Brundlefly #1 | TESTETUMORI – Spugna e Cammello al Circolo Gagarin

Brundlefly raccoglie i resoconti degli eventi e degli incontri a cui partecipo. Dal vivo sembro più grasso.


Durante la serata organizzata dal Circolo Gagarin di Busto Arsizio con ospiti Spugna e Cammello, sono successe molteplici cose. Alcune ve le racconterò, altre invece rimarranno segrete, perché se volevate conoscere la data di uscita del nuovo fumetto di Spugna o le mire espansionistiche di Cammello per il suo Tumorama, dovevate venire all’incontro. Se non avete partecipato quindi potete sucare e venire a conoscenza di queste informazioni solo quando gli gnomi di internet le renderanno disponibili.

Dopo il live-painting a quattro mani dove i due fumettisti hanno disegnato l’incontro spaziale tra un astronauta pasticcione e uno xenomorfo con tanto di bombetta, abbiamo parlato con Spugna e Cammello delle loro recenti autoproduzioni, The Book of Head e Tumorama.

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Raccontandoci la genesi del suo web-comic, Cammello ci ha svelato il metodo di lavoro che lo porta a scrivere per esempio, una storia che parte con due disperati che cercano spicci tra i cuscini del divano e finisce con Hitler che cavalca un tirannosauro. Come un accumulatore seriale, Cammello ammassa idee, elementi e trovate pazzerelle finché queste non si incollano tra loro a formare una storia. Per dire, Cammello accumula da così tanto tempo che il geniale e dislessico cane Plutarco era già co-protagonista in un fumetto che aveva disegnato da ragazzino (se siete curiosi il protagonista era invece un investigatore incapace che arrestava e faceva condannare innocenti). Questo tipo di narrazione disposofobica gli permette di unire elementi estranei tra loro non solo con un’inaspettata armonia e logica, ma soprattutto mantenendo un realismo del racconto che è una delle cose davvero interessanti di Tumorama.

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Disegnetti (fig.1) e chiacchiericcio (fig.2)

Per Spugna invece è stato l’acquisto di un blocco da disegno con fogli quadrati a dare il via alla lavorazione a The Book of Heads. Sollevato dall’obbligo di disegnare corpi grazie al formato quadrato, Spugna ha cominciato a sfogarsi disegnando solamente teste deformi e facce mostruose. Solo dopo averne accumulate un centinaio è nata l’idea di stamparne una raccolta.

Siamo poi passati a discutere il legame tra l’artbook e il suo graphic novel Una Brutta Storia, giusto per avallare la stramba teoria che avevo già enunciato nella mia recensione a The Book of Heads. Dopo la dichiarazione d’amore di Spugna verso tutto ciò che è deforme e mostruoso, il fumettista ci ha raccontato il suo processo di scrittura, che si sviluppa in continue scritture e riscritture della sceneggiatura fino ad arrivare a concentrare nel minor spazio possibile il maggiore quantitativo di esplosivo.

La serata si è conclusa con una sessione di dediche, l’esaurimento della prima tiratura di Tumorama e la certezza che la Pimpa/Akira di Spugna è piaciuta un sacco. Meglio di qualsiasi lieto fine.

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La dedica di Spugna (in realtà me l’ha fatta durante il BilBolBul, però voi fate finta di niente)
La dedicazione bislessica di Camell'o
La dedicazione bislessica di Camell’o

[Per i prossimi incontri del Circolo Gagarin, tenete d’occhio la loro pagina Facebook]

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Laser #1 | Gennaio 2016

Laser è l’elenco delle recensioni che ho pubblicato durante il mese. Di solito sono molto poche perché sono pigro.


bibendumIL CELESTIALE BIBENDUM di Nicolas De Crécy (Eris Edizioni, 2015)
De Crécy confonde il lettore non solo con le parole pronunciate dai suoi personaggi, ma con la narrazione stessa che si fa all’inizio ingarbugliata e poi quasi incoerente nel momento in cui deve tirare le fila del discorso e ricercare una logica di causa-effetto in una storia che invece nel suo profondo nega apertamente questo approccio narrativo. Utilizzando al massimo gli strumenti propri del fumetto, De Crécy fa della parola scritta il terreno di conflitto della sua storia, la cui struttura è una grande lotta tra le forze del bene e quelle del male per prendere possesso della narrazione.
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largemouthsLARGEMOUTHS di Gabriel Delmas (Hollow Press, 2015)
Largemouths è un Libro della Genesi scritto in un mondo ancora troppo primitivo per poter credere a un dio, è il racconto della formazione dell’eredità genetica dell’essere umano, e Gabriel Delmas è un narratore dal tono quasi sciamanico che vuole svelarci da dove veniamo.
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Miniciclo della calunnia | Due fumetti brevi di Paolo Cattaneo (e un approfondimento critico sulle chiacchierate)

Due amici si incontrano seduti su una panchina e insultano un VIP. Questo è quello che succede nelle due storie di Paolo Cattaneo contenute in questo Miniciclo della calunnia. 

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Leggi Rihanna >>> Clicca qui

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Chiacchiere al parchetto
di Matteo Contin

Mi è sempre piaciuto quella strana differenza percettiva delle chiacchiere nella vita reale e in un’opera di finzione. Se nella vita di tutti i giorni le chiacchiere rimangono tali (ovvero conversazioni leggere, spesso fatte per cortesia, per abitudine o per far passare il tempo), nella fiction acquistano un peso specifico tale da farle risultare “finte”, come se la ricerca di una naturalezza nei dialoghi svelasse al contrario la loro falsità. Per chi scrive, questo effetto è sempre stato un problema e sempre lo sarà. A meno che non decida di rendere così evidente la natura fittizia della chiacchierata, da utilizzare la finta spontaneità delle small talk come strumento narrativo e motore drammaturgico.

D’altronde la banale quotidianità della chiacchiera ferma di fatto lo scorrere della narrazione, diventando una lunga pausa tra ciò che è già successo e ciò che succederà. Le small talks fanno prevalere le parole sull’azione (e infatti sono spesso utilizzate in situazioni di stallo obbligato) perché sono sospensione e preludio a qualcosa, un momento di calma prima della sparatoria, l’unico istante di vera umanità nelle vite dei protagonisti incasellate tra genere e intreccio. Ma in queste storie brevi di Paolo Cattaneo non c’è trama a cui dare respiro, non c’è colpo di scena da introdurre, non c’è genere a cui votarsi. Le chiacchiere spogliate rimangono davanti a noi stolide nel voler portare a termine una missione inutile e impossibile: farci dimenticare dei problemi.

Per Paolo Cattaneo le small talks sono il tentativo di mettere in stand by la vita, bloccare con discorsi stupidi e banali il flusso di preoccupazioni quotidiano. Ma è un tentativo inutile perché la vita prima o poi riemerge dai discorsi e si riprende i suoi spazi di disperazione e fallimento, di insicurezze e presente incerto. Le small talks sono centrali nella drammaturgia di Cattaneo perché, nel loro rimandare l’inevitabile, gli permettono di far sfogare i drammi comuni dei suoi personaggi. Con la loro futilità, leggerezza e manifesta superficialità, sono quindi il contrappunto perfetto per dare gravità a tragedie personali troppo piccole e irrilevanti per meritarsi un palcoscenico tutto per loro. Così quando la diga si rompe e la vita riprende possesso dei propri territori, il dramma per quanto semplice e minimalistico, esplode di un dolore privato e sincero.

A fronte di un discorso di superficie spavaldo e aggressivo, Cattaneo racconta la fragilità dei suoi personaggi attraverso una recitazione in cui la gestualità ingombrante è l’ennesimo scudo da mettere tra sé stessi e la realtà dei fatti. Così i movimenti plateali delle mani nascondono malamente tutte le insicurezze esistenziali, che Cattaneo evidenzia sia con segni fisici (unghie e pellicine smangiucchiate) che con una sorta di nervosismo addomesticato che scaturisce sia dalla matita grassa e sporca, sia dal digitale geometrico e a tinte piatte.

Mi piace immaginare questi due fumetti brevi come due capitoli nella vita degli stessi due amici che regolarmente da anni si ritrovano a chiacchierare su una panchina (una qualsiasi, che la panchina sempre uguale esiste solo nei film). E mi piace immaginare che l’evidente crescita di Cattaneo come sceneggiatore, segni in realtà anche la crescita dei due protagonisti. Cattaneo e i due personaggi hanno imparato negli anni che intercorrono tra la prima e la seconda storia, a maneggiare meglio le chiacchiere. Il focus dei due dialoghi ruota sempre attorno a due celebrità ma se nel primo caso l’autore usa gli insulti a Pippo Inzaghi in maniera defilata quasi come momento comico e leggero all’interno della narrazione che sin da subito svela la sua gravitas, il discorso attorno a Rihanna presente nel secondo fumetto è invece centrale alla vicenda. I due amici parlano solo di Rihanna e il resto non esiste, almeno finché dalla chiacchiera emerge fugace e dolente un riferimento alla vita vera. E quanto fa male vederlo spuntare lì, quasi casualmente, come il tentativo goffo e disperato di nascondere un oggetto ingombrante sotto un tappeto.