Gigahorse #19 | Agosto 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo. Se non avete voglia di aspettare un mese per leggerle, fate un giro sul profilo Instagram. 

THE COMPLETE D.R. & QUINCH
di Alan Moore e Alan Davis – Traduzione di Leonardo Rizzi (Editoriale Cosmo, 2017)
D.R. e Quinch sono due adolescenti folli e senza freni che hanno solo in mente di combinare casini. Ah, e sono anche due alieni con la passione per le armi da fuoco. Alan Moore usa questi due balordi per mettere in scena una fantascienza punk dove nulla funziona come dovrebbe e tutto viene distrutto e maciullato senza troppe implicazioni. È chiaramente l’ennesima occasione per Moore di distruggere gli Stati Uniti e la loro morale: le due storie più belle del volume attaccano in maniera caustica la retorica della guerra e lo sbriluccicante mondo di Hollywood. Alan Davis si diverte un mondo a creare personaggi strampalati, eccidi di massa è un design degli oggetti di scena che rimanda sottilmente al nazismo.

BIG BABY di Charles Burns – Traduzione di Irene Bozzeda/Comma22 (Coconino Press, 2009)
In un mondo che cerca di preservare l’innocenza infantile con la menzogna, Charles Burns ci ricorda sempre che l’unico modo per rimanere puri è aprire sempre gli occhi davanti alla realtà, anche quando questa si fa mostruosa e inconcepibile. Proprio come accade a Big Baby che reagisce con improbabile tranquillità ai mostri, agli alieni e agli assassini chiamati in rassegna da Burns per minare le fragili fondamenta di una società che crede alle bugie ma non ai mostri che gli vivono in giardino.

DEADPOOL #22-23-24
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
Deadpool e i mercenari per soldi sono ancora in giro a recuperare dei tizi per la Umbral Dynamics. Solito numero: blablabla Deadpool ci tratta male andiamocene / oh no abbiamo la missione / entrata carismatica del cattivo / battutine e scena d’azione basic / blabla Deadpool cattivo imprenditore / combatti combatti / l’unione fa la forza ma ci sono diversità insuperabili / che cosa losca la Umbral Dynamics / finale pensieroso. BASTA.
Gwenpool fa il suo ingresso in Civil War II con questo primo episodio che sembra la versione pezzotta di un numero delle W.I.T.C.H. con Miles Morales. Disegni da fumetto per ragazzine, sceneggiatura stanca e rapporto tra i due personaggi che regge il tutto nonostante sia tutto molto prevedibile. Insopportabile, a partire da quei disegni che certo, sono perfetti per una tredicenne, ma io purtroppo tengo trent’anni, perdo capelli e mi godo un principio di obesità.
Il numero #23 della testata è invece tutto dedicato al crossover Civil War 2 di cui non so nulla. Poco male, visto che grosse differenze non si vedono: Deadpool è sempre in rotta di collisione con i suoi mercenari, si menano, dicono battutine è morta lì.
Si conclude sul numero #24 la prima misera saga della testata Spider-Man/Deadpool, conclusione che in realtà dà il via a una nuova avventura. Solita scrittura dozzinale ma perlomeno ci stanno un paio di mostri mutanti. Speriamo che ci siano anche nei prossimi numeri.

CINEMA PURGATORIO – Volume 2
di aa.vv. – Traduzione di Leonardo Rizzi (Panini Comics, 2017)
Si torna al Cinema Purgatorio e a questo giro la sala gestita da Moore e O’Neill ci propone il famoso fumetto in cui i fratelli Warner prendono il posto dei fratelli Marx. Se dei secondi conosco bene film e storia, dei primi non so praticamente nulla, cosa che probabilmente mi ha tolto tre quarti di piacere della lettura. Da rileggere dopo essersi documentati per bene. Per fortuna Moore non ci lascia a bocca asciutta e ci regala un emozionante biopic di Willis O’Brien (pioniere dell’animazione in stop-motion) recitato dalla sua creatura più famosa: King Kong.
Codice Pru di Garth Ennis invece convince sempre di più. Con tutta probabilità si entrerà nel vivo della vicenda col prossimo volume, ma per ora quello che sembrava un procedurale, sta sviluppando una trama orizzontale che pare interessante. Rimaniamo in attesa.
Al Pokémon post-apocalittico di Kieron Gillen manca invece ancora qualcosa di originale, speriamo che lo trovi nei personaggi visto che lo scenario è abbastanza banale.
Una più perfetta unione è per me indigeribile. Sulla carta era forse l’idea più intrigante ma tra disegni orrendi è una sceneggiatura senza un vero focus, l’ho odiato sin dalla prima pagina. E mi sa che continuerò a farlo.
Il volume si chiude con L’immenso di Christos Gage e stai a vedere che magari viene fuori qualcosa di interessante da questa idea dei kaiju addomesticati.

MERCURIO LOI #2-3
di Alessandro Bilotta, Giampiero Casertano e Onofrio Catacchio (Sergio Bonelli Editore, 2017)
La Bonelli ha subito trovato un modo per farmi calare l’iniziale e meritato entusiasmo nei confronti del primo numero di Mercurio Loi: i disegni di Giampiero Casertano. Tralascio ormai le scontate lamentele riguardo le fisionomie sommarie e una recitazione davvero grossolana, e concentro le mie lamentele su una regia incapace di gestire i giochi di specchi (e quando ci prova i risultati sono imbarazzanti) e rendere vive le suggestioni visive e intellettuali dei riflessi che Bilotta semina in tutto il numero, in primis quelli relativi al villain di turno. Ne esce un numero notevolmente depotenziato che si regge solo grazie a una scrittura solida e inclusiva, di cui sottolineo nuovamente il grande merito di dare per scontati legami e fatti del passato creandoci attorno mitologia e mistero e non insoddisfazione. Per ora l’unica nota dolente della scrittura è la scelta poco coraggiosa di mostrarci i pensieri del Capitano Farnese, un personaggio che sarebbe risultato più interessante se fosse costretto (così come nella vita) a comunicare solamente tramite una lavagnetta.
Con Il piccolo palcoscenico Bilotta ci ricorda che gli piace prendersi dei rischi, e così dopo soli tre numeri inscena la prima crisi del suo protagonista, facendo affidamento sul bagaglio di esperienza passate mai mostrate ma di cui ci ha fatto sentire la presenza sin dal primo numero. È una crisi più filosofica che esistenziale, quasi un vezzo che il protagonista si concede ponendo sé stesso al centro della vicenda principale, con un egocentrismo che fa passare tutto in secondo piano. Non c’è quindi una vera partecipazione emotiva del lettore nei confronti della crisi di Mercurio Loi, semmai il consolidamento di quell’affascinante antipatia che Bilotta usa per caratterizzare il personaggio.
Il tasto dolente sono ancora una volta i disegni (in questo numero realizzati da Onofrio Catacchio) che sembrano non riuscire a cogliere tutte le sfumature della scrittura di Bilotta. Catacchio si dimostra molto ricettivo nel cogliere l’umorismo dello sceneggiatore (la scena di Ottone che entra nella casa colma di maggiordomi mi ha strappato più di una risata) ma fatica a rendersi interessante nelle parti più drammatiche e riflessive.

SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #4-5-6
di aa.vv. (RCS Quotidiani, 2009)
Il bacio del Ragno
è una raccolta antologica che raccoglie alcune storie a tema romantico e patemi d’amore comparse negli anni sulle testate dedicate a Spider-Man. Ho sempre del pregiudizio su queste cose perché tanti anni di DC mi hanno insegnato che quando nelle storie c’è di mezzo l’amore spesso è noia e ancora più spesso è filler. E invece in Spider-Man no, perché questi sentimenti vengono raccontati in maniera molto naturale, senza una costruzione soap-operistica ma evidenziando invece i dubbi, gli slanci e i fremiti dei due innamorati. Si finisce così a essere quasi infastiditi dai combattimenti che inframezzano i problemi di cuore, tant’è che in un paio di occasioni nemmeno ce ne sono e tutto funziona in maniera così perfetta da far arrossire dall’invidia storie che se la sentono un po’ troppo (tipo Blankets). Chiude il volume una storia divertentissima di Darwyn Cooke (l’uomo che ha il potere di farvi innamorare di ogni donna che disegna) tratta dalla serie antologica Spider-Man’s tangled web: a proposito, non sarebbe ora di riproporla integralmente?
L’ultima caccia di Kraven è inevece una seduta psicologica mascherata da comic book. Kraven uccide, sostituisce e poi restituisce il suo ruolo a un Uomo Ragno spaesato, indebolito, incapace di comprendere il piano folle e la richiesta di aiuto del suo nemico. È forse uno dei fumetti più disperati e cupi che abbia letto, che non si preoccupa di mascherare la sua vera natura dietro mossette e tutine, ma anzi ce la spiattella davanti agli occhi in tutta la sua tragica ed elaborata pianificazione.
Dopo cinque numeri che mi hanno stupito come mai avrei immaginato, ci volevo quello che mi smorzava un po’ l’entusiasmo. Divertenti ma con poca ciccia attaccata le prime storie con il team-up tra l’Uomo Ragno e gli X-Men, con un episodio ambientato tutto in un aereo che svetta sugli altri grazie a una bella regia. Dalla fine degli anni Sessanta facciamo un salto temporale nel 2003 con la miniserie Duri a morire, con protagonisti Spider-Man e Wolverine. Storia noiosa, dialoghi fastidiosi pieni di battutine e soprattutto dei disegni pessimi ulteriormente rovinati da una colorazione digitale ancora molto immatura. In realtà Mavlian indovina anche un paio di belle vignette con un Wolverine animalesco, ma tra volti deformati e anatomie incerte è davvero difficile arrivare alla fine della storia. Passo al prossimo volume che è meglio.

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN RINASCITA #4-5-6
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Termina su quarto numero l’incursione aliena a Coney Island, forse una delle parentesi più deboli della lunga gestione Palmiotti-Conner di Harley Quinn. Non che i classici elementi della serie (violenza esagerata, sotto testi sessuali, soluzioni bislacche a problemi assurdi) siano mancati, ma a questo giro il meccanismo sembrava meno oliato del solito. Lo scontro tra la Suicide Squad e Zod si sta rivelando più interessante del previsto grazie soprattutto agli effetti che la presenza del kryptoniano sta avendo sui membri del gruppo (che ricordiamo finalmente affidato a uno scrittore capace di gestire le singole unità così come l’intera squadra). Seguono a ruota le solite due storielle piangine con i momenti del passato di due membri della Suicide Squad. A ‘sto giro tocca ad Harley Quinn e ad Hack. Speriamo che questa tortura finisca presto.
Quinto numero sottotono per Harley Quinn, sia dal punto di vista della scrittura (la storia è davvero bruttina) sia da quello dei disegni, troppo rigidi e per nulla dinamici. Passiamo oltre e vediamo cosa succede su Suicide Squad. La gestione Williams-Lee si sta rivelando interessante soprattutto per come riesce a far convivere le esplosioni e i combattimenti con quel minimo di approfondimento psicologico che ci si aspetta dalle tutine. La testata si mantiene sempre su un livello di divertimento alto, offrendo anche qualche punto di vista diverso sui personaggi: nei prossimi numeri leggeremo una Harley Quinn rinsavita. Che effetto farà? Deathstroke convince invece sempre di più, soprattutto ora che la trama si sta avvicinando al suo nucleo. Nei prossimi numeri probabilmente ci sarà il salto di qualità. Speriamo.
Sul numero sei ad Harley Quinn tocca una missione da infiltrata, ma tutta a modo suo. E infatti la ragazza deve infiltrarsi in una band punk responsabile di furti, razzie e soprattutto della morte del suo postino. Numero divertente dopo la precedente run un poco noiosetta. A questo giro sembra che la storia porti anche da qualche parte, tra legami col Joker e il rapporto con Harry Spoonsdale che potrebbe dare il via a qualcosa di interessante. E niente, questa prima run della Suicide Squad di Williams e Lee si è rivelata essere una lettura piacevole e per fortuna, visto che la testata navigava da anni in acque non troppo buone. Certo, ci sono un paio di cose un po’ forzate (il ritorno di Boomerang, la love Story tra due dei membri) ma la storia convince. Convince anche il lavoro di Lee sulla testata: avevo paura che l’indigestione fatta una quindicina di anni fa del suo stile mi avrebbe portato alla nausea e invece funziona tutto, grazie anche alla colorazione. Chiude l’albo la solita storia strappalacrime sul cattivo di turno (Incantatrice), e il preludio alla miniserie JL vs. Suicide Squad, che non leggerò e quindi stiamo a posto così.

NECRON #2
di Magnus e Ilaria Volpe (Editoriale Cosmo, 2017)
L’horror erotico (e comico) di Magnus prosegue con due nuovi episodi che affinano ulteriormente l’interazione tra i tre generi. Tra robot infoiati e lesbo-aracnidi siamo nei territori del b-movie più puro, che Magnus arricchisce con la cattiveria sopra le righe di Frieda Boher, crudelissima e perversa nelle sue macchinazioni. La regia di Magnus è praticamente perfetta, con la sua griglia a due vignette che insieme al tratto spesso e a scenografie con pochi particolari, restituisce un senso di perfetta essenzialità. 

PARKER #1 – Il cacciatore
di Darwyn Cooke (Editoriale Cosmo, 2017)
Se c’è una lezione che Darwyn Cooke ha imparato da Will Eisner (maestro che non ha mai smesso di omaggiare e studiare) è la capacità di far ricadere le ombre su volti e corpi, con quel doppio intento che è in primis drammaturgico ma anche e soprattutto psicologico. In questo primo episodio di Parker, che trasuda The Spirit da tutti i pori, Cooke costruisce un noir atipico fatto contemporaneamente di lunghe sequenze mute (o quasi) e lunghe sequenze narrate dalla voce fuori campo, creando una strana architettura il cui unico punto di appoggio è il carisma del personaggio (nemmeno la missione che deve compiere). 

ALIENS #1-4
di aa.vv. – Traduzione di Andrea Toscani  (SaldaPress, 2017)
Alien
era un b-movie così asciutto e preciso da essere riconosciuto quasi istantaneamente come il grande film che è. Prometheus e Alien: covenant partono invece col voler essere grandi film sul senso della vita, ma la loro ambizione si infrange contro una scrittura così cattiva da renderli quel tipo di b-movie che si sentono in colpa per il loro essere film di genere e cercano di nobilitarsi con due o tre pipponi filosofici che servono a poco o nulla. Aliens: defiance, miniserie di Brian Wood, sta a metà tra i due opposti, dando grande attenzione alla parte horror e action, che condisce con quel tanto di speculazione filosofica che le serve per tenere in piedi il rapporto tra i due protagonisti, una marines con problemi di salute e un sintetico che vorrebbe diventare uomo. Anche se non originalissimo (soprattutto il finale del terzo albo), l’intreccio per ora regge bene proprio grazie al rapporto tra i due, stiamo a vedere come Wood intenderà giocare le proprie carte. Fortunatamente Brian Wood non perde troppo tempo dietro al falso mistero che chiude il terzo albo e nel quarto ci piazza subito un bel parto cesareo (che ricorda quello di Prometheus) che si trasforma in una lunga sequenza muta davvero buona. Si sta molto in silenzio anche nel numero successivo grazie a un bell’agguato spaziale, peccato per i flashback di Zula Hendricks che trovo sempre abbastanza scontati e noiosi.

ALACK SINNER – L’età del disincanto #2
di Carlos Sampayo e José Munoz (Editoriale Cosmo, 2017)
Il finale di Alack Sinner scava sotto ai piedi del personaggio, toglie terra da sotto quel macigno di ideali manifesti e sentimenti nascosti creato da Munoz e Sampayo. È un finale tremendo, orrorifico, in cui Sinner viene del tutto privato della parola e della possibilità di dare una morale alla propria storia, semplicemente perché da essere umano non può farlo. A farlo sono due burocrati che decidono le sorti del mondo, che sbeffeggiano un Alack Sinner pacificato intento a giocare con il nipotino. Se le parole mettono paura, è il disegno a ridare la libertà al personaggio, con una vignetta finale commuovente in cui le rughe ispessite e profonde di Alack Sinner sembrano cullare come onde del mare il volto del bambino che il detective stringe a sé con inedita e innocente dolcezza. 

COCCOBILL E IL MEGLIO DI JACOVITTI #1
di Benito Jacovitti (Hachette, 2017)
Come per molti, con Jacovitti è stato amore a prima vista sin da quando cominciai a leggerlo sulle pagine de Il Giornalino per poi recuperarlo qua e là tra i vecchi numeri del Corriere dei Piccoli e del Diario Vitt dei miei genitori, fortunatamente conservati dai nonni disposofobici. Questa nuova raccolta di Hachette è l’occasione giusta per rinfrescare i ricordi di un innamoramento di cui conservo molte sensazioni e poche memorie. I colpi al cuore li sento ancora tutti, a partire da quei dialoghi ricchissimi di parole strane e quindi divertenti, un lessico evocativo che da bambino mi pareva l’incrocio tra i film di John Wayne e il giocatori di briscola al circolo del paese. Ci sono poi le migliori onomatopee che il fumetto abbia mai visto, gli SVOOONZ, gli SFLOMPT, gli SDÀK, suoni non omologati che stanno proprio alla base di quella ricercatezza lessicale (e musicale) che contraddistingue il lavoro di Jacovitti. 

FRANK
di Jim Woodring (Freeboks, 2005)
Jim Woodring racconta il senso delle cose senza senso, costruisce una narrazione surreale governata da oggetti alchemici, varchi dimensionali e finali che ci riportano allo status quo, e la fa attraversare da personaggi percorsi dagli umani sentimenti e dalle umane tentazioni. Semplice dire che sono avventure senza significato, divagazioni grafiche di un Topolino sotto acidi: il Frank di Woodring è una raccolta di fiabe cupe e stravaganti sul desiderio, l’ambizione, la curiosità. Basta seguire il flusso delle immagini che l’autore gestisce con una regia che predilige i personaggi a figura intera e le ampie panoramiche, per scoprire quale strambo insegnamento abbiamo appreso da quell’essere antropomorfo generico che è Frank.

TEX #682
di Mauro Boselli e Alessandro Piccinelli (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Per Tex Willer questa è una stagione di ricordi. Dopo il Texone, Boselli fa sedere nuovamente attorno al fuoco il nostro eroe e i suoi pard per un lungo flashback che ci porterà nuovamente negli anni della sua giovinezza. Rispetto a Il magnifico fuorilegge qui Tex non è uno scavezzacollo sprovveduto, quanto un uomo distrutto dalla recente perdita di Lylith e un padre insicuro che medita la fuga. Boselli approfondisce la psicologia del personaggio con delle veloci pennellate che nasconde abilmente in una storia di assedio e vendetta che stranamente mette in risalto le gesta dell’intrepida Lupe invece che quelle di Tex. Ai disegni Piccinelli fa un lavoro classico e solido, dando il suo meglio nell’intensa sequenza finale, la cui portata emotiva viene però smorzata da un brusco ritorno al presente.

REVIVAL Vol. 5 – In acque oscure
di Tim Seeley e Mike Norton – Traduzione di Marilisa Pollastro (SaldaPress, 2017)
Ho un problema con le serie a fumetti (e non): non mi piacciono quando perdono tempo, quando allungando il brodo, quando aggiungono personaggi e sotto trame da soap, procrastinando l’arrivo del finale e perdendo di vista tema e storia. Revival è però una felice eccezione e Tim Seeley è uno scrittore attento, capace di dosare col contagocce gli elementi e i misteri della storia principale (in questo numero però cominceremo a scoprire qualcosa di importante) senza però mai darci l’impressione di farlo per nascondere la mancanza di idee. Certo, Seeley usa tutti i trucchetti che poco sopporto (in primis gli elementi da soap), ma lo fa sempre rimanendo attaccato alle tematiche del suo fumetto e allargandone spesso l’orizzonte. Anche gli aspetti più umoristici non vengono mai banalizzati, basta prendere a esempio il gruppo di risorti cristiani che fino a questo numero hanno rappresentato una parentesi a volte divertente e a volte folle nella storia, e invece assumono qui un improvviso spessore drammatico che ci mette ancora una volta davanti a importanti questioni morali. In quello stesso capitolo Mike Norton abbandona il suo tratto patinato per uno stile più ruvido ed espressivo ai limiti del cartoonesco, con risultati molto più interessanti rispetto a quelli visti finora. Speriamo che la svolta grafica venga sviluppata anche nei prossimi numeri. 

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Gigahorse #18 | Luglio 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo. Se non avete voglia di aspettare un mese per leggerle, fate un giro sul profilo Instagram. 

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN RINASCITA #2-3
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Il rebirth di Harley Quinn comincia con un attacco alieno che trasforma gli abitanti di Coney Island in morti viventi. Nelle mani di Palmiotti e della Conner questa invasione di zombie si trasforma in una commedia degli equivoci violenta e quasi romantica. A conti fatti la storia è un po’ quella che è, ma perlomeno dà la possibilità a Chad Hardin e John Timms di sfogarsi con tavole spettacolari e ricche di azione.
La Suicide Squad di Williams e Lee parte col piede giusto, anzitutto dal punto di vista grafico. Depurato dalla colorazione digitale degli inizi e della sovraesposizione (più del suo stile che della sua persona) di inizio duemila, Jim Lee dimostra di avere ancora qualcosa da dire e da insegnare, a partire da tavole realmente dinamiche e da una narrazione compatta capace di dare il giusto spazio a ogni membro del gruppo. La storia parte da premesse interessanti, vediamo un po’ dove andrà a finire, anche se il problema rimane Rob Williams che fatica ancora a far convivere le voci di tutti i personaggi e tirarne fuori un’unica anima.
Chiudono i due spillati un breve one shot dedicato a Captain Boomerang e uno a Katana. Tanto inutili quanto brevi: se mi devo sorbire in ogni spillato la storiella del passato di ogni membro della Suicide Squad per farmi capire che è un balordo ma ha anche un cuore grande così, ecco ne faccio volentieri a meno.

AMERICAN MONSTER Vol. 1 – Dolce casa
di Brian Azzarello e Juan Doe – Traduzione di Stefano Formiconi (Saldapress, 2017)
La mia ragazza si compra un sacco di albi originali che accumula e rimane indietro con le letture. Albi che io vorrei leggere ma siccome sono un uomo d’onore, non leggerei mai per primo un libro pagato da qualcun altro. E così un sacco di roba figa che potrei recensire per ricavarne milioni, giace sugli scaffali e nelle scatole. A luglio mi sono trasferito da lei per un paio di settimane e con la scusa del tetto in comune, quei fumetti sono diventati anche miei. Ho cominciato con i primi cinque numeri di American Monster, nuova serie di Azzarello edita da Aftershock. Nel frattempo è uscita anche in Italia, l’ho letto in italiano e il caso vuole che abbia pure scritto una recensione per Fumettologica. Eccola qui.

CRY ME A RIVER
di Alice Socal (Coconino Press, 2017)
Giunto alla terza rilettura, oramai Cry me a river di Alice Socal ha smesso di essere un fumetto ed è diventata un’infiltrazione. Farsi inzuppare dalle lacrime della protagonista e dalla narrazione liquida della Socal è d’altronde l’unica strada percorribile per apprezzare questo graphic novel all’apparenza smilzo e minimale ma che rivela grande profondità e ambizione negli intenti. Dopo Sandro, Alice Socal prende una situazione resa banale da anni di sfruttamento al cinema e in letteratura e cerca di darle nuova vita attraverso un approccio inconsueto e rischioso, fatto di simboli, suggestioni e allucinazioni, cercando nuovi sentieri. Leggete la recensione così capite pure quali sono.

BIRDS OF PREY Vol. 1
di aa.vv. (Dc Comics, 2016)
Il primo volume della riproposta in ordine cronologica del primo ciclo delle Birds of Prey, non è altro che una raccolta delle storie precedenti alla formazione del gruppo. Per ora a collaborare sono solo Black Canary e Oracle: la prima è un agente segreto, la seconda gestisce le sue missioni dopo aver dovuto appendere al chiodo il costume di Batgirl dopo quella sventura di cui tutti siete a conoscenza (e che popola ancora i suoi incubi). A patto di chiudere gli occhi davanti alla colorazione e alle volte anche ai disegni, queste storie pre-Birds of Prey sono piacevoli ben congegnate (basti vedere la scena di apertura del volume, a metà tra Refn e Bret Easton Ellis), e lasciano già intravvedere i rapporti e i legami che faranno da filo conduttore a tutta la lunga run gestita da Chuck Dixon. 

THE STEAM MAN #1-5
di Joe R. Lansdale, Mark Alan Miller e Piotr Kowalski  (Dark Horse Comics, 2016)
“Benvenuti nel West. Qua fuori è freddo come la tetta di una strega. Liberi di non crederci, ma è perfino gradevole”. C’è poco da fare: bastano due righe e Lansdale mi fotte sempre. Anche quando la qualità della sua scrittura non è sempre al massimo, anche quando scrive fumetti. The Steam Man (il soggetto è del Vecchio Joe, la sceneggiatura di Mark Alan Miller) è un weird western steampunk, con protagonista la ciurma che fa muovere e combattere Steam Man, un robottone di ferro e vapore costruito a fine ‘800 per arginare un’invasione aliena, e ora impiegato per scovare l’entità che pare aver dato il via a tutto.
Il primo numero mette tutte le carte in tavola ma convince soprattutto per le interazioni tra i membri dell’equipaggio e le colorite metafore partorite da Lansdale (che se avete letto qualcosa di suo, saprete sicuramente quanto aggiungono alla narrazione). Piotr Kowalski pare invece il disegnatore perfetto per la miniserie, capace di rendere l’imponenza e la legnosità dei movimenti del robot restituendoci comunque l’eroismo e l’epicità delle sue imprese. Si prosegue con un secondo numero decisamente sottotono, tutto dedicato al villain, il Dark Rider. All’inizio la cosa dei viaggi del tempo pareva interessante, poi però viene fatta sprofondare nella banalità della solita storia d’amore finita male male male che ha così dato origine alla malvagità del cattivone. Una digressione che forse arriva anche troppo presto sulla tabella di marcia, visto che abbiamo appena cominciato a conoscere i protagonisti e la loro missione. Il terzo e quarto numero confermano i toni lenti della miniserie: pensavo di lamentarmi della lentezza della narrazione e poi mi sono accorto che ad andare piano è sì la narrazione, ma soprattutto il robottone protagonista, che nel giro di tre numeri avrà percorso poche centinaia di chilometri nella foresta. La sceneggiatura di Mark Alan Miller segue la pesante camminata di un gigante di ferro alimentato da una caldaia a vapore e a ogni passo ce ne restituisce l’imponenza. Anche Kowalski tiene ben presente la cosa e infatti il combattimento che chiude il numero è ben coreografato in modo da evidenziare sì la forza e la stazza letale, ma anche la goffaggine e la lentezza del mostro meccanico. L’ultimo numero di The Steam Man si apre con una lunga scena di tortura, un uomo che cerca di liberarsi dopo essere stato crocifisso a testa in giù e un cattivo che dice cose cattive. Cosa volere di più? Forse un finale più soddisfacente sarebbe stato meglio. Mi spiego: il quinto numero è forse il migliore della miniserie, folle e cupo anche in un finale che fa di tutto per vestirsi da lieto fine. Il problema è tutto pare accelerato nelle ultime pagine, con un villain interessante liquidato con poche righe di dialogo che a volte suonano anche un poco ridicole nella loro funzione redentrice.
Insomma, The Steam Man è una discreta miniserie d’avventura che spesso va perde il focus di ciò che vuole raccontare. Peccato.

PROMETHEA Vol. 2
di Alan Moore e J.H. Williams III – Traduzione di Leonardo Rizzi (Rw Edizioni, 2017)
Il cammino verso Dio di Promethea è una Divina Commedia misterica e divulgativa, con Alan Moore che spiegandoci l’immateria ci racconta l’uomo e lo straordinario potere delle sue idee, delle sue parole e delle sue emozioni. È così che con la lettura di Promethea ci si sente pervasi da una naturale felicità, un ottimismo puro e assoluto nei confronti della vita che riesce a rimetterci nel posto giusto dell’Universo e della nostra mente (come se ci fosse una reale differenza) raccontandoci il percorso per raggiungerne i confini. Commuovente, anche solo per come riesce ad allargare i nostri piccoli orizzonti.

IS THIS TOMORROW
di aa.vv. (Canton Street Press, 2015)
Immaginate di essere americani negli anni Cinquanta. Orgogliosamente americani, come se fosse possibile non esserlo quando vivi nella migliore nazione del mondo. Quella con le auto più belle, le televisioni più belle, le dive più belle, le famiglie più belle, la bandiera più bella. Pensate alla cosa peggiore, quella che può togliervi di punto in bianco ogni tipo di felicità e di libertà. Pensate per esempio al comunismo.
Is this tomorrow è un fumetto di propaganda anti-sovietica del 1947, una di quelle cose che lette oggi fa un sacco ridere per i toni esagerati, gli allarmismi e tutto che va a rotoli a una velocità impressionante (dagli scioperi pilotati ai campi di concentramento in meno di un anno). Dietro l’iniziale ironia fa però capolino il terrore di pensare a una nazione che indica un nemico e mette in moto una macchina per farlo diventare lo spauracchio dei suoi abitanti, sino a estirparlo del tutto dal suo suolo. Prima divertente, poi terrificante.

TERMINARCH
di Jordan Hart e Terry Huddleston (OSSM Comics, 2016)
Terminarch
parte con un concept interessante: quando gli androidi si accorgono di essere bravi in tutto tranne nella creatività, decidono di prendere il comando e ammazzare il 95% degli esseri umani, ovvero la percentuale di umani non-artisti calcolata da un apposito logaritmo. Il restante 5% è invece confinato in un luogo protetto dove può creare con tutta la libertà e gli agi necessari. Martin Allerton è invece un’anomalia, l’ultimo uomo non-artista sulla faccia della Terra a causa di un obbligato isolamento che l’ha tenuto lontano dalla società per trent’anni.
Dicevo, il concept è interessante ma merita più di questa cinquantina di pagine per essere sviluppato. Il volume si regge bene sulle sue gambe ma resta comunque la voglia la voglia a fine lettura di leggere un finale più soddisfacente o vedere altre vicende legate a questo universo. Spero che Jordan Hart riesca a trovare le condizioni per sviluppare al meglio questa sua idea, magari con al fianco un narratore più esperto di Terry Huddleston che nelle sequenze di dialogo spesso mostra tutti i suoi limiti.

SPACE RIDERS – Volumen uno
di Alexis Zirrit e Fabian Rangel Jr (Black Mask, 2017)
La sensazione che si può avere dopo aver sfogliato per la prima volta Space riders, è quella di un fumetto volutamente trash e citazionista, forse persino hipster nel suo voler replicare ingialliture, macchie e piegatura della carta. A leggerlo invece si cambia idea quasi subito, merito inizialmente del lavoro di Zirrit ai disegni, capace di smarcarsi dai suoi modelli (il Kirby più psichedelico in primis) per proporci una narrazione folle fatta di colori accesi, volti deformati, simulazione di difetti tipografici e strane creature. Il tutto è retto bene dalla sceneggiatura di Fabian Rangel Jr., una storia di avventura classica con un protagonista spaccone che non si può non invidiare.

DEADPOOL #20-21
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
Miracolo: un numero di Deadpool che non mi porta al suicidio causa sconforto. Non che ci siano cose eccezionali, ma perlomeno c’è più impegno del solito, a partire dalla noiosissima Spider-Man/Deadpool, l’unico team-up che se ne frega del legame tra i due protagonisti e mette in scena esclusivamente il loro narcisismo. A questo giro Duggan si è inventato il ritrovamento di una storia del 1968, mai pubblicata a causa dei temi troppo caldi, e la trovata post-moderna funziona. La storia è divertente e Koblish con questo stile vintage fa rimpiangere i suoi disegni di sempre.
Ricominciano dal numero 1 anche i Mercenari per soldi scritti da Cullen Bunn, e a questo giro la storia pare perlomeno interessante. Sai mai che dopo un anno e passa riescono anche a capire come far funzionare questo team abbastanza insulso.
Questa settimana ho riletto le ultime cose che ho scritto su questa testata giusto per fare il punto della situazione. Ora io mi chiedo: quanto cazzo deve fare schifo Deadpool per farmi dire che una cosa come Gwenpool è carina? Ma io mi rincoglionisco e voi non dite niente? Ok, ok, i disegni sono sopra la media rispetto a quelli di Deadpool e anche la regia è più briosa, però i risultati sono davvero anonimi, anche in un episodio tutto azione come quello contenuto qui.

ALACK SINNER – L’età del disincanto #1
di Carlos Sampayo e José Munoz (Editoriale Cosmo, 2017)
Alack Sinner si fa meno noir e si mette a raccontare la vita e le botte del protagonista e di quel mondo che spesso lo mette in secondo piano. Anche il tratto di Munoz si adatta alle atmosfere e se rimane pressoché invariato rispetto al passato quando deve raccontare in Nicaragua il grottesco e doloroso teatrino politico del Sud America, si fa più vicino alla linea chiara quando si mette a seguire le storie personali di Sinner. Tra vita reale e momenti onirici, la sceneggiatura di Sampayo si muove sempre su un dolente intimismo che sfocia in una libertà selvatica e sofferta. Il giusto prezzo da pagare.

DIARIO DI UN FANTASMA
di Nicolas De Crécy – Traduzione di Fay R. Ledvinka (Eris Edizioni, 2017)
Attorno alla realizzazione di due carnet de voyage (uno ambientato in Giappone e l’altro in Brasile), Nicolas De Crécy costruisce due storie che sono il pretesto per riflettere sul suo lavoro e sul ruolo dell’artista. Diario di un fantasma è forse troppo verboso e risente troppo di uno squilibrio tra una prima parte affascinante e piena di idee originali e una seconda che invece si perde dietro i pensieri (non sempre interessanti) dell’autore pur mantenendo un livello grafico che riesce comunque a salvare la situazione. Il risultato è un fumetto poco convenzionale e volutamente fuori fuoco, in cui De Crécy riversa pensieri, impressioni e critiche verso sé stesso. Si merita più di una lettura, giusto per farsi scappare nulla ed entrare meglio nei pensieri dell’autore. Io sono ancora fermo alla prima, ci si risente più avanti con una recensione più approfondita.

NECRON #1
di Magnus e Ilaria Volpe (Editoriale Cosmo, 2017)
Non so cosa cazzo salti in testa alla gente. Sono settimane che leggo recensioni e commenti che dicono: “Bello Necron, Magnus va oltre lo splatter”. Oppure: “Necron mica è un fumetto erotico”. Io non vi capisco. Necron è un fumetto splatter, Necron è un fumetto erotico, ed è bello per questo motivo. Magnus non trascende né l’horror né tantomeno l’erotismo. Semmai ci sguazza in mezzo per creare una storia che è anch’essa un mostro di Frankenstein fatto cucendo assieme generi, influenze letterarie e suggestioni diversissime tra loro. Ci troviamo quindi davanti una storia che è al contempo una commedia, un porno e un horror e che riesce a farci inorridire, eccitare e sorridere facendoci sentire ridicoli dinnanzi a queste emozioni incongruenti. È questa sensazione di sentirsi coinvolti nella storia sempre per il motivo sbagliato che rende Necron davvero imprescindibile.

SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #3 – Fermate l’Uomo Sabbia
di aa.vv. – Traduzione di aa.vv. (RCS, 2009)
Volume antologico con il meglio delle storie dedicate all’Uomo Sabbia. Niente di davvero notevole in termini di scrittura (la metà Delle storie finiscono con l’Uomo Sabbia risucchiato da un qualche tipo di aspirapolvere) mentre l’unica cosa che mi ha davvero colpito nei disegni è il lavoro di Steve Ditko sul volto di Flint Marko, che il disegnatore caratterizza con un tratteggio fitto rendendone i lineamenti quasi provvisori, come se fossero soggetti a piccole frane o a uno sbriciolamento continuo. Rimane la curiosità di leggere la run in cui si trasforma nell’Uomo Fango a seguito dell’unione forzata con l’Uomo Acqua. Lo spunto iniziale va oltre la più normale stupidità, ma da quel che ho letto negli editoriali parrebbe avere qualche spunto interessante. C’è qualcuno di voi che l’ha letto per confermarmi o meno queste impressioni?

VIVONO IN ME
di Jesse Jacobs – Traduzione di Valerio Stivè (Hollow Press, 2017)
Il topos della casa stregata è per Jesse Jacobs un doppio binario su cui inscenare parallelamente il deteriorarsi della vita coniugale e la vendetta della natura nei confronti dell’uomo. Jacobs gioca ancora con lo spazio e con il tempo, deformandoli a proprio piacere sino a trasformarli entrambi in un trappola mortale. Vivono in me è un horror atipico ma puro, spesso inquietante in cui le consuete parentesi geometriche di Jacobs si fanno ancora più sintetiche del solito, sino a trasformarsi in terrificanti geroglifici che sembrano la scheda di programmazione Delle nostre vite. L’autore si trova a suo agio nel formato breve e riesce così a realizzare una storia fulminante e letale. Qui ve ne parlo meglio.

THEY’RE NOT LIKE US Vol. 2 – Noi contro voi
di Eric Stephenson e Simon Gane (saldaPress, 2017)
Qualche settimana fa Gnomo Speleologo ha scritto una recensione in due parole del primo volume di They’re not like us: “Brutto + Poser”. Non riesco a dargli torto, sebbene la serie di Stephenson mi stia persino piaciucchiando. Ammetto che l’unico punto di vero interesse del fumetto è capire come l’autore pensa di gestire la marea di personaggi stronzi e distanti che mette in campo senza provare a dar loro un po’ di carisma, come a voler sfidare la nostra pazienza. E infatti il problema è che raramente si viene ricompensati, soprattutto in questo secondo volume che si affolla di personaggi (stronzi) e gruppetti, ma sostanzialmente non porta avanti la storia di un millimetro. Non so dove Stephenson voglia andare a parare e tutto sommato la cosa mi incuriosisce. Porterò pazienza ancora per un poco.

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Gigahorse #15 | Aprile 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo.


SANDMAN – Libro sesto
di Neil Gaiman e aa.vv. – Traduzione di Matteo Mezzanotte (Rw Edizioni, 2017)
Favole e riflessi non è uno dei miei cicli preferiti di Sandman: sento troppo la mancanza di una trama orizzontale e queste storie brevi mi hanno convinto meno rispetto ad altre della serie, risultando meno coinvolgenti ed emozionanti. Eppure Favole​ e riflessi è uno dei volumi più rappresentativi della serie e forse quello più adatto per spiegare il ruolo di Sandman all’interno della storia, così marginale eppure onnipresente

MEGAHEX
di Simon Hanselmann – Traduzione di Betta Bertozzi (Coconino Press, 2016)
Megahex
è un grande libro e non fa nulla per fartelo notare. Cazzeggia senza vergognarsene e al contempo descrive in maniera precisa la mia generazione di trentenni inconcludenti e l’atmosfera di eterna adolescenza che li circonda. Hanselmann lo fa con una comicità volutamente disinnescata e un ritmo da sit-com degli anni Novanta, incessante e monotono nel suo procedere verso il finale della storia. Il risultato è stupefacente, straniante e traccia un nuovo percorso per il racconto generazionale.
Unica nota dolente è la traduzione non all’altezza, che compie il passo falso di un approccio alla traduzione degli insulti e delle parolacce troppo meccanico per restituirci il colore dei dialoghi.

DEADPOOL #17-18
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
Dei collegamenti con Civil War II non ci ho capito molto visto che non leggo altre testate Marvel. Certo è che questa battaglia di quattro paginette goffa e senza una reale narrazione non mi ha convinto per niente. Pare invece che il rapporto con i Mercenari per Soldi andrà a farsi più interessante. Speriamo bene. Gwenpool continua a stupirmi in meglio. Nulla di che, ma il personaggio è scritto bene e risulta meno banale di quel che sembra dalla sinossi. I disegni superteen di Gurihiro non sono proprio cosa mia, ma sono praticamente perfetti per la serie. E poi il suo M.O.D.O.K. giocattoloso è davvero bello.
Sul numero 18 invece, Spider-Man e Deadpool volano a Hollywood sul set del film di Deadpool. A patto di sopportare battutine referenziali e sequenze d’azione incolori, l’albo riesce anche a non farti addormentare. 

R
di Atsushi Kaneko (d/books, 2009)
Che bello farsi friggere il cervello già di primo mattino da R, raccolta di fumetti supermatti scritti e disegnati da Atsushi Kaneko, nove racconti pulp (se vi piacciono le definizioni) pieni di intuizioni grafiche e narrative che un autore normale si sarebbe fatto bastare per tutta una carriera. E invece Atsushi Kaneko porta avanti le sue storie senza perdere mai nulla di vista: bei personaggi incastrati in trame ben architettate che sviluppano i temi con celata leggerezza, il tutto narrato con una regia folle e sincopata. Atsushi Kaneko è un Paul Pope che non si fa le seghe su quanto sia bravo a disegnare e poi perde di vista storia e narrazione, è un narratore preciso e pragmatico che però sembra divertirsi davvero un casino.

GROSSO GUAIO A CHINATOWN / FUGA DA NEW YORK – Jena vs Jack
di Greg Pak e Daniel Bayliss – Traduzione de I Cosmonauti (Editoriale Cosmo, 2017)
Aspettative zero e invece questo crossover tra i due personaggi di Carpenter mi ha divertito un sacco. Greg Pak prende Jack Burton e lo scaraventa negli Stati Uniti disastrati di Snake Plissken, con il risultato che i toni tamarri e sbruffoni del primo film vanno a innestarsi nello scenario cupo del secondo. La miscela è strana ma inaspettatamente funziona bene, grazie a una scrittura attenta ai personaggi e illuminata da qualche idea folle (tipo tutta la questione del Multiverso Plissken). I disegni di Bayliss sono in linea con il resto, molto cartooneschi ma con una recitazione precisa e un certo gusto per l’esagerazione. Una lettura davvero spassosa, con la sola pretesa di intrattenere (e lo fa più che bene).

BATMAN ANNO DUE
di Mike W. Barr, Alan Davis e Todd McFarlane – Traduzione di S. Formiconi (Rw Edizioni – Lion Comics, 2017)
Quando lessi Batman Anno due la prima volta avrò avuto una decina di anni e il fumetto di Barr mi fece abbastanza schifo tranne ovviamente per il Mietitore, villain sui generis abbastanza banale ma con un costume che colmava la mancanza di personalità. Riletto a distanza di una ventina di anni la mia opinione cambia pochissimo: alcuni errori mi risultano più evidenti (soprattutto alcune intuizioni un po’ sempliciotte che ha Batman), ci sono delle cose che ho trovato strane ma interessanti (il rapporto tra Batman e Chill) e altre che invece trovo ancora abbastanza ridicole. Per fortuna il Mietitore continua ad avere quel costume tamarro. (Se potete evitate l’edizione DC Deluxe della Lion che è stampata davvero di merda).

LE AVVENTURE DI TINTIN
Il segreto del Liocorno – Il tesoro di Rackham il Rosso
di Hergé – Traduzione di Giovanni Zucca (allegato RCS, 2017)
Sulle avventure di Tintin nessuna anticipazione perché sto realizzando un diario di lettura. Non sono recensioni ma solo pensieri sparsi, appunti, azzardi e arrampicate sugli specchi per cercare di tirare fuori qualcosa di nuovo e di diverso da un personaggio che ha prodotto più saggistica che merchandising. Trovate tutti i tentativi qui.

ALACK SINNER – L’eta dell’innocenza #2
di José Munoz e Carlos Sampayo – Traduzione di Fiorella di Carlantonio (Editoriale Cosmo, 2017)
Più che nel precedente albo, qui Munoz e Sampayo gettano Alack Sinner in una città caotica, brulicante e piena di voci. Il risultato è che spesso, pur mantenendo il focus sulla vicenda principale, i due autori portano in primo piano la vita che solitamente è relegata sullo sfondo. Ne escono fuori microstorie fulminanti, ritratti sfuggevoli e polaroid scattate all’improvviso, con il risultato che la città in cui Sinner vive e fatica pare effettivamente reale. In realtà questi fugaci cambi prospettici penso abbiano anche il compito di ridimensionare un personaggio carismatico, di fargli perdere la sicurezza di essere il protagonista e gettarlo al fondo della vignetta come se fosse una comparsa, uno dei tanti abitanti del mondo che, come tutti, si crede al centro dello stesso.

L’ESTATE SCORSA
di Paolo Cattaneo (Canicola, 2015)
In attesa di Manuelone (il nuovo libro di Paolo Cattaneo, sempre edito da Canicola edizioni) rileggo questa storia di adolescenza sudaticcia e brufolosa. L’estate scorsa è una specie di Goonies spogliato degli orpelli hollywoodiani e intessuto con il ritmo pigro e inquieto di quelle esplorazioni estive che dovrebbero svelare un mistero e invece niente. Invece sono solo passeggiate nei boschi dove si litiga, ci si innamora, si ride e si ha paura, e l’epica del racconto ce la si crea tutta dentro la nostra testa per fingere che l’avventura sia stata veramente tale e non una semplice perdita di tempo.

PRINCESSE SUPLEX
di Léonie Bischoff  – Traduzione di Silvia Uberti (MalEdizioni, 2016)
Tolte le etichette femministe di cui sinceramente non me ne frega nulla, Princesse Suplex si rivela essere una storia d’amicizia e botte tra due donne. La Bischoff gestisce molto bene l’alternarsi delle sequenze di combattimento con quelle più intime, riuscendo a raccontarci due personaggi alle prese con la parte ordinaria e straordinaria della propria vita. Peccato che la breve durata del fumetto non le consenta di sviluppare a dovere una narrazione più coinvolgente, rimanendo un fugace ritratto di lotta e amicizia che mette in mostra due caratteri interessanti ma non trova purtroppo lo spazio per approfondirli. Qui la mia recensione. 

BLOODSHOT REBORN #3 – L’uomo analogico
di Jeff Lemire e Lewis Larosa – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2017)

Inaspettata svolta post-apocalittica per Bloodshot Reborn: Jeff Lemire ci catapulta trent’anni nel futuro in una Los Angeles in stile Mad Max piena di sabbia, auto scassate, predoni e tutta la mitologia Valiant rivista in toni distopici. L’uomo analogico regala per più della metà un divertimento sano e caciarone, ben sorretto dai disegni di Lewis Larosa, così truculenti da dedicare una tavola intera alla testa di un cattivo sfracellata dallo scarpone di Bloodshot. E poi, quando meno te l’aspetti, ecco spuntare fuori un colpo di scena emotivamente fortissimo, una di quelle cose che riescono particolarmente bene a Lemire.

K.O. A TEL AVIV #3
di Asaf Hanuka – Traduzione di Michele Foschini (Bao Publishing, 2016)
In qualsiasi altra occasione la retorica e l’auto-compatimento che spesso fanno capolino nel diario a fumetti di Asaf Hanuka, mi avrebbero fatto terminare la lettura dopo poche pagine. Con Hanuka mi è impossibile farlo, prima di tutto perché è un narratore precisissimo (come spiegavo in questo pezzo pubblicato da Critica Letteraria), capace di calcolare i tempi di reazioni del lettore e portarlo sempre e comunque dalla sua parte. È infatti impossibile non empatizzare con il personaggio, persino con i suoi aspetti che meno ci accomunano (nel mio caso per esempio un approccio un po’ ruffiano nel criticare mode e modernità), anche merito della sincerità con cui l’autore racconta la sua vita e i suoi sentimenti. Quella di KO a Tel Aviv non è una lettura che cerco e attendo, eppure ogni volta Hanuka mi convince e riesce a coinvolgermi emotivamente nel racconto spezzettato della sua esistenza. 

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN #22
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (RW Edizioni, 2016)
Il trentesimo episodio di Harley Quinn vede il personaggio alle prese con un cattivo atipico: la gentrificazione. Numero con una bella regia (la tavola escheriana nel multisala è inaspettata e divertente) e una storia piccola piccola che però i due sceneggiatori sanno valorizzare grazie al buon utilizzo del cast. Bella scoperta la disegnatrice Elsa Charretier: la sua Poison Ivy sembra quasi disegnata da Miguel Angel Martin. Un bel numero di merda invece per la New Suicide Squad, con protagonista assoluta ancora Harley Quinn. Psicologia dozzinale, disegni inguardabili, storia inutile. Passiamo oltre che è meglio. Il meglio (se così possiamo definirlo) è il finale dei Segreti Sei. Per Gail Simone è ancora una volta un’occasione persa: dopo un inizio interessante la storia si è persa dietro a scelte poco felici (tutta la run lovecraftiana) e a una gestione del team attenta ma in fin dei conti inconcludente. La Simone ha la mano pesante della scrittura di fine ’90 e inizio Duemila, e la cosa non gioca quasi mai a suo favore.

L’ALTRO TOPO #1 – Topolino racconta l’arte
di Roberto Gagnor, Paolo De Lorenzi e Vitale Mangiatordi (Panini Comics, 2017)
Nemmeno da bambino sono mai stato un lettore abituale di Topolino Magazine, più per le contingenze che mi hanno portato a essere un lettore fedele de Il Giornalino che per una scelta vera e propria. E quindi che ci fa queste pagine il primo volume della serie antologica L’altro Topo, dedicata a questo giro al mondo dell’arte? Semplicemente perché Roberto Gagnor, l’autore di queste storie, è stato mio professore di sceneggiatura e gli devo quindi due anni di infinita pazienza nei miei confronti. Debiti a parte, la lettura si è rivelata piacevole e interessante. Anzitutto perché le storie sono meno superficiali, meno “per bambini” di quel che pensavo: la struttura del racconto ha sempre una sua originalità, ci sono più livelli di lettura e l’arte non è mai un pretesto ma il vero motore narrativo. Non tutte le storie sono allo stesso livello, ma è difficile superare i buoni risultati delle storie ambientate nell’Antico Egitto e nel Medioevo. La prima è una commedia degli equivoci atipica e romantica, mentre la seconda nasconde interessanti riflessioni e diverte per i suoi giochi linguistici. Insomma, superato il trauma dei dialoghi che finiscono tutti col punto esclamativo, L’altro Topo si è rivelato essere una lettura divertente e ricca di spunti di riflessione. E chi se l’aspettava.

L’UOMO DELLA LEGIONE
di Dino Battaglia (Edizioni NPE, 2016)
Nonostante un paio di riletture nel corso degli anni, l’ultima tavola de L’uomo della Legione mi mette ancora addosso un senso di profonda angoscia e infelicità. Nel posto in cui dovrebbe esserci il trionfo dell’eroe che ha compiuto la sua vendetta ristabilendo anche un ordine morale nel mondo, trova spazio una tavola desolante dove l’eroe torna a essere un uomo mettendo in discussione ciò in cui crede e ciò che ha fatto, delineando un orizzonte senza felicità alcuna, nemmeno quella della vendetta. Dal punto di vista grafico è invece un piacere vedere la gabbia bonelliana rinnovata, sfruttata e decostruita dalla regia di Battaglia, capace di soluzioni grafiche dal forte impatto narrativo.

BOOK OF DEATH – Il Libro della Morte
di Robert Venditti, Robert Gill e Dough Braithwaite – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2017)

Sarò stupido, ma una delle cose che apprezzo di più dell’Universo Valiant è che a un certo punto c’è quasi sempre una scena gore che Marvel e DC se la sognano. In questa miniserie-evento a un certo punto escono fuori degli animali (orso, cervo, cani) mezzi putrefatti che attaccano Gilad.
Messe da parte le stupidate, Book of Death è una storia solida e tradizionale che non regala grande sorprese ma fa il suo dovere. Venditti lavora bene sul rapporto tra Gilad e Tana, si diverte con i comprimari (divertenti le didascalie di presentazione) ma fa un mezzo passo falso con un cattivo un po’ sui generis e difatti il finale risulta smorzato rispetto alle aspettative create.

YRAGAEL – L’integrale
di Philippe Druillet e Michel Demuth- Traduzione di Sara Giovanna Gianoglio (Magic Press, 2016)
Quando Druillet prende tra le mani il fantasy, lo piega ai bisogni della sua arte. Di conseguenza questo integrale di Yragael (che contiene anche il “sequel” Urm il pazzo) è un fantasy che visivamente rinnega qualsiasi cosa fatta prima e va così avanti che quello venuto dopo non è riuscito ancora a raggiungere la complessità e la ricchezza visiva del lavoro di Druillet. Il lavoro più interessante però Druillet lo fa sui testi, innalzando a voce divina le didascalie narranti, e declassando i dialoghi a stupido e ambiguo accessorio. Qui ve lo spiego meglio.


Gigahorse #14 | Marzo 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo.


WYTCHES
di Zack Snyder e Jock – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Scott Snyder rilegge la stregoneria e tira fuori un horror ben riuscito sullo stile di Stephen King. C’è l’horror classico, quello dei mostri e degli spaventi, ma Snyder è bravissimo nel creare una paura tutta interiore che fa emergere attraverso un padre apprensivo, pieno di sensi di colpa e con una vita costellata di errori che cerca di espiare amando infinitamente la sua famiglia. L’orrore per Jock è invece la costruzione sempre misteriosa delle sue tavole, non solo imprevedibile ma anche costantemente ricolme di angoli bui, parti nascoste, momenti “illeggibili”, effetto che i colori affascinanti di Marc Hollingsworth amplificano. Ci sono solo due problemi: l’ultimo numero è sin troppo frettoloso e per chiudere la trama Snyder sacrifica la parte emotiva; e poi la serie è ferma dal 2015 e, sebbene il finale chiuda le vicende, rimangono tante cose in sospeso che meriterebbero una conclusione.

THE SPIRIT #2 – Il ritorno dello spirito
di Matt Wagner e Dan Schkade – Traduzione di Valeria Gobbato (Editoriale Cosmo, 2017)
Termina qui la miniserie sul ritorno di The Spirit: Matt Wagner tira le fila dell’intrigo che ha ordito ma si crea qualche nodo di troppo. Se il primo volume era divertente e intrigante (nonostante la scrittura non fosse sempre all’altezza dei bei disegni di Schkade), questo secondo volume risulta prevedibile e noioso. Una volta scoperta l’identità di Mikado Vass e rivelati i misteri della prigionia di The Spirit (peraltro facilmente intuibili), la storia si sgonfia sotto il suo stesso peso. Certo, i disegni dinamici di Schkade sono un piacere, ma non sempre salvano la situazione.

BENVENUTI A CERVELLOPOLI
di Matteo Farinella (Editoriale Scienza, 2017)
Benvenuti a Cervellopoli è il viaggio di un giovane neurone alla scoperta del cervello per capire quale compito andrà ad affrontare una volta cresciuto. Rispetto al precedente Neurocomic Farinella scrive un libro per un target più infantile e rinuncia così a un intreccio strutturato preferendogli una storia minimale capace di raccontarci in maniera semplice il funzionamento del cervello. L’autore però non rinuncia a una ricchezza grafica davvero sorprendente con grandi tavole colme di particolari e trovate grafiche che riescono al contempo a essere esplicative e divertenti. Questa è la grande capacità di Farinella, padroneggiare così tanto la narrazione scientifica che anche le sole immagini sono in grado di trasmettere le informazioni contenute nel testo. Un libro perfetto per i bambini, interessante per gli adulti. Qui trovate la mia recensione. 

BLOODSHOT REBORN #2 – La caccia
di Jeff Lemire e Butch Guice – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2017)
Dopo un primo volume interessante per come riusciva ad andare a fondo del personaggio con originalità e una inaspettata vis drammatica (senza dimenticarsi però delle botte), Bloodshot Reborn prosegue con La Caccia, miniserie in quattro numeri che si distingue per un racconto più tradizionale e meno stratificato rispetto al precedente volume. Non che La Caccia sia un brutto fumetto, semplicemente la scrittura di Lemire si fa meno raffinata per quanto riguarda la costruzione psicologica del personaggio concentrandosi perlopiù sull’intreccio, passaggio forse doveroso per arrivare a un volume finale capace di unire l’elemento action con quello introspettivo senza troppi problemi. Attendiamo con ansia. Ai disegni c’è il veterano Butch Guice, il cui lavoro si distingue per la recitazione davvero perfetta dei personaggi.

BATTAGLIA – Dentro Moana
di Roberto Recchioni, Mauro Uzzeo, Pierluigi Minotti, Marco Patrucco, Valerio Befani, Fernando Proietti ed Ettore Dicorato (Editoriale Cosmo, 2016)
Bella questa nuova avventura di Battaglia, molto diversa rispetto alle precedenti. Verrebbe quasi da definirla una storia intimistica se non fosse che il protagonista è pur sempre un vampiro, anche se nell’inedita veste di innamorato. Dentro Moana è una storia d’amore virile e struggente dove Battaglia recita nel doppio ruolo di buono e di cattivo, aspetto che i due sceneggiatori gestiscono bene pur utilizzando i consueti toni eccessivi. L’albo si fa notare soprattutto per una bella regia, capace di far convivere passato, presente e la vita sullo schermo di Moana. Peccato solo per dei disegni non sempre all’altezza. Menzione speciale alla diabolica Cicciolina.

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN #20 – 21
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (RW Edizioni, 2016)
Tenetemi lontano dai disegni di John Timms se no ammattisco. Non riesco proprio a resistere né alla sua Harley Quinn spigolosa e slanciata, né ai suoi detective con il volto simile a una roccia. Per il resto Palmiotti e la Conner celebrano il matrimonio tra HQ e Red Tool: numero divertente, forse due logorroici in una sola serie sono di troppo, ma per ora non mi hanno ancora stancato. Segue sul numero #20 un episodio delirante di Harley Quinn, con la nostra protagonista costretta a prendere il comando di un robottone fatto a sua immagine e somiglianza per sconfiggerà il nemico di turno. C’è di tutto, dalle battute a Michael Bay alle tette spara missili, e tutto funziona alla perfezione grazie anche a una dose di spettacolarità che raramente si è vista sulla testata.
La New Suicide Squad di Seeley è una buona serie di intrattenimento action, con quel minimo di caratterizzazione dei personaggi che le permette di distinguersi un poco. Finalmente Seeley è riuscito a darci una storia all’altezza del team, peccato però che si fatichi a percepire i personaggi. I disegni statici non hanno aiutato molto nelle sequenze d’azione, mentre si sono dimostrati più utili nel racconto dei legami tra i membri del gruppo.
Ultimo arco narrativo per i Segreti Sei della Simone, con una storia tutta incentrata su Stryx, l’unico personaggio decente uscito fuori dal New52 e giustamente malcagato e bloccato nella retroguardia di personaggi da tirare fuori all’evenienza. La Simone però vuole bene al personaggio quindi non è detto che, nonostante i suoi limiti, riesca a tirare fuori qualcosa di buono anche se la sensazione è che la Simone rimanga come al solito sulla superficie delle cose.

SALAMBÒ
di Philippe Druillet – Traduzione di Sara Giovanna Gianoglio (Magic Press, 2016)
Nonostante sia guidato dal romanzo di Flaubert, Druillet non perde l’occasione di far deragliare la storia facendola approdare in nuovi territori. Così il racconto diventa una space opera avventurosa e sentimentale che Druillet punteggia di melodramma e fa smarrire all’interno delle architetture mastodontiche che sovrastano ogni sequenza. Le due cose migliori del volume sono una strana storia d’amore e le impressionanti scene di battaglia.

ALACK SINNER – L’eta dell’innocenza #1
di José Munoz e Carlos Sampayo – Traduzione di Fiorella di Carlantonio (Editoriale Cosmo, 2017)
Ma si può essere così stronzi da scoprire Alack Sinner all’alba dei trent’anni? Mi sento uno scemo da ieri mattina e davvero non riesco a capire come io e il personaggio di Munoz e Sampayo non ci siamo incontrati prima. La botta è stata forte, anzitutto per i disegni di Munoz. Per me che sono un amante del segno di Bastien Vives, trovare un autore simile a lui ma più raffinato (soprattutto nella recitazione) e più attento agli ambienti e alle atmosfere, é stata una bella scoperta. Nel volto di ogni suo personaggio c’è sempre una linea, una sola, capace di rendere quella faccia davvero espressiva; nel suo tratto invece suggerisce la camminata del personaggio, le vibrazioni prodotte dai suoi movimenti. La scrittura di Sampayo è altrettanto raffinata, capace di rimanere in bilico tra le sbruffonate hard-boiled e alcune riflessioni intime e politiche che colpiscono senza mai apparire retoriche. Prima ancora del personaggio poi, è la struttura stessa delle storie a esplicitare la visione del mondo dei due autori, con quei finali disinnescati e la componente thrilling che si perde nel nulla della realtà. Cazzo che botta.

FUGA DA NEW YORK #2 – Ritorno a Manhattan
di Christopher Sebela e Maxim Simic – Traduzione de I Cosmonauti (Editoriale Cosmo, 2017)
Si poteva fare peggio del precedente volume? Impossibile a dirsi ma Sebela e Simic ci riescono. La storia affonda subito nella noia e nella prevedibilità, due difetti che i dialoghi verbosi non aiutano certo a dissipare. I disegni sono scarsi, tirati via, incapaci di restituirci atmosfere, una recitazione decente o sequenze d’azione spettacolari, tutti aspetti che tra l’altro la stampa in scala di grigio con cui la Cosmo ha portato il volume in Italia, aiuta a peggiorare.

LE AVVENTURE DI TINTIN
Lo scettro di Ottokar – Il granchio d’oro – La stella misteriosa
di Hergé – Traduzione di Giovanni Zucca (allegato RCS, 2017)
Sulle avventure di Tintin nessuna anticipazione perché sto realizzando un diario di lettura. Non sono recensioni ma solo pensieri sparsi, appunti, azzardi e arrampicate sugli specchi per cercare di tirare fuori qualcosa di nuovo e di diverso da un personaggio che ha prodotto più saggistica che merchandising. Trovate tutti i tentativi qui

E COSÌ CONOSCERAI L’UNIVERSO E GLI DEI
di Jesse Jacobs – Traduzione di Valerio Stivé (Eris Edizioni, 2017)
Questo strambo Libro della Genesi è un inno alla perpetua mutazione e agli equilibri che governano l’universo, che Jacobs ci racconta da una prospettiva divina ma umanizzata, dove le invidie, le ambizioni e le idee di due dèi in cerca di un’approvazione superiore, guidano una Creazione fatta di sbagli, mediazioni e convivenze forzate. Jacobs realizza un’opera densa ma leggera, in cui potersi esprimere con i suoi disegni mutanti e le sue geometrie organiche. Qui trovate la mia recensione. 

NOTTE OSCURA – Una storia vera di Batman
di Paul Dini e Eduardo Risso – Traduzione di Giuseppe Mainolfi (Rw Edizioni, 2017)
Non inizia nel migliore dei modi questo fumetto autobiografico, con una struttura un poco noiosetta e banale che vede Paul Dini affrontare i postumi dell’aggressione aiutato da Batman e messo in difficoltà dai classici villain del supereroe. Se nella prima parte l’interesse rimane a galla è merito soprattutto di Eduardo Risso, capace di movimentare con un tratto eclettico una storia più monolitica di quel che crede di essere. Non ci speravo quasi più, e invece ecco che la storia nel finale si riprende: complice anche il Joker che comincia a prenderlo per il culo, Dini dismette il tono un poco lagnoso e comincia a riflettere con il minimo sindacale di spietatezza sulla sua vita e sulle sue scelte, trasformando il fumetto in un interessante racconto di un eterno adolescente che si trova costretto a diventare uomo. Notte oscura è un esperimento interessante e imperfetto, con buoni momenti di scrittura alternati ad altri meno convincenti, e un Eduardo Risso che fa i salti mortali ma ogni tanto non riesce a nascondere un poco di affanno.

TERMITE BIANCA #2 – Metalupo
di Marco Bianchini, Marco Santucci e Patrizio Evangelisti (Editoriale Cosmo, 2017)
Si conclude qui Termite Bianca, o almeno la pubblicazione degli albi Cosmo visto che la storia si chiude con un potente cliffhanger che però non ha ancora trovato seguito (ma pare ci siano lavori in corso). La storia prosegue con qualche intoppo iniziale (nelle prime pagine il susseguirsi di troppi sbalzi temporali mi ha un poco confuso) ma poi si avvia verso il finale senza troppi problemi e con una buona dose di emotività. Certo è che se non ci fossero i disegni di Evangelisti, Termite Bianca non riuscirebbe a farsi notare più di tanto.

IN SILENZIO
di Audrey Spiry – Traduzione di Elisabetta Tramacere (Diabolo Edizioni, 2016)
Per raccontare un personaggio che si fonde con la natura, Audrey Spiry realizza un fumetto liquido, dove i segni scorrono e si miscelano tra loro sino a far perdere le tracce del paesaggio e dei personaggi per divenire puro astrattismo ed emozione. Lo scorrere sicuro e impetuoso dei disegni si scontra ogni tanto con gli scogli di una trama scontata e di personaggi non proprio memorabili, ma il senso del fumetto sta prima di tutto nei suoi disegni, quindi non è un male chiudere un occhio su alcuni mezzi passi falsi per concentrarsi su quello che davvero racconta una storia.