Lone Sloane | Druillet, l’universo e tutto quanto

L’uscita per Magic Press dell’integrale del Lone Sloane di Philippe Druillet (da accompagnare allo spin-off Salambò) non ha un’importanza storica, semplicemente perché leggere oggi l’opera più importante dell’illustratore francese non ha nulla a che vedere con il passato. Qui non c’è niente da rivalutare, nulla da rileggere sotto un’ottica storica o artistica. Non c’è nemmeno la storia dell’artista sfortunato a cui non vengono finalmente riconosciuti innegabili meriti e di cui, guarda un po’, ci siamo accorti proprio adesso perché la sua arte parlava al futuro e il futuro ora è qui. Proprio no.

Eppure ci farebbe comodo, qui e ora, chiudere Druillet in una teca e trattarlo come un reperto storico, in modo da non fare più i conti con lui e la sua grandezza. Tenerlo lontano dai paragoni, museificarlo e apporgli l’etichetta di quello che faceva i fumetti tutti matti in un’epoca in cui non solo era possibile farli, ma la cui portata rivoluzionaria e iperspaziale era riconosciuta da gente come Goscinny (che lo pubblicò sulle pagine di Pilote) e di Hergé. Riconosciuta e giustamente non capita, semmai subita, perché con Lone Sloane Druillet non va mai incontro al suo lettore.

I cinque episodi di Lone Sloane non solo sono privi di una trama avvincente, ma sono davvero illeggibili. Escludendo Delirius, non a caso l’unica storia scritta con l’intervento di uno sceneggiatore (Jacques Lob, già autore di Snowpiercer), il resto di Lone Sloane non può dirsi nemmeno sufficiente, diviso com’è tra una scrittura noiosa e granitica, dei personaggi che faticano sempre a uscire e trame confuse di cui non sempre si comprendono la motivazione di certe svolte.

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Druillet non rende la vita facile al lettore (qui più passivo che mai) nemmeno con le sue illustrazioni. Le tavole sono stracolme, pienissime di forme e colori, con le vignette suddivise da architetture imponenti e il lettering intrappolato ovunque ci sia un minimo di spazio vuoto, poco importa se durante la lettura bisognerà scoprire parti di dialoghi o didascalie nascoste dove meno potevamo immaginarci (e l’edizione italiana non aiuta in questo senso a causa di un font spesso troppo sottile). Non solo, il lettore è costretto a girare continuamente il volume tra le sue mani per orientare la lettura nel verso giusto, a volte deve avvicinarsi per leggere, perdersi in qualche particolare, altre volte invece deve allontanarsi dalle pagine per carpire il senso dell’insieme.

Lone Sloane è un volume di trecentoventi pagine che si legge come uno di milleduecento ma anche come un albo di quarantotto tavole. Che sia analizzato centimetro per centimetro o sfogliato senza prestare attenzione al testo, il fumetto di Druillet stordisce e confonde, ci manda al tappeto e non ci soccorre, semmai continua a tirarci calci nelle reni. Perché se con una lettura attenta e precisa delle tavole è facile perdersi nei particolari di uno sfondo, del pattern di certe armature o in certe trovate folli di composizione, leggendo velocemente il libro si viene travolti da un dinamismo delle tavole e di gran parte delle soluzioni grafiche (ma mai, e dico mai, dei personaggi o delle astronavi) che ci catapulta in un incubo allucinato da cui è impossibile fuggire.

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Druillet ricorda Lovecraft quando si sofferma a raccontare e descrivere il contesto lasciando invece in disparte il testo, che diventa per lui quasi una distrazione (nel peggiore dei casi) o un semplice elemento grafico. Il lettore di Lone Sloane non dovrebbe quindi perdere tempo a cercare significati e divertimento negli snodi della storia, ma deve semplicemente perdersi nel racconto grafico, lasciarsi affascinare dalla regia di Druillet, perdersi e non cercare mai di ritornare. Perché se i personaggi di Lovecraft combattono con la logica quella follia cui sono così restii ad abbandonarsi (anche cercando di spiegarne le origini e tracciando una nomenclatura delle divinità), Druillet fa cavalcare a Lone Sloane questa follia, la asseconda con un personaggio che non si pone mai domande e preferisce agire non per cambiare ciò che lo circonda ma sempre e comunque per sopravvivere. Druillet non cerca mai di spiegare la complessità del suo universo, non ne fa un’enciclopedia perché non vuole limitarlo. Lo estende all’infinito in ogni storia, in ogni tavola, in ogni vignetta, rifiutando qualsiasi coerenza, logica o spiegazione.

Anche per lui, come per Lone Sloane e per noi lettori, ogni vignetta è un nuovo mondo che riscrive con regole sempre nuove e sconosciute. Un mondo che amplifica e allarga finché gli spazi consentiti glielo permettono, sino a creare una nuova galassia, nuovi pianeti, nuove allucinanti avventure, tutto nello spazio frammentato di una pagina bianca.

Lone Sloane – L’integrale
di Philippe Druillet
Traduzione di Laura Tenorini
Magic Press, 2016
320 pagg.

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