Gigahorse #20 | Settembre 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo. Se non avete voglia di aspettare un mese per leggerle, fate un giro sul profilo Instagram. 

ICE HAVEN
di Daniel Clowes – Traduzione di Isabella Zani (Coconino Press, 2007)

Era da un po’ che non rileggevo Ice Haven. Nel frattempo però la cittadina immaginaria di Daniel Clowes non è cambiata di una virgola: eccoli lì tutti gli abitanti così concentrati su loro stessi da considerarsi ognuno protagonista di questa storia. Ice Haven è d’altronde una Twin Peaks senza cose pazzerelle e senza alcun interesse per l’omicidio di Laura Palmer. D’altronde il vero protagonista del libro, David Goldbergs, è anche il personaggio più marginale e misterioso e di conseguenza anche quello più emarginato dai personaggi e dalla narrazione. A nessuno frega qualcosa del suo rapimento, di quello che faceva prima o quello che farà dopo, tutti sono focalizzati su loro stessi e su un dolore a cui non riescono a dare forma e che cercano di sopire con piccole manie, con l’amore, con il lavoro.

MENZ INSANA
di Christopher Fowler e John Bolton (Magic Press, 2001)
Nel mondo reale ci sono un uomo e una donna matti da legare e chiusi in un manicomio. Nel piano mentale le loro due coscienze prendono forma in Menz (un mad doctor che pare uscito da un cartoon) e Jaz, una bella ragazza che pare disegnata da Milo Manara. I due vorrebbero scoprire il motivo della loro degenza, ma le cose non sono così semplici, tra portali interdimensionali e strambi personaggi che mettono loro i bastoni tra le ruote.
Peccato che questo fumetto strambo sia affossato da una narrazione poco attenta che, soprattutto nei primi capitoli fatica a concentrarsi sulla missione dei personaggi, focalizzando l’attenzione su microstorie anche divertenti ma poco utili alla storia. E infatti il colpo di scena finale risulta un poco smorzato e troppo frettoloso, sebbene mantenga comunque le aspettative. Meglio forse dedicare la propria attenzione al buon lavoro di John Bolton, capace di dare forma a una narrazione schizofrenica con uno stile cartoonesco ma fastidioso, dove le esagerazioni dinamiche e caricaturali non risultano mai simpatiche e divertenti ma dissimulano angoscia e crudeltà. Il loro alternarsi poi nell’ultimo capitolo con un fotorealismo spinto, le rende ancora più tragiche e sofferenti.

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN RINASCITA #7-8
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Sul numero sette, albo di passaggio per l’avventura punk di Harley Quinn. Palmiotti e la Conner si preoccupano di mettere tutti gli agenti in gioco, con un’attenzione a preparare la strada (con un flashback ben disegnato da Jill Thompson) per l’ormai imminente ritorno del Joker. Chi ne esce veramente vincitore è ancora una volta John Timms: la sua Harley Quinn spigolosa, slanciata e con una espressione da cacciatrice tiene ancora una volta banco nonostante la storia sia un poco moscia. Invece sul numero 8 Harley Quinn salva il Natale facendosi rimpicciolire per essere mandata dritta nel cervello di Santa Claus in modo da uccidere i demoni che assillano il ciccione rosso e, già che c’è, anche i propri. Numero noiosetto e poco divertente, con un nutrito gruppo di disegnatori che proprio non convince quando è alle prese col personaggio. La sceneggiatura tralascia completamente la cosa più interessante della premessa (i medici la possono rimpicciolire ma non sanno come farla tornare a grandezza naturale) e quindi sono rimasto come uno scemo quando la fine è arrivata come nulla fosse.
Deathstroke è invece una gran bella sorpresa. Non avrei dato una lira alla serie (colpa anche di disegni non proprio di mio gradimento) eppure la serie di Christopher Priest si sta rivelando un solidissimo thriller familiare in cui le bugie, i misteri e gli imbrogli legano un padre è una figlia più di qualsiasi legame di sangue. La componente thriller e quella drammatica sono così ben intrecciate da essere quasi indistinguibili, un mix drammaturgico in cui una scena di combattimento vale tanto quanto un dialogo nel tinello.
La cosa migliore di un crossover è leggere solo l’epilogo e sentire sul tuo corpo la felicità nell’aver risparmiato i soldi per il solito evento inutile. Questo non ricordo nemmeno più come si chiama, ma nell’epilogo introduce i figli della Waller e la cosa pare una svolta abbastanza interessante.

TIM GINGER
di Julian Hanshaw (Top Shelf Productions, 2015)
L’esordio americano dell’inglese Julian Hanshaw è un graphic novel che miscela insieme la vita tranquilla dell’anziano Tim Ginger (vedovo, scrittore, ex pilota che testava aerei per il Governo, giocatore di cricket), il mondo delle teorie complottistiche e un paio di temi complessi che Hanshaw ha il coraggio di affrontare, primo tra tutti la scelta legittima di non avere figli. Hanshaw mette tutto in una trama che sta attaccata al suo protagonista (e spesso addirittura all’interno), raccontandoci un personaggio dalla psicologia complessa con cui arriviamo a condividere ogni dubbio e ogni incertezza. A tratti l’impianto generale scricchiola un poco, soprattutto a causa di un paio di scelte non molto centrate (la parentesi “fantastica” troppo poco sviluppata per rendere davvero emozionante una delle sequenze più importanti, il fumetto di Anna disegnato come il fumetto che stiamo leggendo) ma Hanshaw tiene così tanto al suo protagonista che si fa perdonare questi piccoli sbandamenti e alcune lungaggini nei dialoghi. Più in generale il vero problema del fumetto è una regia che troppo spesso sottolinea concetti e situazioni già chiari, come la lunga sequenza in cui Tim Ginger blasta un cospirazionista, in cui una chiusura scolastica e poco necessaria toglie forza drammatica a una delle scene migliori del fumetto.

DEADPOOL #25-26-27
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
A chi legge o ha letto tanti fumetti di supereroi capita prima o poi di avere la sensazione con qualche testata di trovare giusto un paio di numeri passabili in un’intera annata. La Marvel con Deadpool 2099 ha aggirato il problema e ha isolato quei due numeri passabili in una sotto-testata a cadenza semestrale così il lettore non fa fatica a individuarli. Peccato si sia già arrivati al penultimo numero perché è davvero l’unica cosa che su questa testata riesco a leggere con un minimo di piacere, merito soprattutto dei disegni di Koblish (anche se qui risulta confusionario nella regia). Alla fine il problema di Deadpool è che mette in scena conflitti ma non gli interessa minimamente, non dico approfondirli, ma almeno raccontarli decentemente. Prendete la prima storia del n.25, un lungo combattimento tra Deadpool e sua moglie in cui i due affrontano la loro crisi coniugale. Dovrebbe essere una cosa divertente il giusto per tenere in piedi le venti pagine dell’albo eppure ci si stufa dopo appena due tavole per colpa di combattimenti senza fantasia, le solite battutine di merda e due personaggi che discutono sul nulla. Poi così, di punto in bianco, tutto termina perché bisogna introdurre il nuovo story-arc e quindi si passa oltre senza farsi troppi problemi.
Fatico ancora a comprendere il senso di questo team-up tra l’Arrampicamuri e il Mercenario Chiacchierone, visto che Joe Kelly fatica ancora a creare dinamiche interessanti nella coppia. Per ora si è limitato a far dire brutte battute a Spider-Man per farlo prendere in giro da Deadpool, le cui battute sono invece…beh, sono brutte pure quelle. Se non altro almeno qui l’ombra di una storia la si scorge, nella speranza che sia almeno leggibile. Il numero dei Mercenari per Soldi si apre con una sequenza di tre tavole mute che su Deadpool sono tipo la pace dei sensi. Peccato che poi comincino le chiacchiere e le solite botte banali con due buffi avversari. L’albo si conclude con l’ingresso della nuova squadra dei Mercenari per Soldi, l’ennesimo reset nell’arco di questi ultimi due anni. Sai mai che tutte queste sostituzioni, illudano i lettori nel credere che succeda veramente qualcosa nella storia.
Passato l’ingenuo divertimento iniziale, Gwenpool si è rivelata con un nulla di rosa vestito. La trama avanza lentamente e si perde dietro ai vaneggiamenti della protagonista, cosa che non diverte ormai più nessuno. Gwenpool è sempre un poco più sopportabile, facile quando non si pretende da un personaggio di dover fare una battuta ogni due vignette.

TEX #683
di Mauro Boselli e Alessandro Piccinelli (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Davvero deludente la parte finale di questa storia estiva in due numeri firmata da Boselli e Piccinelli. La sceneggiatura di Boselli pare inutilmente intricata a fronte di uno sviluppo tutto sommato lineare (strano a dirsi visto che invece il numero precedente convinceva proprio per la gestione dell’intreccio e dei flashback) ma delude soprattutto per la sua incapacità di dare il giusto pathos a quei tre momenti centrali dell’albo. Non aiutano nemmeno i tanti momenti interlocutori usati da Boselli per risolvere i conflitti. I disegni di Piccinelli sono spesso sommersi dalle parole, e quando se ne libera ci consegna tavole che godono finalmente di un respiro narrativo più potente (basti vedere pagina 52 e 53). A quando in Bonelli si metteranno da parte questi inutili dialoghi telefonati e si consegneranno le redini della narrazione ai disegni?

IL CONGRESSO DEGLI ANIMALI
di Jim Woodring (Coconino Press, 2017)
È impossibile non rimanere stupefatti davanti a qualsiasi lavoro di Jim Woodring, colpa probabilmente della naturale semplicità con cui racconta le sue storie senza utilizzare nemmeno una parola. Ma finire nel mondo di Frank e compagnia, non è una semplice gita fuori porta in una terra con regole proprie, e infatti Woodring non tratta mai il lettore come un turista. Gli interessa semmai immergerlo in quel mondo, farlo diventare parte di esso per cambiare la sua prospettiva sulle cose, strabiliare i suoi sensi e riordinare il suo pensiero, insomma, una sorta di riallineamento spirituale volto a portare il lettore a guardare il suo mondo da un differente punto di vista. E qui ritorna quella naturale semplicità di Woodring, che gli permette di fare tutto ciò attraverso personaggi che sembrano usciti da cartoni animati degli anni Trenta e da quadri di Bosch, e un meccanismo narrativo che è il vero protagonista (anche filosofico) del fumetto.

THE SQUIRREL MACHINE
di Hans Rickheit – Traduzione di Valerio Stivè (Eris Edizioni, 2017)
Leggere The Squirrel Machine non è un’esperienza molto diversa dall’esplorazione che i due fratelli protagonisti del fumetto compiono dell’immensa casa vittoriana in cui abitano. Un edificio di cui è impossibile ricostruire una planimetria, quasi che i numerosi passaggi segreti, le infinite stanze e gli angoli misteriosi che continuamente si moltiplicano durante la lettura, appartenessero a un’altra dimensione. Forse è proprio così o forse no, ma di questo ci importa fino a un certo punto. Se lasciamo da parte per un attimo il nostro bisogno di una logica e ci abbandoniamo alla narrazione di Rickheit, ci si para davanti uno strambo dramma familiare e un’interessante riflessione sulla creatività. Trovate la mia recensione qui

TEX – IL VENDICATORE
di Mauro Boselli e Stefano Andreucci (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Il vendicatore si apre con una bellissima quasi del tutto muta. Basterebbero anche solo queste quindici pagine per convincervi a leggere questa nuova avventura di Tex, eppure vale la pena continuare grazie a uno Stefano Andreucci particolarmente ispirato che inanella nel corso della storia almeno altre due sequenze davvero riuscite. La foliazione della collana Tex Stella d’oro (50 pagine in meno rispetto alla collana da edicola) giova sia al disegnatore che a Mauro Boselli, alle prese con una storia non molto interessante ma cui riesce a conferire una tensione continua e a far emergere la grande personalità del giovane Tex (cui spero vivamente venga dedicata una collana a parte). Mi piacerebbe leggere più spesso avventure di Tex più brevi, silenziose e ricche di tensioni, dove la moralità del personaggio emerge esclusivamente dalle sue azioni senza inutili sottolineature di verboso dialoghi. Belli i colori di Matteo Vattani, anche se ho avuto la sensazione che nelle ultime tavole si sia fatto un lavoro più sommario rispetto alle prime pagine.

ALIENS #5
di aa.vv. – Traduzione di Andrea Toscani  (SaldaPress, 2017)
Non pensavo che Aliens: defiance avesse ancora delle frecce nel suo arco, e invece questo penultimo albo riesce a sorprendere. Bella l’idea dei pirati spaziali (peccato solo per il design un poco poverello) e divertente il contrattacco dell’equipaggio dell’Europa, anche se forse troppo frettoloso. Più interessante il numero successivo in cui Brian Wood trova il giusto equilibrio tra introspezione e azione che ricercava sin dal primo capitolo. Il voice over di Zula non risulta ridondante e le sue riflessioni (che tirano già le fila del discorso) ben si integrano con le azioni di Davis 1 e le scelte prese dall’equipaggio. Mancano ancora due numeri e il cliffhanger di questo albo ci fa presumere che ci saranno altre sorprese, ma spero più che altro in un finale soddisfacente a livello “umano”.

MERCURIO LOI #5
di Alessandro Bilotta e Sergio Gerasi (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Ogni volta che finisco di leggere Mercurio Loi mi sento pervaso da un senso di soddisfazione: è una cosa che mi capita raramente e quasi mai quando si tratta del numero singolo di un fumetto seriale. Permane in me una sensazione di completezza la cui origine penso vada ricercata oltre la perfezione di una trama ben congegnata e di una regia vivace che usa un linguaggio fumettistico “colto” (mi si passi la semplificazione) pur rimanendo nel solco della tradizione bonelliana. Forse parte del merito va al rapporto che Bilotta ha instaurato con i suoi lettori, che lo sceneggiatore romano tratta da esseri senzienti. Ciò gli permette di non dare spiegazioni, di non essere mai esaustivo ma sempre elusivo. La storia si dispiega davanti al lettore senza alcuna premessa, ed è un piacere scoprirla pagina dopo pagina, vederla emergere dalla moltitudine di elementi che Bilotta affastella nel corso della narrazione. Molto spesso poi ciò che normalmente nel fumetto seriale italiano viene relegato sullo sfondo (i ricordi, le emozioni) viene qui elevato a elemento primario del racconto, cosa che Bilotta si diverte a evidenziare in questo numero con una sequenza dall’umorismo surreale in cui i nostri eroi fanno a cazzotti con i membri di una setta senza che ci siano dati elementi per contestualizzare la scena. Insomma, la “vera” avventura viene messa in un angolo per cercarne di nuovi tipi. Non necessariamente migliori, semplicemente diversi, e la cosa non può che farci bene. 

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Gigahorse #19 | Agosto 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo. Se non avete voglia di aspettare un mese per leggerle, fate un giro sul profilo Instagram. 

THE COMPLETE D.R. & QUINCH
di Alan Moore e Alan Davis – Traduzione di Leonardo Rizzi (Editoriale Cosmo, 2017)
D.R. e Quinch sono due adolescenti folli e senza freni che hanno solo in mente di combinare casini. Ah, e sono anche due alieni con la passione per le armi da fuoco. Alan Moore usa questi due balordi per mettere in scena una fantascienza punk dove nulla funziona come dovrebbe e tutto viene distrutto e maciullato senza troppe implicazioni. È chiaramente l’ennesima occasione per Moore di distruggere gli Stati Uniti e la loro morale: le due storie più belle del volume attaccano in maniera caustica la retorica della guerra e lo sbriluccicante mondo di Hollywood. Alan Davis si diverte un mondo a creare personaggi strampalati, eccidi di massa è un design degli oggetti di scena che rimanda sottilmente al nazismo.

BIG BABY di Charles Burns – Traduzione di Irene Bozzeda/Comma22 (Coconino Press, 2009)
In un mondo che cerca di preservare l’innocenza infantile con la menzogna, Charles Burns ci ricorda sempre che l’unico modo per rimanere puri è aprire sempre gli occhi davanti alla realtà, anche quando questa si fa mostruosa e inconcepibile. Proprio come accade a Big Baby che reagisce con improbabile tranquillità ai mostri, agli alieni e agli assassini chiamati in rassegna da Burns per minare le fragili fondamenta di una società che crede alle bugie ma non ai mostri che gli vivono in giardino.

DEADPOOL #22-23-24
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
Deadpool e i mercenari per soldi sono ancora in giro a recuperare dei tizi per la Umbral Dynamics. Solito numero: blablabla Deadpool ci tratta male andiamocene / oh no abbiamo la missione / entrata carismatica del cattivo / battutine e scena d’azione basic / blabla Deadpool cattivo imprenditore / combatti combatti / l’unione fa la forza ma ci sono diversità insuperabili / che cosa losca la Umbral Dynamics / finale pensieroso. BASTA.
Gwenpool fa il suo ingresso in Civil War II con questo primo episodio che sembra la versione pezzotta di un numero delle W.I.T.C.H. con Miles Morales. Disegni da fumetto per ragazzine, sceneggiatura stanca e rapporto tra i due personaggi che regge il tutto nonostante sia tutto molto prevedibile. Insopportabile, a partire da quei disegni che certo, sono perfetti per una tredicenne, ma io purtroppo tengo trent’anni, perdo capelli e mi godo un principio di obesità.
Il numero #23 della testata è invece tutto dedicato al crossover Civil War 2 di cui non so nulla. Poco male, visto che grosse differenze non si vedono: Deadpool è sempre in rotta di collisione con i suoi mercenari, si menano, dicono battutine è morta lì.
Si conclude sul numero #24 la prima misera saga della testata Spider-Man/Deadpool, conclusione che in realtà dà il via a una nuova avventura. Solita scrittura dozzinale ma perlomeno ci stanno un paio di mostri mutanti. Speriamo che ci siano anche nei prossimi numeri.

CINEMA PURGATORIO – Volume 2
di aa.vv. – Traduzione di Leonardo Rizzi (Panini Comics, 2017)
Si torna al Cinema Purgatorio e a questo giro la sala gestita da Moore e O’Neill ci propone il famoso fumetto in cui i fratelli Warner prendono il posto dei fratelli Marx. Se dei secondi conosco bene film e storia, dei primi non so praticamente nulla, cosa che probabilmente mi ha tolto tre quarti di piacere della lettura. Da rileggere dopo essersi documentati per bene. Per fortuna Moore non ci lascia a bocca asciutta e ci regala un emozionante biopic di Willis O’Brien (pioniere dell’animazione in stop-motion) recitato dalla sua creatura più famosa: King Kong.
Codice Pru di Garth Ennis invece convince sempre di più. Con tutta probabilità si entrerà nel vivo della vicenda col prossimo volume, ma per ora quello che sembrava un procedurale, sta sviluppando una trama orizzontale che pare interessante. Rimaniamo in attesa.
Al Pokémon post-apocalittico di Kieron Gillen manca invece ancora qualcosa di originale, speriamo che lo trovi nei personaggi visto che lo scenario è abbastanza banale.
Una più perfetta unione è per me indigeribile. Sulla carta era forse l’idea più intrigante ma tra disegni orrendi è una sceneggiatura senza un vero focus, l’ho odiato sin dalla prima pagina. E mi sa che continuerò a farlo.
Il volume si chiude con L’immenso di Christos Gage e stai a vedere che magari viene fuori qualcosa di interessante da questa idea dei kaiju addomesticati.

MERCURIO LOI #2-3
di Alessandro Bilotta, Giampiero Casertano e Onofrio Catacchio (Sergio Bonelli Editore, 2017)
La Bonelli ha subito trovato un modo per farmi calare l’iniziale e meritato entusiasmo nei confronti del primo numero di Mercurio Loi: i disegni di Giampiero Casertano. Tralascio ormai le scontate lamentele riguardo le fisionomie sommarie e una recitazione davvero grossolana, e concentro le mie lamentele su una regia incapace di gestire i giochi di specchi (e quando ci prova i risultati sono imbarazzanti) e rendere vive le suggestioni visive e intellettuali dei riflessi che Bilotta semina in tutto il numero, in primis quelli relativi al villain di turno. Ne esce un numero notevolmente depotenziato che si regge solo grazie a una scrittura solida e inclusiva, di cui sottolineo nuovamente il grande merito di dare per scontati legami e fatti del passato creandoci attorno mitologia e mistero e non insoddisfazione. Per ora l’unica nota dolente della scrittura è la scelta poco coraggiosa di mostrarci i pensieri del Capitano Farnese, un personaggio che sarebbe risultato più interessante se fosse costretto (così come nella vita) a comunicare solamente tramite una lavagnetta.
Con Il piccolo palcoscenico Bilotta ci ricorda che gli piace prendersi dei rischi, e così dopo soli tre numeri inscena la prima crisi del suo protagonista, facendo affidamento sul bagaglio di esperienza passate mai mostrate ma di cui ci ha fatto sentire la presenza sin dal primo numero. È una crisi più filosofica che esistenziale, quasi un vezzo che il protagonista si concede ponendo sé stesso al centro della vicenda principale, con un egocentrismo che fa passare tutto in secondo piano. Non c’è quindi una vera partecipazione emotiva del lettore nei confronti della crisi di Mercurio Loi, semmai il consolidamento di quell’affascinante antipatia che Bilotta usa per caratterizzare il personaggio.
Il tasto dolente sono ancora una volta i disegni (in questo numero realizzati da Onofrio Catacchio) che sembrano non riuscire a cogliere tutte le sfumature della scrittura di Bilotta. Catacchio si dimostra molto ricettivo nel cogliere l’umorismo dello sceneggiatore (la scena di Ottone che entra nella casa colma di maggiordomi mi ha strappato più di una risata) ma fatica a rendersi interessante nelle parti più drammatiche e riflessive.

SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #4-5-6
di aa.vv. (RCS Quotidiani, 2009)
Il bacio del Ragno
è una raccolta antologica che raccoglie alcune storie a tema romantico e patemi d’amore comparse negli anni sulle testate dedicate a Spider-Man. Ho sempre del pregiudizio su queste cose perché tanti anni di DC mi hanno insegnato che quando nelle storie c’è di mezzo l’amore spesso è noia e ancora più spesso è filler. E invece in Spider-Man no, perché questi sentimenti vengono raccontati in maniera molto naturale, senza una costruzione soap-operistica ma evidenziando invece i dubbi, gli slanci e i fremiti dei due innamorati. Si finisce così a essere quasi infastiditi dai combattimenti che inframezzano i problemi di cuore, tant’è che in un paio di occasioni nemmeno ce ne sono e tutto funziona in maniera così perfetta da far arrossire dall’invidia storie che se la sentono un po’ troppo (tipo Blankets). Chiude il volume una storia divertentissima di Darwyn Cooke (l’uomo che ha il potere di farvi innamorare di ogni donna che disegna) tratta dalla serie antologica Spider-Man’s tangled web: a proposito, non sarebbe ora di riproporla integralmente?
L’ultima caccia di Kraven è inevece una seduta psicologica mascherata da comic book. Kraven uccide, sostituisce e poi restituisce il suo ruolo a un Uomo Ragno spaesato, indebolito, incapace di comprendere il piano folle e la richiesta di aiuto del suo nemico. È forse uno dei fumetti più disperati e cupi che abbia letto, che non si preoccupa di mascherare la sua vera natura dietro mossette e tutine, ma anzi ce la spiattella davanti agli occhi in tutta la sua tragica ed elaborata pianificazione.
Dopo cinque numeri che mi hanno stupito come mai avrei immaginato, ci volevo quello che mi smorzava un po’ l’entusiasmo. Divertenti ma con poca ciccia attaccata le prime storie con il team-up tra l’Uomo Ragno e gli X-Men, con un episodio ambientato tutto in un aereo che svetta sugli altri grazie a una bella regia. Dalla fine degli anni Sessanta facciamo un salto temporale nel 2003 con la miniserie Duri a morire, con protagonisti Spider-Man e Wolverine. Storia noiosa, dialoghi fastidiosi pieni di battutine e soprattutto dei disegni pessimi ulteriormente rovinati da una colorazione digitale ancora molto immatura. In realtà Mavlian indovina anche un paio di belle vignette con un Wolverine animalesco, ma tra volti deformati e anatomie incerte è davvero difficile arrivare alla fine della storia. Passo al prossimo volume che è meglio.

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN RINASCITA #4-5-6
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Termina su quarto numero l’incursione aliena a Coney Island, forse una delle parentesi più deboli della lunga gestione Palmiotti-Conner di Harley Quinn. Non che i classici elementi della serie (violenza esagerata, sotto testi sessuali, soluzioni bislacche a problemi assurdi) siano mancati, ma a questo giro il meccanismo sembrava meno oliato del solito. Lo scontro tra la Suicide Squad e Zod si sta rivelando più interessante del previsto grazie soprattutto agli effetti che la presenza del kryptoniano sta avendo sui membri del gruppo (che ricordiamo finalmente affidato a uno scrittore capace di gestire le singole unità così come l’intera squadra). Seguono a ruota le solite due storielle piangine con i momenti del passato di due membri della Suicide Squad. A ‘sto giro tocca ad Harley Quinn e ad Hack. Speriamo che questa tortura finisca presto.
Quinto numero sottotono per Harley Quinn, sia dal punto di vista della scrittura (la storia è davvero bruttina) sia da quello dei disegni, troppo rigidi e per nulla dinamici. Passiamo oltre e vediamo cosa succede su Suicide Squad. La gestione Williams-Lee si sta rivelando interessante soprattutto per come riesce a far convivere le esplosioni e i combattimenti con quel minimo di approfondimento psicologico che ci si aspetta dalle tutine. La testata si mantiene sempre su un livello di divertimento alto, offrendo anche qualche punto di vista diverso sui personaggi: nei prossimi numeri leggeremo una Harley Quinn rinsavita. Che effetto farà? Deathstroke convince invece sempre di più, soprattutto ora che la trama si sta avvicinando al suo nucleo. Nei prossimi numeri probabilmente ci sarà il salto di qualità. Speriamo.
Sul numero sei ad Harley Quinn tocca una missione da infiltrata, ma tutta a modo suo. E infatti la ragazza deve infiltrarsi in una band punk responsabile di furti, razzie e soprattutto della morte del suo postino. Numero divertente dopo la precedente run un poco noiosetta. A questo giro sembra che la storia porti anche da qualche parte, tra legami col Joker e il rapporto con Harry Spoonsdale che potrebbe dare il via a qualcosa di interessante. E niente, questa prima run della Suicide Squad di Williams e Lee si è rivelata essere una lettura piacevole e per fortuna, visto che la testata navigava da anni in acque non troppo buone. Certo, ci sono un paio di cose un po’ forzate (il ritorno di Boomerang, la love Story tra due dei membri) ma la storia convince. Convince anche il lavoro di Lee sulla testata: avevo paura che l’indigestione fatta una quindicina di anni fa del suo stile mi avrebbe portato alla nausea e invece funziona tutto, grazie anche alla colorazione. Chiude l’albo la solita storia strappalacrime sul cattivo di turno (Incantatrice), e il preludio alla miniserie JL vs. Suicide Squad, che non leggerò e quindi stiamo a posto così.

NECRON #2
di Magnus e Ilaria Volpe (Editoriale Cosmo, 2017)
L’horror erotico (e comico) di Magnus prosegue con due nuovi episodi che affinano ulteriormente l’interazione tra i tre generi. Tra robot infoiati e lesbo-aracnidi siamo nei territori del b-movie più puro, che Magnus arricchisce con la cattiveria sopra le righe di Frieda Boher, crudelissima e perversa nelle sue macchinazioni. La regia di Magnus è praticamente perfetta, con la sua griglia a due vignette che insieme al tratto spesso e a scenografie con pochi particolari, restituisce un senso di perfetta essenzialità. 

PARKER #1 – Il cacciatore
di Darwyn Cooke (Editoriale Cosmo, 2017)
Se c’è una lezione che Darwyn Cooke ha imparato da Will Eisner (maestro che non ha mai smesso di omaggiare e studiare) è la capacità di far ricadere le ombre su volti e corpi, con quel doppio intento che è in primis drammaturgico ma anche e soprattutto psicologico. In questo primo episodio di Parker, che trasuda The Spirit da tutti i pori, Cooke costruisce un noir atipico fatto contemporaneamente di lunghe sequenze mute (o quasi) e lunghe sequenze narrate dalla voce fuori campo, creando una strana architettura il cui unico punto di appoggio è il carisma del personaggio (nemmeno la missione che deve compiere). 

ALIENS #1-4
di aa.vv. – Traduzione di Andrea Toscani  (SaldaPress, 2017)
Alien
era un b-movie così asciutto e preciso da essere riconosciuto quasi istantaneamente come il grande film che è. Prometheus e Alien: covenant partono invece col voler essere grandi film sul senso della vita, ma la loro ambizione si infrange contro una scrittura così cattiva da renderli quel tipo di b-movie che si sentono in colpa per il loro essere film di genere e cercano di nobilitarsi con due o tre pipponi filosofici che servono a poco o nulla. Aliens: defiance, miniserie di Brian Wood, sta a metà tra i due opposti, dando grande attenzione alla parte horror e action, che condisce con quel tanto di speculazione filosofica che le serve per tenere in piedi il rapporto tra i due protagonisti, una marines con problemi di salute e un sintetico che vorrebbe diventare uomo. Anche se non originalissimo (soprattutto il finale del terzo albo), l’intreccio per ora regge bene proprio grazie al rapporto tra i due, stiamo a vedere come Wood intenderà giocare le proprie carte. Fortunatamente Brian Wood non perde troppo tempo dietro al falso mistero che chiude il terzo albo e nel quarto ci piazza subito un bel parto cesareo (che ricorda quello di Prometheus) che si trasforma in una lunga sequenza muta davvero buona. Si sta molto in silenzio anche nel numero successivo grazie a un bell’agguato spaziale, peccato per i flashback di Zula Hendricks che trovo sempre abbastanza scontati e noiosi.

ALACK SINNER – L’età del disincanto #2
di Carlos Sampayo e José Munoz (Editoriale Cosmo, 2017)
Il finale di Alack Sinner scava sotto ai piedi del personaggio, toglie terra da sotto quel macigno di ideali manifesti e sentimenti nascosti creato da Munoz e Sampayo. È un finale tremendo, orrorifico, in cui Sinner viene del tutto privato della parola e della possibilità di dare una morale alla propria storia, semplicemente perché da essere umano non può farlo. A farlo sono due burocrati che decidono le sorti del mondo, che sbeffeggiano un Alack Sinner pacificato intento a giocare con il nipotino. Se le parole mettono paura, è il disegno a ridare la libertà al personaggio, con una vignetta finale commuovente in cui le rughe ispessite e profonde di Alack Sinner sembrano cullare come onde del mare il volto del bambino che il detective stringe a sé con inedita e innocente dolcezza. 

COCCOBILL E IL MEGLIO DI JACOVITTI #1
di Benito Jacovitti (Hachette, 2017)
Come per molti, con Jacovitti è stato amore a prima vista sin da quando cominciai a leggerlo sulle pagine de Il Giornalino per poi recuperarlo qua e là tra i vecchi numeri del Corriere dei Piccoli e del Diario Vitt dei miei genitori, fortunatamente conservati dai nonni disposofobici. Questa nuova raccolta di Hachette è l’occasione giusta per rinfrescare i ricordi di un innamoramento di cui conservo molte sensazioni e poche memorie. I colpi al cuore li sento ancora tutti, a partire da quei dialoghi ricchissimi di parole strane e quindi divertenti, un lessico evocativo che da bambino mi pareva l’incrocio tra i film di John Wayne e il giocatori di briscola al circolo del paese. Ci sono poi le migliori onomatopee che il fumetto abbia mai visto, gli SVOOONZ, gli SFLOMPT, gli SDÀK, suoni non omologati che stanno proprio alla base di quella ricercatezza lessicale (e musicale) che contraddistingue il lavoro di Jacovitti. 

FRANK
di Jim Woodring (Freeboks, 2005)
Jim Woodring racconta il senso delle cose senza senso, costruisce una narrazione surreale governata da oggetti alchemici, varchi dimensionali e finali che ci riportano allo status quo, e la fa attraversare da personaggi percorsi dagli umani sentimenti e dalle umane tentazioni. Semplice dire che sono avventure senza significato, divagazioni grafiche di un Topolino sotto acidi: il Frank di Woodring è una raccolta di fiabe cupe e stravaganti sul desiderio, l’ambizione, la curiosità. Basta seguire il flusso delle immagini che l’autore gestisce con una regia che predilige i personaggi a figura intera e le ampie panoramiche, per scoprire quale strambo insegnamento abbiamo appreso da quell’essere antropomorfo generico che è Frank.

TEX #682
di Mauro Boselli e Alessandro Piccinelli (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Per Tex Willer questa è una stagione di ricordi. Dopo il Texone, Boselli fa sedere nuovamente attorno al fuoco il nostro eroe e i suoi pard per un lungo flashback che ci porterà nuovamente negli anni della sua giovinezza. Rispetto a Il magnifico fuorilegge qui Tex non è uno scavezzacollo sprovveduto, quanto un uomo distrutto dalla recente perdita di Lylith e un padre insicuro che medita la fuga. Boselli approfondisce la psicologia del personaggio con delle veloci pennellate che nasconde abilmente in una storia di assedio e vendetta che stranamente mette in risalto le gesta dell’intrepida Lupe invece che quelle di Tex. Ai disegni Piccinelli fa un lavoro classico e solido, dando il suo meglio nell’intensa sequenza finale, la cui portata emotiva viene però smorzata da un brusco ritorno al presente.

REVIVAL Vol. 5 – In acque oscure
di Tim Seeley e Mike Norton – Traduzione di Marilisa Pollastro (SaldaPress, 2017)
Ho un problema con le serie a fumetti (e non): non mi piacciono quando perdono tempo, quando allungando il brodo, quando aggiungono personaggi e sotto trame da soap, procrastinando l’arrivo del finale e perdendo di vista tema e storia. Revival è però una felice eccezione e Tim Seeley è uno scrittore attento, capace di dosare col contagocce gli elementi e i misteri della storia principale (in questo numero però cominceremo a scoprire qualcosa di importante) senza però mai darci l’impressione di farlo per nascondere la mancanza di idee. Certo, Seeley usa tutti i trucchetti che poco sopporto (in primis gli elementi da soap), ma lo fa sempre rimanendo attaccato alle tematiche del suo fumetto e allargandone spesso l’orizzonte. Anche gli aspetti più umoristici non vengono mai banalizzati, basta prendere a esempio il gruppo di risorti cristiani che fino a questo numero hanno rappresentato una parentesi a volte divertente e a volte folle nella storia, e invece assumono qui un improvviso spessore drammatico che ci mette ancora una volta davanti a importanti questioni morali. In quello stesso capitolo Mike Norton abbandona il suo tratto patinato per uno stile più ruvido ed espressivo ai limiti del cartoonesco, con risultati molto più interessanti rispetto a quelli visti finora. Speriamo che la svolta grafica venga sviluppata anche nei prossimi numeri. 

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