La gameti | Storia d’amore nel noumeno

Non bastano più le fiabe per raccontare la realtà. Quella chiave si è usurata, i suoi denti sono consumati, ormai ricoperti di quella patina giallina tipica del metallo vecchio. È ancora una chiave ma non serve più a nulla. Più che di una metafora, abbiamo bisogno di una trasfigurazione, di vedere i nostri corpi diventare altro per stare al passo della nostra esperienza. Non si richiede una semplice muta o lo stagionale spogliarsi della pelle vecchia, quanto una proiezione del proprio vissuto in un contesto astratto così da diventare unico terreno possibile per un’indagine sulla nostra vita e sui nostri sentimenti. È il noumeno.

La gameti in questo è un fumetto sull’amore. Draghi, body horror, boschi spaventosi e luoghi fatati, sono gli elementi e gli ambienti che David Genchi sceglie per trasfigurare una storia d’amore composta da tre litigi e una “riappacificazione”, un cammino sentimentale in cui l’autore viviseziona (letteralmente) corpi e anime dei suoi protagonisti.

Si parte biblicamente in un Eden ormai trasformatosi in una palude, in cui i nostri Eva e Adamo stanno litigando. Uno scontro che si riveste subito di carne e pulsione sessuale, vero terreno di confronto che surclassa subito la parola e il dialogo a mera rappresentazione algida e mediata di noi stessi e di quello che sentiamo. L’uomo, la donna, Dio e il serpente sono una sorta di unica unità che combatte contro sé stessa e cerca di tenere a bada le pulsioni di ognuno. La cacciata dal Paradiso è il suono di una sveglia, il ritorno a una realtà in cui ci è impossibile comprendere realmente le cose.

Il quadro successivo è un San Giorgio e il drago ribaltato, in cui la ragazza protagonista è il cavaliere. La cosa particolare di questo capitolo solo le sue chiare connessioni con la quotidianità: per arrivare al drago dobbiamo andare in stazione e prendere un treno regionale. David Genchi usa un paio di tavole (due doppie splash page mozzafiato, forse le migliori di tutto il libro per come ibridano reale e surreale) per rendere questa connessione tra realtà e noumeno evidente e normale. Non è una semplice scelta stilistica questa, ma il desiderio di non allontanare mai il lettore dalla realtà, di non trasportarlo mai del tutto nei territori della fantasia. Genchi ci ributta continuamente nel barile di schifo che sono i problemi di qualsiasi storia d’amore, ci fa riemergere per qualche secondo per riprendere fiato (il surreale) e poi ci ributta nella melma (il reale). È importante notare come in questo segmento, Genchi non sfrutta mai il genere nel suo pieno potenziale pur avendolo lì a disposizione. In tutto il libro il genere non è altro che la scenografia, l’ambientazione che aiuta i personaggi a rivelarsi a sé stessi per quello che realmente sono, a praticare quel transfert necessario per comprendersi come organismo di coppia.

Il terzo capitolo è quello che più di tutti mette in evidenza le capacità registiche di Genchi. Non c’è oggi autore al mondo così attento e maniacale nel curare la narrazione della tavola, rinunciando anche alla potenza della singola vignetta per rafforzare una visione d’insieme che è più importante del particolare. Genchi orchestra le sue vignette con precisione millimetrica, fa il virtuoso ma con in testa solo la missione di trasmettere al meglio quello che vuole raccontare attraverso la visione complessiva delle due tavole che ci troviamo davanti a libro aperto. Questo terzo capitolo non è altro che l’ennesima litigata tra i due, nella scenografia quotidiana di un letto matrimoniale. Genchi frammenta il dialogo, spezza i corpi e li ricompone, li cuce insieme e li divide nuovamente, in un gioco di montaggio sensuale e violento che rimanda più alla Nouvelle Vague (sponda godardiana) che al fumetto giapponese.

Il gioco di fusione e scollamento perpetrato con sentimento e perfidia nel capitolo precedente, sembra riflettere la celebre storiella delle due metà della mela, che Genchi smentisce rendendo evidente l’impossibilità di sutura tra le due fette.
L’ultimo capitolo vede la morte distruggere l’uovo (la casa, il giaciglio, insomma, la relazione come fonte di malata protezione): “albume” e “tuorlo” si mischiano prima in maniera confusa, dolorosa, poi via via sempre più compatta (tra l’altro con una sequenza stupefacente che l’autore ha l’arditezza di raccontare con una deriva astratta davvero convincente). Ne nasce una creatura nuova, una sorta di cavallo col collo lunghissimo e le ali sulla testa. Un animale che non può fisicamente volare ma spicca comunque il volo, come fosse la serena (ma non semplice) presa di coscienza che l’amore è fatto soprattutto della condivisione delle altrui problematiche e degli altrui pregi. A modo suo questo è un lieto fine, con un volo che Genchi racconta liberando i personaggi dalla griglia astringente in cui finora li aveva tenuti intrappolati, lasciandoli liberi di vagare come una nuova creatura.

La gameti è una storia sull’amore raccontata attraverso un surrealismo spinto, fastidioso e misterioso (ovvero l’unico surrealismo possibile, non quella roba addomesticata cui ci hanno abituati). E’ una riflessione profonda, complessa, capace di meravigliare e dar da pensare.

La gameti
di David Genchi
Hollow Press, 2019

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Il tramonto del Sea Breeze | Non è una festa a tema

Succede questo: tre ragazzi raggiungono il Sea Breeze, un locale infrattato nella boscaglia in cui si sta svolgendo una festa piena di riccastri. Uno di loro viene pestato e poi incontra un barbone che tenta il suicidio ma poi preferisce fare festa. L’altro conosce un pazzo cocainomane che vuole essere suo padre. L’ultimo si perde nel bosco con la sua attrice preferita; lei dà di matto modalità new age. Poi c’è un gruppo scout, una colonia di gabbiani scomparsa, un mistero del passato e infine un gran bel casino. E per tenere botta a tutti questi fatti, ai personaggi non resta che rimanere sempre in movimento, sgambettare a ginocchia alte, saltare, rotolare e ballare. Come in un film muto con la musica punk al posto del piano.

Azione e reazione. Non del tipo di una lingua che batte dove il dente duole, ma del martelletto che picchia sul ginocchio e fa saltar su la gamba. Non c’è dolore, non c’è pena ne Il tramonto del Sea Breeze, solo nervi e nervetti che reagiscono alle sollecitazioni grottesche ed esagerate di Vitt Moretta. E infatti la prima cosa che salta all’occhio è la recitazione sopra le righe dei personaggi, strabordanti di un’energia cartoonesca che spesso li trasforma in puro movimento, come bambini strafatti di glucosio che corrono e si agitano finché termina l’effetto eccitante dello zucchero. È un furore tutto fisico che ricorda per capacità di sintesi ed eccessi il Christophe Blaine di Gus, ma che gettato addosso a un gruppo di adolescenti, acquista nuove note nervose e impacciate. È uno slapstick adolescenziale dove l’impedimento non sono, come nella più classica delle comiche, le cose che si frappongono tra l’obiettivo e il corpo, ma è il corpo stesso. Vitt Moretta racconta quindi l’ingovernabilità della carne e del muscolo descrivendo gli impacci e gli eccessi fisici dell’adolescenza, ma anche il suo incontenibile entusiasmo fisico e la forza che innerva i corpi.

Tutto questo si traduce in un inevitabile over-acting dove ogni movimento e ogni frase sono portati ai loro estremi. Velvet in questo si rivela essere il personaggio chiave della poetica del libro.  Attrice in preda a una crisi spirituale e ormonale, Velvet sembrerebbe inizialmente una classica caricatura dell’attricetta matta e ricca ma, pur rimanendo coerente con la propria follia, acquisisce spessore e umanità nel corso della storia. Velvet è l’unione diabolica tra la Britney Spears di inizio millennio e la Dorothy Vallens di Velluto Blu: un cavallo pazzo indomabile, con una forza fisica erotica e spaventosa, un mostro di cui è impossibile non innamorarsi. Tra le pieghe della follia del personaggio la Moretta sembra nascondere un mistero, i cocci di qualcosa che si è rotto per sempre e che Velvet ha nascosto sotto in tappeto fatto di egotismo, New Age, follia e uno sbilenco eroismo.

Ma Il tramonto del Sea Breeze è anche il racconto di una festa che la Moretta racconta come un rilassatissimo Dov’è Wally? in cui a nessuno frega niente di cercare il personaggio nascosto e la ricerca di qualcosa smette di essere importante: conta solo l’esperienza. Il lettore deve fare tesoro di questo approccio per evitare di perdere tempo a cercare nel fumetto un senso e un tema esplicitati dalla storia. La Moretta si allontana in maniera coraggiosa e decisa da un’idea di fumetto col TEMA IMPORTANTE e racconta gli impacci e gli eccessi dell’adolescenza quasi esclusivamente attraverso la fisicità e i movimenti dei suoi protagonisti.

D’altronde perché svilire Il tramonto del Sea Breeze riducendolo ai minimi termini di una semplice storia di formazione? Il fumetto di Vitt Moretta è una grande festa incasinata dove succedono tantissime cose e, per sbaglio, si cresce anche un poco. Forse. E infatti nel finale tranquillissimo e apparentemente sottotono rispetto ai fuochi d’artificio di qualche pagina prima, i personaggi salgono in auto con la faccia di chi non ci ha capito nulla e ha la sensazione di non aver imparato niente. Com’è giusto che sia. Fino alla prossima festa, fino alla prossima alba.

Il tramonto del Sea Breeze
di Vitt Moretta
Coconino, 2018

Lo fallo perduto | Il mistero buffo di David Genchi

Dopo un ennesimo diluvio universale, la Terra si ritrova sommersa da acque salate che tutto cancellano e tutto purificano. Zebedeo rimane confinato su un isolotto in cui gli è impossibile recuperare del cibo o dell’acqua potabile. L’unica cosa che può fare è accettare il proprio destino e prendere ogni tentazione che gli casca addosso come una prova mandatagli da Dio in persona. Questa è la sua missione: compiacere un Dio che non esiste mentre il suo corpo muore e la sua mente impazzisce.

Perché se ci sono due cose certe ne Lo fallo perduto è che i demoni esistono, Dio no. C’è semmai l’idea dell’esistenza di Dio come strumento di contenimento e restrizione del proprio corpo e delle proprie volontà, una gabbia in cui il protagonista si rinchiude per annullarsi come uomo e diventare finalmente Santo, in mancanza d’altro. Il problema è che carne e spirito non possono disgregarsi e così, mentre la carne pulsa e accoglie, lo spirito finge di fortificarsi dietro la repressione dimostrando in realtà – tentazione dopo tentazione – la sua debole difesa contro la natura umana. Perché se a prima vista Genchi sembra concentrarsi principalmente sugli aspetti più visivi della storia, sulla carne del suo racconto, gran parte dei suoi sforzi narrativi vengono convogliati proprio nella creazione di questa idea di Dio, che non a caso prende forma attorno a quell’entità invisibile e misteriosa che è la narrazione.

In maniera abbastanza automatica quindi, il Verbo è Dio, e le parole (in lingua volgare) usate da David Genchi sono la prima manifestazione divina de Lo fallo perduto. Impersonando la forza divina che reprime e gioca col protagonista, Genchi si diverte a prendere in giro quel derelitto di Zebedeo, lo tormenta e lo dileggia con quell’Italiano volgare che diventa subito parlata buffa e cialtrona nel suo essere sporca e scurrile e al contempo antica e rispettabile se paragonata a quella attuale. L’autore si diverte a creare una lieve dissonanza umoristica: da una parte la disperazione totale e l’estasi fallimentare del martirio (portate avanti esclusivamente con le immagini), dall’altra un Verbo che invece innalza spiritualmente il sacrificio di Zebedeo con un tono serio che diventa poi parodistico e crudele, tanto da  fare emergere tutta la cieca stupidità del protagonista. Genchi usa poi l’espediente delle didascalie che riempiono tutta la vignetta per ribadire la centralità del Verbo rispetto alla vicenda del protagonista. Quelle didascalie mettono Zebedeo letteralmente in secondo piano, a volte coprono il suo volto o nascondono la porzione di immagine potenzialmente più interessante per il lettore, per il solo gusto di ribadire il potere di una voce divina che falsifica e cela gli accadimenti per il proprio tornaconto.

La regia di Genchi invece, è la gabbia che tiene il protagonista intrappolato sull’isolotto per soddisfare il divino egocentrismo del Verbo. La prima cosa da notare in questa gabbia quadrata composta da nove moduli, è che nella maggior parte dei casi le immagini che Genchi inserisce nelle vignette, non sono immagini “complete” ma particolari di scene più grandi su cui Genchi zooma, ritaglia e ingrandisce per estrapolare il gesto o l’espressione che più gli interessano.
Genchi prende poi questi tasselli che sintetizzano degli istanti, e li monta su quella griglia da nove moduli ricreando un’immagine che abbia valenza sia nel suo complesso che nel suo dettaglio. Oltre a una lettura che spesso si fa circolare più che lineare, il risultato dà vita a contrasti interessanti tra l’armonia sprigionata dalla pagina nella sua interezza e la frenesia che scaturisce invece dalle vignette, come se avvicinandoci a un mosaico scorgessimo nei suoi tasselli immagini indipendenti e shockanti. Da questa scelta registica deriva una gestione del tempo dilatata ed espansa che si concentra sulla progressione dei movimenti nello spazio e nel tempo, creando tra una vignetta dei salti temporali nervosi ma che, ancora una volta, trovano un’inaspettata armonia nella visione generale della tavola.

Lo fallo perduto è un fumetto vivace nel suo proporre continuamente al lettore soluzioni narrative stupefacenti, divertendolo con una vicenda satirica e blasfema che sfocia spesso e volentieri nell’horror più marcio e nella pornografia più esplicita. Se Dario Fo avesse letto Devilman, il suo Mistero buffo sarebbe stato proprio così.

Lo fallo perduto
di David Genchi
Hollow Press, 2018

Zinedrome #3 | AFA 2018: dolce e brulicante come carne andata a male

Zinedrome è una rubrica su autoproduzioni, zine, collettivi e queste robe qui. Esce quando ne ha voglia.

Che bello parlare dell’AFA mentre c’è l’afa, guardarsi allo specchio e vedersi trasfigurato in uno Sgorbions. Sudore, pelle arrossata e squamata, occhiaie per il poco dormire, gli angoli della bocca appiccicosi di ghiaccciolo, le orecchie assalite dalle zanzare, ma in fondo che bello essere orrendi. Tom Bunk è un vecchio bizzarro, matto abbastanza da volerci ricordare in ogni suo disegno quanto è divertente la sporcizia, quanto lo sono i fluidi corporei, i corpi deformi e i giochi di parole per prendere e prendersi in giro. All’AFA era presenta una selezione dei suoi primi lavori: sembrava di vedere cose di Jacovitti lasciate fuori dal frigor a marcire. Bellissimo.

Prosegue anche quest’anno il lavoro di recupero che AFA – Autoproduzioni Fichissime Andergraund sta facendo con la misconosciuta e militante casa editrice nordcoreana Yellow Kim. Una mostra presenta tutte le tavole della ristampa anastatica del Tex Situazionista, opera di costante, tremendo e selvaggio détournament sul personaggio bonelliano per eccellenza. Gli autori (tantissimi e tutti anonimi) modificano, distruggono, ricostruiscono, sovrappongono e mischiano, destabilizzano la solidità bonelliana giocando con volgarità, mostruosità e bassi istinti. Un capolavoro dell’assurdo. Se lo volete recuperare contattate l’AFA sulla loro pagina Facebook e mettetevi d’accordo grazie alla forza dell’amicizia!

Adesso facciamo che vi racconto i fumetti che ho comprato.

Mi sembra giusto cominciare con un’infornata di fumetti di Hurricane Ivan, uno degli organizzatori dell’AFA e autore orgogliosamente underground (nel tratto, nei riferimenti, nei metodi di produzione). La sua è satira acidissima che corrode le carni come quella degli Scarabocchi di Maicol e Mirco: non attacca solo persone e comportamenti, attacca la vita stessa. Se non lo conoscete rifornitevi qui, oppure aspettate settembre per leggere la raccolta de I sopravvissuti (pubblicati in origine su Linus) in uscita per Eris Edizioni.

CAPONE BACK FROM HELL
di Hurrican Ivan (Chicago Comics Productions, 2017)
Al Capone torna dall’inferno e a suon di favori, minacce e riscossioni fa tornare felicità e prosperità in una nazione di morti viventi. La satira di Hurricane Ivan è un tritatutto marcio e grottesco che non mostra alcuna pietà per i potenti e ancora meno nei confronti di chi potere non ne ha. Tutto si sta sciogliendo, tutto sgronda al suolo, resistono solo gli eccessi: chi divora per il potere e chi è abbastanza insulso da farsi divorare per ultimo. A ridere e spartirsi i resti e le macerie del nostro mondo rimangono i morti, che non sono poi tanto diversi da noi. 

SILLY SHOCKING STORIES #1
di Hurrican Ivan (Chicago Comics Productions, 2016)
Queste Silly shocking stories di Hurricane Ivan sembrano figlie del delirio e dei terrori atomici della Guerra Fredda, trasformatisi grazie al proverbiale ottimismo statunitense in banali quotidianità e confortevole routine. Così l’umanità post-atomica immaginata da Hurricane non solo convive con malformità e mostruosità di vario genere, ma crea ex novo mutazioni genetiche per migliorare e migliorarsi agli occhi del loro unico e solo Dio: il consumismo. Una commedia horror illuminata dai neon di un ipermercato.

De Press è forse l’unica realtà indipendente che vuole spingere il fumetto un poco più là. Non si sa dove, ma quel là è abbastanza lontano da rendere ognuno dei loro libri un’esperienza di lettura capace di mettere alla prova il lettore. Ci sono cose matte, cose divertenti, cose che sembrano astratte e invece no, cose che sembrano materiali e invece no, cose piene di righette (come quelle di Andrea De Franco, anche creatore dell’etichetta) e cose pittoriche, cose fatte con le fotografie e cose fatte con la tecnica del computers. Insomma, cose che dovete comprare sborsando dei soldi qui.

PICCOLO NIENTE 
di Andrea De Franco (De Press – Libreria Modo Infoshop, 2018)
Piccolo niente è la storia di un’inquietudine che per trovare la calma diventa materia. Si trasforma in fantasma (anche se sarebbe meglio dire in lenzuolo) ma gli incubi seguitano a funestare i suoi sogni. Decide così di mutare in un molle e soffice impasto che il suo proprietario può modellare, massaggiare e lasciar lievitare in pace per tutta la notte all’interno di una bacinella segreta. Sorprende ancora una volta la capacità di Andrea De Franco di raccontare cose invisibili rendendole palpabili e reali attraverso il fumetto. Lo fa ormai con mano sempre più sicura, sfruttando le sue influenze e l’esperienza acquisita coi suoi lavori precedenti (per esempio qui si nota come i suoi esperimenti più astratti trovano modo di inserirsi in una narrazione a fumetti più classica), ma percorrendo ormai una strada che è quasi esclusivamente sua. De Franco sperimenta e fa il matto, ma non dimentica mai di lasciare un’emozione o un sentimento al lettore.

DRAMMATICO COME UN VAN GOGH
di Beatrice Bertaccini – Testi di Fabio Cesaratto (De Press, 2017)
Immaginate se i dipinti di Van Gogh cominciassero a popolarsi improvvisamente di Puffi: penserete subito che quelle atmosfere verranno inevitabilmente tradite dalla giovialità degli omini blu. Il lavoro di Beatrice Bertaccini è qui a dimostrare il contrario, perché in questo caso i due poli opposti non vengono uniti (si evita così la conseguente e naturale preponderanza di uno dei due) ma solo affiancati. Ne esce fuori un libro che propone in ogni illustrazione un po’ delle atmosfere tese di Van Gogh e un po’ quelle naive dei Puffi, creando un interessante contrasto e una reciproca influenza tra i due opposti (infatti non sempre a portare la felicità sono i Puffi e non sempre è Van Gogh il portatore dei tormenti). Il libro pubblicato da De Press Publishing si intitola Drammatico come un Van Gogh, ma sarebbe potuto intitolarsi benissimo Felice come un puffo.

FONTANESI – GRAN RISERVA RATATA’
di Fontanesi (De Press, 2017)
Se dovessi ridurre a due i motivi per cui sto su instagram, direi Riley Nixon e Fontanesi. Questa non è la sede adatta per parlare in maniera precisa della Nixon (ce ne sarebbero da dire, ma tant’è), quindi passiamo direttamente a Fontanesi. Maestro del collage digitale, creatore di mondi paralleli, oggetti futuristici, ibridi e mutazioni, la fotografia di Fontanesi parte come realista (fatta di zoom digitali e scatti rubati), si fa deviare dal surrealismo dei fotomontaggi e poi torna qui sulla Terra. L’occhio di Fontanesi è quello di un alieno che registra il nostro mondo con strumenti non adatti, e cerca poi di ricomporlo un po’ a memoria e un po’ secondo i suoi parametri extraterrestri. De Press raccoglie in questo secondo catalogo realizzato appositamente per il Ratatà di Macerata, alcune tra le sue cose migliori. Seguite Fontanesi su Instagram e poi vantatevi con gli amici di avere tra le mani anche la versione cartacea di una cosa che sta su internet.

HOMMAGE #2
di Lorenzo Matteucci e Simone Proietti Timperi (De Press, 2018)
Continuano le avventure della coppia del fumetto più psicopatica e colma di buoni sentimenti: Hoovy e Golden Boy. Questo secondo episodio parte cupo, sostituendo le superfici lucide del primo con un bianco e nero brulicante amplificato dalla carta verde su cui è stampato. Il risultato sembra un episodio dei Teletubbies diretto da Béla Tarr. Matteucci e Proietti Timperi proseguono con una narrazione acida i cui picchi di stralunata dolcezza riescono a renderla ancora più straniante. Si va spesso in corto circuito, ma è quello che da queste parti si cerca.

Quelli del Doner Club sono giovani, sono matti e stanno imparando tutte le mosse per mandare al tappeto i loro lettori e i loro colleghi. Mi piace come cercano di raccontare la quotidianità attraverso filtri insoliti (in questo caso dei funny animals sotto anabolizzanti e uno shonen provinciale sul bullismo). Recuperate tutto quello che potete dal loro negozio online.

NOONDAY #1-2
di Dario Sostegni (Doner Club, 2017-2018)
Una città, un meteorite ebete che ne minaccia la distruzione e quattro abitanti che fanno i conti con l’eventualità di morire da un momento all’altro. Dario Sostegni continua a crescere e affina sempre di più il suo tratto molto materico raggiungendo qui una sintesi, un divertimento e una complessità che in passato aveva solo sfiorato. Sicurissimo delle forme dei propri personaggi, Sostegni li accompagna in questa storia di solitudini e apocalisse, modellando emozioni e sentimenti taciuti con quella materia molle di cui sono fatti. Anche lo storytelling procede sicuro, con una regia a cui piace girare in tondo ai suoi protagonisti come a volerne registrare ogni centimetro di corpo. Completano il quadro i colori di Federica Bellomi e Maria Melotti, precisi nel farsi a volte intimisti e a volte psichedelici. Peccato solo per un finale un po’ sospeso, capace di dare una conclusione soddisfacente alla parte emotiva ma che rimane un po’ irrisolta per quanto riguarda la semplice trama.

GRAVEYARD KIDS #2
di Davide Minciaroni (Doner Club, 2017)
La prima cosa da dire su Graveyard Kids è che ha vinto il Premio Micheluzzi come Miglior serie dal tratto non realistico. La questione è epocale: non solo perché a vincerlo è un’autoproduzione stampata dall’edicolante sotto casa in tempi in cui ogni cazzo di fumetto è stampato su carta di riso da 300 grammi, ma perché questo fumetto non fa ridere. Dopo anni in cui il Micheluzzi ha ridicolmente premiato in questa categoria gentaglia come Don Alemanno, varie inutilità Disney e ripetendo la stanca fanfara dedicata a Rat-Man oltre ogni tempo limite (e questo solo perché tratto non realistico = storielle da ridere), siamo finalmente di fronte a un cambiamento. Il fumetto di Davide Minciaroni è uno shonen marcissimo pieno di bottemanga, bulli, cortili pericolosissimi, ragazzini disgustosi ed eroi pieni di dubbi. Minciaroni rispetta tutte le regole del genere (compresa la completa trasparenza nel raccontare i pensieri del protagonista) e non si vergogna a rimanere in superficie per dare la precedenza a una narrazione solida e già matura, capace di intrattenere, divertire ed emozionare in maniera genuina. Avanti così.

LISTALAMISE – Gli avanzi della muffa
di Lise & Talami (Autoproduzione, 2017)
Listalamise – Gli avanzi della muffa si apre con una dichiarazione di guerra contro la trama, un racconto che mette subito in evidenza la stupidità delle connessioni dell’intreccio, delle ricostruzioni psicologiche in cartongesso e dei finali con qualcosa da insegnare. Il fumetto che segue fa anche di meglio: completamente sganciato dai bisogni autoindotti di una storia (o quella che noi in senso tradizionale riteniamo tale), il fumetto procede per quadri disgiunti, indipendenti tra loro e al contempo parti organiche di uno stesso racconto. Ognuno di loro ha un capo e una coda, ma appartengono ad animali diversi. Lise e Talami riducono in macerie la trama per sbriciolare ogni meccanismo invisibile di potere: religione, burocrazia, medicina, il fumetto stesso. Creano un linguaggio a parte e rifiutano di raccontare l’umano preferendogli la materia in putrefazione di cui è composto. Abbattono i muri portanti della società e del fumetto e si fanno cascare l’edificio in testa.
Non so dove potete acquistarlo, ma fossi in voi contatterei gli autori su Facebook e sicuro che in qualche modo riuscirete ad accaparrarvene una copia.

LA CAIDA E COYOTA
di Juliette Bensimon Marchina – Traduzione di Valerio Bindi (Fortepressa, 2017)
Se siete alla ricerca di una storia femminista, socialmente impegnata e capace di parlare di adolescenza, La Caïda e Coyota è il fumetto adatto a voi. Se invece cercato un fumetto pieno di sparatorie, ricolmo di sete di vendetta e licantropia, La Caïda e Coyota fa ancora una volta per voi. Il fumetto della messicana Juliette Bensimon Manchina si divide letteralmente tra b-movie e storia di un’adolescenza disadattata, sfruttando una divisione dei capitoli, che si succedono regolari dividendo così con precisione lo spazio dedicato alle due trame, diversificate tra loro anche da due colori diversi. In mezzo a questi due elementi la Bensimon Marchina trova l’equilibrio giusto per far diventare il suo fumetto un affresco femminista puro, senza proclama e senza spiegoni, e raccontare in maniera nuova (ma non meno dolorosa e sofferta) i femminicidi che flagellarono Ciudad Juárez negli anni Novanta.
Se non  volete perdervi uno dei titoli più sorprendenti dell’anno, andate qui.

JUNKO
di Danilo Manzi (Hollow Press, 2018)
Danilo Manzi racconta la storia vera e tremenda di Junko Furuta attraverso la partita a mahjong cui è appesa la sua vita. Le tessere e le mani si muovono sulla superficie del tavolo che Manzi lascia quasi sempre fuori campo come a suggerirci che il vero gioco e la vera strategia stanno altrove. Infatti superata la linea di demarcazione del tavolo e abbandonate le tessere, Manzi dà vita a un giocopsicologico che lentamente si trasforma in una storia di fantasmi. La matita di Manzi ha la forma dell’incubo sottile, gli spazi che costruisce brulicano di sporco e malvagità, i corpi dei carnefici invece sono statue disarmoniche che cercano di riempire la scena senza grossi risultati. L’unico vero corpo è quello martoriato di Junko Furuta, uno spirito di vendetta la cui presenza è centellinata e per questo ancora più deflagrante.
Potete acquistarlo direttamente sul sito della Hollow Press.

LA MÉPRIS
di Fumettibrutti (Autoproduzione, 2017)
Volevo partire da questo remake in forma di poster-fumetto del film omonimo di Godard, per imbastire l’articolo su Fumettibrutti che ho scritto per Fumettologica. Poi le cose sono andate diversamente, ma continua a piacermi come la Signorelli ricomponga le tessere cinematografiche di Godard in un mosaico che è al contempo sia visione panoramica del corpo della Bardot, sia raccolta microscopica e indipendente delle porzioni che lo compongono. Se Godard riusciva a essere erotico, la Signorelli con quel suo gioco di totale/particolare riesce a essere erotica e pornografica al tempo stesso.
Anche in questo caso nessuno store online ma chiedete pure sulla pagina Facebook di Fumettibrutti.

Non bisogna dare attenzioni alle bambine che urlano | Le piccole donne degli anni ’90

Arrivato all’ultima pagina di Non bisogna dare attenzioni alle bambine che urlano, non ho potuto fare a meno che ripensare a Piccole Donne. O meglio: all’incipit di Piccole Donne. Non mi posso definire un amante del romanzo della Alcott ma ho sempre trovato quel primo capitolo un piccolo capolavoro di sintesi: quello che vediamo in superficie è la semplice notte di Natale tra quattro sorelle che scherzano in attesa di aprire i doni. È un dialogo che la Alcott usa per tracciare velocemente i profili delle sue protagoniste, e infatti sono subito chiari il carattere e la visione del mondo di ognuna di loro. Non solo: la Alcott riesce anche a raccontarci della loro famiglia e delle sue angosce legate al periodo storico. E tutto questo con un dialogo leggero, spesso divertito nei toni (anche se si ritaglia piccolissimi momenti di malinconia) e veloce nel botta e risposta, con un ritmo narrativo che pare quasi quello di una sitcom.

C’è poi una scena particolare che rafforza il legame con il fumetto di Eleonora Antonioni e Francesca Ruggiero. A un certo punto le sorelle cominciano a battibeccare tra loro per i comportamenti da maschiaccio di Jo che, di tutta risposta, dice:

[…] e se il tirarmi su i capelli mi fa diventare una signorina, porterò la treccia giù, fino a venti anni! — gridò Jo, strappandosi via la rete e lasciandosi cadere sulle spalle una bellissima treccia di capelli castagni.
— Penso con raccapriccio che un giorno dovrò pur essere la signorina March, dovrò portare le sottane lunghe e metter su un’aria di modestia e di affettazione come la mia cara sorella! È la cosa più insopportabile del mondo pensare d’essere donna quando darei qualunque cosa per essere nata uomo! Ed ora che muoio dalla voglia di andare al campo con papà, mi tocca star qui a far la calza come una vecchia di cent’anni! — E Jo, in un impeto di rabbia, gettò per terra la calza che stava facendo, tanto che il gomitolo di lana andò a rotolare dall’altra parte della stanza.

Jo March rifiuta il ruolo impostole dalla società, tiene i capelli slegati  e si permette addirittura un impeto di rabbia. Probabilmente avrà anche gridato ma poco importa, perchè Non bisogna dare attenzioni alle bambine che urlano, in modo da non legittimare i loro capricci e i loro pensieri strani. Un po’ quello che accade alle tre protagoniste degli altrettanti racconti che compongono il libro di Eleonora Antonioni e Francesca Ruggiero, tre ragazze che gridano la propria indipendenza e cercano qualcuno con le orecchie abbastanza pronte e gentili da ascoltare le loro urla di gioia e le loro urla di dolore.

Ad ascoltarle, almeno all’inizio, c’è solo il loro diario scolastico, contenitore di pensieri, amori, collage, disegni, firme, frasi e ritagli di riviste. È dall’immaginario di quei diari rigonfi e traboccanti che occupavano gran parte dello zaino, che la Antonioni e la Ruggero basano la narrazione del loro fumetto. Dal punto di vista dei testi, la Ruggiero sceglie un registro semplice e spontaneo, sì diretto ma con numerose sfumature che vanno dalla privata timidezza quando deve raccontare le vicende personali delle protagonista, o da un aspetto giocosamente cronachistico quando si mette a fare il chi-ama-chi o il chi-stainsieme-a-chi. In realtà la ricostruzione complessa di quel linguaggio spontaneo va oltre, riuscendo a restituirci anche il peso che quelle parole scritte rivestono nella vita delle protagoniste. In un mondo in cui le loro urla (ripeto: sia quelle di aiuto che quelle di gioia) non vengono percepite, ogni parola su quel diario è come scolpita nella pietra, sia come testimonianza indelebile ed eterna dei propri sogni, delle proprie paure e insicurezze, sia come riconoscimento di una tappa importante (il primo bacio, il primo amore, la prima amicizia, che non si sa mai se esistono prima nel diario e poi nella vita oppure viceversa). Insomma, i loro pensieri diventano legittimi perché messi nero su bianco. Anzi, rosso, blu, nero e verde su bianco.

Sì, perché la Antonioni decide di disegnare il tutto con una penna Bic a quattro colori. Quello che all’inizio può sembrare semplicemente un gioco, acquista significato dopo qualche pagina, perché quei quattro colori che tracciano i contorni delle vite delle protagoniste, sono gli stessi che utilizzano le ragazze per raccontarsi: diario e disegno diventano la medesima cosa, si ritrovano su uno stesso piano e tra loro si confondono. È a questo punto che il racconto si fa davvero diretto e siamo guidati all’interno di tre universi personali, fieramente soggettivi e parziali nel loro raccontarsi.

La regia di Eleonora Antonioni lavora principalmente su una tavola di quattro vignette, un formato strano che però sembra fatto su misura per trasmettere una dimensioni intima ed esclusiva del racconto, capace di contenere esclusivamente il corpo della protagonista o al massimo quella della persona con cui in quel momento condivide un sentimento. È un mondo piccolo e accogliente quella vignetta, a cui la Antonioni ritorna ci fa tornare con piacere quando cambia il modulo della tavola, sia allargandolo per  raccontarci le scene di massa, sia frammentandolo ulteriormente in parti più piccole nei momenti più concitati.

C’è però un altro aspetto del lavoro dell’autrice che mi ha stupito più di ogni altra cosa. Cerco di spiegarmi bene per evitare fraintendimenti: seguo la Antonioni da tempo e ho sempre trovato il suo tratto pervaso da un erotismo retrò, raffinato ma al contempo mai nascosto. Pensavo di ritrovarlo anche qui e invece no. Tutte le ragazze di Non bisogna dare attenzioni alle bambine che urlano sono bellissime, affascinanti, qualcuna è un po’ stronza e qualcuna è un po’ troppo buona, eppure nemmeno per un secondo le ho pensate come dei corpi. La semplifico ulteriormente: non mi è mai capitato di pensare Ah, guarda che belle tette! ed è una cosa che faccio praticamente sempre. Magari è autosuggestione, ma ho trovato il fumetto totalmente privo di qualsiasi ambiguità di natura sessuale. Non c’è la volontà nelle due autrici di fare l’occhiolino al lettore, di raccontargli questioni di sentimenti per poi dargli il contentino scabroso del capezzolo, della chiappa, del pelo pubico. La Ruggiero e la Antonioni raccontano un erotismo e un’eccitazione così racchiusi nella sfera privata delle protagoniste da perdere qualsiasi valenza puramente erotica e trasferirsi direttamente su un piano più profondo che coinvolge i legami, i sentimenti e, perché no, anche il proprio corpo.

Un’ultima cosa. Non bisogna dare attenzioni alle bambine che urlano non è un’operazione nostalgica. Gioca con il vintage anni ’90 ma mira a essere un testo universale. Come in un racconto in costume, gli anni Novanta non sono argomento ma scenario di contenuti universali. Proprio come Piccole donne che ancora oggi continua a raccontare alla bambine del nuovo millennio, come arrabbiarsi, volersi bene e tenere i capelli slegati finché se ne ha voglia.

Non bisogna dare attenzioni alle bambine che urlano
di Eleonora Antonioni e Francesca Ruggiero
Eris Edizioni, 2018

 

The Rust Kingdom | Una recensione che non parla di spadate

Mi smentisco subito: questa recensione parlerà anche delle spadate. All’inizio non volevo farlo perché quasi tutte le recensioni che ho letto di The Rust Kingdom parlavano giustamente di fendenti, affondi, lame e tagli e come mio solito volevo prendere il fumetto di Spugna da un’altra angolazione. Il problema è che con The Rust Kingdom non si può proprio prescindere dalle spadate. Replicando la formula alla base di Una brutta storia in cui i pugni (e di come si ricevono) diventavano il perno attorno a cui ruotavano l’universo visivo e il ritmo narrativo, Spugna aggiunge complessità cercando per questo The Rust Kingdom di connettere alle spadate anche il nucleo tematico del suo fumetto. E quindi i colpi, i fendenti e le spade sguainate non possono essere isolate e messe in un angolo.

Questo dice molto su Spugna, uno che con quei disegni potrebbe sfruttare l’ondata di banalità citazioniste e nostalgiche, e invece sceglie di prendere una strada più complessa, che non rinnega mai le proprie fonti di ispirazione e non sfrutta il genere come semplice costume di scena o macchinario per far avanzare la propria storiella. Lo Sword and Sorcery per Spugna non è un fondale su cui ambientare la sua storia, ma la pozzanghera in cui ribolle il brodo primordiale del genere, con le sue regole, i suoi personaggi, i suoi temi e i suoi modi narrativi. Prende quella materia e ne estrae gli elementi che gli interessano, li affina in base al proprio gusto e alle proprie necessità, rimettendola poi a ribollire nel calderone che sta rimestando. È un processo questo a cui Spugna ha evidentemente dedicato molto tempo e molta cura: il risultato infatti è, prima di ogni altra cosa, l’imporsi di una narrazione che non si accontenta esclusivamente della solidità, del tenere tutto in piedi fino all’ultima pagina minimizzando i traballamenti, ma che mira a una perfezione monolitica.

La partenza è un modulo da tre vignette orizzontali che Spugna utilizza come base, già suggerendoci uno sviluppo latitudinale dei movimenti. È un’inquadratura che ci introduce lentamente, con un’attesa da cinema western: una landa desolata, un’esplosione controllata nel terreno ed ecco il nostro protagonista sbucare dal nulla per vagare nel nulla. Controcampo sull’orda di nemici e poi si va sul primo piano del nostro eroe, ignaro che alle sue spalle un esercito di mostri affamati lo sta per raggiungere. Fate attenzione al mostro con la scure, a come Spugna lo rende improvvisamente il vero punto focale di questa scena: sin dalla prima inquadratura quando il suo corpo è poco più che una silhouette, l’autore comincia a disegnare la traiettoria della rotazione dell’ascia finché – arrivata nei pressi della testa del protagonista – Spugna blocca quel movimento armonico prima dell’impatto, zooma improvvisamente sull’occhio del protagonista e poi si scatena. Dalla tavola successiva in poi, difficilmente troverete in The Rust Kingdom due moduli di tavola del tutto simili (a esclusione della struttura di partenza) perché Spugna àncora la sua regia ai movimenti e cerca di spremerne fuori ogni goccia di potenza espressiva. Più che le inquadrature vere e proprie (che sono in fondo solo il risultato di una riflessione), è interessante notare la scelta dei movimenti che le influenzano, perché Spugna evita di essere banalmente spettacolare evitando di fare affidamento solo sui movimenti del personaggio principale e delle sue armi, ma li alterna ai colpi mancati dei nemici, ai fiotti di sangue, ai balzelli e alle cadute, agli atterraggi gradassi e alle spade conficcate. L’occhio di Spugna seleziona i movimenti migliori per creare una perfetta sinfonia tamarra fatta di improvvise frenesie create con tavole che cambiano continuamente struttura, e spaventosi vuoti d’aria non appena la linea dell’orizzonte viene quasi del tutto annullata dalle terrificanti splash page verticali che, modificando temporaneamente l’orientamento latitudinale delle vignette, irrompono nella narrazione con maestosità e imponenza.

La storia avanza con una fluidità sbalorditiva proprio perché emerge dai movimenti e dalle azioni, non dai dialoghi (rarefatti, essenziali) o da un setup del contesto che, come spesso accade altrove, in un paio di capitoli ci spiega tutto quanto e poi pretende pure di essere credibile. L’autore ci consegna le coordinate della sua storia tavola dopo tavola, svelandoci poco per volta gli intenti e la missione del protagonista, preservando dallo sguardo del lettore le parti migliori della sua storia. Senza mai rendere subito chiaro del tutto il percorso tracciato per The Rust Kingdom, Spugna riesce a preservarne un senso di meraviglia capace di stupirci e coglierci di sorpresa continuamente.

In The Rust Kingdom la quest arriva prima della storia, ma quando (praticamente sul finale) la storia irrompe finalmente nella narrazione, non ce n’è più per nessuno: all’improvviso questo fumetto gradasso e tecnicamente perfetto si trasforma in un dramma prepotente e disperato. La rivelazione finale è deflagrante non tanto per la svolta della trama in sé, quanto per il peso che riesce ad avere su tutto quello che abbiamo visto finora. Lo si nota soprattutto dal cambio di prospettiva che subiscono quei dialoghi spezzettati del protagonista, quelle parole dure ed essenziali che sembrano messe lì per accentuare il suo distacco eroico, ma che alla fine assumono una tragicità devastante per come riescono a raccontarci follia e fragilità.

C’è questo senso di tragedia ineluttabile che aleggia per tutto il libro e che non ci si sa spiegare. Quando emergono i motivi (anche questa volta Spugna fa la scelta raffinata di non spiattellarci tutto sul foglio ma accenna solo alle cose che ci servono, lasciando il grosso della storia a scalpitare nell’ombra) si arriva alla consapevolezza che The Rust Kingdom è nel suo nucleo un dramma shakespeariano cupissimo sul potere nefasto della famiglia. Quelle emozioni nette che Spugna ha raccontato con precisione, cominciano così ad assumere contorni più sfumati e con loro i personaggi assumono una tridimensionalità tale da renderli misteriosamente complessi. Così l’eroismo è obbligato a contaminarsi con il fallimento più duro e cupo, la spavalderia con la cieca disperazione, e la forza fisica con il disfacimento del corpo.

E tutto questo senza mai rinnegare nemmeno un fendente, un sorrise ebete di un mostro o qualsiasi altra smargiassata.

The Rust Kingdom
di Spugna
Hollow Press, 2017

Laser #20 | Autunno – Inverno 2017/2018

Laser è l’elenco delle recensioni che ho pubblicato durante il mese. Di solito sono molto poche perché sono pigro.

MALLOY: GABELLIERE SPAZIALE di Marco Taddei e Simone Angelini (Panini 9L, 2017)
Il Malloy: gabelliere spaziale di Taddei e Angelini sta a metà strada tra Garibaldi e Fantozzi. Del primo conserva lo spirito d’avventura, la spavalderia e un certo esotismo, del secondo invece condivide il lavoro da impiegato, il totale asservimento al suo superiore e un amore puro per la sua mostruosa famiglia. È questa forse l’operazione più coraggiosa di un libro che si prende già tantissimi rischi: fare dell’eroico protagonista un servo puro, uno scaltro collaborazionista del Potere Forte pronto a fare di tutto pur di portare al termine la missione assegnatagli ed esaudire qualsiasi richiesta gli venga fatta dai piani alti dell’Impero.
Leggi la recensione su Duluth Comics.

BENVENUTI A LALAND #1-2 di Luciop (Shockdom, 2015-2017)
Lalaland non è un bel posto e il primo a pensarlo è Luciop, che in questa città fatta di melassa e caldo tropicale ci ha ambientato due fumetti – entrambi editi da Shockdom – che sono forse le due storie di pre-adolescenza più inconsuete e folli che il fumetto italiano ha raccontato negli ultimi anni.
Leggi la recensione su Fumettologica.

B COMICS – FUCILATE A STRISCE. SHHH! a cura di Maurizio Ceccato (Ifix, 2016)
Giunta al suo terzo volume, l’antologia a fumetti curata da Maurizio Ceccato (con la consulenza di Lina Monaco) si presenta questa volta come un gigantesca tablet, un touch-screen percorso da sottili linee in rilievo che sembrano alfabeto Braille o una pelle di serpente. Poco importa: Ceccato ci sta solo avvisando che a questo giro dobbiamo acuire i nostri sensi e dimenticarci per qualche ora della parola scritta. I rumori, quelli no. In Shhh! c’è silenzio perché non parla nessuno, non per limiti tecnici o per imposizione, e infatti si tratta di un silenzio naturale di cui percepiamo ogni sfumatura.Leggi la recensione su Critica Letteraria.

AMERICAN MONSTER VOL.1 – Dolce casa di Brian Azzarello e Juan Doe – Traduzione di Stefano Formiconi (saldaPress, 2017)
Al contrario del mostro di Shelley, però, quello di Azzarello non ci ispira alcuna pietà, nemmeno quando lo scrittore ci svela il suo passato e il suo ruolo di vittima. È una creatura di pura malvagità, senza un briciolo di pietà o compassione verso il genere umano, le cui caratteristiche morali ed emotive ha abbandonato nel momento in cui la sua trasformazione è avvenuta.
Leggi la recensione su Fumettologica.

IN SILENZIO di Audrey Spiry – Traduzione di Elisabetta Tramacere (Diabolo Edizioni, 2016)
In silenzio è la storia di un corpo. Certo, nella trama ci sono anche una coppia, un’escursione, persone che si perdono per un istante e poi ricompaiono, ma più che altro il fumetto di Audrey Spiry è la storia di un corpo, quello di Juliette. Capito questo è bene abbandonare la trama, lasciarla scorrere in sottofondo e non darle troppe attenzioni, così da concentrare la lettura su quel corpo che la Spiry immerge in un elemento che non solo gli è estraneo, ma nei cui confronti prova una certa avversione: l’acqua.
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THE SQUIRREL MACHINE di Hans Rickheit – Traduzione di Valerio Stivé (Eris Edizioni, 2017)
Le frequenti esplorazioni dell’abitazione diventano quindi il modo per i due fratelli di riappropriarsi delle loro vite, ed è per questo motivo che in fondo The squirrel machine non è altro che una storia di iniziazione in cui tutti gli elementi del fumetto (la creatività, la sessualità, il rapporto con la città, quello con la madre, la pressione della figura paterna) convergono per creare una complessa saga familiare e il conseguente cammino dei due protagonisti verso l’indipendenza.
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MARCH – Libro uno di John Lewis, Andrew Aydin e Nate Powell – Traduzione di Giovanni Zucca (Mondadori Oscar Ink, 2017)
Questo vorrebbe fare March: raccontare con la stessa semplicità e mitezza del suo protagonista una storia di grande eroismo personale e colletivo. Il risultato è desolante. Lo sceneggiatore Andrew Aydin evita qualsiasi tipo di enfasi e non fa altro che elencare i fatti, metterli in fila e ridurre il tutto a mera cronaca, come se bastasse riportare gli accadimenti per raccontare e descrivere una complessa situazione socio-politica e l’importanza del movimento per i diritti civili. Il risultato ottenuto è un fumetto istruttivo ma privo di qualsiasi mordente, una storia vuota che riesce coinvolgerci emotivamente tanto quanto una voce di Wikipedia.
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LA SAGGEZZA DELLE PIETRE di Thomas Gilbert – Traduzione di Elisabetta Tramacere (Diabolo Edizioni, 2017)
Per Gilbert la natura non è un’eterna primavera e la scoperta del proprio corpo non si rifà al banale motivetto del fiore che sboccia. Il corpo della protagonista acquista libertà e sensualità man mano che diventa sporco, peloso, rinsecchito, quando è pronto cioè a vivere la natura, accettando i suoi ritmi e i suoi cicli, la sua legge sorda e inesorabile a cui non possiamo fare appello.
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IL REGNO ARTIFICIALE di Francesco Marrello (Retina Comics, 2016)
Con il suo Lovecraft catodico, Marrello riesce a restituirci questo strano e non confortevole senso di meraviglia. Lo fa in maniera viscerale, prediligendo l’atmosfera e non l’azione e, caso più unico che raro, utilizzando tutti gli strumenti che il fumetto mette a disposizione, per ricreare la complessità emotiva della scrittura di Lovecraft.
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THE END OF THE FUCKING WORLD di Charles Forsman – Traduzione di Valerio Stivè (001 Edizioni, 2017)
È proprio per questa capacità che Forsman ha nel renderci partecipi dello sguardo esclusivo e intimo di due innamorati, che The End of the Fucking World non può essere altro che il racconto della loro storia d’amore. Tutte le tracce narrative che l’autore semina durante la storia (quell’accenno da thriller esoterico, l’impianto di storia on the road, il rapporto padre e figlio) infatti sono semplicemente accennate e mai sviluppate a dovere, proprio per inquinare il meno possibile il microcosmo sentimentale dei due protagonisti.
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I DILETTANTI di Conor Stechschulte – Traduzione di Elisabetta Mongardi (001 Edizioni, 2017)
Jim e Winston nel frattempo inciampano, scivolano, sanguinano dai tagli, fanno la conta dei denti saltati dalle gengive. Il fumetto di Stechschulte diventa senza preavviso una lunga e macabra sequenza di slapstick dove però non si ride mai, nemmeno per sbaglio. L’autore non mette in piedi un teatrino granguignolesco per prendersi gioco dei due protagonisti, ma fa diventare il meccanismo comico di cadute improvvise e botte in testa, una tremenda macchina del destino che non lascia nessuno scampo ai due protagonisti.
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