Il regno artificiale | Il Lovecraft catodico di Francesco Marrello

Un’astronave svetta su una scogliera. La sua forma è una geometria drastica fatta di angoli precisi e rette che separano brutalmente la struttura dall’ambiente che la circonda, un paesaggio low-fi i cui contorni sfumano in pixel sgranati. Una voce fuori campo ci informa del guasto della navicella. Il pilota mette piede sul pianeta alieno e comincia a esplorarlo. Non incontrerà nessuna forma di vita.

A metà tra la cronaca di un’esplorazione finita male e il carnet de voyage di un pianeta alieno, Il regno artificiale di Francesco Marrello (lo potete leggere gratuitamente sul sito di Retina Comics) mette al centro del suo racconto il terrore, la curiosità, lo stupore e il senso di riverenza che l’essere umano prova dinanzi a ciò che non conosce e che non riesce a spiegarsi. Marrello ci racconta di una spedizione scientifica su un pianeta ignoto, e lo fa inizialmente con un lessico non esclusivamente scientifico, quanto divulgativo. A leggere le prime righe del monologo che ci accompagna durante la lettura (e che l’autore inserisce strategicamente a fondo pagina, quasi come una didascalia giornalistica) l’impressione che si ha è quella di trovarsi di fronte a un documentario di Folco Quilici, con quella voce fuori campo dai toni colloquiali che si ritagliava sia momenti scientifici che riflessioni personali su ciò che accadeva. A Il regno artificiale manca però il contrappunto musicale di Morricone, rimane solo la registrazione in bassa qualità (un suono piatto della voce, a volte gracchiante), che si fa colonna audio del fumetto con quei piccoli fruscii di sottofondo, con quei rari momenti di silenzio in cui la voce dello speaker lasciava spazio a un rumore di fondo lievemente fastidioso. Con l’avanzare della narrazione però, il tono divulgativo del monologo sembra sgretolarsi davanti all’evidenza che la conoscenza scientifica del protagonista non basta per spiegare e comprendere un mondo così differente dal nostro. La prosa si fa prima intima, da evocativa diventa poi sconclusionata e infine incomprensibile.Le nostre attrezzature e i nostri sensi, la nostra scienza e il nostro intuito, sono strumenti inutili davanti al pianeta alieno su cui l’autore ci fa atterrare: l’ignoto non è un buco nero, ma una natura che ci è sconosciuta e che ci risulta impenetrabile sotto ogni punto di vista. Marrello ne crea infatti una versione ambigua, con forme e regole che spesso richiamano alla natura che siamo abituati a osservare e vivere, ma visivamente se ne discosta in maniera profonda. I suoi paesaggi sono glitch, video-interferenze, texture digitali in bassa qualità, forme perfettamente squadrate e altre che si perdono in una foschia digitale. Marrello è ossessionato dalla creazione di questa natura nuova e infonde in ogni immagine un fervore descrittivo per il paesaggio tale da ridurre la figura umana a una silhouette, un’ombra bidimensionale senza nulla da dire, che si aggira in un ambiente con una storia misteriosa ancora da raccontare.

Vagando tra questa natura aberrante e seguendo il delirante peregrinare del protagonista, è inevitabile pensare a Lovecraft e a quel terrore cosmico che percorre la sua produzione letteraria. Il regno artificiale – pur non essendo un adattamento diretto – è un fumetto lovecraftiano puro, capace non solo di distillare i temi dello scrittore di Providence, ma è anche uno dei rarissimi esempi in cui il comparto grafico non si piega a mera illustrazione della pagina scritta. Marrello vuole ricreare coi suoi disegni lo stesso tipo di orrore e disorientamento che la scrittura labirintica di Lovecraft provoca nel lettore con le sue descrizioni dettagliatissime e illogiche, precise eppure così bizzare da rendere quasi del tutto impossibile la creazione di un’immagine mentale.

Leggere Il regno artificiale è come tuffarsi in quelle pagine di Alle montagne della follia in cui Lovecraft descrive la città-labirinto con così tanti particolari da farci credere di poterne tracciare una planimetria eppure, messi davanti al compito, ci è praticamente impossibile farlo. Ogni racconto di Lovecraft è impregnato dalla paura della perdita di punti di riferimento, e quindi i suoi pianeti alieni e le sue città primitive vengono eretti da una scrittura che ricrea un punto di vista umano (fatto di descrizioni minuziose ma sostanzialmente incapace di una visione coerente d’insieme), ma mette in evidenza tutti i limiti della parola scritta (e del sapere umano) nel raccontare quei luoghi.

Francesco Marrello traduce le suggestioni lovecraftiane con coraggio e precisione, trasferendo nell’utilizzo delle gabbie l’ambiguità e i limiti voluti della scrittura. Inizialmente l’autore divide le vignette semplicemente accostandole l’una all’altra, senza lasciare nessuno spazio bianco tra loro. Si creano in questo modo paesaggi confinanti, stacchi continui e fluidi che vannno una creare una narrazione compatta i cui spazi però non sono ben definiti. C’è ancora una parvenza di logica, un appiglio scientifico su cui il personaggio può fare ancora affidamento, e infatti cominciano a comparire qualche pagina più avanti le prime griglie vere e proprie. Delle piccole linee nere si fanno spazio tra il paesaggio, cercano di delimitare dei confini, di trovare un senso alle distese di glitch, di farcele leggere come montagne, pianure, distese acquitrinose. Da qui in poi si alternano in maniera scostante questi due modi narrativi, alla ricerca di un senso che riusciamo a intravvedere ma mai a cogliere davvero. Il nostro occhio si abitua a questo andamento discontinuo, comincia in un certo modo a fidarsi anche delle bugie che questa narrazione gli propone per tranquillizzarlo. A questo punto Marrello parte con il delirio vero e proprio e inanella una dietro l’altra una serie di tavole senza griglia: riusciamo a distinguere le vignette, ma siamo davvero sicuri che lo siano?

Quella riga così netta (ma non così tanto da essere riconoscibile come tale) è il confine tra una vignetta e l’altra oppure il declivio che divide un monte da una pianura? Quella linea dell’orizzonte divide il mare e una parete rocciosa oppure è lo spazio bianco che delimita la distanza tra una vignetta e l’altra? Marrello gioca con la percezione dello spettatore, crea paesaggi aberranti con linee che sono tali (e naturali) o forse no, forse sono semplice narrazione e suggestione. Viene naturale perdersi in quelle tavole alla ricerca di punti di riferimento, di un orientamento che possa svelarci la vera natura di quell’immagine.

In uno scritto del 1934 intitolato Alcuni appunti sulla narrativa interplanetaria, H.P. Lovecraft stilava una serie di regole che lo scrittore esordiente che voleva cimentarsi con il racconto fantastico avrebbe dovuto seguire per fare della vera letteratura (da contrapporre allo sci-fi delle riviste pulp che Lovecraft tanto odiava). Verso la fine del saggio, lo scrittore di Providence scrive:

Ma il vero nucleo della storia dovrebbe risultare qualcosa ben lungi dai particolari costumi e aspetto di un’ipotetica razza d’un altro mondo. Dovrebbe trattarsi, in altre parole, della pura e semplice meraviglia nel trovarsi lontano dalla Terra.
[Traduzione di Massimo Berruti e Claudio De Nardi]

Con il suo Lovecraft catodico, Marrello riesce a restituirci questo strano e non confortevole senso di meraviglia. Lo fa in maniera viscerale, prediligendo l’atmosfera e non l’azione (sempre citando il saggio di cui sopra) e, caso più unico che raro, utilizzando tutti gli strumenti che il fumetto mette a disposizione, per ricreare la complessità emotiva della scrittura di Lovecraft.

Il regno artificiale
di Francesco Marrello
Retina Comics, 2016

 

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