Gigahorse #22 | Novembre 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo. Se non avete voglia di aspettare un mese per leggerle, fate un giro sul profilo Instagram. 

DEADPOOL #29-30-31
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)

Sul numero #29 Deadpool per il sociale: il mercenario chiacchierone aiuta una ragazza depressa a evitare il suicidio. Peccato Duggan non riesca a evitare quello dei suoi lettori, che non solo devono sopportare la solita azione di basso livello e l’umorismo di bassa lega, ma ora devono pure sobbarcarsi il tema importante. Ma anche no. Comincia la nuova run, che porta avanti lo scontro tra Deadpool e Madcap. Duggan fa il riassuntone di quello successo finora, vedremo dove andrà a parare. Per fortuna ai disegni di entrambe le storie c’è Matteo Lolli, che è un bel passo avanti rispetto al solito.
Sul #30 Spider-Man e Deadpool per sfuggire all’attacco di Itsy Bitsy si teletrasportano a Weirdworld, un luogo che voi lettori Marvel conoscete bene e invece io non ho mai sentito nominare, infatti almeno un paio di cose divertenti ci sono anche ma non le ho capite fino in fondo causa citazioni a me incomprensibili. Il resto è la solita verbosa caciara. Su L’inverosimile Gwenpool che succede invece? Flashback sul cattivone che farà felici i fan di Spider-Man, pem-pem-pim-pum, battutine, tenerezze, cliffhanger, sbadigli.
Si finisce col numero #31: Duggan costruisce la sua storia di Deadpool come un mosaico. Ogni episodio è una piccola tessera che andrà poi a comporre un’immagine più grande è complessa. Il problema è che i mosaici sono molto belli visti nell’insieme, ma a fissare una tessera alla volta ci si rompe veramente troppo i coglioni. Ai nuovi Mercenari per soldi toccano invece i consueti intrighi e la consueta retorica del gruppo scalcagnato ma con un cuore grande così. Davvero difficile sopportare uno schema che si ripete sulla testata da così tanto tempo e con così poche varianti.

DYLAN DOG SPECIALE #31 – Il pianeta dei morti: nemico pubblico n.1
di Alessandro Bilotta e Sergio Gerasi (Sergio Bonelli Editore, 2017)

Che bello dimenticarsi di Dylan Dog, tagliarlo fuori quasi del tutto dalle 160 pagine dell’albo e lasciare spazio alla follia e al dramma di Xabaras. Bilotta fa entrare in scena Dylan solo quando è indispensabile e infatti il cuore del racconto appartiene tutto a Xabaras tant’è che anche durante l’intenso finale stiamo dalla sua parte, condividendo con lui la disperazione, il fallimento, l’amarezza di una vita gettata al vento. Sergio Gerasi sfodera un tratto secco e tagliente, perfetto per raccontare un’umanità al capolinea, i corpi rinsecchiti, la pelle aderente alle ossa.

SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #8 – Notti di paura
SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #9 – Tornando a casa
di aa.vv. – Traduzione di aa.vv. (RCS Quotidiani, 2009)
Non si può dire che questo Notti di paura sia una raccolta di storie horror con protagonista il nostro Uomo Ragno di quartiere. È davvero difficile trovare qualcosa di puramente horror, tutto è declinato in salsa Spider-Man non tanto per il supereroismo (che ha comunque il suo bel peso nelle storie) quanto per la prospettiva umana con cui gli autori raccontano questi mostri. Davvero toccante la storia di origini di Morbius (il cui volto è forse la cosa più da horror classico qui presente), ma si viene coinvolti maggiormente dal dramma umano di JJJ che non vi svelo per evitare spoiler. Chiudono il volume due storie più recenti visivamente molto cronenberghiane ma troppo melodrammatiche per i miei gusti.
Capisco che la rilettura in chiave esoterica delle origini di Spider-Man in Tornando a casa possa aver fatto arricciare il naso a molti fan del Ragno, però ho la fortuna di non essere un fan e di aver letto talmente poco del personaggio da riuscirmi a godere questa storia discreta. Straczynski fa su un mischione ma non perde mai di vista il personaggio, la cui ricostruzione avviene tramite una crisi causata da un nemico troppo forte da sconfiggere. Romita Jr. di conseguenza tira fuori un Uomo Ragno il cui corpo è costantemente martoriato e innervato dal dolore. Sebbene la consueta mancanza di voglia nel disegnare le sequenze di dialogo, Romita Jr. descrive con grande partecipazione il dolore del personaggio, e infonde energia alle sequenze d’azione.

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN RINASCITA #14
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Come sospettavo alla fine questa run che doveva tirare le somme del rapporto tra il Joker e Harley Quinn si è rivelata una burletta deludente. Certo, ci si diverte sempre a leggerla e quando ci sono Timms e Hardin ai disegni ci vengono tolte varie soddisfazioni, il problema però è che la testata naviga da un po’ di tempo senza una vera direzione. Questa era l’occasione giusta per tracciare un nuovo percorso e invece il cazzo.
Inaspettatamente la cosa migliore di Suicide Squad è il lavoro di un Romita Jr che pare stia poco a poco rinascendo. La regia delle tavole mi pare ancora un poco pigra, ma quando si mette d’impegno tira fuori vignette davvero suggestive che, guarda caso, riguardano tutte Deadshot, protagonista dei momenti visivamente più interessanti della testata. Date a Romita Jr. una bella miniserie sul personaggio e lasciatelo sfogare un poco. (C’è anche la solita coda sensibile di sette pagine, a questo giro particolarmente disegnata di merda). Deathstroke sta diventando la mia soap-opera preferita, e non è un insulto. Mi piace la narrazione frammentata di Priest, il modo con cui gestisce un personaggio stronzo facendogli distruggere ogni particella della sua famiglia che, nel frattempo, cerca di resistere ai suoi attacchi. E poi ci sono i combattimenti, quindi stiamo a posto.

PARKER #3 – Il colpo
di Darwyn Cooke – Traduzione di Valeria Gobbato (Editoriale Cosmo, 2017)
C’è sempre qualcosa che fa andare storto un colpo. Parker lo sa bene, lui che pianifica e lubrifica gli ingranaggi delle malefatte, complessi meccanismi di personalità e capacità che Darwyn Cooke si diverte a scomporre e a rimettere insieme sfruttando il fumetto. Il suo lavoro su Parker sembra quasi quello di un fumetto didattico, dove il medium viene utilizzato per schematizzare eventi e legami, metterli su una griglia e tracciarne i collegamenti. Più che narrazione, quella di Cooke sembra una ricostruzione di fatti e moventi su cui si muove il suo protagonista, a volte pedina a volte burattinaio, ma sempre pronto a uscirne se non sano, perlomeno salvo.
PARKER #4 – Luna Parker
Ogni piano per il Parker di Cooke è una strategia di contenimento del caos. Ridurre gli imprevisti, prevedere i tradimenti, le controffensive, mettere in conto di dover prendere decisioni difficili affinché tutto fili liscio. Alle volte funziona e alle volte no, ma è per quello che esistono i piani B. Questa volta è andato tutto storto così Parker è costretto a rifugiarsi in un Luna Park abbandonato. Cooke mette in scena un assedio del forte in cui i toni western sono sostituiti da frivole atmosfere Tiki, e in cui come sempre la preparazione delle trappole non è meno interessante rispetto a quando le trappole entrano in funzione. Regia come sempre perfetta al millimetro, soprattutto nella prima parte che ho trovato davvero affascinante.

NECRON #3 – Nobiltà depravata / Strage in vagone letto
di Magnus e Ilaria Volpe (Editoriale Cosmo, 2017)
Trovo davvero difficile spiegarvi come mai Necron mi piace davvero tanto, probabilmente perché anche io non l’ho ancora capito bene. Una delle ragioni è sicuramente la serietà con cui Magnus confezione un prodotto che parrebbe essere becero e volgare. Una serietà che emerge dai costumi (quelli delle nobili della prima storia sono spettacolari), dalla caratterizzazione mai scontata dei personaggi, dalle strutture narrative che usa per incastrarci dentro due o tre scopate (la seconda storia tutta ambientata sul treno è esemplare in questo senso). Una serietà che investe per forza di cose anche un erotismo meno grossolano di quel che sembra, che sfocia spesso in una pornografia gaudente e divertita, a metà tra la goliardia e l’eccitazione (un discorso che peraltro può essere esteso anche alla componente horror). 

MEGG & MOOG IN AMSTERDAM AND OTHER STORIES
di Simon Hanselmann (Fantagraphics, 2016)
Quell’aspetto da sit-com anni ’90 che hanno le avventure di Megg e Moog, sta facendo emergere qualcosa di interessante che avevo inizialmente ignorato. Hanselmann intrappola i suoi personaggi in quegli stilemi fatti di stereotipi, personaggi ricorrenti, trame già viste, scenografie che si ripetono, li rinchiude e ci butta dentro il dramma che è quasi inevitabilmente nascosto sotto le stronzate e le risate registrate. I personaggi vengono lasciati a combattere contro questo dramma che non possono affrontare perché il mondo che gli sta attorno (e che sì, lo ha fatto Hanselmann ma in fondo se lo sono costruiti loro) non può e non deve cambiare, così come loro non possono crescere e maturare perché devono rimanere nel personaggio. È inquietante, fa paura, mette addosso una tristezza a cui riusciamo fin troppo facilmente a dare un nome.

BRITANNIA VOL. 1
di Peter Milligan e José Juan Ryp – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2017)
Quello di Britannia è un Milligan meno complesso e profondo del solito, che si mette al servizio di una storia semplice e lineare a cui riesce però a donare piccole sfumature che la rendono meno banale del previsto. C’è il tormento misterioso che affligge il protagonista, un mostro lovecraftiano che sembra funestare l’Impero, e un’ambientazione molto suggestiva. Milligan porta avanti il tutto col pilota automatico ma mai in maniera svogliata: il suo racconto è prevedibile ma coinvolgente sia nella componente umana che in quella orrorifica. Davvero buono il lavoro di Ryp ai disegni, grazie soprattutto a una regia efficace nonostante l’uso frequente di tagli arditi. Infine i colori di Jordie Bellaire aggiungono la giusta atmosfera malsana al racconto, con quella perenne foschia pestilenziale che ammanta l’accampamento e rafforza la parte fantastica del racconto. Vediamo se col secondo volume Milligan riuscirà a dare più profondità alla storia, in caso contrario ci ritroveremo tra le mani “solo” una lettura davvero piacevole.

ALIENS #7
di aa.vv. – Traduzione di Andrea Toscani  (SaldaPress, 2017)
Numero di transizione tra la nuova miniserie che comincerà nel prossimo albo e la precedente Aliens: defiance, di cui ci tocca un rimasuglio insipido e facilmente dimenticabile. Le cose migliorano con Aliens: Fast track to Heaven, storia autoconclusiva scritta e disegnata da Liam Sharp. Pur con un accumulo ingiustificato di personaggi stereotipati e una trama i cui snodi sono facilmente prevedibili, la storia di Sharp si dimostra essere interessante grazie all’inedita ambientazione dell’ascensore che collega la base spaziale alla nave che contiene lo xenomorfo. Con una narrazione quasi esclusivamente sviluppata verticalmente, Sharp mette la sua attenzione nella carne deteriorabile degli esseri umani, la illumina con monocromie claustrofobiche al neon e rifiuta di costruire gli spazi scenografici gettando noi e i personaggi nella confusione più assoluta.

LA SAGGEZZA DELLE PIETRE
di Thomas Gilbert – Traduzione di Elisabetta Tramacere (Diabolo Edizioni, 2017)
Abito in mezzo a un bosco, in quella che fino alla mia adolescenza era la fattoria di famiglia. Avendo vissuto quotidianamente a contatto con il buon odore del fieno e il buon odore della merda di vacca, ho con la natura un rapporto di cordiale diffidenza, tipico dei legami da cui si sono ricevute molte soddisfazioni e molte fregature. Di conseguenza mi fanno solitamente schifo tutte quelle stronzate sulla natura che risveglia i sensi, sull’infante selvaggio, sulla natura madre benevola e generosa. Per fortuna non ci crede nemmeno Thomas Gilbert che con La saggezza delle pietre ci racconta il risveglio di un corpo con brutalità, calore materno e spigolosa sensualità. Non c’è nulla di banale nel suo racconto, nessuna concessione alla facile poesia sulla natura: ci sono le cose belle e le cose brutte, quelle che ti accarezzano e quelle che ti mordono. Ve le spiego bene in questa recensione per Fumettologica.

BATTAGLIA – Ragazzi di morte
di Luca Vanzella, Valerio Befani e Pierluigi Minotti (Editoriale Cosmo, 2017)
Se lo scopo di questo Battaglia – Ragazzi di morte era quello di eliminare l’aura di santo martire con cui l’Italia ha illuminato Pier Paolo Pasolini per lavarsi la propria coscienza, l’esperimento si può dire pienamente riuscito. Vanzella restituisce a Pasolini l’umanità perduta rivestendolo di torpilocquio e dolcezza, violenza e parole, dubbi e certezze che contribuiscono a creare un personaggio più interessante rispetto all’icona a cui siamo abituati. Certo, non aspettatevi una scrittura che sappia scavare a fondo nel personaggio, d’altronde questo è Battaglia e tutto sommato una scrittura del personaggio fatta per estremi è la strada giusta per restituire a PPP carne e carnalità. Dopo una prima parte con Pasolini assoluto protagonista, Pietro Battaglia si prende i suoi spazi regalando la vendetta al protagonista è rivelando gli intrighi (ma non i nomi) nascosti dietro la sua morte.

STORIE BREVI E SENZA PIETA’ – L’integrale
di Marco Taddei e Simone Angelini (Panini 9L, 2017)
Tornano in versione rimasterizzata (e definitiva) le Storie brevi e senza pietà di Taddei e Angelini. Riletti a distanza di qualche anno, i racconti non hanno perso la lucidità e la spietatezza con cui raccontano un’umanità sbandata che cerca maldestramente di tornare nei ranghi di una normalità ormai perduta. Taddei concede il minimo sindacale di pietà solo ai matti, custodi di una follia pura, mentre Angelini traccia i contorni dei personaggi rinsecchendo loro i connotati, riducendoli all’osso per trasformarli poi in fossili da esporre nel museo dell’umanità derelitta. All’epoca dell’uscita del secondo volume avevo scritto una recensione per Critica Letteraria: la trovate qui come se fosse un reperto archeologico.

BLOODSHOT REBORN VOL.4 – Bloodshoot island
di Jeff Lemire e Mico Suayan – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2017)
Arrivati al quarto capitolo della lunga saga che Jeff Lemire sta dedicando alla ricostruzione di Bloodshot, abbiamo ormai ben chiara la direzione intrapresa dallo scrittore canadese. La sua idea è quella di restituire l’umanità al personaggio e per farlo costruisce una storia articolata che intreccia il passato, il presente e il futuro di Bloodshot, portando avanti su un doppio binario sia i segreti relativi alla sua creazione, sia i legami sentimentali che lo hanno portato dov’è ora. In questo terzo volume però i due elementi vengono portati su un unico piano, così botte e lacrime, sentimenti e sparatorie, sono finalmente uniti in un’unica soluzione drammaturgica che convince fino in fondo. Sempre all’altezza i disegni di Mico Suayan, capaci di cogliere le sfumature drammatiche del racconto e con una narrazione più solida rispetto alla prima run che aveva disegnato su per la serie. In più di un’occasione si ha la sensazione di trovarsi davanti a un war comic per come Suayan riesce a bilanciare il racconto spettacolare degli scontri e le intime tragedie di questi super soldati.

THE RUST KINGDOM
di Spugna (Hollow Press, 2017)
Se Una brutta storia traeva la sua immediatezza dai pugni monolitici dalle ossa frantumate, The Rust Kingdom è un racconto sostenuto dalla brezza mortale di cui le spade si fanno portatrici. E il nuovo fumetto di Spugna inizia così, con un lieve refolo di vento che smuove la nebbia misteriosa sopra una pianura di nulla. Invisibile, letale, silenziosa: Spugna racconta questa storia così come il suo protagonista muove la spada. Entrambi procedono disperati, determinati e folli verso il loro scopo, che ci rimane oscuro fino alla fine. Se quello del protagonista non ve lo svelo, lo scopo di Spugna è quello di innestare in questa storia di lame e mostroni, un dramma puro e cieco che, una volta svelato, è capace di dare un inaspettato spessore emotivo alla storia.

MANIFEST DESTINY VOL.5 – Mnemophobia e Chronophobia
di Chris Dingess e Matthew Roberts – Traduzione di Stefano Menchetti (Saldappres, 2017)
Dopo aver fatto affrontare ai nostri esploratori un numero infinito di creature mostruose, Chris Dingess comincia a tirare le fila di Manifest Destiny con un quinto volume che ha il chiaro scopo di far venire tutti i nodi al pettine. Lo fa mettendo i protagonisti di fronte a una minaccia invisibile (una fitta nebbia la cui origine ci è chiaramente sconosciuta) che fa materializzare davanti agli occhi le loro paure più profonde. Così Mnemophobia e chronophobia diventa quasi una lunga galleria in cui non solo rivediamo tutti i mostri che hanno funestato la missione di Lewis e Clark, ma vengono riassunti tutti i legami creatisi finora per portare a galla i misteri e i tradimenti che si celano dietro alleanze, amicizie e storie d’amore. Dingess fa il punto della situazione nel migliore dei modi, con una storia capace di riassumere storyline e tematiche senza per questo dimenticare il coinvolgimento emotivo. Questo quinto volume fa il punto della situazione per introdurre il primo grosso punto di svolta dall’inizio della serie. Siamo solo a metà del cammino però, e di terre da esplorare e mostri da scoprire ne avremo ancora un bel po’.

SKIM
di Mariko Tamaki e Jillian Tamaki (Groundwood Books – House of Anansi Press, 2008)
Difficile trovare qualcuno che sappia raccontare l’adolescenza meglio delle cugine Tamaki. Lo fanno senza idealizzare quell’età, evitando così di banalizzarla o semplificarla magari a favore di una storia di genere che sappia renderla più accessibile. E infatti anche questo Skim si rivela essere una storia profonda che racconta l’adolescenza in tutta la sua naturale complessità e seria stupidità, senza mai tralasciare le infinite contraddizioni, i problemi apparentemente insormontabili e la loro naturale risoluzione. Lo fanno attraverso una protagonista silenziosa e svogliata il cui volto assorto è la maschera perfetta per raccontare un’adolescenza segretamente inquieta e turbolenta. Alla loro prima.prova di coppia, Mariko offre una buona sceneggiatura, mentre le tavole di Jillian dimostrano ancora qualche incertezza compositiva. 

KILL THEM ALL
di Kyle Starks (Oni Press, 2017)
Cartoon network + Shane Black + Quentin Tarantino. Questa simpatica addizione dovrebbe darvi la giusta idea di quello che è Kill them all, graphic novel action e tutto matto di Kyle Starks. Insomma, avete capito che dentro di troverete le battutacce e i dialoghi da badass, sequenze action ben dirette e tempi comici perfetti, botte da orbi e smargiassate di vario genere. Starks scrive e disegna un fumetto dal ritmo perfetto, che avanza inarrestabile seguendo l’avanzare (verticale) dei due protagonisti verso il boss finale. Non ci vengono risparmiati un paio di colpi di scena discretamente assestati e anche una buona dose di emozioni (mascherate alla maniera del cinema action anni ’90, quindi cazzo bellissime). Kill them all è un fumetto orgogliosamente superficiale e per questo gli si vuole immensamente bene.


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Special exits | Joyce Farmer e il racconto naturale della morte

Due anziani che si tengono per mano mentre avanzano verso una porta spalancata da cui proviene un fascio di luce abbagliante. Un gatto li fissa. Bisogna dare merito alla Eris Edizioni di aver dato a Special exits, memoir a fumetti della veterana Joyce Farmer, una copertina migliore rispetto alle due edizioni americane edite da Fantagraphics (mica stiamo parlando dell’ultima arrivata). Perché se la copertina del paperback è semplicemente brutta, quella dell’hardcover è molto elegante ma sembra una lapide, un soggetto troppo funereo per un libro dove la morte è sì presente, ma declinata in maniera così vitale e intensa da doversi meritare un fascio di luce calda e non una fredda pietra tombale.

I due anziani che avanzano verso la luce sono Lars e Rachel, una coppia di ottantenni ormai quasi del tutto bloccati tra le mura domestiche, che baratta la propria autonomia con una vita trasandata fatta di cibo in scatola, medicinali scaduti e vestiti sporchi. Accortasi del loro stile di vita poco adatto all’età avanzata, la figlia Laura comincia ad aiutarli nelle faccende di casa, consapevole che quelli saranno gli ultimi momenti che potrà passare accanto a loro.

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Special exits ha una narrazione strana, tutta composta da momenti e istanti e lontana dall’appoggiarsi a una struttura drammaturgica che faccia andare la storia incontro a uno storytelling più tradizionale. Lo scopo di Joyce Farmer è quello di far diventare il lettore un membro della famiglia, un osservatore capace di empatizzare, arrabbiarsi e condividere con lei quei momenti difficili ma anche teneri. Per riuscire nel suo intento la Farmer sottopone il lettore alla ripetitiva vita dei due protagonisti, sfruttando un’atmosfera statica permeata da una routine rassicurante ma in un certo qual modo inquietante nel suo essere l’anticamera della morte. Ci mette davanti al loro egoismo e alla loro bontà, alle piccole manie e alle inaspettate gentilezze, ai loro problemi di salute e a un passato che ricordano sempre meno. Special exits non è però un libro accondiscendente e non rinuncia a mostrarci le tensioni che si accumulano, il fastidio, l’odio, la pesantezza di una situazione che intrappola Laura nella casa dei genitori sottraendo tempo alla propria vita. La Farmer enfatizza questo aspetto con una narrazione claustrofobica, con vignette molto dettagliate e colme inserite in una griglia da otto (cui concede rare variazioni) che sembra una stanza in cui si soffoca e da cui è impossibile uscire. Percependo le rinunce di Laura e affrontando con lei gioie e malumori, difetti e pregi di Lars e Rachel, diventiamo parte integrante della famiglia,

A questo punto il ruolo di Laura ci è subito più chiaro. Tutta quella fatica è fatta per preservare l’autonomia e la dignità di Lars e Rachel, proteggendoli dalle facili soluzioni (logistiche ed emotive) che propongono le case di riposo. Laura non si vuole sbarazzare dei corpi dei due anziani per poter vivere del loro ricordo mentre sono ancora in vita ma al contrario vuole sobbarcarsi il peso di quelle carcasse e trasportarle verso quel fascio di luce accecante, verso quella porta con la scritta Uscita. E il racconto dei corpi di Lars e Rachel è l’altro elemento fondamentale di Special Exits. L’autrice descrive con una precisione maniacale il processo di invecchiamento, che è l’unico reale riferimento temporale all’interno del fumetto come se, superata una certa età, il decadimento dei corpi fosse l’unica possibile unità di misura del tempo.

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La Farmer guarda alla morte come a un fatto naturale. La spoglia in questo modo di ogni significato religioso e persino spirituale, mostrandoci l’essenza di questo evento attraverso uno sguardo laico dove gli unici elementi che contano sono l’essere umano (con i suoi affetti) e il corpo. Non c’è anima nei protagonisti di Special exits, ma solo carne e pelle, e nel loro cammino verso la morte non c’è mai alcun afflato mistico, semmai solo il desiderio di confermare l’amore verso i propri cari.

Ed è commuovente questa mancanza di qualsiasi Aldilà, questa descrizione così spoglia e semplice della morte. E lo è così tanto da rendere Special exits una lettura speciale, capace di darci un punto di vista diverso su un argomento così delicato.

Special exits
di Joyce Farmer
traduzione di Fay R. Ledvinka
Eris Edizioni, 2017
206 pag.

Gigahorse #5 | Giugno 2016

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo.

lockekey3LOCKE & KEY #3 – La corona delle ombre
LOCKE & KEY #4 – Le chiavi del regno

di Joe Hill e Gabriel Rodriguez (Magic Press, 2012 – 2014)
Arrivati a metà della corsa, Hill  e Rodriguez cominciano a tirare le fila del discorso. Hill ha la grande capacità di costruire concept complessi sostenuti da trame articolate da cui però non perde mai di vita i personaggi. E questa è una dote rara che richiede concentrazione e bravura, non a caso è anche una delle caratteristiche della sua produzione di romanzi (che vi consiglio di recuperare). Rodriguez dimostra ancora una volta di essere un eccellente disegnatore, non tanto per il suo tratto (che non mi piace mai troppo), quanto per le sue capacità narrative. A stupire qui sono l’episodio che cita Calvin & Hobbes e quello in cui, per evidenziare l’effetto della Chiave Gigante, tutta la narrazione è giocata su tavole intere senza vignettatura che mettono in evidenza la statura dei personaggi. Qui la mia recensione.

Delete1DELETE #1
di Jimmy Palmiotti, Justin Gray e John Timms (Devil’s Due/1First Comics, 2016)
Miniserie di quattro numeri per Justin Gray l’impegnatissimo Palmiotti. Il primo numero è coinvolgente e incuriosisce e la scelta di affidare i ruoli dei protagonisti a un gigante con qualche ritardo mentale e a una bambina muta che custodisce un segreto, rende interessante la modalità con cui i due comunicheranno nel corso della storia.  I disegni di Timms sono sospesi tra una fantascienza prossima ventura e un noir fatto di brutti musi e faccioni.

Batman45BATMAN #49
di AA.VV (RW Edizioni, 2016)
Continua Superheavy e continuano i problemi. Non si può certo dire che Snyder e Capullo si annoino a scrivere e disegnare il loro Batman, tant’è che offrono sempre situazioni interessanti (anche se gran parte del merito va al lavoro straordinario di FCO Plasencia ai colori, che dallo Zero Year ha saputo dare una nuova atmosfera a Gotham), si annoia però il lettore costretto a sorbirsi un Jim Gordon (e di conseguenza anche un Batman) senza identità e l’introduzione di un cattivo che dura ormai da cinque numeri e non entra mai nel vivo. Finora la parte più interessante riguarda il nuovo Bruce Wayne tutto pieno di relax, davvero una delle cose più belle fatte da Snyder.
Premesse non esaltanti per la nuova run di Detective Comics scritta da Peter J. Tomasi e disegnata da Marcio Takara: la Justice League assume Batman/Gordon perché devono fare un’indagine e loro non sono capaci. Per ora regna la noia, nei disegni e nella scrittura. Non credo migliorerà.
Come sempre chiude l’albo il Grayson di Tim Seeley e Tom King. A questo giro numero super cuoricione che vede il vecchio Dick tornare a Gotham e incontrare i vecchi amici che ancora lo credono morto. Bello il momento con Barbara e quello con  Damian anche se il confronto più bello dell’albo è ancora una volta quello con Bruce Wayne, smemorato e felice.

PrincipessaSpaventapasseriLA PRINCIPESSA SPAVENTAPASSERI
di Federico Rossi Edrighi (Bao Publishing, 2016)
Insomma, l’inizio non sembrava promettere bene, più che altro per una sensazione continua di deja-vu con Coraline nella storia, nella atmosfere, nelle tematiche, e se non fosse stato per i disegni nervosetti di Edrighi avrei smesso di leggerlo dopo qualche pagina. Ma ecco sbucare fuori una cosa che mi ha fatto dire: Ecco, questo è un libro che serve! (per sapere cos’è vi tocca aspettare la recensione). Il tutto forse rimane un poco derivativo e la storia non è fluida e precisa come dovrebbe essere, però è una buona dimostrazione di coraggio che spero abbia buoni sviluppi.

AW21ADAM WILD #21 – La medusa immortale
di Gianfranco Manfredi e Antonio Lucchi (Sergio Bonelli Editore, 2016)
Antonio Lucchi è il disegnatore naturale di Adam Wild. I suoi due albi e mezzo sono i migliori della serie e questo numero 21 è la sua punta di diamante. Non è solo un disegnatore di grande atmosfera (la sua Africa sembra sempre avvolta da una sabbia magica), ma riesce a gestire con sicurezza anche la recitazione dei personaggi. Qui Manfredi lo fa scatenare su una sceneggiatura onirica e psichedelica che Lucchi interpreta con una visionarietà retrò aderente alle atmosfere della serie.

batmanrobineternal1IL CAVALIERE OSCURO #42 – 43
di AA.VV. (RW Edizioni, 2016)
Prende il via Batman e Robin Eternal e per ora i primi cinque numeri convincono. Bisognerà vedere come a reggere la lunga durata (Batman Eternal, seppur bello, soffriva di notevoli scompensi), ma è troppo presto per fasciarsi la testa. Per ora il gruppo di Robin c’è e le dinamiche funziona molto bene. Staremo a vedere.
We are Robin ha riportato il lettore della bat-famiglia per le strade di Gotham. Tra villain, cross-over ed eventi, ci si dimentica troppo spesso (sceneggiatori in primis) che gli eroi di Gotham vivono ed esistono per la loro città. E la testata di Bermejo/Corona è l’unica che ci ricorda costantemente e in maniera totale questo aspetto, con quel suo approccio da rissa da strada (incoscienza + improvvisazione) che convince sempre di più.
Ci avviamo verso la fine della bella run di Catwoman gestita da Genevieve Valentine. Peccato che questi ultimi numeri siano sottotono rispetto al resto, ma la sceneggiatrice sta finendo di tirare tutti i fili  del discorso e non è detto che il numero finale non ci riservi qualche sorpresa.

NyarlathotepNYARLATHOTEP
di Rotomago e Julien Noirel (Nicola Pesce Editore, 2016)
Più che un fumetto, un libro illustrato. Il racconto di Lovecraft viene riproposto integralmente facendo da voce narrante alle immagini di Noirel, il cui lavoro è orchestrato dalle indicazioni registiche di Rotomago. Il risultato è molto evocativo, ma ancora devo capire bene il rapporto che intercorre tra testo e immagini.
Ehi, ora è passato del tempo e tutto mi è più chiaro. Leggete qui tutta la verità!

UT3UT #3 – Le vie dei pensieri
di Corrado Roi e Paola Barbato (Sergio Bonelli Editore, 2016)
Sin dal primo numero UT mi ha convinto soprattutto per un fattore: la sua capacità di trascinarci in un universo completamente diverso dal nostro senza fornirci coordinate. Così più che farsi leggere, UT si fa abitare. Il lettore deve ambientarsi alle atmosfere, al tono dei dialoghi, a un sistema burocratico, filosofico e di valori che nulla ha a che vedere con quello a cui siamo abituati. UT è venire a contatto con un altro universo e farsi travolgere dai suoi misteri (come fa giustamente notare Marco Montanaro in questo post su Malesangue). Il terzo numero continua su questa strada, a parte per un particolare che mi ha rovinato la lettura. A metà albo circa, dopo un monologo in cui i filosofi cercano di spiegare la loro funzione, Ut risponde con un “Ma va’ a ciapà i ratt”.

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A seguire, un asterisco che ci rimanda alla porzione inferiore della vignetta in cui ci viene spiegato ai non lombardi (con un giro di parole francamente assurdo) il significato della frase. Questa spiegazione occupa la metà precisa della vignetta, non è ubicata al margine della tavola, ma proprio all’interno della stessa. Ecco, in una serie dove nulla è spiegato ha davvero senso dare al lettore questa spiegazione? Leggerla mi ha catapultato fuori da UT e dal suo universo, fuori dall’albo, fuori dalla bolla che mi ero costruito per leggerlo. Ero di nuovo sul treno diretto a Milano, ero di nuovo qui e tempo qualche minuto sarei dovuto scendere alla stazione di Bovisa.

LoneSloaneSmallLONE SLOANE – L’integrale
di Philippe Druillet (Magic Press, 2016)
Finito da ventiquattro ore e sono ancora frastornato dalla potenza di Druillet. Lasciate da parte la storia (che fa il suo dovere ma insomma, si capisce poco o niente) e fatevi scassare gli occhi come mai nessuno ha fatto. Il mio tentativo di scrivere la recensione di questo libro è questo qui, se non ci capite nulla leggetevi questi due pezzi di Boris Battaglia.

INeverLikedYouI NEVER LIKED YOU
di Chester Brown (Drawn and Quarterly, 2002)
Se mi seguite da un po’ conoscerete la mia avversione nei confronti del fumetto autobiografico, che a parte rare eccezioni, fatica sempre a convincermi. Tra questi c’è Chester Brown, uno che ha sempre scritto di sé stesso senza voler trasmettere o insegnare qualcosa al suo lettore. Con I never liked you ci racconta il ricordo della sua adolescenza, senza trama, senza significati, senza simbolismi e metafore. Ci sono solo le cose che gli sono successe e che ha fatto succedere. Cose che non ha ancora compreso e che non pretende di farci capire. Un maestro da cui molti dovrebbero apprendere.

MasacreDEADPOOL #61 – I soliti sospetti
di  Gerry Duggan, Brian Posehn, Mike Hawthorne e Scott Koblish (Panini Comics, 2016)
Deadpool non è l’eroe che fa per me. Mi sembra sempre che le storie siano salvate più dall’umorismo e dai trucchetti meta-narrativi che da una scrittura efficace. In fondo però riesce sempre a divertirmi, anche grazie alla sua violenza esasperata. Deadpool #3 si perde un po’ troppo nella soap-opera per i miei gusti, per fortuna chiude l’albo una storia dedicata a Masacre, il Deadpool messicano: divertentissimo e violentissimo.

ValentinaDeVincentisVIVA VALENTINA!
A cura di Micol Beltramini (Edizioni BD, 2016)
Il libro comincia tra la celebrazione e la museificazione (non a caso i testi selezionati sono quelli del catalogo della mostra che la Triennale di Milano dedicò al personaggio nel 2006), ma è chiaro che a Valentina questa cosa sta stretta, mica è una capace di stare anni chiusa in una teca di vetro a prender polvere. E infatti il volume prende vita con le storie originali create per l’occasione da Maurizio Rosenzweig, Lola Airaghi, Adriano De Vincentiis, Lola Airaghi, Corrado Roi e Tuono Pettinato, che dimostrano quanto Valentina ha ancora da raccontarci e mostrarci. Insomma, da Viva Valentina! a Valentina è viva!. Spero che questo piccolo ma riuscito esperimento abbia una sua continuazione: Valentina è davvero un personaggio eterno che ha indossato per tutti la vita gli abiti e i sogni che Crepax le ha cucito addosso e oggi è giunta l’ora che qualcun altro cominci a tessere per lei nuovi vestiti e nuovi sogni.
PS Rivolgerei ora un appello a Micol Beltramini di obbligare Paolo Bacilieri a scrivere e disegnare una storia per Valentina. In Viva Valentina! mi sono accontentato di una tavola sola, ma lui ha quel modo di disegnare le donne che vuoi mica che ci si accontenta di una sola pagina?

UominiinmareUOMINI IN MARE
di Riff Reb’s (Kleiner Flug, 2016)
Dopo A bordo della Stella del Mattino e Il Lupo dei MariRiff Reb’s conclude la sua trilogia marinara con questo Uomini in mare, raccolta di storie brevi tratti da autori classici come London, Stevenson, Poe. Nonostante la brevità delle storie, Uomini in mare è un volume compatto che vuole restituire la ricchezza e la varietà dei racconti a tema marino e che ci riesce con precisione e bravura. Il tempo di rileggerlo e arriva la recensione.

CleanRoomCLEAN ROOM # 1-7
di Gail Simone e Jon Davis-Hunt (Vertigo, 2015-2016)
Quando Gail Simone scrive i supereroi non mi piace quasi mai. Si concentra troppo sui personaggi, vuole costruire psicologie complesse e nel frattempo la storia latita, l’intreccio si smolla e va tutto a rotoli. Passata in casa Vertigo, la Simone sembra avere trovato con Clean Room l’equilibrio che le è sempre mancato. La cornice complessa in cui si svolgono le vicende è ben gestita, così come i personaggi hanno tutto il tempo per crescere, mostrarsi e mettersi alla prova. Sono curioso di vedere come sbroglierà la matassa (bella intricata) ma le sensazioni sono buone. Inchini e applausi anche a Jon Davis-Hunt, capace di dare corpo alle follie della Simone con originalità e personalità.

SNOWMANFRAZETTATHE ADVENTURES OF THE SNOW MAN
di Frank Frazetta (Dark Horse, 2015)
No barbari muscolosi, no donne nude con bestie feroci, no mostri giganti. Solo un pupazzo di neve superbullo e patriottico. Frank Frazetta esordisce a soli quindici anni con questo fumetto invecchiato sul fronte etico e morale (i cattivi sono due perfidi soldati cinesi giustamente alleati con alieni altrettanto perfidi) ma con ancora qualcosa da dire dal punto di vista grafico. Divertentissimo e con una ironia spiazzante giocata sui contrasti tra i toni cartooneschi del tratto e la violenza delle azioni compiute dal protagonista. 

headsortailsHEADS OR TAILS
di Lilli Carré (Fantagraphics Books, 2012)
Bella raccolta di storie brevi dell’autrice americana. Mi piace come la Carré gioca con la struttura narrativa per raccontare le fratture dei suoi personaggi. Ironica e feroce, la Carré ha una voce davvero nuova e interessante, una sintesi grafica davvero espressiva e un’attenzione alla struttura del racconto: tre doti che mi piacciono davvero un sacco.

conanredsonjaCONAN RED SONJA
di Gail Simone, Jim Zub e Dan Panosian (Dark Horse / Dynamite, 2015)
In questo volume viene raccolta la miniserie scritta da Gail Simone e Jim Zub con il team-up tra i due eroi creati da Robert E. Howard. Quanta fiacchezza. Scrittura monolitica costruita su una struttura di salti temporali che vorrebbe raccontare tutto il rapporto tra Conan e Red Sonja negli anni e invece ammazza la narrazione. Meglio sul versante dei disegni: Dan Panosian nei primi due numeri si diverte e non poco, poi anche lui si annoia. Yawn.