridò Jo, strappandosi via la rete e lasciandosi cadere sulle spalle una bellissima treccia di capelli castagni.
— Penso con raccapriccio che un giorno dovrò pur essere la signorina March, dovrò portare le sottane lunghe e metter su un’aria di modestia e di affettazione come la mia cara sorella! È la cosa più insopportabile del mondo pensare d’essere donna quando darei qualunque cosa per essere nata uomo! Ed ora che muoio dalla voglia di andare al campo con papà, mi tocca star qui a far la calza come una vecchia di cent’anni! — E Jo, in un impeto di rabbia, gettò per terra la calza che stava facendo, tanto che il gomitolo di lana andò a rotolare dall’altra parte della stanza.

Jo March rifiuta il ruolo impostole dalla società, tiene i capelli slegati  e si permette addirittura un impeto di rabbia. Probabilmente avrà anche gridato ma poco importa, perchè Non bisogna dare attenzioni alle bambine che urlano, in modo da non legittimare i loro capricci e i loro pensieri strani. Un po’ quello che accade alle tre protagoniste degli altrettanti racconti che compongono il libro di Eleonora Antonioni e Francesca Ruggiero, tre ragazze che gridano la propria indipendenza e cercano qualcuno con le orecchie abbastanza pronte e gentili da ascoltare le loro urla di gioia e le loro urla di dolore.

Ad ascoltarle, almeno all’inizio, c’è solo il loro diario scolastico, contenitore di pensieri, amori, collage, disegni, firme, frasi e ritagli di riviste. È dall’immaginario di quei diari rigonfi e traboccanti che occupavano gran parte dello zaino, che la Antonioni e la Ruggero basano la narrazione del loro fumetto. Dal punto di vista dei testi, la Ruggiero sceglie un registro semplice e spontaneo, sì diretto ma con numerose sfumature che vanno dalla privata timidezza quando deve raccontare le vicende personali delle protagonista, o da un aspetto giocosamente cronachistico quando si mette a fare il chi-ama-chi o il chi-stainsieme-a-chi. In realtà la ricostruzione complessa di quel linguaggio spontaneo va oltre, riuscendo a restituirci anche il peso che quelle parole scritte rivestono nella vita delle protagoniste. In un mondo in cui le loro urla (ripeto: sia quelle di aiuto che quelle di gioia) non vengono percepite, ogni parola su quel diario è come scolpita nella pietra, sia come testimonianza indelebile ed eterna dei propri sogni, delle proprie paure e insicurezze, sia come riconoscimento di una tappa importante (il primo bacio, il primo amore, la prima amicizia, che non si sa mai se esistono prima nel diario e poi nella vita oppure viceversa). Insomma, i loro pensieri diventano legittimi perché messi nero su bianco. Anzi, rosso, blu, nero e verde su bianco.

Sì, perché la Antonioni decide di disegnare il tutto con una penna Bic a quattro colori. Quello che all’inizio può sembrare semplicemente un gioco, acquista significato dopo qualche pagina, perché quei quattro colori che tracciano i contorni delle vite delle protagoniste, sono gli stessi che utilizzano le ragazze per raccontarsi: diario e disegno diventano la medesima cosa, si ritrovano su uno stesso piano e tra loro si confondono. È a questo punto che il racconto si fa davvero diretto e siamo guidati all’interno di tre universi personali, fieramente soggettivi e parziali nel loro raccontarsi.

La regia di Eleonora Antonioni lavora principalmente su una tavola di quattro vignette, un formato strano che però sembra fatto su misura per trasmettere una dimensioni intima ed esclusiva del racconto, capace di contenere esclusivamente il corpo della protagonista o al massimo quella della persona con cui in quel momento condivide un sentimento. È un mondo piccolo e accogliente quella vignetta, a cui la Antonioni ritorna ci fa tornare con piacere quando cambia il modulo della tavola, sia allargandolo per  raccontarci le scene di massa, sia frammentandolo ulteriormente in parti più piccole nei momenti più concitati.

C’è però un altro aspetto del lavoro dell’autrice che mi ha stupito più di ogni altra cosa. Cerco di spiegarmi bene per evitare fraintendimenti: seguo la Antonioni da tempo e ho sempre trovato il suo tratto pervaso da un erotismo retrò, raffinato ma al contempo mai nascosto. Pensavo di ritrovarlo anche qui e invece no. Tutte le ragazze di Non bisogna dare attenzioni alle bambine che urlano sono bellissime, affascinanti, qualcuna è un po’ stronza e qualcuna è un po’ troppo buona, eppure nemmeno per un secondo le ho pensate come dei corpi. La semplifico ulteriormente: non mi è mai capitato di pensare Ah, guarda che belle tette! ed è una cosa che faccio praticamente sempre. Magari è autosuggestione, ma ho trovato il fumetto totalmente privo di qualsiasi ambiguità di natura sessuale. Non c’è la volontà nelle due autrici di fare l’occhiolino al lettore, di raccontargli questioni di sentimenti per poi dargli il contentino scabroso del capezzolo, della chiappa, del pelo pubico. La Ruggiero e la Antonioni raccontano un erotismo e un’eccitazione così racchiusi nella sfera privata delle protagoniste da perdere qualsiasi valenza puramente erotica e trasferirsi direttamente su un piano più profondo che coinvolge i legami, i sentimenti e, perché no, anche il proprio corpo.

Un’ultima cosa. Non bisogna dare attenzioni alle bambine che urlano non è un’operazione nostalgica. Gioca con il vintage anni ’90 ma mira a essere un testo universale. Come in un racconto in costume, gli anni Novanta non sono argomento ma scenario di contenuti universali. Proprio come Piccole donne che ancora oggi continua a raccontare alla bambine del nuovo millennio, come arrabbiarsi, volersi bene e tenere i capelli slegati finché se ne ha voglia.

Non bisogna dare attenzioni alle bambine che urlano
di Eleonora Antonioni e Francesca Ruggiero
Eris Edizioni, 2018

 

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