Green Manor | La logica della violenza

Difficile capire se varcando la soglia del Green Manor ‘s Club si stia entrando in un edificio o nella mente di una persona. Forse non è nemmeno importante, forse è solo un particolare. D’altronde il signor Below è stato corpo e anima del Green Manor’s Club per alcuni decenni, maggiordomo, cameriere ma soprattutto spettatore dei passatempi di questo gruppo di gentiluomini con la passione per gli enigmi, la logica e i misteri. E così il signor Below, rinchiuso nella cella di un manicomio, racconta al dott. Thorne tutto quello che ha visto, tutti i crimini di cui è stato spettatore, testimone e complice.

L’epoca Vittoriana ci è sempre stata raccontata con dinamiche narrative ben precise, dove la classica lotta tra bene e male diventa il terreno di scontro tra scienza e fede, con tutte le implicazioni morali che prendere l’una o l’altra parte comporta. Se da una parte la teoria evoluzionistica di Darwin confermava le capacità intellettuali dell’uomo, dall’altra sanciva la nostra diretta discendenza animale e un correlato patrimonio di istinti. Così gli uomini di scienza e d’intelletto diventano nella narrativa vittoriana sia gli eroi da ammirare, come lo Sherlock Holmes di Conan Doyle, sia gli antagonisti (sempre e comunque di sé stessi) con cui era possibile condividere una certa idea di mondo, come il compianto Jekyll col sogno impossibile di separare morale e istinti, oppure il Barone von Frankenstein e il suo folle esperimento di ridare vita alla materia morta. Lo strumento prediletto da questi eroi e da questi villain per affermarsi è la logica: che sia quella di Holmes e del suo metodo deduttivo o quella dei due scienziati che arrivano a teorizzare e poi mettere in pratica le loro follie, è la logica la chiave di tutto. Ed è anche la loro arma a doppio taglio, perché la costruzione di un sistema logico porta sempre con sé il rischio di un imprevisto, pronto a farlo crollare e fallire.

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E in questo contesto che si inserisce Green Manor, fumetto scritto da Fabien Vehlmann e disegnato da Denis Bodart. Composto da sedici racconti brevi (tra le sette e le otto pagine) e dal racconto del signor Below che fa da contorno alle vicende, Green Manor stupisce anzitutto per la ricchezza di trame e idee, tanto da farlo diventare un esaustivo prontuario di trame mistery. Ma Green Manor non finisce con l’essere un semplice divertissement a tema vittoriano. Vehlmann costruisce questo mosaico di storie per parlarci della violenza. Dopo aver affrontato il tema in Dolci Tenebre, Vehlmann torna sul luogo del delitto, raccontandoci ancora una volta il richiamo viscerale dell’uomo per la violenza. Lo fa in questo caso con toni meno cruenti e più beffardi rispetto a Dolci Tenebre, ma il quadro generale non è meno confortante del suo precedente lavoro.

I giochi psicologici, gli enigmi, i casi irrisolti, che lo sceneggiatore racconta in Green Manor sono atti di violenza necessaria ai membri del club per dimostrare il loro potere, la loro forza, la loro intelligenza, sono azioni fondamentali per essere accettati da una società evoluta ma che prevede ancora dimostrazioni di forza. In questo caso però non è l’omicidio in sé la vera prova di forza, ma in pieno spirito vittoriano è la logica che gli si cela dietro a decretare il vincitore. Nel gioco al massacro messo in piedi da Vehlmann, gli schemi logici prendono sempre il sopravvento sulle vite e sulla realtà, come se i protagonisti volessero ricondurre tutto non solo a uno schema preciso, ma al loro schema, alla loro idea di realtà. Ed è per questo che la sceneggiatura di Vehlmann è beffarda e si prende spesso gioco dei personaggi facendo crollare miseramente il loro castello di carte. La forza di un’idea, di un pensiero crolla sotto il suo stesso peso, le logiche ferree si ritorcono contro i loro stessi creatori, i meccanismi e gli argani si inceppano mandando a monte il piano infernale. È l’imprevisto che sovverte quello che si credeva essere stato previsto, il caso che manda all’aria il delitto perfetto perché la perfezione se esiste, è solo nelle nostre teste, non nella realtà.

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Il tratto di Denis Bodart accentua il tono beffardo della sceneggiatura, utilizzando uno stile cartoonesco che riporta i tratti austeri dei protagonisti ma è anche capace di modificarli rendendoli spesso ridicoli e grotteschi. Bodart si prende anche lui gioco di questi gentiluomini svelandone la natura animale, qui usata proprio per sintetizzare espressioni, attitudini e comportamenti. L’uso del colore accentua questo divario grazie a una cura delle luci molto realistica, capace di accogliere i personaggi al suo interno ma anche di farli sentire fuori luogo quando il loro aspetto ridicolo si mette a stridere con ambienti e costumi ricchi di dettagli e particolari.

La regia è composta da una gabbia molto classica che non lascia spazio a invenzioni, ma Bodart si trova a suo agio e sfrutta la staticità delle tavole costruendo una tensione continua tra i personaggi giocando sul dinamismo del cambio degli ambienti, divisi tra gli esterni di una Londra misteriosa e piena di segreti, e gli interni di queste grandi magioni dove avvengono tradimenti, omicidi, o lunghe dissertazioni su questi.

Green Manor  è un libro sottilmente crudele, che tratta con ironia e ingegno il tema della violenza che ci portiamo dentro con naturalezza e ipocrisia.

Green Manor – 16 affascinanti novelle criminali
di Fabien Vehlmann e Denis Bodart
Traduzione di Giulia Scatizzi
Bao Publishing, 2015
160 pp.

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