Tintin a trent’anni #1 | Di rinoceronti esplosi e senso dell’avventura

Non penso che la mia mente di fanciullo sia mai riuscita a elaborare una teoria convincente riguardo alla reale motivazione per cui i bambini francesi preferissero i cartoni animati di Tintin alle Tartarughe Ninja. Che problemi avevano per poter provare una reale attrazione verso quel bambino precisino dalle guanciotte rosse e col ciuffo biondo costretto a vivere in un mondo che era quello che raccontavano i miei nonni la domenica a tavola rompendomi le palle? Nemmeno oggi so darmi una risposta.

C’è da dire però che non ho più nove anni, ora ne ho trenta. Non che ne abbia preso effettivamente coscienza, e difatti l’unica decisione importante che ho preso finora è quella di leggere per intero Tintin e riportare qui le mie impressioni. Nessuna recensione, nessuna ricostruzione storica: solo gli appunti sparsi di un lettore da: Tintin nel paese dei Soviet, Tintin in Congo, Tintin in America, I sigari del Faraone, Il loto blu, L’orecchio spezzato.

Le illustrazioni a corredo dell’articolo sono di PABLO DALAS. Qui trovate il suo sito, la sua pagina Facebook e il suo account instagram.


SLAPSTICK, CRUDELTA’ E VIDEOTAPE
Mi sono sempre piaciute le sequenze slapstick anche se per me, più che al cinema, è nel fumetto che raggiungono il loro apice. La sequenza di una caduta scomposta in tre vignette è più divertente rispetto a una sua possibile controparte animata perché sintetizza la portata comica del movimento riducendola a tre momenti (camminata, inciampo/volo e infine atterraggio), cristallizzandoli nel tempo del racconto. Così una sequenza di slapstick in Tintin non è mai alla sua velocità naturale oppure velocizzata come quelle del cinema muto, ma è al contrario rallentata ed espansa (e il cambio di ritmo lo si nota di molto soprattutto quando lo slapstick è posto a conclusione di un inseguimento). Hergé usa il fumetto come un videoregistratore ante-litteram, con cui fermare l’azione in corrispondenza nel frame più divertente (quello dove gli arti sono più scomposti e dove l’espressione del volto è più ridicola) e riavvolgerla a nostro piacimento in un crudele e spassoso rewind. Una divertente crudeltà che Hergé innesta per esempio anche nei Dupondt: il lettore attende la sistematica e inevitabile caduta di coppia a ogni loro apparizione, rimane col fiato sospeso finché i loro nasi non si scontrano col pavimento.

© Pablo Dalas
© Pablo Dalas

IL SENSO DELL’AVVENTURA
L’avventura per Tintin è rimanere al centro della vignetta, combattendo contro una regia e un mondo con cui vuole rimanere al passo ma che viaggiano più velocemente di lui. E così ecco le biciclette, i risciò, le automobili, i treni e gli aeroplani, qualsiasi mezzo è utile per evitare di essere tagliato fuori dall’inquadratura e finire nello spazio bianco che tutto cancella e dimentica. È l’iniziale struttura episodica dei volumi a forgiare il ritmo indiavolato in cui Hergé immerge il giovane reporter, una struttura che vede i pericoli avvicendarsi e sommarsi mentre Tintin cerca una via di fuga o una soluzione. Un mondo che Tintin non ha il tempo di capire, di conoscere e di esplorare, può solo attraversarlo in velocità senza farsi troppe domande.

LA FORZA DELLO STEREOTIPO
E forse è proprio per colpa di questa velocità che Tintin e il suo autore sintetizzano e semplificano il mondo, ragionano per stereotipi come si direbbe oggi. Eliminato il pericolo che la polizia del politically correct possa intervenire in questa sede, ammetto di aver trovato gli stereotipi di Hergé divertentissimi e mai utilizzati esclusivamente nei confronti degli indigeni (che siano sovietici, americani, indiani o cinesi), ma anche rivolti a inglesi, italiani e francesi. Certo, al lavoro di sintesi occorre un livello di semplificazione che può far storcere il naso a molti, ma è impossibile non riconoscere a Hergé una capacità fuori dal comune di utilizzare gli stereotipi in maniera così divertente e rispettosa, capace di far nascere alcune tra le gag migliori di questi primi sei volumi. Prendete la bellissima tavola de L’orecchio spezzato in cui si racconta con ironia il veloce avvicendarsi delle dittature sudamericane, oppure la sequenza di Tintin in America in cui viene raccontato con un umorismo feroce la cacciata degli indiani d’America dai loro territori e la velocità con cui al loro posto vengono costruite intere città. Quello di Tintin è forse uno sguardo fugace, ma quello di Hergé è sicuramente più attento nello sfruttare gli stereotipi per fare del semplice umorismo, ma anche di ampliarne la portata per ragionare sul mondo e il suoi meccanismi, come a ricercare l’identità di una nazione in un solo comportamento ed estrarne il carattere essenziale.

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© Pablo Dalas

RINOCERONTI ESPLOSI
L’albo più sorprendente di questi primi sei è sicuramente Tintin in Congo. È ancora un libro immaturo, con problemi di ritmo e una trama sin troppo esile, però è pieno di cose matte che mai potremmo vedere oggi in un fumetto per bambini. Per esempio in una scena Milou è rapito da uno scimpanzé. Tintin decide così di uccidere uno scimpanzé, scuoiarlo, vestirsi delle sue pelli, salire sull’albero su cui la scimmia si è rifugiata con Milou e attuare uno scambio per ottenere indietro il cagnolino. Scambio che va a buon fine, almeno finché la scimmia non si accorge che l’altro scimpanzé non era altri che il reporter travestito, così si avvicina minacciosa a Tintin che giustamente le risponde con un calcio in faccia. Che bullo!
La sequenza capolavoro però è un’altra: Tintin vede un rinoceronte e vuole ammazzarlo per farne un trofeo di caccia. Il problema è che la pelle dell’animale è così coriacea che le pallottole riescono solo a scalfirla. Tintin decide così di infilare tra le pieghe della pelle un candelotto di dinamite che fa esplodere il rinoceronte, con tanto di brandelli sparsi in giro e l’eroico corno intatto, unico superstite della follia di Tintin.

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