Miniciclo della calunnia | Due fumetti brevi di Paolo Cattaneo (e un approfondimento critico sulle chiacchierate)

Due amici si incontrano seduti su una panchina e insultano un VIP. Questo è quello che succede nelle due storie di Paolo Cattaneo contenute in questo Miniciclo della calunnia. 

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Chiacchiere al parchetto
di Matteo Contin

Mi è sempre piaciuto quella strana differenza percettiva delle chiacchiere nella vita reale e in un’opera di finzione. Se nella vita di tutti i giorni le chiacchiere rimangono tali (ovvero conversazioni leggere, spesso fatte per cortesia, per abitudine o per far passare il tempo), nella fiction acquistano un peso specifico tale da farle risultare “finte”, come se la ricerca di una naturalezza nei dialoghi svelasse al contrario la loro falsità. Per chi scrive, questo effetto è sempre stato un problema e sempre lo sarà. A meno che non decida di rendere così evidente la natura fittizia della chiacchierata, da utilizzare la finta spontaneità delle small talk come strumento narrativo e motore drammaturgico.

D’altronde la banale quotidianità della chiacchiera ferma di fatto lo scorrere della narrazione, diventando una lunga pausa tra ciò che è già successo e ciò che succederà. Le small talks fanno prevalere le parole sull’azione (e infatti sono spesso utilizzate in situazioni di stallo obbligato) perché sono sospensione e preludio a qualcosa, un momento di calma prima della sparatoria, l’unico istante di vera umanità nelle vite dei protagonisti incasellate tra genere e intreccio. Ma in queste storie brevi di Paolo Cattaneo non c’è trama a cui dare respiro, non c’è colpo di scena da introdurre, non c’è genere a cui votarsi. Le chiacchiere spogliate rimangono davanti a noi stolide nel voler portare a termine una missione inutile e impossibile: farci dimenticare dei problemi.

Per Paolo Cattaneo le small talks sono il tentativo di mettere in stand by la vita, bloccare con discorsi stupidi e banali il flusso di preoccupazioni quotidiano. Ma è un tentativo inutile perché la vita prima o poi riemerge dai discorsi e si riprende i suoi spazi di disperazione e fallimento, di insicurezze e presente incerto. Le small talks sono centrali nella drammaturgia di Cattaneo perché, nel loro rimandare l’inevitabile, gli permettono di far sfogare i drammi comuni dei suoi personaggi. Con la loro futilità, leggerezza e manifesta superficialità, sono quindi il contrappunto perfetto per dare gravità a tragedie personali troppo piccole e irrilevanti per meritarsi un palcoscenico tutto per loro. Così quando la diga si rompe e la vita riprende possesso dei propri territori, il dramma per quanto semplice e minimalistico, esplode di un dolore privato e sincero.

A fronte di un discorso di superficie spavaldo e aggressivo, Cattaneo racconta la fragilità dei suoi personaggi attraverso una recitazione in cui la gestualità ingombrante è l’ennesimo scudo da mettere tra sé stessi e la realtà dei fatti. Così i movimenti plateali delle mani nascondono malamente tutte le insicurezze esistenziali, che Cattaneo evidenzia sia con segni fisici (unghie e pellicine smangiucchiate) che con una sorta di nervosismo addomesticato che scaturisce sia dalla matita grassa e sporca, sia dal digitale geometrico e a tinte piatte.

Mi piace immaginare questi due fumetti brevi come due capitoli nella vita degli stessi due amici che regolarmente da anni si ritrovano a chiacchierare su una panchina (una qualsiasi, che la panchina sempre uguale esiste solo nei film). E mi piace immaginare che l’evidente crescita di Cattaneo come sceneggiatore, segni in realtà anche la crescita dei due protagonisti. Cattaneo e i due personaggi hanno imparato negli anni che intercorrono tra la prima e la seconda storia, a maneggiare meglio le chiacchiere. Il focus dei due dialoghi ruota sempre attorno a due celebrità ma se nel primo caso l’autore usa gli insulti a Pippo Inzaghi in maniera defilata quasi come momento comico e leggero all’interno della narrazione che sin da subito svela la sua gravitas, il discorso attorno a Rihanna presente nel secondo fumetto è invece centrale alla vicenda. I due amici parlano solo di Rihanna e il resto non esiste, almeno finché dalla chiacchiera emerge fugace e dolente un riferimento alla vita vera. E quanto fa male vederlo spuntare lì, quasi casualmente, come il tentativo goffo e disperato di nascondere un oggetto ingombrante sotto un tappeto.

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