Anubi | Il Vangelo del Dio Cane secondo Taddei e Angelini

Questa recensione è stata pubblicata precedentemente su WildWood.

Chi è questo Anubi che si aggira per una città di provincia con una maglia sdrucita addosso? Di certo non è più la divinità di una volta. Passati i fasti egizi e trapassati tutti i suoi fedeli, Anubi è stato retrocesso da potente Dio Sciacallo a semplice Dio Cane: una bestemmia montata su due gambe scheletriche, uno dei tanti derelitti che abita bar sudici e frequenta persone poco raccomandabili, scarti della società e scherzi della natura. Tra vecchi rompicoglioni, suore cattivissime, uomini ricoperti di tumori e William S. Burroughs (proprio lui, in pelle e ossa, reso immortale dall’uso spropositato di droghe), Anubi cerca ogni giorni di farsi carne e diventare finalmente un uomo.

C’erano grande aspettative nei confronti di Anubi, il graphic novel di esordio di Marco Taddei e Simone Angelini edito dalla GRRRZ. Aspettative dovute al buon lavoro fatto dalla coppia sulle loro Storie brevi e senza pietà e relativo sequel, e alla lunga lavorazione di questo fumetto, cominciata nel lontano 2011. Ora che Anubi è arrivato con il suo carico di disagio e divinità, posso finalmente dire che le aspettative sono state ampiamente superate. E forse anche qualcosa di più.

Perché Anubi non è solamente un lavoro ben riuscito e inaspettatamente maturo che mette in evidenza il talento di Taddei e Angelini nel raccontare una storia complessa, gestire numerosi personaggi e non perdere mai la strada nel trattare le tematiche, ma è anche un libro profondamente lirico, a tratti commuovente per come riesce a essere così incisivo nel raccontare le nostre misere vite, la nostra fetida provincia.

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È proprio dal racconto della provincia che Taddei e Angelini dimostrano la loro bravura, perché asciugano ed estirpano la provincia del suo immaginario provinciale. Non c’è la poesia farlocca delle buone persone ignoranti ma genuine, non c’è la nostalgia becera del luogo della propria infanzia a cui far ritorno, non ci sono le critiche ciniche e balorde del provinciale trasferitosi in città. La provincia di Anubi fa schifo come quella reale. È cattiva e atroce, una gabbia in cui amiamo rinchiuderci, popolata da gente pessima. Pessima come noi. La provincia è un purgatorio in Terra dove Anubi (e noi) dobbiamo espiare le nostre colpe, subire tutte le umiliazioni possibili. È la vasca degli squali dove tuffarsi e vedere un poco se riesci a sopravvivere. Un luogo inospitale in cui siamo costretti a trovare ospitalità. Chi popola questo Tartaro è costretto per sopravvivere a diventare mostro, demone e scemo del villaggio, a far parte di un circo spaventoso che diventa l’unico sostegno e l’unica ragione d’essere. Non è un caso che Anubi – a discapito del titolo egoriferito – sia anzitutto un fumetto corale, dove i personaggi non solo prendono parola, ma hanno voce in capitolo tanto quanto il protagonista, ed è proprio con la descrizione dei rapporti tra Anubi e il microcosmo che lo circonda, che il personaggio prende forma sino a una tridimensionalità molto umana.

Una volta, quando ero bambino, mi è capitato di dover aiutare mio nonno ad alzare un sacco di calcina. Io da una parte, lui dall’altra. A metà strada tra il suolo e la carriola, il sacco si è rotto in una metà perfetta. Un polverone malsano che non vi dico. Colpa di un topo che aveva rosicchiato il fondo del sacco. Meglio dire un ratto. Un ratto gigantesco che era andato a morire in quel sacco, ucciso dalla calcina che stavo respirando. E una volta scomparso il polverone, ecco il cadavere del ratto: la calcina lo aveva conservato perfettamente, sembrava una statua. Aveva la pelle ancora intatta, ma priva di pelo e bianchissima. Rigido, stecchito, praticamente immortale. È quel ratto che mi viene in mente quando penso ai disegni di Simone Angelini. Il suo tratto ci racconta di un’umanità prosciugata della carne, disidratata, privata di organi e muscoli, i suoi personaggi sono scheletri che per mantenere una dignità indossano una pelle incartapecorita che non possono riempire in alcun modo. Eppure questa sua peculiarità non lo fa mai apparire un osservatore privilegiato o un giudice implacabile: Angelini butta via la carne e si getta nella mischia dei suoi personaggi a ballare con le sue zampe scheletriche e la sua pelle rinsecchita.

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Marco Taddei sembra invece scrivere con un bisturi arrugginito: viviseziona, preme sulla lama per incidere meglio e nel mentre infetta la ferita. La sua scrittura è precisa, quando vuole farTI ridere e quando vuole farti male. La gavetta su Storie brevi e senza pietà lo ha reso uno scrittore attento e capace nel delineare in pochi istanti il cuore di un personaggio, di mostrarlo al lettore senza particolare artifici ma facendolo emergere naturalmente dalla storia. Per questo Anubi può vantare al contempo un ricco coro di personaggi secondari scritto senza sbavature, e un protagonista che giganteggia su di loro e che si fa portatore dei temi del libro.

Ma descrivere lo stile di disegno di Angelini e quello di scrittura di Taddei è sminuire un lavoro nato dalla perfetta collaborazione tra i due. La loro sinergia è così precisa da far sembrare Anubi l’opera di un autore unico e non di due elementi. Taddei e Angelini sono un mostro a due teste e quattro braccia che si sorreggono e correggono a vicenda. Se Angelini è colui che annaffia il bisturi di Taddei per arrugginirlo ancora di più, Taddei invece aumenta la potenza dell’aspiracarni di Angelini. Insieme danno vita a una narrazione serratissima (con una griglia semplice che varia dalle quattro, alle sei e alle otto vignette) perfetta per raccontare la prigionia terrestre di Anubi, da cui però riescono a far emergere anche tutto il dolore del personaggio.

Con una parabola speculare a quella di Gesù Cristo, Anubi é un dio costretto a farsi uomo e incapace di venire a patti con la mediocrità che richiede questa forzata e acquisita umanità. La storia di Anubi é una Via Crucis di umiliazioni, disagio e tristezza, che porterà il fu Dio Sciacallo divenuto oramai un insulso Dio Cane, a immolarsi sulla propria croce (un treno interregionale puzzolente e scalcagnato) e farsi finalmente uomo facendosi infilzare mani e piedi scheletrici dai chiodi che immobilizzano ognuno di noi: i sogni e le speranze. Anubi è il racconto della morte di un Dio e della nascita di un uomo, ruoli che Taddei e Angelini vivisezionano senza alcuna pietà e senza semplificazioni. La dualità e lo scontro continuo tra divino e umano (e le scelte che queste comportano), non trovano risposte semplici nel suo finale, che anzi aumenta l’ambiguità del messaggio gettando dubbi sulle nostre vite. Con un presunto lieto fine che pare una bomba travestita da bon bon.

Anubi
di Marco Taddei e Simone Angelini
GRRRZ, 2015
340 pag.

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