Zinedrome #2 | Dieci autoproduzioni che vi verrà voglia di acquistare grazie a questo titolo accattivante

Zinedrome è una rubrica su autoproduzioni, zine, collettivi e queste robe qui. Esce quando ne ha voglia.


NECTAR
di Davide Bart. Salvemini (Sciame, 2017) 
                         
Lo stile visivo vicino a quello di Jesse Jacobs e Michael DeForge potrebbe far sembrare Nectar un downgrade rispetto all’idea di fantascienza portata avanti dai due autori. Certo, siamo in territori più classici rispetto a Safari Honeymoon o Mars is my last hope, ma la scelta di Davide Bart. Salvemini di vivacizzare le loro gabbie rigide con trovate più dinamiche e ricche si rivela vincente (soprattutto nell’uso di vignette diagonali). Nectar così diventa un buon fumetto d’avventura che forse poco aggiunge a livello tematico rispetto ad altri lavori del genere, ma stupisce per la narrazione energica e piacevolmente eccessiva di Salvemini.
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THE MATCH
di Bianca Bagnarelli (autoproduzione, 2017)
Leggo The Match di Bianca Bagnarelli (potete leggerlo in digitale iscrivendovi al suo Patreon) e mi fisso sul movimento del tennista, una posa stupida e lirica che traccia lo spazio temporale del racconto. Non è un movimento congelato, che espande il tempo e lo rallenta per dare la possibilità al protagonista di farsi spazio tra i pensieri, ma è un frame estrapolato da un movimento fluido, è un’interruzione che semmai comprime la narrazione, la rende essenziale e veloce per rispecchiare scelte e ripensamenti del personaggio. L’introspezione va veloce, diventa un affanno e ci fa tirare il fiato solo nella vignetta finale che fa da specchio a quella che apriva il racconto: laddove il naso del protagonista puntava determinato verso la sua decisione, qui sembra essersi lasciato il passato alle spalle mettendosi a indicare un inevitabile futuro tutto da costruire fuori dallo spazio bianco della pagina. 

ARMATA SPAGHETTO #3
di aa.vv. (Sciame, 2017)
Lo Stivale vermicioso di Maicol e Mirco che campeggia in copertina ci accompagna nel terzo numero di Armata Spaghetto, in cui il collettivo Sciame (+ ospiti) prosegue la sua avventura nel racconto di un’Italia diversa, fatta di fake-western, fantasy reatino, avventure surreali e mafia post-apocalittica. Apre il numero Simone Pace, come sempre bravo nel saper mischiare il presente con il passato con un’epica capace di fomentare il lettore.
Arrivato al suo secondo episodio, non sono ancora riuscito a inquadrare bene Draconte di Raffaele Sorrentino. Questa storia di un meridione post-apocalittico e mezzadrile, ha qualcosa di interessante che giace ancora sotto la superficie e che in parte già emerge con questo secondo episodio.
Maicol e Mirco è come sempre sintetico e letale, qui con una storia che ricorda i suoi primi lavori.
Spugna scrive e disegna invece quello che spero diventi il prologo di una serie a fumetti: un uomo di mezza età con un maglione orrendo e la faccia rincagnata va a pisciare in un autogrill (anzi, Turbogrill). Viene improvvisamente risucchiato dalla fuga delle piastrelle e finisce in un mondo fantasy supermatto in cui veste i panni di un guerriero.
Kevin Scauri ci racconta invece la giornata tipo di un poliziotto. È una satira feroce che Scauri gestisce con iperboli sempre più esagerate, cosa che gli riesce dannatamente bene. Irene Coletto mischia la vita degli studenti universitario con quella degli studenti di Hogwarts e ne esce fuori un fumetto simpatico (che vi farà ridere ancora di più se conoscete bene la saga della Rowling, non come il sottoscritto). Chiude il volume Il John Ford Point di Lacavalla e Bolzani. Pare un numero sottotono rispetto ai due precedenti e invece nel finale ti spacca in due lo stomaco.
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IMMATERIAL ISSUES 2016-2017
di Andrea De Franco (De Press, 2017)
Immaterial issues 2016-2017 raccoglie una selezione delle storie brevi scritte e disegnate da Andrea De Franco. La produzione del 2016 si contraddistingue per la deriva deforgiana cui a tratti De Franco si rifà. A volte la cosa funziona bene proponendo interessanti varianti del modello di origine (Walnut kernels happy people), altre volte il racconto è meno convincente, non tanto a causa dei disegni volutamente meno pop e accomodanti, quanto di testi scritti in maniera un poco anonima che faticano a creare nei lettori i caratteri della voce narrante.
Nel 2017 le cose si fanno più interessanti. DeForge pare essere un riferimento meno invadente e De Franco ne contamina i residui con il racconto di genere. Ne escono fuori tre fumetti interessanti: un racconto di fantascienza ambientato in un letto, una storia post-apocalittica con vedute astratte di una città e un horror minimalista su una penna maledetta. Qui De Franco riesce mantenersi quasi sempre in equilibrio tra il racconto di genere e la riflessione intimista, riuscendo anche a cominciare la costruzione di una voce riconoscibile.
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DIO DI ME STESSO
di Alessandro Galatola (Just Indie Comics – Co.Co., 2017)
Interferenze, emoji, periferie gotiche, amori disperati, fiumi di vomito, platform ed escape room: è questo il mondo che Alessandro Galatola ci racconta in Dio di me stesso, raccolta di tre fumetti brevi estratti dall’ancora inedito Safe Space #2. L’autore ci racconta malattie e ossessioni del nostro vivere e non ci pensa nemmeno a proporci una cura. Semmai ci fa abituare a esse come a quel fastidioso dolore che ci accompagna giorno dopo giorno sino a diventare una parte indispensabile della nostra vita, quella fitta che ci ricorda quotidianamente cos’è il dolore. La narrazione di Galatola sorpassa la fascinazione per trame e intrecci e punta dritto a storie semplici la cui portata emotiva viene amplificata da un disegno elettrico e viscido e da una narrazione che si muove tra suggestioni visive e interferenze. Ma queste non sono voli pindarici o gallerie di allucinazioni, la capacità di Galatola è quella di non perdere mai il contatto con la storia e con i temi che vuole affrontare e che riesce a fare emergere con raffinata prepotenza e un immaginario mai banale. Qui la mia recensione per Fumettologica.
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MY BEAUTIFUL QUITE EMPTY FANTASY
di Andrea De Franco (De Press, 2017)
Interessante questa raccolta di Andrea De Franco, all’apparenza una sorta di artbook con illustrazioni astratte o quasi che però si trasformano man mano in fumetti atipici che eliminano qualsiasi tipo di gabbia in favore di ammassi confusionari di scarabocchi, schizzi e frasi slegate. Da lì non emergono storie, ma frammenti di emozioni, divagazioni annoiate, ricordi rimossi che riverberano inconsapevoli nelle linee che compongono questi strani oggetti narrativi.
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LOKzine #8 – Piante / Plan(t)s
di aa.vv. (LOKzine, 2017)
Provo per la prima volta LOKzine partendo da questo ottavo numero tutto dedicato alle piante. La cosa che più mi ha convinto dell’albo è il suo non volere tirare le fila di un discorso, non avere una visione comune del tema e strutturarci attorno una tesi con fumetti, illustrazioni e testi. C’è più la volontà di sfruttare le singole visioni degli autori e sottoporre il lettore a quante più suggestioni possibili (anche grafiche) tant’è che forse una lettura tutta d’un fiato della rivista rischia di non farcela apprezzare appieno. Meglio forse procedere per gradi e gustarsi giorno dopo giorno i lavori pubblicati. Vi segnalo per esempio il bel fumetto di Chester Holme, un’illustrazione cupa ed evocativa sul disboscamento di David Gromilovic, quella di Martoz (sempre così profondo e così meravigliosamente superficiale) e infine il fumetto che più mi ha convinto, quello di Anna Wieszczyk.
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GUERRIERO PSICHICO 74/BIS – Raccolta prima
di z.Wax (Sbucciaginocchi, 2017)
La prima cosa che salta all’occhio in questa prima raccolta delle avventure di Guerriero Psichico 74/bis, è la grande cura che z.Wax ha riposto nella character design. Capita raramente di trovarsi davanti un personaggio non umano né aninale dai movimenti e dalle espressioni così ben pensate. z.Wax le utilizza per dare il maggior numero possibile di sfumature al suo personaggio e lo fa per ora in un’ottica umoristica, ma la sicurezza con cui si muove mi fa sperare che in futuro possa tentare qualcosa di più “serio” (perdonatemi l’orrida semplificazione del concetto). Altra cosa interessante: gli oggetti tridimensionali sono disegnati in modo da sembrare tridimensionali, mentre gli sfondi spaziali invece che suggerire profondità, sembrano piatte scenografie. Il risultato è visivamente interessante e convince anche quando a metterlo in pratica sono gli artisti ospitati nel volume. Ci sono un paio di scelte di regia davvero buone (come la partita da ping pong) e un sacco di cose che fanno ridere. Ah giusto, con Guerriero Psichico si ride di gusto e lo si fa lontano dai soliti riferimenti (su tutti Dr. Pira).
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DE ARTIFICUM ALCHEMIA
di aa.vv. (Marengo Autoproduzioni, 2017)
Il primo lavoro del collettivo Marengo è una raccolta di illustrazioni a tema alchemico che porta avanti una doppia riflessione sul lavoro dell’artista e sulla sua capacità di modellare la natura delle cose. Gli artisti coinvolti modellano l’immaginario alchemico secondo il loro stile, con risultati interessanti anche se non di completa rottura con l’iconografia classica. Molto belle le mani e le ossa di Novilonium Eyes, inquietante l’illustrazione in apertura di Daniel Lavrano (ricorda molto il Lycnh pittore), mentre Giusi Lo Piccolo e Blue Luna propongono lavori più tradizionali. Chiudono il volume due poesie di Paola Oliviero: qui me ne tiro fuori che non è proprio il campo d’azione, ma vi dico solo che la seconda poesia ha anche una interessante trovata grafica.
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NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI ’80
di Simone Angelini (This is not a love song, 2017)
Quando ero piccolo c’era l’AIDS. Adesso sembra non esista più, ma una volta se ne parlava veramente ovunque. C’era quella pubblicità con le persone fosforescenti, le battute dei comici italiani, gli oggetti finiti per terra chiaramente imbevuti di AIDS e la regola fondamentale di non toccare mai le siringhe che si trovavano in giro. A pensarci bene credo che anche il mio primo pensiero complesso sia dovuto all’AIDS: ricordo perfettamente la fatica che feci per capire che risultare positivo al test dell’HIV era una cosa negativa.
L’AIDS era ovunque ma non la si vedeva. L’unico modo per capire chi l’aveva contratta era l’herpes, me l’aveva insegnato Philadelphia (prima TV Canale 5). Quello stesso herpes che campeggia sui volti di questa illustrazione realizzata da Simone Angelini per il nuovo progetto di TINALS, una serie di ritratti di personaggi celebri morti di AIDS. Mi piace allontanarmi dal foglio e vedere i loro volti normali e poi piano piano avvicinarmi per scorgere i segni della malattia sui volti. Perché Angelini non rende evidente l’herpes in maniera esagerata, ma lo inserisce come elemento disturbante sulla tranquillità dei volti dei personaggi. Sono piccoli puntini, a volte c’è qualche escrescenza, ma nulla di vistoso: la malattia è invisibile, impercettibile, e Angelini ce la racconta così, incrinando la perfezione di queste icone.
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