Lo fallo perduto | Il mistero buffo di David Genchi

Dopo un ennesimo diluvio universale, la Terra si ritrova sommersa da acque salate che tutto cancellano e tutto purificano. Zebedeo rimane confinato su un isolotto in cui gli è impossibile recuperare del cibo o dell’acqua potabile. L’unica cosa che può fare è accettare il proprio destino e prendere ogni tentazione che gli casca addosso come una prova mandatagli da Dio in persona. Questa è la sua missione: compiacere un Dio che non esiste mentre il suo corpo muore e la sua mente impazzisce.

Perché se ci sono due cose certe ne Lo fallo perduto è che i demoni esistono, Dio no. C’è semmai l’idea dell’esistenza di Dio come strumento di contenimento e restrizione del proprio corpo e delle proprie volontà, una gabbia in cui il protagonista si rinchiude per annullarsi come uomo e diventare finalmente Santo, in mancanza d’altro. Il problema è che carne e spirito non possono disgregarsi e così, mentre la carne pulsa e accoglie, lo spirito finge di fortificarsi dietro la repressione dimostrando in realtà – tentazione dopo tentazione – la sua debole difesa contro la natura umana. Perché se a prima vista Genchi sembra concentrarsi principalmente sugli aspetti più visivi della storia, sulla carne del suo racconto, gran parte dei suoi sforzi narrativi vengono convogliati proprio nella creazione di questa idea di Dio, che non a caso prende forma attorno a quell’entità invisibile e misteriosa che è la narrazione.

In maniera abbastanza automatica quindi, il Verbo è Dio, e le parole (in lingua volgare) usate da David Genchi sono la prima manifestazione divina de Lo fallo perduto. Impersonando la forza divina che reprime e gioca col protagonista, Genchi si diverte a prendere in giro quel derelitto di Zebedeo, lo tormenta e lo dileggia con quell’Italiano volgare che diventa subito parlata buffa e cialtrona nel suo essere sporca e scurrile e al contempo antica e rispettabile se paragonata a quella attuale. L’autore si diverte a creare una lieve dissonanza umoristica: da una parte la disperazione totale e l’estasi fallimentare del martirio (portate avanti esclusivamente con le immagini), dall’altra un Verbo che invece innalza spiritualmente il sacrificio di Zebedeo con un tono serio che diventa poi parodistico e crudele, tanto da  fare emergere tutta la cieca stupidità del protagonista. Genchi usa poi l’espediente delle didascalie che riempiono tutta la vignetta per ribadire la centralità del Verbo rispetto alla vicenda del protagonista. Quelle didascalie mettono Zebedeo letteralmente in secondo piano, a volte coprono il suo volto o nascondono la porzione di immagine potenzialmente più interessante per il lettore, per il solo gusto di ribadire il potere di una voce divina che falsifica e cela gli accadimenti per il proprio tornaconto.

La regia di Genchi invece, è la gabbia che tiene il protagonista intrappolato sull’isolotto per soddisfare il divino egocentrismo del Verbo. La prima cosa da notare in questa gabbia quadrata composta da nove moduli, è che nella maggior parte dei casi le immagini che Genchi inserisce nelle vignette, non sono immagini “complete” ma particolari di scene più grandi su cui Genchi zooma, ritaglia e ingrandisce per estrapolare il gesto o l’espressione che più gli interessano.
Genchi prende poi questi tasselli che sintetizzano degli istanti, e li monta su quella griglia da nove moduli ricreando un’immagine che abbia valenza sia nel suo complesso che nel suo dettaglio. Oltre a una lettura che spesso si fa circolare più che lineare, il risultato dà vita a contrasti interessanti tra l’armonia sprigionata dalla pagina nella sua interezza e la frenesia che scaturisce invece dalle vignette, come se avvicinandoci a un mosaico scorgessimo nei suoi tasselli immagini indipendenti e shockanti. Da questa scelta registica deriva una gestione del tempo dilatata ed espansa che si concentra sulla progressione dei movimenti nello spazio e nel tempo, creando tra una vignetta dei salti temporali nervosi ma che, ancora una volta, trovano un’inaspettata armonia nella visione generale della tavola.

Lo fallo perduto è un fumetto vivace nel suo proporre continuamente al lettore soluzioni narrative stupefacenti, divertendolo con una vicenda satirica e blasfema che sfocia spesso e volentieri nell’horror più marcio e nella pornografia più esplicita. Se Dario Fo avesse letto Devilman, il suo Mistero buffo sarebbe stato proprio così.

Lo fallo perduto
di David Genchi
Hollow Press, 2018

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