Gigahorse #22 | Novembre 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo. Se non avete voglia di aspettare un mese per leggerle, fate un giro sul profilo Instagram. 

DEADPOOL #29-30-31
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)

Sul numero #29 Deadpool per il sociale: il mercenario chiacchierone aiuta una ragazza depressa a evitare il suicidio. Peccato Duggan non riesca a evitare quello dei suoi lettori, che non solo devono sopportare la solita azione di basso livello e l’umorismo di bassa lega, ma ora devono pure sobbarcarsi il tema importante. Ma anche no. Comincia la nuova run, che porta avanti lo scontro tra Deadpool e Madcap. Duggan fa il riassuntone di quello successo finora, vedremo dove andrà a parare. Per fortuna ai disegni di entrambe le storie c’è Matteo Lolli, che è un bel passo avanti rispetto al solito.
Sul #30 Spider-Man e Deadpool per sfuggire all’attacco di Itsy Bitsy si teletrasportano a Weirdworld, un luogo che voi lettori Marvel conoscete bene e invece io non ho mai sentito nominare, infatti almeno un paio di cose divertenti ci sono anche ma non le ho capite fino in fondo causa citazioni a me incomprensibili. Il resto è la solita verbosa caciara. Su L’inverosimile Gwenpool che succede invece? Flashback sul cattivone che farà felici i fan di Spider-Man, pem-pem-pim-pum, battutine, tenerezze, cliffhanger, sbadigli.
Si finisce col numero #31: Duggan costruisce la sua storia di Deadpool come un mosaico. Ogni episodio è una piccola tessera che andrà poi a comporre un’immagine più grande è complessa. Il problema è che i mosaici sono molto belli visti nell’insieme, ma a fissare una tessera alla volta ci si rompe veramente troppo i coglioni. Ai nuovi Mercenari per soldi toccano invece i consueti intrighi e la consueta retorica del gruppo scalcagnato ma con un cuore grande così. Davvero difficile sopportare uno schema che si ripete sulla testata da così tanto tempo e con così poche varianti.

DYLAN DOG SPECIALE #31 – Il pianeta dei morti: nemico pubblico n.1
di Alessandro Bilotta e Sergio Gerasi (Sergio Bonelli Editore, 2017)

Che bello dimenticarsi di Dylan Dog, tagliarlo fuori quasi del tutto dalle 160 pagine dell’albo e lasciare spazio alla follia e al dramma di Xabaras. Bilotta fa entrare in scena Dylan solo quando è indispensabile e infatti il cuore del racconto appartiene tutto a Xabaras tant’è che anche durante l’intenso finale stiamo dalla sua parte, condividendo con lui la disperazione, il fallimento, l’amarezza di una vita gettata al vento. Sergio Gerasi sfodera un tratto secco e tagliente, perfetto per raccontare un’umanità al capolinea, i corpi rinsecchiti, la pelle aderente alle ossa.

SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #8 – Notti di paura
SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #9 – Tornando a casa
di aa.vv. – Traduzione di aa.vv. (RCS Quotidiani, 2009)
Non si può dire che questo Notti di paura sia una raccolta di storie horror con protagonista il nostro Uomo Ragno di quartiere. È davvero difficile trovare qualcosa di puramente horror, tutto è declinato in salsa Spider-Man non tanto per il supereroismo (che ha comunque il suo bel peso nelle storie) quanto per la prospettiva umana con cui gli autori raccontano questi mostri. Davvero toccante la storia di origini di Morbius (il cui volto è forse la cosa più da horror classico qui presente), ma si viene coinvolti maggiormente dal dramma umano di JJJ che non vi svelo per evitare spoiler. Chiudono il volume due storie più recenti visivamente molto cronenberghiane ma troppo melodrammatiche per i miei gusti.
Capisco che la rilettura in chiave esoterica delle origini di Spider-Man in Tornando a casa possa aver fatto arricciare il naso a molti fan del Ragno, però ho la fortuna di non essere un fan e di aver letto talmente poco del personaggio da riuscirmi a godere questa storia discreta. Straczynski fa su un mischione ma non perde mai di vista il personaggio, la cui ricostruzione avviene tramite una crisi causata da un nemico troppo forte da sconfiggere. Romita Jr. di conseguenza tira fuori un Uomo Ragno il cui corpo è costantemente martoriato e innervato dal dolore. Sebbene la consueta mancanza di voglia nel disegnare le sequenze di dialogo, Romita Jr. descrive con grande partecipazione il dolore del personaggio, e infonde energia alle sequenze d’azione.

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN RINASCITA #14
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Come sospettavo alla fine questa run che doveva tirare le somme del rapporto tra il Joker e Harley Quinn si è rivelata una burletta deludente. Certo, ci si diverte sempre a leggerla e quando ci sono Timms e Hardin ai disegni ci vengono tolte varie soddisfazioni, il problema però è che la testata naviga da un po’ di tempo senza una vera direzione. Questa era l’occasione giusta per tracciare un nuovo percorso e invece il cazzo.
Inaspettatamente la cosa migliore di Suicide Squad è il lavoro di un Romita Jr che pare stia poco a poco rinascendo. La regia delle tavole mi pare ancora un poco pigra, ma quando si mette d’impegno tira fuori vignette davvero suggestive che, guarda caso, riguardano tutte Deadshot, protagonista dei momenti visivamente più interessanti della testata. Date a Romita Jr. una bella miniserie sul personaggio e lasciatelo sfogare un poco. (C’è anche la solita coda sensibile di sette pagine, a questo giro particolarmente disegnata di merda). Deathstroke sta diventando la mia soap-opera preferita, e non è un insulto. Mi piace la narrazione frammentata di Priest, il modo con cui gestisce un personaggio stronzo facendogli distruggere ogni particella della sua famiglia che, nel frattempo, cerca di resistere ai suoi attacchi. E poi ci sono i combattimenti, quindi stiamo a posto.

PARKER #3 – Il colpo
di Darwyn Cooke – Traduzione di Valeria Gobbato (Editoriale Cosmo, 2017)
C’è sempre qualcosa che fa andare storto un colpo. Parker lo sa bene, lui che pianifica e lubrifica gli ingranaggi delle malefatte, complessi meccanismi di personalità e capacità che Darwyn Cooke si diverte a scomporre e a rimettere insieme sfruttando il fumetto. Il suo lavoro su Parker sembra quasi quello di un fumetto didattico, dove il medium viene utilizzato per schematizzare eventi e legami, metterli su una griglia e tracciarne i collegamenti. Più che narrazione, quella di Cooke sembra una ricostruzione di fatti e moventi su cui si muove il suo protagonista, a volte pedina a volte burattinaio, ma sempre pronto a uscirne se non sano, perlomeno salvo.
PARKER #4 – Luna Parker
Ogni piano per il Parker di Cooke è una strategia di contenimento del caos. Ridurre gli imprevisti, prevedere i tradimenti, le controffensive, mettere in conto di dover prendere decisioni difficili affinché tutto fili liscio. Alle volte funziona e alle volte no, ma è per quello che esistono i piani B. Questa volta è andato tutto storto così Parker è costretto a rifugiarsi in un Luna Park abbandonato. Cooke mette in scena un assedio del forte in cui i toni western sono sostituiti da frivole atmosfere Tiki, e in cui come sempre la preparazione delle trappole non è meno interessante rispetto a quando le trappole entrano in funzione. Regia come sempre perfetta al millimetro, soprattutto nella prima parte che ho trovato davvero affascinante.

NECRON #3 – Nobiltà depravata / Strage in vagone letto
di Magnus e Ilaria Volpe (Editoriale Cosmo, 2017)
Trovo davvero difficile spiegarvi come mai Necron mi piace davvero tanto, probabilmente perché anche io non l’ho ancora capito bene. Una delle ragioni è sicuramente la serietà con cui Magnus confezione un prodotto che parrebbe essere becero e volgare. Una serietà che emerge dai costumi (quelli delle nobili della prima storia sono spettacolari), dalla caratterizzazione mai scontata dei personaggi, dalle strutture narrative che usa per incastrarci dentro due o tre scopate (la seconda storia tutta ambientata sul treno è esemplare in questo senso). Una serietà che investe per forza di cose anche un erotismo meno grossolano di quel che sembra, che sfocia spesso in una pornografia gaudente e divertita, a metà tra la goliardia e l’eccitazione (un discorso che peraltro può essere esteso anche alla componente horror). 

MEGG & MOOG IN AMSTERDAM AND OTHER STORIES
di Simon Hanselmann (Fantagraphics, 2016)
Quell’aspetto da sit-com anni ’90 che hanno le avventure di Megg e Moog, sta facendo emergere qualcosa di interessante che avevo inizialmente ignorato. Hanselmann intrappola i suoi personaggi in quegli stilemi fatti di stereotipi, personaggi ricorrenti, trame già viste, scenografie che si ripetono, li rinchiude e ci butta dentro il dramma che è quasi inevitabilmente nascosto sotto le stronzate e le risate registrate. I personaggi vengono lasciati a combattere contro questo dramma che non possono affrontare perché il mondo che gli sta attorno (e che sì, lo ha fatto Hanselmann ma in fondo se lo sono costruiti loro) non può e non deve cambiare, così come loro non possono crescere e maturare perché devono rimanere nel personaggio. È inquietante, fa paura, mette addosso una tristezza a cui riusciamo fin troppo facilmente a dare un nome.

BRITANNIA VOL. 1
di Peter Milligan e José Juan Ryp – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2017)
Quello di Britannia è un Milligan meno complesso e profondo del solito, che si mette al servizio di una storia semplice e lineare a cui riesce però a donare piccole sfumature che la rendono meno banale del previsto. C’è il tormento misterioso che affligge il protagonista, un mostro lovecraftiano che sembra funestare l’Impero, e un’ambientazione molto suggestiva. Milligan porta avanti il tutto col pilota automatico ma mai in maniera svogliata: il suo racconto è prevedibile ma coinvolgente sia nella componente umana che in quella orrorifica. Davvero buono il lavoro di Ryp ai disegni, grazie soprattutto a una regia efficace nonostante l’uso frequente di tagli arditi. Infine i colori di Jordie Bellaire aggiungono la giusta atmosfera malsana al racconto, con quella perenne foschia pestilenziale che ammanta l’accampamento e rafforza la parte fantastica del racconto. Vediamo se col secondo volume Milligan riuscirà a dare più profondità alla storia, in caso contrario ci ritroveremo tra le mani “solo” una lettura davvero piacevole.

ALIENS #7
di aa.vv. – Traduzione di Andrea Toscani  (SaldaPress, 2017)
Numero di transizione tra la nuova miniserie che comincerà nel prossimo albo e la precedente Aliens: defiance, di cui ci tocca un rimasuglio insipido e facilmente dimenticabile. Le cose migliorano con Aliens: Fast track to Heaven, storia autoconclusiva scritta e disegnata da Liam Sharp. Pur con un accumulo ingiustificato di personaggi stereotipati e una trama i cui snodi sono facilmente prevedibili, la storia di Sharp si dimostra essere interessante grazie all’inedita ambientazione dell’ascensore che collega la base spaziale alla nave che contiene lo xenomorfo. Con una narrazione quasi esclusivamente sviluppata verticalmente, Sharp mette la sua attenzione nella carne deteriorabile degli esseri umani, la illumina con monocromie claustrofobiche al neon e rifiuta di costruire gli spazi scenografici gettando noi e i personaggi nella confusione più assoluta.

LA SAGGEZZA DELLE PIETRE
di Thomas Gilbert – Traduzione di Elisabetta Tramacere (Diabolo Edizioni, 2017)
Abito in mezzo a un bosco, in quella che fino alla mia adolescenza era la fattoria di famiglia. Avendo vissuto quotidianamente a contatto con il buon odore del fieno e il buon odore della merda di vacca, ho con la natura un rapporto di cordiale diffidenza, tipico dei legami da cui si sono ricevute molte soddisfazioni e molte fregature. Di conseguenza mi fanno solitamente schifo tutte quelle stronzate sulla natura che risveglia i sensi, sull’infante selvaggio, sulla natura madre benevola e generosa. Per fortuna non ci crede nemmeno Thomas Gilbert che con La saggezza delle pietre ci racconta il risveglio di un corpo con brutalità, calore materno e spigolosa sensualità. Non c’è nulla di banale nel suo racconto, nessuna concessione alla facile poesia sulla natura: ci sono le cose belle e le cose brutte, quelle che ti accarezzano e quelle che ti mordono. Ve le spiego bene in questa recensione per Fumettologica.

BATTAGLIA – Ragazzi di morte
di Luca Vanzella, Valerio Befani e Pierluigi Minotti (Editoriale Cosmo, 2017)
Se lo scopo di questo Battaglia – Ragazzi di morte era quello di eliminare l’aura di santo martire con cui l’Italia ha illuminato Pier Paolo Pasolini per lavarsi la propria coscienza, l’esperimento si può dire pienamente riuscito. Vanzella restituisce a Pasolini l’umanità perduta rivestendolo di torpilocquio e dolcezza, violenza e parole, dubbi e certezze che contribuiscono a creare un personaggio più interessante rispetto all’icona a cui siamo abituati. Certo, non aspettatevi una scrittura che sappia scavare a fondo nel personaggio, d’altronde questo è Battaglia e tutto sommato una scrittura del personaggio fatta per estremi è la strada giusta per restituire a PPP carne e carnalità. Dopo una prima parte con Pasolini assoluto protagonista, Pietro Battaglia si prende i suoi spazi regalando la vendetta al protagonista è rivelando gli intrighi (ma non i nomi) nascosti dietro la sua morte.

STORIE BREVI E SENZA PIETA’ – L’integrale
di Marco Taddei e Simone Angelini (Panini 9L, 2017)
Tornano in versione rimasterizzata (e definitiva) le Storie brevi e senza pietà di Taddei e Angelini. Riletti a distanza di qualche anno, i racconti non hanno perso la lucidità e la spietatezza con cui raccontano un’umanità sbandata che cerca maldestramente di tornare nei ranghi di una normalità ormai perduta. Taddei concede il minimo sindacale di pietà solo ai matti, custodi di una follia pura, mentre Angelini traccia i contorni dei personaggi rinsecchendo loro i connotati, riducendoli all’osso per trasformarli poi in fossili da esporre nel museo dell’umanità derelitta. All’epoca dell’uscita del secondo volume avevo scritto una recensione per Critica Letteraria: la trovate qui come se fosse un reperto archeologico.

BLOODSHOT REBORN VOL.4 – Bloodshoot island
di Jeff Lemire e Mico Suayan – Traduzione di Fiorenzo delle Rupi (Edizioni Star Comics, 2017)
Arrivati al quarto capitolo della lunga saga che Jeff Lemire sta dedicando alla ricostruzione di Bloodshot, abbiamo ormai ben chiara la direzione intrapresa dallo scrittore canadese. La sua idea è quella di restituire l’umanità al personaggio e per farlo costruisce una storia articolata che intreccia il passato, il presente e il futuro di Bloodshot, portando avanti su un doppio binario sia i segreti relativi alla sua creazione, sia i legami sentimentali che lo hanno portato dov’è ora. In questo terzo volume però i due elementi vengono portati su un unico piano, così botte e lacrime, sentimenti e sparatorie, sono finalmente uniti in un’unica soluzione drammaturgica che convince fino in fondo. Sempre all’altezza i disegni di Mico Suayan, capaci di cogliere le sfumature drammatiche del racconto e con una narrazione più solida rispetto alla prima run che aveva disegnato su per la serie. In più di un’occasione si ha la sensazione di trovarsi davanti a un war comic per come Suayan riesce a bilanciare il racconto spettacolare degli scontri e le intime tragedie di questi super soldati.

THE RUST KINGDOM
di Spugna (Hollow Press, 2017)
Se Una brutta storia traeva la sua immediatezza dai pugni monolitici dalle ossa frantumate, The Rust Kingdom è un racconto sostenuto dalla brezza mortale di cui le spade si fanno portatrici. E il nuovo fumetto di Spugna inizia così, con un lieve refolo di vento che smuove la nebbia misteriosa sopra una pianura di nulla. Invisibile, letale, silenziosa: Spugna racconta questa storia così come il suo protagonista muove la spada. Entrambi procedono disperati, determinati e folli verso il loro scopo, che ci rimane oscuro fino alla fine. Se quello del protagonista non ve lo svelo, lo scopo di Spugna è quello di innestare in questa storia di lame e mostroni, un dramma puro e cieco che, una volta svelato, è capace di dare un inaspettato spessore emotivo alla storia.

MANIFEST DESTINY VOL.5 – Mnemophobia e Chronophobia
di Chris Dingess e Matthew Roberts – Traduzione di Stefano Menchetti (Saldappres, 2017)
Dopo aver fatto affrontare ai nostri esploratori un numero infinito di creature mostruose, Chris Dingess comincia a tirare le fila di Manifest Destiny con un quinto volume che ha il chiaro scopo di far venire tutti i nodi al pettine. Lo fa mettendo i protagonisti di fronte a una minaccia invisibile (una fitta nebbia la cui origine ci è chiaramente sconosciuta) che fa materializzare davanti agli occhi le loro paure più profonde. Così Mnemophobia e chronophobia diventa quasi una lunga galleria in cui non solo rivediamo tutti i mostri che hanno funestato la missione di Lewis e Clark, ma vengono riassunti tutti i legami creatisi finora per portare a galla i misteri e i tradimenti che si celano dietro alleanze, amicizie e storie d’amore. Dingess fa il punto della situazione nel migliore dei modi, con una storia capace di riassumere storyline e tematiche senza per questo dimenticare il coinvolgimento emotivo. Questo quinto volume fa il punto della situazione per introdurre il primo grosso punto di svolta dall’inizio della serie. Siamo solo a metà del cammino però, e di terre da esplorare e mostri da scoprire ne avremo ancora un bel po’.

SKIM
di Mariko Tamaki e Jillian Tamaki (Groundwood Books – House of Anansi Press, 2008)
Difficile trovare qualcuno che sappia raccontare l’adolescenza meglio delle cugine Tamaki. Lo fanno senza idealizzare quell’età, evitando così di banalizzarla o semplificarla magari a favore di una storia di genere che sappia renderla più accessibile. E infatti anche questo Skim si rivela essere una storia profonda che racconta l’adolescenza in tutta la sua naturale complessità e seria stupidità, senza mai tralasciare le infinite contraddizioni, i problemi apparentemente insormontabili e la loro naturale risoluzione. Lo fanno attraverso una protagonista silenziosa e svogliata il cui volto assorto è la maschera perfetta per raccontare un’adolescenza segretamente inquieta e turbolenta. Alla loro prima.prova di coppia, Mariko offre una buona sceneggiatura, mentre le tavole di Jillian dimostrano ancora qualche incertezza compositiva. 

KILL THEM ALL
di Kyle Starks (Oni Press, 2017)
Cartoon network + Shane Black + Quentin Tarantino. Questa simpatica addizione dovrebbe darvi la giusta idea di quello che è Kill them all, graphic novel action e tutto matto di Kyle Starks. Insomma, avete capito che dentro di troverete le battutacce e i dialoghi da badass, sequenze action ben dirette e tempi comici perfetti, botte da orbi e smargiassate di vario genere. Starks scrive e disegna un fumetto dal ritmo perfetto, che avanza inarrestabile seguendo l’avanzare (verticale) dei due protagonisti verso il boss finale. Non ci vengono risparmiati un paio di colpi di scena discretamente assestati e anche una buona dose di emozioni (mascherate alla maniera del cinema action anni ’90, quindi cazzo bellissime). Kill them all è un fumetto orgogliosamente superficiale e per questo gli si vuole immensamente bene.


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Gigahorse #21 | Ottobre 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo. Se non avete voglia di aspettare un mese per leggerle, fate un giro sul profilo Instagram. 

SOGNI INDEMONIATI
di Rick Veitch – Traduzione di Isabella Zani (Phoenix, 1997)

Sogni indemoniati raccoglie i primi quattro numeri di Rare Bit Fiends, la serie con cui Rick Veitch ha esplorato il mondo dei sogni e i suoi oscuri meccanismi. E infatti il fumetto non è altro che un esteso e affascinante delirio onirico con cui Veitch può dare sfogo non solo alle proprie visioni, ma alle messa scena di qualsiasi meccanismo narrativo. Tutto è reale e tutto è finto in Sogni indemoniati, in una soluzione di continuità tra un sogno e l’altro che quasi ci dà le vertigini e ci fa sentire intrappolati in un loop perpetuo di sogno, incubi e visioni da cui ci può salvare solo un improvviso risveglio.

PARKER #2 – L’organizzazione
di Darwyn Cooke – Traduzione di Valeria Gobbato (Editoriale Cosmo, 2017)
Per questo secondo volume dedicato al Parker di Richard Stark, Darwyn Cooke prova nuove soluzioni narrative abbandonando parzialmente gli stilemi pulp e noir mutuati dallo Spirit di Eisner. Ne esce fuori un racconto piacevolmente frammentato in cui le malefatte di Parker sono quasi sempre narrate di rimbalzo simulando articoli di riviste pulp, tutorial illustrati e altro. Tolto questo, Parker: l’organizzazione è un racconto teso di amicizie vere, amicizie false e amicizie tradite, e non è un caso quindi che di donne a questo giro ce ne siano poche e per pochissimo tempo. Sono conti che gli uomini risolvono tra loro, col consueto corollario di sotterfugi, vendette e piani b. In mezzo a tutto questo c’è Parker, furioso a letto e sul campo di battaglia, un animale elegante, furbo e letale a cui pochi sopravviveranno.

SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #7 – I Fantastici Quattro
di aa.vv. – Traduzione di aa.vv. (RCS Quotidiani, 2009)
Questo settimo volume della collana Spider-Man – Le storie indimenticabili presenta una bella selezione di storie dimenticabilissime con disegni molto meno dimenticabili. Un Kirby della prima ora ci accompagna verso Karma!, storia di Claremont e disegni di un Frank Miller che trova ottime soluzioni grafiche per illustrare la telepatia. Un giovane Mike Allred non ancora nel pieno della sua sperimentazione grafica, disegna invece un omaggio ai fumetti romantici, dimostrando già la sua capacità di gestire l’espressività dei personaggi. Si conclude con una tripletta disegnata da Arthur Adams, che dà il suo meglio con i primi piani che dedica all’Uomo Talpa e agli Skrull (sempre illuminati dai monitor).

MERCURIO LOI #6 – L’infelice
di Alessandro Bilotta e Andrea Borgioli (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Prosegue Mercurio Loi con la sua andatura narrativa stramba, dove l’inutile viene messo in primo piano e ciò che dovrebbe stare al centro del racconto viene relegato sullo sfondo. L’indagine è ancora una volta una passeggiata che porta i personaggi a esplorare la città e gli immediati dintorni e forse il meccanismo comincia a mostrare un po’ di stanchezza nonostante sia portato avanti da Bilotta con la consueta precisione e il divertimento a cui ci ha abituato finora. Tolta un po’ di noia provocata dalla struttura, L’infelice si regge su un villain solido e sfaccettato che probabilmente tornerà su queste pagine. Anche questa è una delle cose sorprendenti della serie Bonelli: creare l’attesa del villain nascondendolo nelle retrovie del racconto, concentrarsi su storie più semplici (ma sempre molto soddisfacenti) e poi forse giocarsi la carta del cattivo al momento giusto.
Buoni i disegni di Borgioli che fa un bel lavoro con le fitte ombre che popolano l’albo.

ALIENS #6
di aa.vv. – Traduzione di Andrea Toscani  (SaldaPress, 2017)
Finale deludente e sottotono per Aliens Defiance, che chiude con questi due numeri in cui i protagonisti fanno ritorno sulla Terra. La sceneggiatura mostra il fianco a quei difetti che era riuscita a nascondere nei numeri precedenti grazie a buone sequenze d’azione (qui inserite a mo’ di flashback per alleggerire i toni, ma la cosa dà solo fastidio) e a interessanti momenti non dialogati, e così ci troviamo davanti ai monologhi della protagonista in uno scenario terrestre incapace di descrivere il vero villain della miniserie, la Weyland Yutani. Il difetto principale è però la volontà di chiudere un capitolo e di porre le basi per un eventuale sequel (non ancora confermato), lasciando di fatto tutte le cose più interessanti in sospeso. Wood era riuscito a costruire soprattutto nei primi numeri un’atmosfera interessante e a trovare scenari differenti da quelli classici della serie, peccato sia scivolato su un finale poco incisivo.

IL SISTEMA
di Peter Kuper (Magic Press, 1999)
Peter Kuper descrive la New York degli anni Novanta con un lungo affresco completamente muto in cui personaggi e fatti continuano a intrecciarsi tra loro e influenzare inconsapevolmente le proprie vite. Anzi, più che un affresco, Il sistema sembra un murales espressionista in cui Fritz Lang viene contaminato dall’arte tribale, un murales disteso su uno di quei muri che costeggiano le ferrovie e che passa sotto i nostri occhi ora velocemente e ora con lentezza in base alla vicinanza della stazione. È così che funziona la regia di Kuper, concitata e nervosa per larga parte ma capace di ritagliarsi momenti più intimi o poetici (non sempre riuscitissimi), ma che in fondo dà il suo meglio nelle vignette di raccordo tra un personaggio e l’altro. Noir, dramma sociale, impegno politico, thriller finanziario, il tutto raccordato dalle piccole e complesse vite dei personaggi che innervano la storia e la città. Alla fine il fumetto di Kuper conquista più per la visione panoramica della città che per il dettaglio delle storie, ma si rivela comunque essere una lettura interessante e una buona prova narrativa.

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN RINASCITA #12-13
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Finalmente la gestione di Harley Quinn da parte di Palmiotti e della Conner è arrivata al momento che tutti aspettavamo: il Joker è tornato a turbare la vita non tanto tranquilla ma indipendente di Harley Quinn. Il numero mette sulla scacchiera pedine e dinamiche di gioco e, tolta una parentesi fantasy francamente inutile, ci sono anche un paio di cose interessanti (la rivalità tra Joker e Redtool, la spaventata riluttanza di Harley). Per ora Conner e Palmiotti la buttano in farsetta. Penso sia solo strategia e che nei prossimi numeri i due sceneggiatori riusciranno anche a toccare corde drammatiche e tragiche, quindi per ora sospendo il giudizio in attesa di uno sperato cambio di tono. John Timms sempre spettacolare con quelle sue facce belle spigolose.
Questa run di Suicide Squad alla fine mi ha annoiato. Per fortuna John Romita Jr. fa un buon lavoro, soprattutto nelle sequenze virtuali all’interno del server, tutte belle quadratose. Williams rilancia subito una nuova run e le premesse (un traditore nella Suicide Squad! Chi sarà? È lui! O forse no?) sono tipo una cazzo di noia.
Deathstroke invece si conferma la serie più sottovalutata di questo Rebirth. Perché non ne parla nessuno, diamine? Priest sta costruendo un dramma familiare tra sparatorie e sicari, con una narrazione che gioca tra passato e presente in maniera sempre intelligente. Quello presente in questo albo è un bel numero che può essere letto anche senza sapere nulla del personaggio e della run corrente, una bella storia che riflette sulla vendetta e il ruolo dei vendicatori. Per fortuna a questo giro anche i disegni si dimostrano all’altezza, grazie soprattutto alle chine di Sienkiewicz.

CINEMA PURGATORIO #3
di aa.vv. – Traduzione di Leonardo Rizzi(Panini Comics, 2017)
Ci accomodiamo nuovamente tra le poltrone sudicie e scomode della stramba sala cinematografica di Alan Moore. Si continua a riflettere sul potere delle storie, su chi lotta per realizzarle e sulla corrotta città di Hollywood che fa da teatro alle vicende. C’é un western metafisico che sovrappone le tre versioni della sfida all’O.K. Corral, la storia dei diritti di Fritz il gatto e una rilettura dell’omicidio di Thelma Todd fatta all’ombra dell’ingombrante figura di Batman. Tre racconti interessanti ma che non riescono a imprimersi.
Codice Pru perde invece un po’ di tempo e invece che cominciare a tirare le fila del discorso, continua nella descrizione frammentaria di questo mondo popolato da mostri. Insomma, divertente ma non si capisce dove Ennis voglia andare a parare. Fortunatamente ci sono disegni di Caceres.
M.O.D. invece comincia a cicciare e la storia sta prendendo forma attorno al mistero che coinvolge l’identità della protagonista. Attorno ci sono un sacco di idee folli (l’SMS vivente) e i disegni tamarri di Nahuel Lopez.
Ormai conoscete la mia avversione per Una più perfetta unione. Concept banalotto, scrittura confusa e poco interessante, ma soprattutto i disegni di DiPascale che mi spaccano gli occhi dall’orrore. Per fortuna a questo giro metà della storia è illustrata da Gabriel Andrade ma purtroppo non basta.
Chiudiamo con L’immenso. Siamo ancora in stallo alle fasi iniziali della storia. L’idea è divertente e cominciano a delinearsi possibili scenari, ma per ora è solo un incipit che si sta dilungando un po’ troppo.

GROSSO GUAIO A CHINATOWN #2 – Il ritorno di Jack Burton
di aa.vv. – Traduzione di Valeria Gobbato (Editoriale Cosmo, 2017)
Termina in questo secondo volume la divertente run di Eric Powell dedicata a Jack Burton. Sotto il segno di un umorismo ben scritto e belle sequenze d’azione, Powell mi ha sorpreso per come è riuscito a inserirsi nel mondo di Jack Burton con naturalezza e buone idee. Lo stile cartoonesco di Churilla poi, si rivela perfetto per interpretare lo stile del personaggio, le spericolate sequenze action e quei bei mostroni che male non fanno. Peccato che l’arrivo di Fred Van Lente alla sceneggiatura e Joe Eisma ai disegni abbia rotto il giocattolino. La storia porta Jack Burton ai giorni nostri, ma questo spunto seppur interessante non riesce a dar vita a nulla di davvero rilevante. In più i disegni di Eisma sono pessimi e rigidi, incapaci di essere dinamici nelle sequenze di azione e inespressivi nei momenti di dialogo. Brutto assai.

LE STORIE #61 – Astromostri
di Antonio Serra e Maurizio Rosenzwig (Sergio Bonelli Editore, 2017)
È arrivato quel momento dell’anno in cui vale la pena acquistare un albo de Le Storie, merito soprattutto di un Maurizio Rosenzweig in formissima che sin dalle prime tavole mostra una forza evocativa che saprà mantenere lungo tutta la durata dell’albo. Il disegnatore dà del suo meglio nella lunga sequenza finale allucinata, delirante ma velata di uno strano sentimento nostalgico che ci conduce verso un finale malinconico. Antonio Serra dal canto suo scrive una sceneggiatura citazionista che funge da grande omaggio alle sue passioni e che si appoggia di volta in volta a diversi generi per costruire il mondo interiore dello strano protagonista (un quarantenne obeso che crede agli alieni, quanto di più lontano dal classico ideale eroico bonelliano). E tutto funziona miracolosamente bene grazie anche a Rosenzweig che tiene insieme tutti i pezzi con una narrazione solida, fino ad approdare a un bel colpo di scena che stravolge più i sentimenti del lettore che la trama del fumetto. Poi il crollo: nel momento più emotivo per il personaggio e per il lettore, Serra piazza cinque pagine in cui ci spiega per bene tutto quanto, come se fosse impensabile lasciare al lettore il compito di unire i puntini già seminati nel corso della storia. La magia si rompe e quello che era un buon fumetto torna a essere un fumetto Bonelli: divertente ma vigliacco nel momento in cui deve prendere la scelta di far camminare la storia sulle proprie gambe e non sui soliti limiti auto imposti.

DEADPOOL #28
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
Uno dei problemi principali di Deadpool è che deve sempre parlare. Sembra di stare in quelle situazioni in cui tu vuoi solo goderti il momento con un po’ di tranquillità e invece c’è qualcuno di fianco che vuole per forza fare conversazione. Anzi, vuole per forza che tu lo ascolti perché molto spesso di quel che dici gliene frega meno di zero. Deadpool è così: il rompicoglioni che ti fa fare un viaggio di merda in treno. E infatti sebbene questo numero abbia una buona sequenza d’azione, le parole lo ammosciano fino all’inverosimile.
Chiude l’albo un nuovo numero dei Mercenari per soldi. Bunn mette in piedi come al solito una narrazione confusionaria, piena di personaggi che non è minimamente in grado di gestire.

FIGLIO DI UN PRESERVATIVO BUCATO
di Howard Cruse – Traduzione di Enrico Salvini (Magic Press, 2012)
Ho letto di recente il primo volume di March (qui la mia recensione per Critica Letteraria), il fumetto che racconta la vita di John Lewis, uno dei protagonisti del movimento per i diritti civili degli afroamericani. Se volete un fumetto che racconti questa parte importante della Storia, lasciate perdere quello schifo di March e recuperate senza indugio Figlio di un preservativo bucato di Howard Cruse. Cruse scrive e disegna un fumetto complesso in cui si intrecciano le vicende politiche, sentimentali, sociali e sessuali di un gruppo di giovani che lotta e vive per un’America più tollerante. Cruse ha il grande merito di far passare le idee dei suoi personaggi solo attraverso le loro azioni e mai con sermoni al lettore, senza però mai renderli degli eroi senza macchia e senza paura. Anzi, i suoi personaggi sono colmi di dubbi, paure, sbagliano spesso e qualche volta imparano. La parte più interessante è la graduale e intima scoperta che il protagonista fa della propria omosessualità, un racconto che Cruse innerva di dubbi e incertezze ma anche di un coraggio sottocutaneo, mai totalmente esposto al pubblico ludibrio. Il lettore partecipa ai movimenti interiori dei personaggi e ne vede la ricaduta sulle loro azioni, sottolineando con forza e coraggio politico che le idee servono, ma sono i gesti, le azioni e le decisioni a cambiare davvero il corso della nostra vita e quello della Storia.

SHIT AND PISS
di Tyler Landry (Retrofit Comics & Big Planet Comics Philadelphia, 2017)
Una prosa delirante da anima dannata ci accompagna nei fetidi meandri di un sistema fognario, l’Eden merdoso in cui avviene l’aberrante genesi dell’Uomo e una serie infinita di trasformazioni e mutazioni non meno disgustose. Shit and piss di Tyler Landry è un weird fantasy malsano sorretto da una regia perfetta nella sua attitudine a indagare il particolare e capace di sopperire a una certa prevedibilità della trama. Come in un testo religioso, la narrazione declamatoria procede senza possibilità di essere contraddetta verso un finale che svela l’ovvio e crea il mito, in un circolo spaventoso eppure mai così naturale. 


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Gigahorse #19 | Agosto 2017

Gigahorse è il riassunto delle mie letture mensili. In ordine cronologico. Lo faccio solo per ricordarmi di quel che leggo. Se non avete voglia di aspettare un mese per leggerle, fate un giro sul profilo Instagram. 

THE COMPLETE D.R. & QUINCH
di Alan Moore e Alan Davis – Traduzione di Leonardo Rizzi (Editoriale Cosmo, 2017)
D.R. e Quinch sono due adolescenti folli e senza freni che hanno solo in mente di combinare casini. Ah, e sono anche due alieni con la passione per le armi da fuoco. Alan Moore usa questi due balordi per mettere in scena una fantascienza punk dove nulla funziona come dovrebbe e tutto viene distrutto e maciullato senza troppe implicazioni. È chiaramente l’ennesima occasione per Moore di distruggere gli Stati Uniti e la loro morale: le due storie più belle del volume attaccano in maniera caustica la retorica della guerra e lo sbriluccicante mondo di Hollywood. Alan Davis si diverte un mondo a creare personaggi strampalati, eccidi di massa è un design degli oggetti di scena che rimanda sottilmente al nazismo.

BIG BABY di Charles Burns – Traduzione di Irene Bozzeda/Comma22 (Coconino Press, 2009)
In un mondo che cerca di preservare l’innocenza infantile con la menzogna, Charles Burns ci ricorda sempre che l’unico modo per rimanere puri è aprire sempre gli occhi davanti alla realtà, anche quando questa si fa mostruosa e inconcepibile. Proprio come accade a Big Baby che reagisce con improbabile tranquillità ai mostri, agli alieni e agli assassini chiamati in rassegna da Burns per minare le fragili fondamenta di una società che crede alle bugie ma non ai mostri che gli vivono in giardino.

DEADPOOL #22-23-24
di aa.vv. – Traduzione di Luigi Mutti (Panini, 2017)
Deadpool e i mercenari per soldi sono ancora in giro a recuperare dei tizi per la Umbral Dynamics. Solito numero: blablabla Deadpool ci tratta male andiamocene / oh no abbiamo la missione / entrata carismatica del cattivo / battutine e scena d’azione basic / blabla Deadpool cattivo imprenditore / combatti combatti / l’unione fa la forza ma ci sono diversità insuperabili / che cosa losca la Umbral Dynamics / finale pensieroso. BASTA.
Gwenpool fa il suo ingresso in Civil War II con questo primo episodio che sembra la versione pezzotta di un numero delle W.I.T.C.H. con Miles Morales. Disegni da fumetto per ragazzine, sceneggiatura stanca e rapporto tra i due personaggi che regge il tutto nonostante sia tutto molto prevedibile. Insopportabile, a partire da quei disegni che certo, sono perfetti per una tredicenne, ma io purtroppo tengo trent’anni, perdo capelli e mi godo un principio di obesità.
Il numero #23 della testata è invece tutto dedicato al crossover Civil War 2 di cui non so nulla. Poco male, visto che grosse differenze non si vedono: Deadpool è sempre in rotta di collisione con i suoi mercenari, si menano, dicono battutine è morta lì.
Si conclude sul numero #24 la prima misera saga della testata Spider-Man/Deadpool, conclusione che in realtà dà il via a una nuova avventura. Solita scrittura dozzinale ma perlomeno ci stanno un paio di mostri mutanti. Speriamo che ci siano anche nei prossimi numeri.

CINEMA PURGATORIO – Volume 2
di aa.vv. – Traduzione di Leonardo Rizzi (Panini Comics, 2017)
Si torna al Cinema Purgatorio e a questo giro la sala gestita da Moore e O’Neill ci propone il famoso fumetto in cui i fratelli Warner prendono il posto dei fratelli Marx. Se dei secondi conosco bene film e storia, dei primi non so praticamente nulla, cosa che probabilmente mi ha tolto tre quarti di piacere della lettura. Da rileggere dopo essersi documentati per bene. Per fortuna Moore non ci lascia a bocca asciutta e ci regala un emozionante biopic di Willis O’Brien (pioniere dell’animazione in stop-motion) recitato dalla sua creatura più famosa: King Kong.
Codice Pru di Garth Ennis invece convince sempre di più. Con tutta probabilità si entrerà nel vivo della vicenda col prossimo volume, ma per ora quello che sembrava un procedurale, sta sviluppando una trama orizzontale che pare interessante. Rimaniamo in attesa.
Al Pokémon post-apocalittico di Kieron Gillen manca invece ancora qualcosa di originale, speriamo che lo trovi nei personaggi visto che lo scenario è abbastanza banale.
Una più perfetta unione è per me indigeribile. Sulla carta era forse l’idea più intrigante ma tra disegni orrendi è una sceneggiatura senza un vero focus, l’ho odiato sin dalla prima pagina. E mi sa che continuerò a farlo.
Il volume si chiude con L’immenso di Christos Gage e stai a vedere che magari viene fuori qualcosa di interessante da questa idea dei kaiju addomesticati.

MERCURIO LOI #2-3
di Alessandro Bilotta, Giampiero Casertano e Onofrio Catacchio (Sergio Bonelli Editore, 2017)
La Bonelli ha subito trovato un modo per farmi calare l’iniziale e meritato entusiasmo nei confronti del primo numero di Mercurio Loi: i disegni di Giampiero Casertano. Tralascio ormai le scontate lamentele riguardo le fisionomie sommarie e una recitazione davvero grossolana, e concentro le mie lamentele su una regia incapace di gestire i giochi di specchi (e quando ci prova i risultati sono imbarazzanti) e rendere vive le suggestioni visive e intellettuali dei riflessi che Bilotta semina in tutto il numero, in primis quelli relativi al villain di turno. Ne esce un numero notevolmente depotenziato che si regge solo grazie a una scrittura solida e inclusiva, di cui sottolineo nuovamente il grande merito di dare per scontati legami e fatti del passato creandoci attorno mitologia e mistero e non insoddisfazione. Per ora l’unica nota dolente della scrittura è la scelta poco coraggiosa di mostrarci i pensieri del Capitano Farnese, un personaggio che sarebbe risultato più interessante se fosse costretto (così come nella vita) a comunicare solamente tramite una lavagnetta.
Con Il piccolo palcoscenico Bilotta ci ricorda che gli piace prendersi dei rischi, e così dopo soli tre numeri inscena la prima crisi del suo protagonista, facendo affidamento sul bagaglio di esperienza passate mai mostrate ma di cui ci ha fatto sentire la presenza sin dal primo numero. È una crisi più filosofica che esistenziale, quasi un vezzo che il protagonista si concede ponendo sé stesso al centro della vicenda principale, con un egocentrismo che fa passare tutto in secondo piano. Non c’è quindi una vera partecipazione emotiva del lettore nei confronti della crisi di Mercurio Loi, semmai il consolidamento di quell’affascinante antipatia che Bilotta usa per caratterizzare il personaggio.
Il tasto dolente sono ancora una volta i disegni (in questo numero realizzati da Onofrio Catacchio) che sembrano non riuscire a cogliere tutte le sfumature della scrittura di Bilotta. Catacchio si dimostra molto ricettivo nel cogliere l’umorismo dello sceneggiatore (la scena di Ottone che entra nella casa colma di maggiordomi mi ha strappato più di una risata) ma fatica a rendersi interessante nelle parti più drammatiche e riflessive.

SPIDER-MAN: LE STORIE INDIMENTICABILI #4-5-6
di aa.vv. (RCS Quotidiani, 2009)
Il bacio del Ragno
è una raccolta antologica che raccoglie alcune storie a tema romantico e patemi d’amore comparse negli anni sulle testate dedicate a Spider-Man. Ho sempre del pregiudizio su queste cose perché tanti anni di DC mi hanno insegnato che quando nelle storie c’è di mezzo l’amore spesso è noia e ancora più spesso è filler. E invece in Spider-Man no, perché questi sentimenti vengono raccontati in maniera molto naturale, senza una costruzione soap-operistica ma evidenziando invece i dubbi, gli slanci e i fremiti dei due innamorati. Si finisce così a essere quasi infastiditi dai combattimenti che inframezzano i problemi di cuore, tant’è che in un paio di occasioni nemmeno ce ne sono e tutto funziona in maniera così perfetta da far arrossire dall’invidia storie che se la sentono un po’ troppo (tipo Blankets). Chiude il volume una storia divertentissima di Darwyn Cooke (l’uomo che ha il potere di farvi innamorare di ogni donna che disegna) tratta dalla serie antologica Spider-Man’s tangled web: a proposito, non sarebbe ora di riproporla integralmente?
L’ultima caccia di Kraven è inevece una seduta psicologica mascherata da comic book. Kraven uccide, sostituisce e poi restituisce il suo ruolo a un Uomo Ragno spaesato, indebolito, incapace di comprendere il piano folle e la richiesta di aiuto del suo nemico. È forse uno dei fumetti più disperati e cupi che abbia letto, che non si preoccupa di mascherare la sua vera natura dietro mossette e tutine, ma anzi ce la spiattella davanti agli occhi in tutta la sua tragica ed elaborata pianificazione.
Dopo cinque numeri che mi hanno stupito come mai avrei immaginato, ci volevo quello che mi smorzava un po’ l’entusiasmo. Divertenti ma con poca ciccia attaccata le prime storie con il team-up tra l’Uomo Ragno e gli X-Men, con un episodio ambientato tutto in un aereo che svetta sugli altri grazie a una bella regia. Dalla fine degli anni Sessanta facciamo un salto temporale nel 2003 con la miniserie Duri a morire, con protagonisti Spider-Man e Wolverine. Storia noiosa, dialoghi fastidiosi pieni di battutine e soprattutto dei disegni pessimi ulteriormente rovinati da una colorazione digitale ancora molto immatura. In realtà Mavlian indovina anche un paio di belle vignette con un Wolverine animalesco, ma tra volti deformati e anatomie incerte è davvero difficile arrivare alla fine della storia. Passo al prossimo volume che è meglio.

SUICIDE SQUAD / HARLEY QUINN RINASCITA #4-5-6
di aa.vv. – Traduzione di MC Farinelli (Rw Edizioni, 2017)
Termina su quarto numero l’incursione aliena a Coney Island, forse una delle parentesi più deboli della lunga gestione Palmiotti-Conner di Harley Quinn. Non che i classici elementi della serie (violenza esagerata, sotto testi sessuali, soluzioni bislacche a problemi assurdi) siano mancati, ma a questo giro il meccanismo sembrava meno oliato del solito. Lo scontro tra la Suicide Squad e Zod si sta rivelando più interessante del previsto grazie soprattutto agli effetti che la presenza del kryptoniano sta avendo sui membri del gruppo (che ricordiamo finalmente affidato a uno scrittore capace di gestire le singole unità così come l’intera squadra). Seguono a ruota le solite due storielle piangine con i momenti del passato di due membri della Suicide Squad. A ‘sto giro tocca ad Harley Quinn e ad Hack. Speriamo che questa tortura finisca presto.
Quinto numero sottotono per Harley Quinn, sia dal punto di vista della scrittura (la storia è davvero bruttina) sia da quello dei disegni, troppo rigidi e per nulla dinamici. Passiamo oltre e vediamo cosa succede su Suicide Squad. La gestione Williams-Lee si sta rivelando interessante soprattutto per come riesce a far convivere le esplosioni e i combattimenti con quel minimo di approfondimento psicologico che ci si aspetta dalle tutine. La testata si mantiene sempre su un livello di divertimento alto, offrendo anche qualche punto di vista diverso sui personaggi: nei prossimi numeri leggeremo una Harley Quinn rinsavita. Che effetto farà? Deathstroke convince invece sempre di più, soprattutto ora che la trama si sta avvicinando al suo nucleo. Nei prossimi numeri probabilmente ci sarà il salto di qualità. Speriamo.
Sul numero sei ad Harley Quinn tocca una missione da infiltrata, ma tutta a modo suo. E infatti la ragazza deve infiltrarsi in una band punk responsabile di furti, razzie e soprattutto della morte del suo postino. Numero divertente dopo la precedente run un poco noiosetta. A questo giro sembra che la storia porti anche da qualche parte, tra legami col Joker e il rapporto con Harry Spoonsdale che potrebbe dare il via a qualcosa di interessante. E niente, questa prima run della Suicide Squad di Williams e Lee si è rivelata essere una lettura piacevole e per fortuna, visto che la testata navigava da anni in acque non troppo buone. Certo, ci sono un paio di cose un po’ forzate (il ritorno di Boomerang, la love Story tra due dei membri) ma la storia convince. Convince anche il lavoro di Lee sulla testata: avevo paura che l’indigestione fatta una quindicina di anni fa del suo stile mi avrebbe portato alla nausea e invece funziona tutto, grazie anche alla colorazione. Chiude l’albo la solita storia strappalacrime sul cattivo di turno (Incantatrice), e il preludio alla miniserie JL vs. Suicide Squad, che non leggerò e quindi stiamo a posto così.

NECRON #2
di Magnus e Ilaria Volpe (Editoriale Cosmo, 2017)
L’horror erotico (e comico) di Magnus prosegue con due nuovi episodi che affinano ulteriormente l’interazione tra i tre generi. Tra robot infoiati e lesbo-aracnidi siamo nei territori del b-movie più puro, che Magnus arricchisce con la cattiveria sopra le righe di Frieda Boher, crudelissima e perversa nelle sue macchinazioni. La regia di Magnus è praticamente perfetta, con la sua griglia a due vignette che insieme al tratto spesso e a scenografie con pochi particolari, restituisce un senso di perfetta essenzialità. 

PARKER #1 – Il cacciatore
di Darwyn Cooke (Editoriale Cosmo, 2017)
Se c’è una lezione che Darwyn Cooke ha imparato da Will Eisner (maestro che non ha mai smesso di omaggiare e studiare) è la capacità di far ricadere le ombre su volti e corpi, con quel doppio intento che è in primis drammaturgico ma anche e soprattutto psicologico. In questo primo episodio di Parker, che trasuda The Spirit da tutti i pori, Cooke costruisce un noir atipico fatto contemporaneamente di lunghe sequenze mute (o quasi) e lunghe sequenze narrate dalla voce fuori campo, creando una strana architettura il cui unico punto di appoggio è il carisma del personaggio (nemmeno la missione che deve compiere). 

ALIENS #1-4
di aa.vv. – Traduzione di Andrea Toscani  (SaldaPress, 2017)
Alien
era un b-movie così asciutto e preciso da essere riconosciuto quasi istantaneamente come il grande film che è. Prometheus e Alien: covenant partono invece col voler essere grandi film sul senso della vita, ma la loro ambizione si infrange contro una scrittura così cattiva da renderli quel tipo di b-movie che si sentono in colpa per il loro essere film di genere e cercano di nobilitarsi con due o tre pipponi filosofici che servono a poco o nulla. Aliens: defiance, miniserie di Brian Wood, sta a metà tra i due opposti, dando grande attenzione alla parte horror e action, che condisce con quel tanto di speculazione filosofica che le serve per tenere in piedi il rapporto tra i due protagonisti, una marines con problemi di salute e un sintetico che vorrebbe diventare uomo. Anche se non originalissimo (soprattutto il finale del terzo albo), l’intreccio per ora regge bene proprio grazie al rapporto tra i due, stiamo a vedere come Wood intenderà giocare le proprie carte. Fortunatamente Brian Wood non perde troppo tempo dietro al falso mistero che chiude il terzo albo e nel quarto ci piazza subito un bel parto cesareo (che ricorda quello di Prometheus) che si trasforma in una lunga sequenza muta davvero buona. Si sta molto in silenzio anche nel numero successivo grazie a un bell’agguato spaziale, peccato per i flashback di Zula Hendricks che trovo sempre abbastanza scontati e noiosi.

ALACK SINNER – L’età del disincanto #2
di Carlos Sampayo e José Munoz (Editoriale Cosmo, 2017)
Il finale di Alack Sinner scava sotto ai piedi del personaggio, toglie terra da sotto quel macigno di ideali manifesti e sentimenti nascosti creato da Munoz e Sampayo. È un finale tremendo, orrorifico, in cui Sinner viene del tutto privato della parola e della possibilità di dare una morale alla propria storia, semplicemente perché da essere umano non può farlo. A farlo sono due burocrati che decidono le sorti del mondo, che sbeffeggiano un Alack Sinner pacificato intento a giocare con il nipotino. Se le parole mettono paura, è il disegno a ridare la libertà al personaggio, con una vignetta finale commuovente in cui le rughe ispessite e profonde di Alack Sinner sembrano cullare come onde del mare il volto del bambino che il detective stringe a sé con inedita e innocente dolcezza. 

COCCOBILL E IL MEGLIO DI JACOVITTI #1
di Benito Jacovitti (Hachette, 2017)
Come per molti, con Jacovitti è stato amore a prima vista sin da quando cominciai a leggerlo sulle pagine de Il Giornalino per poi recuperarlo qua e là tra i vecchi numeri del Corriere dei Piccoli e del Diario Vitt dei miei genitori, fortunatamente conservati dai nonni disposofobici. Questa nuova raccolta di Hachette è l’occasione giusta per rinfrescare i ricordi di un innamoramento di cui conservo molte sensazioni e poche memorie. I colpi al cuore li sento ancora tutti, a partire da quei dialoghi ricchissimi di parole strane e quindi divertenti, un lessico evocativo che da bambino mi pareva l’incrocio tra i film di John Wayne e il giocatori di briscola al circolo del paese. Ci sono poi le migliori onomatopee che il fumetto abbia mai visto, gli SVOOONZ, gli SFLOMPT, gli SDÀK, suoni non omologati che stanno proprio alla base di quella ricercatezza lessicale (e musicale) che contraddistingue il lavoro di Jacovitti. 

FRANK
di Jim Woodring (Freeboks, 2005)
Jim Woodring racconta il senso delle cose senza senso, costruisce una narrazione surreale governata da oggetti alchemici, varchi dimensionali e finali che ci riportano allo status quo, e la fa attraversare da personaggi percorsi dagli umani sentimenti e dalle umane tentazioni. Semplice dire che sono avventure senza significato, divagazioni grafiche di un Topolino sotto acidi: il Frank di Woodring è una raccolta di fiabe cupe e stravaganti sul desiderio, l’ambizione, la curiosità. Basta seguire il flusso delle immagini che l’autore gestisce con una regia che predilige i personaggi a figura intera e le ampie panoramiche, per scoprire quale strambo insegnamento abbiamo appreso da quell’essere antropomorfo generico che è Frank.

TEX #682
di Mauro Boselli e Alessandro Piccinelli (Sergio Bonelli Editore, 2017)
Per Tex Willer questa è una stagione di ricordi. Dopo il Texone, Boselli fa sedere nuovamente attorno al fuoco il nostro eroe e i suoi pard per un lungo flashback che ci porterà nuovamente negli anni della sua giovinezza. Rispetto a Il magnifico fuorilegge qui Tex non è uno scavezzacollo sprovveduto, quanto un uomo distrutto dalla recente perdita di Lylith e un padre insicuro che medita la fuga. Boselli approfondisce la psicologia del personaggio con delle veloci pennellate che nasconde abilmente in una storia di assedio e vendetta che stranamente mette in risalto le gesta dell’intrepida Lupe invece che quelle di Tex. Ai disegni Piccinelli fa un lavoro classico e solido, dando il suo meglio nell’intensa sequenza finale, la cui portata emotiva viene però smorzata da un brusco ritorno al presente.

REVIVAL Vol. 5 – In acque oscure
di Tim Seeley e Mike Norton – Traduzione di Marilisa Pollastro (SaldaPress, 2017)
Ho un problema con le serie a fumetti (e non): non mi piacciono quando perdono tempo, quando allungando il brodo, quando aggiungono personaggi e sotto trame da soap, procrastinando l’arrivo del finale e perdendo di vista tema e storia. Revival è però una felice eccezione e Tim Seeley è uno scrittore attento, capace di dosare col contagocce gli elementi e i misteri della storia principale (in questo numero però cominceremo a scoprire qualcosa di importante) senza però mai darci l’impressione di farlo per nascondere la mancanza di idee. Certo, Seeley usa tutti i trucchetti che poco sopporto (in primis gli elementi da soap), ma lo fa sempre rimanendo attaccato alle tematiche del suo fumetto e allargandone spesso l’orizzonte. Anche gli aspetti più umoristici non vengono mai banalizzati, basta prendere a esempio il gruppo di risorti cristiani che fino a questo numero hanno rappresentato una parentesi a volte divertente e a volte folle nella storia, e invece assumono qui un improvviso spessore drammatico che ci mette ancora una volta davanti a importanti questioni morali. In quello stesso capitolo Mike Norton abbandona il suo tratto patinato per uno stile più ruvido ed espressivo ai limiti del cartoonesco, con risultati molto più interessanti rispetto a quelli visti finora. Speriamo che la svolta grafica venga sviluppata anche nei prossimi numeri. 

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Il fantasma di Darwyn Cooke | Un ricordo di Jimmy Palmiotti

Darwyn Cooke ci ha lasciato il 14 maggio 2016. Inutile che mi dilunghi: se leggete fumetti conoscerete il suo stile vintage, luminoso, capace di riportare i supereroi verso un’idealizzazione e un’ottimismo che parevano aver perduto. E lo ha fatto miscelando humour e senso dell’epica, un mix capace di far scaturire tutta quell’umanità che sembrava la vera fonte dei loro superpoteri.
Nei giorni successivi alla sua scomparsa, l’amico e collega Jimmy Palmiotti lo ha ricordato con una serie di post sul suo profilo Facebook. Jimmy Palmiotti, che ringrazio di cuore, mi ha dato il permesso di tradurne uno. 


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Darwyn Cook e Jimmy Palmiotti durante una convention © Jimmy Palmiotti

Dire che gli ultimi giorni dopo la morte di Darwyn sono stati difficili è un enorme eufemismo. Amanda lo ha spiegato perfettamente dicendo che è affetta da una diarrea di lacrime che – non importa dove si trovi – la colpisce in qualsiasi momento senza alcun preavviso.

Tutta questa cosa è davvero difficile perché chiunque ci conosca, sa quanti lavori di Darwyn siano presenti in casa nostra. È come se negli ultimi quattordici anni avesse programmato di trasferire lentamente pezzi di sé stesso dentro la nostra abitazione, per assicurarsi segretamente che non ci saremmo dimenticati nemmeno per un secondo che lui è sempre lì a sorvegliarci. Mi aspetto da un momento all’altro di vederlo arrivare sul patio, accendersi una sigaretta e accennare un tenero ciao mentre ci accomodiamo all’interno. Era una cosa che faceva spesso.

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Se ti siedi sul gabinetto del mio bagno, sul muro di fonte a te, c’è una tavola da Jonah Hex #50 che ti fissa, quella in cui Hex siede di fianco a un cannone mirando al cattivo che sta uscendo da una latrina.
Sul muro della camera degli ospiti c’è una bellissima illustrazione a colori di Catwoman che aveva dedicato ad Amanda, che in molti modi è stata la sua sorella artistica. Uscendo in uno dei molti portici della mia casa, ecco lì il bellissimo tavolo vintage in legno che aveva rintracciato e acquistato per noi a Natale, un tavolo che non aspetta altro che Dirty Martini e serate passate in compagnia. Nell’ufficio di Amanda ci sono le edizioni speciali delle action figure di Darwyn Cooke, nel mio ogni singolo libro che ha fatto, le sue cover di The Last Resort, tavole originali e altro ancora.

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Nel soggiorno c’è la pagina originale del numero #0 di Harley Quinn, su cui ha disegnato la storia di nozze più entusiasmante di sempre, che termina con Amanda vestita da sposa che mi protegge prendendo a pugni Catwoman e Harley Quinn mentre esclama Io sono Amanda Conner, stronzette!. Sì, lo ha scritto davvero. Ha ignorato tutto quello che Amanda e io gli avevamo chiesto di disegnare facendo quello che voleva. Avrei voluto ammazzarlo quando mi ha detto che aveva fatto di testa sua, ma poi è arrivata la pagina ed era fantastica sotto ogni punto di vista. La parte grandiosa dello scrivere per Darwyn era che ogni volta faceva quello che voleva e finiva sempre col migliorare le cose.

Darwyn amava la nostra casa angolare di metà secolo e soprattutto amava noi. Non ce l’ha mai tenuto nascosto, dimostrandolo abbondantemente in tutto questo tempo. Somigliava a un Tootsie Pop alto e magro, duro all’esterno ma soffice e morbido all’interno. Posso scrivere queste parole solo ora perché se le avesse lette quando era vivo, mi avrebbe guardato con disgusto e ordinato di smettere di pensare con la mia vagina. Ma ho sempre saputo che le avrebbe amate e più tardi, pensandoci, ci avrebbe riso su.

Comunque, il punto di tutto questo è che ora la mia casa è dannatamente infestata da Darwyn Cooke e la cosa mi sta bene.

Grazie Tootsie Pop.
Jimmy Palmiotti