Misdirection| Farsi distrarre e scoprirsi moralisti

La misdirection è una tecnica usata dagli illusionisti per direzionare l’attenzione del loro pubblico. Tramite i movimenti del corpo, il tono della voce e alcune tecniche psicologiche, i prestigiatori riescono a indirizzare la traiettoria del nostro sguardo su particolari che ci distraggono da ciò che sta accadendo realmente sotto i nostri occhi. Così, concentrati sui movimenti sinuosi della mano sinistra, non ci accorgiamo quel che fa la mano destra.

Sin dal titolo del suo fumetto Lucia Biagi ci mette in guardia da questo fenomeno. Lo piazza addirittura in copertina come un avvertimento, dicendoci chiaro e tondo di leggere Misdirection avendo ben presente le alte probabilità che il nostro sguardo possa essere indirizzato dove meglio crede l’autrice. E come nei migliori giochi di prestigio, la cosa è anzitutto piacevole. L’idea di rendere il fumetto una sorta di thriller investigativo con protagonisti una ragazzina pedante e un ragazzo albino, funziona e tiene in piedi senza difficoltà la struttura narrativa. Non solo, le indagini diventano per la Biagi l’occasione perfetta per costruire i rapporti sociali tra gli abitanti e tracciare un loro profilo che a conti fatti ci tornerà più utile per avere un’idea generale dell’aria che si respira in paese invece che per scovare il colpevole del misfatto.

Il verde acqua e il viola che campeggiano sulla copertina, diventano anche all’interno gli unici due colori con cui Lucia Biagi dà forma a questa cittadina di montagna di cui riusciamo a respirare l’atmosfera statica e noiosa tipica delle località montane nei mesi estivi. Da qui si innesta un meccanismo narrativo dall’incedere lento ma progressivo che Federica, la protagonista, sembra voler velocizzare con i suoi spostamenti. Ma i suoi tentativi sono vani e la città sembra una gelatina che rallenta i suoi movimenti. Le uniche interferenze all’incedere del racconto sono dei piccoli riassunti degli accadimenti che simulano le animazioni in stop-motion realizzate da Federica. Questi sono forse i momenti meno convincenti del racconto, che trovano una loro utilità esclusivamente come intermezzo ma non riescono a dimostrare di avere una reale rilevanza all’interno della narrazione.

Ma andiamo oltre. Il secondo modo con cui la Biagi ci distrae dal suo vero intento è dirottare la nostra attenzione su una tematica dichiarata: la percezione della donna (anzi, in maniera ancora più specifica, la percezione che si ha delle ragazze) nella società. È un tema che viene reso volutamente manifesto in un più di un passaggio del fumetto, e spesso anche con una capacità di sintesi davvero potente. Come ad esempio quel Credo di aver capito che una ragazza sbaglia sempre, che pur arrivando nelle ultime pagine, si impunta nella storia come un perno attorno a cui far ruotare tutto. E infatti è la frase che campeggia anche in quarta di copertina, nella maggior parte delle recensioni e delle condivisioni sui social. È giusto. D’altronde la frase è potente e non è un imbroglio: Misdirection parla davvero di questa percezione, solo che la Biagi per renderla ancora più efficace allarga ulteriormente lo spettro dell’analisi e con coraggio va a colpire il nostro sguardo moralista. Lo fa imprimendo più forza possibile nel colpo, per farci rendere conto dei nostri limiti, per farci più male.

Lucia Biagi lo fa anzitutto tradendo la fiducia instauratasi tra il lettore e la protagonista, un rapporto basato quasi esclusivamente sulla condivisione di un universo morale. Federica fa sempre la cosa moralmente più corretta: per aiutare l’amica si mette in pericolo, rinuncia al proprio smartphone, toglie tempo alle proprie vacanze, rompe persino un’amicizia. Ci è impossibile non stare dalla parte di questo personaggio dal cuore puro pronto a tutto pur di trovare Noemi e di salvarla. Quando però le due si incontrano, hanno un dialogo fulmineo e secco, dove Noemi ridimensiona l’eroismo di Federica in un ribaltamento dove la moralità che fino a poco prima invidiavamo al personaggio, rivela delle sfumature moraliste che inevitabilmente finiamo nostro malgrado col condividere. La Biagi mette in atto un ribaltamento di prospettiva sconvolgente per il lettore, che di punto in bianco si ritrova a empatizzare con un personaggio che fino a qualche minuto prima magari non arrivava a disprezzare, ma sicuramente compativa a causa dei suoi comportamenti.

È un cambio prospettico che ci costringe non solo a rivalutare il nostro rapporto con la storia raccontata, ma ci obbliga in un certo qual modo a cambiare la forma del nostro pensiero. Passare dalla parte di Noemi (perdonate la semplificazione, in realtà un’altra cosa importante di Misdirection è proprio quella di non fare divisioni tra buoni e cattivi) vuol dire anzitutto fare uno sforzo interiore prima per rivedere i propri giudizi e poi per sospenderli a tempo indeterminato. Perché è troppo facile attaccare Noemi, giudicare i suoi abiti, il suo trucco, le sue amicizie, la sua famiglia. Noemi rivendica il suo diritto di fare ciò che vuole, di pensare quello che vuole in un mondo e in un contesto sociale che invece le continua a suggerire come comportarsi, come vestirsi e con chi uscire. Quella di Noemi (e di Misdirection) è una storia di libertà, di errori e della possibilità di compierli fregandosene non tanto delle conseguenze, quanto del chiacchiericcio paesano di sottofondo.  È una storia di libertà anche per Federica. Anzi, soprattutto per lei che si scopre improvvisamente moralista e colma degli stessi pregiudizi che criticava. E la Biagi non le nega una sorta di lieto fine sommesso ma capace di scaldare il cuore per come descrive un ritorno a una normalità più giusta e consapevole. Nella stessa misura Misdirection pare augurarsi con molta umiltà che questa storia possa diventare anche per noi l’inizio di una demolizione dei nostri pregiudizi e dei nostri moralismi.

Misdirection
di Lucia Biagi
Eris Edizioni, 2017

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