Mox Nox | Joan Cornellà e la ricerca della felicità

Questa recensione è stata pubblicata su WildWood il 30 giugno 2015.


I social network sono abbastanza noiosi. Non è colpa loro, sia chiaro. Stare su Facebook, ad esempio, è come viaggiare su un treno pieno di ex compagni di classe, ex fidanzate, ex amici, amici di amici, gente del tuo paese, gente del tuo palazzo, gente che hai conosciuto a una festa, e ascoltare in un flusso continuo le loro cazzate e le loro opinioni non richieste – e quindi al pari delle mie – che nella vita reale cerchi disperatamente di evitare.

E infatti da quando esistono i social network, su internet non succede mai niente, a parte le tonnellate di opinioni – tutte uniformi – sui pro e i contro dell’Argomento del Giorno, corredate dai medesimi link, dalle stesse immagini e dalle solite condivisioni che rimbalzano di profilo in profilo. Che noia.

Poi scorri la bacheca di Facebook e Joan Cornellà ha pubblicato una nuova tavola.

Sono amico di Mark Zuckerberg, grazie a lui il mio lavoro è diventato virale. Mark ha pensato a un milione di falsi profili per me su Facebook, dando il like alla pagina. Il mio successo? Lo devo a lui. (via)

L’esplosione del suo successo, Joan Cornellà la deve proprio ai social network (quasi due milioni di Mi Piace su Facebook), non solo veicolo privilegiato della sua arte irriverente, ma anche luogo perfetto per ospitarla, anche se nel 2014 ha pubblicato Mox Nox la sua prima raccolta di storie (rigorosamente mute), portata in Italia dalla Eris Edizioni.

MoxnoxNel Museo del Banale di Facebook, Cornellà appare come un oggetto estraneo, fuori posto. È l’inaspettato che sconvolge la quotidianità, la bomba che scopri ticchettare sotto la poltrona dell’ufficio, il capello annegato nella minestra che ti si attacca al palato e ti fa venire da vomitare. Joan Cornellà è un virus incontrollabile che interrompe per un breve istante il flusso stupido e borbottante delle nostre vite social e ci obbliga con cattiveria e ironia a rivolgere uno sguardo fugace alla vita reale, rivelandoci i mostri in cui ci siamo trasformati.

Il simbolo di questa umanità mostruosa è il sorriso scemo stampato sui volti dei protagonisti di ogni lavoro di Cornellà. Anche se possessori dei più bassi istinti o esecutori delle peggiori nefandezze, i personaggi di Cornellà presentano lo stesso sorriso stupido, ma mai contraddistinto da falsità. Non è un sorriso di circostanza e nemmeno quello che ci si appiccica addosso il lunedì mattina prima di entrare in ufficio. Quello dei personaggi di Cornellà è anzitutto un sorriso sincero, di chi ha raggiunto una felicità non solo reale ma addirittura quantificabile.

Poco importa quindi se questa felicità è stata raggiunta dopo aver fucilato un bambino, la cosa che conta veramente è che il bambino sia morto e che abbia lasciato la porta libera per poter fare entrare il pallone senza troppa difficoltà e farci segnare un bel gol. Il gol della felicità.

cornellàCalato in un’atmosfera che rimanda alle grafiche pubblicitarie degli anni Cinquanta, il lavoro di Cornellà fa certo parte di quel filone di fumettisti e illustratori satirici che criticano il capitalismo pop rielaborandone simboli e manie, ma rielabora messaggio e contenuti a modo suo. In realtà Cornellà, pur non rinnegando una certa matrice satirica e senza mai rinunciare a mettere a disagio i propri lettori, pone sui suoi personaggi uno sguardo partecipe, quasi che fosse non solo comprensivo delle loro bassezze, ma anche complice delle loro atrocità.

L’autore non si pone mai nell’ottica di dare un giudizio morale alle azioni dei personaggi, ma innesca un meccanismo narrativo interessante dove la critica viene mossa non tanto ai fatti (omicidi, perversioni, soprusi), quanto alle motivazioni che li hanno innescati. Anzi, un’unica motivazione: l’esasperante ricerca della felicità, qualsiasi essa sia.

Mox Nox
di Joan Cornellà
Eris Edizioni, 2014
52 pag.

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