Laser #16 | Aprile 2017

Laser è l’elenco delle recensioni che ho pubblicato durante il mese. Di solito sono molto poche perché sono pigro.


E COSI’ CONOSCERAI L’UNIVERSO E GLI DEI di Jesse Jacobs – Traduzione di Valerio Stivé (Eris Edizioni, 2017)
L’universo per Jacobs parte dal cosmo e non-termina nell’atomo, perché il suo movimento da telescopico a microscopico (e viceversa) ci rivela un mondo fatto di cose che si aprono e ne escono fuori altre di più piccole, come recita la frase finale del libro, dove il punto più alto e vasto d’osservazione è quello divino mentre quello più basso e minuscolo è la chimica della natura. In mezzo ci stanno gli uomini, attratti e contesi dai due elementi, incapaci già allora di gestire carni e pensieri.
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PRINCESSE SUPLEX di Léonie Bischoff – Traduzione di Silvia Uberti (MalEdizioni, 2016)
Perché frammentando l’incontro tra le due lottatrici e proponendoci gli estratti della vita quotidiana della protagonista, la Bischoff costruisce anche un’atipica storia di amicizia e dropkick, che prende forma sul ring tra due donne che vogliono solo divertirsi e prendono la cosa dannatamente sul serio. Proprio come Léonie Bischoff, capace di realizzare un fumetto breve e divertente, con qualcosa da dire e le idee ben chiare sul come dirle. Nessun proclama, nessun moralismo, nessuna spiegazione: è la struttura stessa del racconto che ci rivela il suo contenuto.
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Infine continua la serie in quattro parti, Tintin a trent’anni, una sorta di diario di lettura della serie di Hergé scritto da uno che la legge per la prima volta a trent’anni suonati. Non è una recensione, sia ben chiaro, ma solo appunti sparsi, idee, punti di vista. Quindi materiale assai discutibile, ma corredato dalle bellissime illustrazioni di Pablo Dalas. Qui trovate il secondo episodio, mentre per il primo dovete cliccare qui.

Tintin a trent’anni #2 | Di mezzi di trasporto e sbronze epiche

Non penso che la mia mente di fanciullo sia mai riuscita a elaborare una teoria convincente riguardo alla reale motivazione per cui i bambini francesi preferissero i cartoni animati di Tintin alle Tartarughe Ninja. Che problemi avevano per poter provare una reale attrazione verso quel bambino precisino dalle guanciotte rosse e col ciuffo biondo costretto a vivere in un mondo che era quello che raccontavano i miei nonni la domenica a tavola rompendomi le palle? Nemmeno oggi so darmi una risposta.

C’è da dire però che non ho più nove anni, ora ne ho trenta. Non che ne abbia preso effettivamente coscienza, e difatti l’unica decisione importante che ho preso finora è quella di leggere per intero Tintin e riportare qui le mie impressioni. Nessuna recensione, nessuna ricostruzione storica: solo gli appunti sparsi di un lettore da: L’isola nera, Lo scettro di Ottokar, Il granchio d’oro, La stella misteriosa, Il segreto del Liocorno e Il tesoro di Rackham il rosso.

Le illustrazioni a corredo dell’articolo sono di PABLO DALAS. Qui trovate il suo sito, la sua pagina Facebook e il suo account instagram.


CONNETTERSI CON IL MONDO
Idrovolanti, treni, automobili, barche, motociclette, locomotive, aeroplani, camionette, biciclette, transatlantici. E i piedi, non dimentichiamoci dei piedi, che siano utilizzati per correre o per camminare pigramente in attesa che qualcosa accada. Fatto sta che Tintin nelle sue avventure utilizza ogni mezzo possibile per raggiungere un nuovo obiettivo geografico. I mezzi di trasporto per Tintin non sono solo lo strumento che utilizza per rimanere collegato al mondo, ma gli permettono di essere connesso a ciò che vi accade. Hergé sfrutta lo sviluppo dei trasporti degli inizi del Novecento per allargare l’orizzonte del suo personaggio che pur mantenendo una visione franco-centrica, espande il proprio punto di vista sul mondo intero. In questo senso Tintin è il primo eroe della globalizzazione, un proto-James Bond che insegue gli intrighi internazionali, un eroe moderno la cui epopea non è raccontata tramite un solo importante e lunghissimo viaggio (come accadeva nei racconti d’avventura ottocenteschi), ma attraverso la somma di tutti quegli spostamenti e di tutti quei chilometri.

I MOTORI DEL RACCONTO
Pare scontato far notare come i tempi della narrazione siano basati sulla velocità e le caratteristiche dei mezzi di trasporto. Quando Tintin è alla guida di un aeroplano, Hergé costruisce sequenze dinamiche e velocissime, piene di acrobazie in cui l’aereo  può muoversi nello spazio tridimensionale della vignetta. Spazio che diventa bidimensionale ogni qualvolta l’azione si svolge a bordo di un treno, seguendo così il movimento lineare del mezzo. Bidimensionalità che Hergé utilizza anche per dare dinamismo alle automobili, che riprese di lato, appiattite e allungate restituiscono un’idea di velocità folle ed elegante. Il mezzo di trasporto per Hergé non modifica solo la durata del viaggio, ma ne modella la nostra percezione, sino a plasmare il mondo a immagine e somiglianza del mezzo con cui lo si attraversa.

EPICHE BATTAGLIE ED EPICHE SBRONZE
Superata l’introduzione,  Il segreto del Liocorno spicca il volo con una sequenza in cui Hergé mette in mostra tutte le sue abilità registiche. L’occasione è data dalla necessità di rendere più dinamico il classico racconto nel racconto, in cui il Capitano Haddock deve raccontare a Tintin le gesta eroiche del suo antenato, il Cavaliere Francois de Hadoque. Hergé disponde tutti gli elementi nella prima tavola: Haddock che indossa il cappello e brandisce la spada dell’antenato, il whiskey a fare da carburante, il diario di bordo a fare da guida e Tintin ignaro spettatore di quel che accadrà. Subito dopo Hergé dà uno stacco come a prendere le distanze dalla pagina successiva e occupa lo spazio superiore della tavola con una grande vignetta con la nave di Hadoque. Sembra dirci che da qui in poi cambiano i ritmi del racconto, cambia la storia, che ci troviamo in un altro mondo. E così succede per un paio di pagine, almeno finché i continui cicchetti alcolici di Haddock non prendono il sopravvento sul tono del racconto. Haddock, quasi in preda alle allucinazioni, immagina di essere de Hadoque e replica le azioni dell’antenato nell’angusto stanzino in cui è rinchiuso con Tintin. Da qui in poi è un’escalation al contempo comica e drammatica, in cui i due piani di racconto (l’epica battaglia e l’epica sbronza) si uniscono sino a diventare quasi indistinguibili. Per esempio la somiglianza tra Haddock e de Hadoque è utilizzata da Hergé per creare una sorta di unica coreografia in cui i due personaggi si sostituiscono continuamente l’un l’altro senza però interrompere le dinamiche dei movimenti. La stanza in cui stazionano Haddock e Tintin e la stiva della barca sono poi dipinte con gli stessi toni, come a creare un unico spazio scenico teatro della battaglia. Il tutto si conclude con un’esplosione e il passato si dissolve in un presente pieno di misteri.

ALLUNGARE IL BRODO E SBROGLIARE LA MATASSA
Albi come Lo scettro di Ottokar o Il granchio d’oro soffrono di un’eccessiva compressione delle vicende. Hergé per stare dietro al ritmo vorticoso della trama, comincia a sacrificare il contorno: le sequenze slapstick si fanno più brevi, il ruolo di Milou è ridimensionato, la storia non prende mai un attimo di respiro e prosegue verso il finale senza badare troppo ai fronzoli. Il problema è che i fronzoli di Tintin sono parte fondamentale di quell’equilibrio narrativo che Hergé ricercava nei primi volumi della serie. L’unica soluzione è spezzare la storia in più episodi per dare così spazio a tutti quei momenti minori che però ispessivano la narrazione. Hergé comincia così a costruire storie che si sviluppano su più albi, dimostrandosi uno scrittore davvero attento nel riuscire a lasciare in sospeso il racconto senza per questo lasciare a bocca asciutta il lettore. Sbrogliata l’intricata matassa del racconto, a Hergé non resta che ricomporre ordinatamente il gomitolo.

Laser #14 | Febbraio 2017

Laser è l’elenco delle recensioni che ho pubblicato durante il mese. Di solito sono molto poche perché sono pigro.


tinderdateLa cosa più bella che ho fatto a febbraio è stato intervistare Cristina Portolano sul suo nuovo progetto a fumetti che sta serializzano su Patreon: una storia su Tinder, sul sesso e sui sentimenti, tutta ambientata in Italia, che nel bene e nel male è la cosa che rende interessante il racconto. Ne sono uscite cose belle sul fumetto autobiografico, sul suo metodo di lavoro e sul perché raccontare questa storia. Qui potete leggere l’intervista e qui invece trovate il profilo Patreon di Cristina Portolano dove potete leggere la storia a un euro al mese (o più, vedete voi).

Poi ho scritto anche delle recensioni:

specialexitssmallSPECIAL EXITS di Joyce Farmer – Traduzione di Fay R. Ledvinka (Eris Edizioni, 2016)
La Farmer guarda alla morte come a un fatto naturale. La spoglia in questo modo di ogni significato religioso e persino spirituale, mostrandoci l’essenza di questo evento attraverso uno sguardo laico dove gli unici elementi che contano sono l’essere umano (con i suoi affetti) e il corpo. Non c’è anima nei protagonisti di Special exits, ma solo carne e pelle, e nel loro cammino verso la morte non c’è mai alcun afflato mistico, semmai solo il desiderio di confermare l’amore verso i propri cari.
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harrowcountysmallHARROW COUNTY #1-2 di Cullen Bunn e Tyler Crook – Traduzione di Valerio Stivé (ReNoir, 2016)
Il cammino che Emmy affronta per prendere coscienza del suo nuovo ruolo passa attraverso i classici passaggi del genere, dalla rivolta del paese alla scoperta di un aiutante, dal tradimento di una persona fidata al presunto nemico che si rivela essere dalla propria parte. Non c’è nulla di nuovo nella struttura del racconto, eppure con una protagonista così combattuta tra luce e oscurità, tutto si fa decisamente più interessante. Soprattutto perché Emmy è stata cresciuta come una brava ragazza, rispettosa dell’autorità paterna, dedita al lavoro dei campi e benvoluta dagli abitanti. Emmy sa di essere buona e non vuole che la scoperta di questi poteri oscuri cambi quella che è la sua vera natura.
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segniaddossoI SEGNI ADDOSSO – Storie di ordinaria tortura di Andrea Antonazzo ed Elena Guidolin (BeccoGiallo, 2016)
Un inizio teatrale e artefatto che gli autori usano per farci precipitare nella realtà della cronaca, ma anche strumento perfetto per introdurre la narrazione obliqua e per nulla cronachistica della Guidolin. Pur seguendo la sceneggiatura di Antonazzo, il suo sguardo si fissa sempre dove non ti aspetti, è perennemente altrove ma mai estraneo ai fatti: si concentra sui particolari, vaga sui paesaggi, dimentica alcuni elementi e si focalizza con eccesso su altri, come se cercasse sempre una spiegazione nei luoghi, nei movimenti, nelle persone.
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pigssmallP.I.G.S. di Cecilia Valagussa (VOStripgilde Uitgeverij, 2016)
P.I.G.S. si presenta con un atipico formato orizzontale, in cui la tavola si sviluppa nella sua interezza su entrambe le pagine, senza però ricercare quell’effetto panoramico che ci si aspetta solitamente da un design del genere. Anzi, la Valagussa sembra disattendere volutamente questa aspettativa del lettore presentando spesso un ambiente o un paesaggio unico, ma frammentandolo continuamente basandosi sui movimenti della protagonista. È come se la Valagussa, rimodellando ripetutamente il suo sguardo intorno al personaggio, cristallizzasse ogni inquadratura in uno spazio scenico cubista che contempla non solo la dimensione spaziale ma anche quella temporale.
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tintidalasInfine ho inaugurato una nuova serie in quattro parti, Tintin a trent’anni, una sorta di diario di lettura della serie di Hergé scritto da uno che la legge per la prima volta a trent’anni suonati. Non è una recensione, sia ben chiaro, ma solo appunti sparsi, idee, punti di vista. Quindi materiale assai discutibile, ma corredato dalle bellissime illustrazioni di Pablo Dalas. Trovate il primo episodio qui.

Tintin a trent’anni #1 | Di rinoceronti esplosi e senso dell’avventura

Non penso che la mia mente di fanciullo sia mai riuscita a elaborare una teoria convincente riguardo alla reale motivazione per cui i bambini francesi preferissero i cartoni animati di Tintin alle Tartarughe Ninja. Che problemi avevano per poter provare una reale attrazione verso quel bambino precisino dalle guanciotte rosse e col ciuffo biondo costretto a vivere in un mondo che era quello che raccontavano i miei nonni la domenica a tavola rompendomi le palle? Nemmeno oggi so darmi una risposta.

C’è da dire però che non ho più nove anni, ora ne ho trenta. Non che ne abbia preso effettivamente coscienza, e difatti l’unica decisione importante che ho preso finora è quella di leggere per intero Tintin e riportare qui le mie impressioni. Nessuna recensione, nessuna ricostruzione storica: solo gli appunti sparsi di un lettore da: Tintin nel paese dei Soviet, Tintin in Congo, Tintin in America, I sigari del Faraone, Il loto blu, L’orecchio spezzato.

Le illustrazioni a corredo dell’articolo sono di PABLO DALAS. Qui trovate il suo sito, la sua pagina Facebook e il suo account instagram.


SLAPSTICK, CRUDELTA’ E VIDEOTAPE
Mi sono sempre piaciute le sequenze slapstick anche se per me, più che al cinema, è nel fumetto che raggiungono il loro apice. La sequenza di una caduta scomposta in tre vignette è più divertente rispetto a una sua possibile controparte animata perché sintetizza la portata comica del movimento riducendola a tre momenti (camminata, inciampo/volo e infine atterraggio), cristallizzandoli nel tempo del racconto. Così una sequenza di slapstick in Tintin non è mai alla sua velocità naturale oppure velocizzata come quelle del cinema muto, ma è al contrario rallentata ed espansa (e il cambio di ritmo lo si nota di molto soprattutto quando lo slapstick è posto a conclusione di un inseguimento). Hergé usa il fumetto come un videoregistratore ante-litteram, con cui fermare l’azione in corrispondenza nel frame più divertente (quello dove gli arti sono più scomposti e dove l’espressione del volto è più ridicola) e riavvolgerla a nostro piacimento in un crudele e spassoso rewind. Una divertente crudeltà che Hergé innesta per esempio anche nei Dupondt: il lettore attende la sistematica e inevitabile caduta di coppia a ogni loro apparizione, rimane col fiato sospeso finché i loro nasi non si scontrano col pavimento.

© Pablo Dalas
© Pablo Dalas

IL SENSO DELL’AVVENTURA
L’avventura per Tintin è rimanere al centro della vignetta, combattendo contro una regia e un mondo con cui vuole rimanere al passo ma che viaggiano più velocemente di lui. E così ecco le biciclette, i risciò, le automobili, i treni e gli aeroplani, qualsiasi mezzo è utile per evitare di essere tagliato fuori dall’inquadratura e finire nello spazio bianco che tutto cancella e dimentica. È l’iniziale struttura episodica dei volumi a forgiare il ritmo indiavolato in cui Hergé immerge il giovane reporter, una struttura che vede i pericoli avvicendarsi e sommarsi mentre Tintin cerca una via di fuga o una soluzione. Un mondo che Tintin non ha il tempo di capire, di conoscere e di esplorare, può solo attraversarlo in velocità senza farsi troppe domande.

LA FORZA DELLO STEREOTIPO
E forse è proprio per colpa di questa velocità che Tintin e il suo autore sintetizzano e semplificano il mondo, ragionano per stereotipi come si direbbe oggi. Eliminato il pericolo che la polizia del politically correct possa intervenire in questa sede, ammetto di aver trovato gli stereotipi di Hergé divertentissimi e mai utilizzati esclusivamente nei confronti degli indigeni (che siano sovietici, americani, indiani o cinesi), ma anche rivolti a inglesi, italiani e francesi. Certo, al lavoro di sintesi occorre un livello di semplificazione che può far storcere il naso a molti, ma è impossibile non riconoscere a Hergé una capacità fuori dal comune di utilizzare gli stereotipi in maniera così divertente e rispettosa, capace di far nascere alcune tra le gag migliori di questi primi sei volumi. Prendete la bellissima tavola de L’orecchio spezzato in cui si racconta con ironia il veloce avvicendarsi delle dittature sudamericane, oppure la sequenza di Tintin in America in cui viene raccontato con un umorismo feroce la cacciata degli indiani d’America dai loro territori e la velocità con cui al loro posto vengono costruite intere città. Quello di Tintin è forse uno sguardo fugace, ma quello di Hergé è sicuramente più attento nello sfruttare gli stereotipi per fare del semplice umorismo, ma anche di ampliarne la portata per ragionare sul mondo e il suoi meccanismi, come a ricercare l’identità di una nazione in un solo comportamento ed estrarne il carattere essenziale.

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© Pablo Dalas

RINOCERONTI ESPLOSI
L’albo più sorprendente di questi primi sei è sicuramente Tintin in Congo. È ancora un libro immaturo, con problemi di ritmo e una trama sin troppo esile, però è pieno di cose matte che mai potremmo vedere oggi in un fumetto per bambini. Per esempio in una scena Milou è rapito da uno scimpanzé. Tintin decide così di uccidere uno scimpanzé, scuoiarlo, vestirsi delle sue pelli, salire sull’albero su cui la scimmia si è rifugiata con Milou e attuare uno scambio per ottenere indietro il cagnolino. Scambio che va a buon fine, almeno finché la scimmia non si accorge che l’altro scimpanzé non era altri che il reporter travestito, così si avvicina minacciosa a Tintin che giustamente le risponde con un calcio in faccia. Che bullo!
La sequenza capolavoro però è un’altra: Tintin vede un rinoceronte e vuole ammazzarlo per farne un trofeo di caccia. Il problema è che la pelle dell’animale è così coriacea che le pallottole riescono solo a scalfirla. Tintin decide così di infilare tra le pieghe della pelle un candelotto di dinamite che fa esplodere il rinoceronte, con tanto di brandelli sparsi in giro e l’eroico corno intatto, unico superstite della follia di Tintin.