I segni addosso | Elena Guidolin e Andrea Antonazzo raccontano la tortura

C’è una cosa della tortura che mi ha sempre spaventato, ovvero l’intrinseco fascino che sprigiona. Più di ogni altro crimine la tortura mette in scena un gioco di potere, vive di simboli e messaggi, debilita e attacca tanto il corpo quanto la mente, si manifesta attraverso rituali e una liturgia codificati e mai lasciati al caso. Non vado fiero di questa fascinazione, ma la registro e per un attimo la guardo dall’esterno e quel che vedo sono una sequenza di immagini da cui mi è impossibile distinguere a una prima occhiata quale di queste è raccontata in un film e quale è invece successa nella realtà. Le macchie di sangue sui muri della Diaz e Mel Gibson torturato in Braveheart, le gambe rotte in Misery non deve morire e il prigioniero di Abu Ghraib bardato come uno spaventapasseri, sono tutte immagini potenti che si sono impresse nella mia mente. E la cosa davvero terrificante è che se mi costringo a pensare al motivo di tutta questa forza che la tortura esercita nel mio immaginario (ma credo in quello di molti altri), è che mi è difficile immaginarmi in uno solo dei ruoli. Non riesco a pensarmi esclusivamente vittima o esclusivamente carnefice: sento il dolore e l’umiliazione del torturato e al contempo il potere e la crudeltà del torturatore.

Nel pieno della tradizione BeccoGiallo, I segni addosso – Storie di ordinaria tortura è un fumetto che unisce il giornalismo con la narrazione, anche se in questo caso i due elementi hanno una divisione più netta rispetto ad altri lavori, con una corposa appendice d’approfondimento messa in coda alla storia scritta da Andrea Antonazzo e disegnata da Elena Guidolin. O meglio alle tre storie  che compongono il volume e che si inseriscono in una cornice in cui la figura senza nome e quasi archetipica del torturato (senza volto, senza nome ma con le cicatrici) ci introduce nelle atmosfere del racconto.

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Un inizio teatrale e artefatto che gli autori usano per farci precipitare nella realtà della cronaca, ma anche strumento perfetto per introdurre la narrazione obliqua e per nulla cronachistica della Guidolin. Pur seguendo la sceneggiatura di Antonazzo, il suo sguardo si fissa sempre dove non ti aspetti, è perennemente altrove ma mai estraneo ai fatti: si concentra sui particolari, vaga sui paesaggi, dimentica alcuni elementi e si focalizza con eccesso su altri, come se cercasse sempre una spiegazione nei luoghi, nei movimenti, nelle persone. Non c’è mai nel segno della Guidolin la volontà di rappresentare, ma solo quella di evocare una sensazione e un’atmosfera, scelta che la porta alla creazione di una regia capace di distaccarsi dalla descrizione dei fatti, costruita con un segno al limite dell’astratto e un’attenzione particolare nei confronti dei piccoli eventi laterali all’azione invece che al fulcro del racconto. Se uno degli intenti del libro era quello di farci sentire i segni addosso, la missione è compiuta. Il segno della Guidolin inquieta e si fa dolente, diventa violento e opprimente ma nell’inchiostro nero che graffia le tavole, riesce anche a trovare piccoli riverberi di luce.

La sceneggiatura di Andrea Antonazzo soffre purtroppo del problema di molti fumetti della BeccoGiallo, ovvero il prediligere la cronaca al racconto, la tematica all’emozione. Antonazzo cerca di evitare l’errore raccontandoci tre storie di quotidianità distrutte dalla tortura, ma fatica a distogliere lo sguardo dal tema per rivolgerlo ai personaggi e alla costruzione di un intreccio capace di renderle davvero interessanti. Non è un caso che il secondo racconto risulti essere quello meglio riuscito del lotto: sebbene Antonazzo riproponga l’ormai classico tema della banalità del male, descrive i contrasti della spaventosa quotidianità dei torturatori, riuscendo finalmente a trasmettere del disagio nel lettore.

segniaddosso3Ed è un peccato questa ossessione per la tematica, l’anteporla ai bisogni della storia come se potesse sopperire alla mancanza di intreccio, di personaggi, di qualsiasi elemento capace di far vibrare il racconto. E lo è ancora di più quando questo succede con un libro come I segni addosso che aveva tutte le carte in regola per essere non solo un fumetto informativo ma anche emozionante, capace di raccontarci la tortura allontanandosi dalla narrazione che ne è stata fatta in questi anni dal cinema e dall’informazione. Andrea Antonazzo in questo è molto attento e infatti la sua sceneggiatura ci racconta la tortura ma non ce la rende mai affascinante. Lo sceneggiatore si tiene a debita distanza da quel fascino perverso di cui vi parlavo e tratta l’argomento privandolo delle sue attrattive principali (ovvero la ritualità e i giochi di potere), centrando perfettamente i toni narrativi del nucleo centrale ma dimenticandosi poi di rivestirlo con trame capaci di amplificarne la portata.

I segni addosso diventa così un libro riuscito a metà, un ibrido tra fumetto e giornalismo ancora troppo immaturo per riuscire ad amalgamare tra loro i due elementi.

I segni addosso – Storie di ordinaria tortura
di Andrea Antonazzo ed Elena Guidolin
da un’idea di Renato Sasdelli
Prefazione di Marco Ficarra – Studio Ram
BeccoGiallo, 2016
123 pag.

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